6.
METATHESIS
Sull'autobus
le suore che spesso sono inquiete tormentano il rosario tra le dita fingendo
con se stesse di pregare per non cedere il posto alle zingare gravide poi
scendono di corsa alle fermate con le scarpe ortopediche e come gli altri si
perdono nel mondo.
Era l'ora
di pranzo e all'improvviso il sole tornò ironico a pesare sull'inadeguatezza
dei vestiti scelti al mattino durante il temporale.
Qualche
ragazzo già si alleggeriva una donna era incerta se provare forse per la
costanza termica interiore un vagabondo sembrava indifferente nel suo cappotto
metastagionale.
Ne
incontrò a una frenata il liquido degli occhi e in quell'istante si sentì
aggredito fu così che decise di tenersi la giacca sul sudore quasi fosse uno
scudo protettivo.
Del resto
anche la suora si celava nell'abito avvolgente e come un cavaliere del deserto
sopportava con forza le ostilità climatiche evitando di esporre le proprie
imperfezioni.
Nel
guardarla si chiese se provenisse dalla Mesoamerica o dalle zone impervie a sud
dell'Appennino dove agonizza la civiltà rurale ma il quesito si perse lungo il
viale.
Infatti
per sfuggire al rancoroso ingresso degli Slavi era sceso in anticipo
dall'autobus e procedeva interno al marciapiede sperando di non essere
infangato dagli scarti nervosi delle macchine sui ristagni di pioggia.
Un
giovane straniero accomodato in terra con un cane divaricò la mano sorridendo e
lo fissò d'azzurro occidentale con aperto disprezzo al suo rifiuto.
Non pensò
banalmente - torna dove sei nato - essendo incompatibile la distinzione etnica
con il sentirsi preda universale.
Era
infatti malato di una sopraffazione originaria contratta nell'ambiente
famigliare forse per la tenacia vessatoria di un fratello maggiore forse per un
travaglio troppo prolungato.
Di solito
vivendo ci si immunizza in parte da tali infermità tanto comuni ma qualche
volta accade che taluni siano soggetti al male oltre la norma e dolorosa scorre
l'esistenza in ricadute sempre più fatali.
Così
l'essere insano lo induceva ad aggirarsi come un fuggitivo nell'ovvia ostilità
della realtà e animale stanato si sentiva dietro gli angoli oscuri delle strade
tra rumori sospetti e ombre inaspettate nel sinistro contatto della folla per
la città dolente di violenze.
Anche in
casa talvolta serrate le persiane interpretava il sottofondo urbano come un
respiro cupo di presenze selvatiche e una parte di sé gli scivolava oltre il
limite incerto del rifugio attratta da quel buio spaventoso.
Un lento
affogamento da palude dilatava quel tempo disperato ma a tratti riemergendo la
ragione lo possedeva un sano sfinimento e consumato infine si affidava agli
incubi notturni.
Fu il
giorno che incontrando nuovamente la suora amerindiana o contadina presentì una
catastrofe incombente e un vetro si staccò da una finestra per una bizzarria
del vento di settembre.
Si radunò
la gente commentando la disgrazia evitata mentre la propensione eziologica di
alcuni attribuiva il miracolo alla prossimità di un'edicola votiva.
Ci fu chi
suggerì di cementare la data su un ex voto nel fatiscente intonaco murale da
cui vegliava il santo sulle vicende umane e sul frequente orinare di passanti e
di cani ma la pioggia disperse ogni intenzione e anche le tracce delle
irriverenze.
Restò
solo a bagnarsi turbato dall'evento e dalla convinzione di avere addosso un
nuovo maleficio per quello sguardo obliquo della suora non casuale presagio di
sventura.
L'idea
gli si aggravò verso il tramonto e nel temuto spazio della notte gli annerì
ogni pensiero di futuro così che si convinse di aver perso l'adattamento al
mondo e allarmato ricorse all'analista perché lo esorcizzasse nel profondo.
Se lo
scelse benevolo e maturo con i capelli bianchi e lo scrittoio antico le tende
chiare sulle finestre dalle quali giungeva anche d'inverno la luminosità serena
di un giardino claustrale.
Sorrideva
il dottore di esperienza al racconto di sintomi già noti e annuiva con leggera
pazienza come con i bambini per calmarli da una violenza interna.
Stia
tranquillo vedremo di aiutarla - e quiete le parole si sfumavano nelle pareti
bianche dello studio per andarsi a posare lievemente sul verde delle piante ben
curate.
Lo
scadere del tempo era attenuato dall'assoluta assenza di orologi poiché poco
distante una campana annunciava i rintocchi del distacco.
Di tanto
si sentiva sollevato che non considerò di malaugurio il passo claudicante del
dottore al quale si adattò teneramente per non anticiparlo in corridoio.
Alla
porta d'ingresso l'analista gli offrì inatteso un contatto di mano ed uno
sguardo umano di commiato che a lungo gli restarono in memoria.
Quella
sera evocandoli riuscì a distrarsi dalla sonorità offensiva di ambulanze e di
tram e si tenne aggrappato a un indizio di pace per contenersi l'istinto di
rovina poiché si imbizzarriva la sua anima buia per dolorosa nostalgia di
tenebre all'esito del giorno e se non fosse stato per lo scontro all'incrocio
echeggiante di vetri e di lamiere avrebbe anche potuto trattenerla più a lungo
dal quotidiano perdersi in orrori virtuali.
Per
quanto si chiudesse nella casa sempre sopravvivevano interstizi dai quali
penetravano richiami di sirene a trascinargli via le parti più indifese con
pensieri di morte seducenti e lusinghe fatali per la sua vocazione
all'olocausto.
E si
traspose al centro della strada tra i pezzi del semaforo abbattuto come in un
sogno urlando senza suono e lo spazio domestico iniziò a tramutarsi in un fuori
selvaggio.
Del resto
si poteva prevedere che un'unica seduta non avrebbe acquietato l'ostilità
bestiale che si portava dentro come un cane impazzito legato al suo padrone.
La cupa
convivenza con se stesso richiedeva una cura intensiva e all'alba affranto da
una notte insonne si ritrovò a vegliare l'orologio per affrettare l'ora del
soccorso.
Si era appena
svegliato l'analista e con la figlia sorseggiava il tè nella veranda osservando
il fiorire dei vasi concimati che già da qualche anno confortavano la
conclusione del suo impegno clinico.
Impiegò
un certo tempo per rispondere avanzando malfermo sulle gambe ma non ebbe
incertezze nella voce quando al telefono acconsentì a un incontro infatti si
annoiava della stabilità raggiunta e del sereno corso delle cose tra dipinti
d'autore alle pareti e collezioni lucide di teiere cinesi.
Ne aveva
viste tante in ospedale ma di più lo attiravano le intime follie che infide
consentivano la possibilità di un vivere impossibile.
Esistenze
contorte come foglie malate che continuano a crescere deformi e stentano a
cadere piante che non germogliano e non muoiono costantemente afflitte da
tristezze invernali.
Agli
individui senza primavera si era accostato con la curiosità di chi va
ricercando in un mercato gli oggetti più riposti e impolverati per scoprirne il
valore che non è manifesto agli inesperti e ricondurli in seguito alla luce
avendoli alleviati da ogni impurità.
Così si
divertiva a rovistare tra le rovine altrui tentando di salvare gli animi da
metastasi d'angoscia e a volte gli sembrava di riuscirci più per grazia divina
che per maestria terapeutica.
Ne
giungevano alcuni resi incapaci dalla disperazione di rendere a parole i mali
interni e rigidi tacevano in apparenza di normalità.
Costoro
si facevano paura nel descriversi e dal silenzio traevano equilibrio come un
bambino tiene gli occhi chiusi per nascondersi.
Altri si
abbandonavano al parlare quasi fossero reduci da un protratto naufragio
solitario.
In tutti
i casi l'affioramento delle verità risultava impedito da un eccesso e appariva
difficile al dottore trovare antidoti a veleni sconosciuti.
Mentre il
tè si freddava nella tazza e la donna batteva i tappeti orientali sul balcone
spaventando i passeri tra i rami e il cane abbaiava compiacente l'analista
pensava ai tanti modi cui ricorre la mente per soffrire e alle vaghe certezze
che il suo metodo offriva per guarire e si sentì un po' santo e un po' amuleto
da usare contro i rischi della vita.
La
giornata iniziò tra narrazioni di deliri notturni che il chiarore diurno
sembrava non sfumare e il dolore si espresse con tale intensità che entrambi si
convinsero della necessità di visite frequenti.
E come
uno sciamano accoglie su di sé le parti oscure che dannano il malato per
tentarne il dominio il dottore ascoltava attentamente prendendo appunti con la
stilografica e la trasposizione cominciò ad attuarsi.
Che mi
stia liberando dalla maledizione - disse la sera in casa con un bicchiere in
mano e acconsentì a versarsi del sonnifero in gocce per non stare di guardia
alla sua ombra.
Evitato
l'orrore della notte gli rimaneva il giorno da risolvere ma lentamente si
perfezionò nell'arte di passare inosservato sfuggendo ogni possibile conflitto
in strada sul lavoro e con se stesso e affidò all'analista il ruolo di assoluto
referente.
Chi lo
considerava sano da malato lo giudicò anormale da convalescente per quella
respingente indifferenza che aveva preso il posto della fragilità.
Il
cambiamento gli rese più difficili i rapporti avendo sovvertito l'apparenza
attraverso la quale gli altri tendevano a identificarlo.
Fu il
gatto ad accorgersi per primo della diversità non trovandolo pronto alle
carezze e molti poi notarono l'assenza sul suo viso della vaga dolcezza con cui
era solito dissimulare la paura.
In quel
periodo dell'anno quando è più freddo in casa che all'esterno mentre rabbrividiva
l'analista al calar della sera che tuttavia era tarda al suo balcone la cura
rese il primo risultato.
Ricominciò
a guidare che il cielo già scuriva a metà pomeriggio e le donne un po' tristi
pensavano in anticipo alla cena perchè dalla cucina il giorno si spegneva nei
cortili prima che altrove e nulla più restava da aspettare.
Si
sottrasse così alle suore sugli autobus e alla condivisione degli appoggi unti
di corpi effimeri e si ritrasse in viaggi solitari decidendo i percorsi e le
fermate.
Sorpreso
di se stesso si spinse ad esplorare periferie improvvise oltre le strade che
dal tram intuiva nei desolati inizi immaginando baratri e latrati di cani sotto
i lampioni infranti.
Vide
balconi grigi e armadi arrugginiti a prolungare interni tra vasi senza fiori da
cui spuntava a volte un accenno di ramo sconosciuto arrivato nel vento in
primavera dai prati lungo gli argini del fiume.
Poco
lontani i nomadi sotto i gabbiani avidi si ricreavano patrie di rifiuti seduti
sui sedili di macchine sventrate e un bambino correva come fanno i bambini
appena possono.
Se fosse
giorno o sera non si accorse per quella pioggia grigia che assorbiva ogni
eventualità di luce così tutto appariva a chi osservava come distante un
paesaggio irreale e a chi era dentro l'unica delle possibili realtà.
Ne
salivano a gruppi dal sentiero per raggiungere il mondo superiore tra i pali di
sostegno di una pubblicità senza pudore come un assurdo segno di confine nel
sovrapporsi di universi estranei sotto la fissità fotografata schizzavano gli
zingari a colori.
Al
ritorno oltre il ponte margine senza nome di quartieri intermedi lo affliggeva
il percorso tra i palazzi appostati nell'irrigidimento di tristezze uniformi
sull'inferiore transito di umanità scomposte dinnanzi al susseguirsi dei negozi
che osceni si esibivano agli sguardi.
Lo
stradone affogava dentro il cavalcavia tra sporche oscurità di luci gialle che
penetrando i vetri alteravano i volti della gente sui tram così che tutti un
male sembrava accomunare di livide espressioni e stanchezze finali.
Sopra i
treni passavano non evocando fantasie di viaggi perchè il suono più in basso si
perdeva e in alto si annullava buia la ferrovia nella città. Per anni la paura
lo aveva allontanato dal volgare esercizio del guidare e si era abbandonato al
farsi trasportare coltivando il suo vizio alla cautela come un'erba infestante
che nel tempo gli si era radicata senza scampo.
Ma accade
che talvolta si interrompano per qualche oscuro salto della sorte le umane
consuetudini e in certi casi sono strumento degli dei scherzosi gli analisti
anche seri tanto che si sorprendono per primi degli effetti tuttavia senza
ammetterlo così sacrificando alla spiegabilità l'arte magica.
Naturalmente
- gli confermò pacato il terapeuta - lei si sta liberando della negatività che
la opprimeva adesso non soltanto può guidare ma soprattutto è pronto per
guidarsi.
Perché -
si chiese allora - negli spazi dove rimette la città i suoi eccessi a
fermentare.
Chissà
per dare corpo allo sciame sgraziato dei residui di buio in infida latenza per
trasporre all'esterno i mali indefiniti e separarsi dalle parti infette. O più
semplicemente per l'ampiezza delle vie periferiche.
E mentre
rifletteva sulle ipotesi senza pretesa di risposte univoche si accorse
dell'insolita inquietudine che il dottore affidava al ritmo delle dita sul dio
di legno indiano scolpito in beatitudine.
Il caldo
era eccessivo in quella stanza e ancor più lo divenne nel pieno dell'inverno
tanto che da gradevole risultò soffocante ai primi di febbraio come nel ventre
chiuso di una macchina finché i vetri si appannano e isolati si resta ad
ansimare.
Che
stesse vacillando più del solito si accorse allo scadere del colloquio quando
gravati dei disastri altrui si alzano i terapeuti dallo scanno e quasi allo
svanire dell'effetto di un incanto ad orario ridivengono umani se ancora gli è
possibile.
Così l'incerto incedere gli
procurò un disagio che si disperse al freddo della sera e il fuori gli sembrò
liberatorio vagando con lo sguardo oltre il cancello del giardino botanico tra
le ombre dei rami a diluire il ricordo di luce innaturale di quella temporanea
prigionia.
Si
accomodò nel buio con piacere come fa l'assassino nell'attesa e ne riemerse a
un debole lampione spaventando un drogato accomodato sulle scalette al limite
del vicolo.
Per
viaggi periferici o incursioni notturne nelle isole basse del quartiere
continuò la sua cura mitridatica per divenire immune da ogni veleno urbano e
con l'andar del tempo trasse forza da questo salutare stato tossico.
L'analista
al contrario si ammalava come accade a chi è stato sempre sano all'improvviso e
senza soluzione tanto che diradò gli incontri o ne modificò a suo comodo gli
orari esercitando ingiusto quel potere che gli analisti negano ai pazienti.
Fu il
giorno che notò dietro la sedia quell'inconsueto giallo nelle foglie della
pianta impudica che ascoltava durante le sedute i suoi racconti crescendo senza
sosta lungo i mesi per concimi di sangue o di escrementi di animali immolati a
vite altrui.
Nel tardo
pomeriggio di quel giorno a un semaforo giallo lampeggiante superò sulla destra
un tram dubbioso ma la sorpresa gli tardò il frenare.
Spesso si
lanciano gli anziani zoppicanti nella strada per istinto suicida invulnerabili
fino al grido d'orrore dei passanti. Così il caso decise la fine dell'analisi
risparmiando agli umani le incertezze.