5. MIMESIS
In quell'avvio d'autunno il freddo giunse a tutti inaspettato e molti ne ammalò come d'inverno ma ancor di più sorprese il caldo che seguì.
Sarà la febbre - si spiegarono alcuni nel sudore dei letti e altri resi arditi dall'insonnia si accostarono inquieti alle finestre per spalancarle su un tepore oscuro e in anticipo seppero che l'aria era mutata.
Al mattino la vita riprese lentamente perché a ognuno doleva il non essere altrove e come tra le sbarre un prigioniero dalla città la gente vedeva il sole consumarsi invano.
Qualcuno prolungò l'assenza dal lavoro per commentare la stagione mite con amici casuali nei caffè i più ribelli scelsero la fuga e con sorrisi furbi raggiunsero le acque intorbidite del mare urbanizzato.
Alle fermate d'autobus le donne di ritorno dal mercato sospiravano gravide di spesa e i pensionati assorti si osservavano la tela deformata delle scarpe.
Sui balconi avviliti dai gerani esauriti per il troppo fiorire si scorgevano corpi abbandonati nell'illusione di giardini pensili e se non fosse stato per i salti distratti delle dita nell'estirpare il secco dalle foglie sarebbero sembrati inanimati.
L'esposta intimità dei panni stesi velava nostalgie di nudità su sedie arrugginite giunchi consunti plastiche travestite da stoffe floreali a soleggiarsi intenti erano ancora in molti.
Disteso sui colori ormai sbiaditi di un lettino pieghevole tentava di stordirsi nel primo pomeriggio inseguendo memorie di campagna. T
eneva gli occhi chiusi non tanto per la luce quanto per evitarsi ovvietà di vedute sulle case incombenti e contatti con sguardi fronteggianti da fessure curiose e inopportune.
Da anni già soffriva per quell'assedio statico al suo vecchio terrazzo che un crimine urbanistico dannava al livello inferiore dei palazzi arroganti oltre la strada.
L'ultima sua speranza era una scossa sismica che rendesse giustizia della disparità e gli ampliasse la vista sui contrafforti densi di macerie ma amara si opponeva la realtà come è solita fare ad ogni intensità di desiderio.
Così accaldato ascoltava il suo corpo inumidirsi nel buio delle ciglia immaginando le mutanti estensioni dei deserti e tutto questo nonostante il cupo ansimare del viale in sottofondo.
Pieno di voglie e di insoddisfazioni spesso godeva delle sue fantasie e amava divertirsi con se stesso non avendo trovato al di fuori coincidenze indolori ma riaffiorando a volte dal suo solitario esercitarsi si sospettava incline al troppo vizio e incerto poi restava sulla necessità di una sosta.
Sentendosi spiato da occhi sconosciuti limitava il suo gioco al proprio interno quel giorno sul terrazzo e inerte fingeva di dormire per nascondersi al mondo circostante come sulla parete il geco trasparente.
Ma l'eccessiva arsura a tratti lo spingeva al movimento e fu così che sollevando un braccio con piacere distinse il proprio odore e si desiderò senza pudore.
La vita gli era stata spesso amara non più di quanto tuttavia comunemente avvenga negli umani destini e come tutti avendo elaborato strategie di difesa cadde in un avvolgimento progressivo per ripararsi da giudizi esterni.
Ma fino a quell'istante di calda solitudine mai si era emozionato per se stesso con tanta intensità e avrebbe continuato a fiutarsi la pelle se violento il rumore di fronte di una finestra aperta all'improvviso non lo avesse sottratto a quella ebbrezza.
Sempre era il fuori a rovinargli il dentro un suono una parola una luce sbagliata la realtà fermentava di banali aggressioni e spesso di energie si sentiva svuotato nel tentativo di non contaminarsi.
Entrò in casa sfuggendo gli edifici opprimenti e in corridoio si incontrò allo specchio con un sorriso di complicità.
Era distante ancora la piena decadenza e il grigio sulle tempie si mostrava discreto e il corpo non soffriva dei gonfiori del tempo - è un uomo interessante - dicevano persone d'ogni sesso - ma un po' strano.
Era stato soggetto in gioventù a ventate d'amore incontrollato il cui acquietarsi gli aveva procurato un vuoto minaccioso.
Negli anni la speranza di provare emozioni tenaci era venuta meno a volte si addentrava in situazioni insolite o impossibili senza avere il coraggio di rischiare a volte nauseato dalla normalità volgeva in odio ogni eventuale affetto e diventava preda di ansie distruttive.
Si era aggravato infine il suo isolarsi e adesso sprofondava in monologhi oscuri per la paura di intimità promiscue ma mai si era sorriso come quel pomeriggio di settembre.
Con il suo odore ancora nella mente cominciò a preoccuparsi di tanta esaltazione poiché non lo saziava pienamente quel suo modo di amarsi di qualcos'altro infatti sentiva la mancanza che fosse dentro o fuori ancora non sapeva.
Non uscì quella sera per non dover parlare di se stesso agli amici invadenti e preferì pensare nel suo letto chiedendosi un consiglio fino all'alba.
Per quanto ritenesse un poco dubbia l'ipotesi analitica decise di tentare affidando a un estraneo il suo malessere e tra i tanti dottori per prima fu una donna a concedergli udienza.
Si insospettì di quella via elegante e delle stampe appese nell'ingresso dove il portiere lo colse di sorpresa rispondendo al vagare dei suoi occhi e gli indicò la giusta direzione.
Suonato il campanello avvertì avvicinarsi qualcuno oltre la porta a passi forti e lenti. La fine dell'attesa si tramutò in stupore che gli alterò lo sguardo troppo a lungo così che si irritò la dottoressa per essere costretta a presentarsi.
Ma aveva fianchi larghi e gambe ardite oltre la gonna stretta e una parte del seno prorompeva dalla camicia abilmente dischiusa e i capelli scendevano liberi sulle spalle pronti ad accompagnare i gesti della testa.
Accomodata dietro la scrivania la terapeuta assunse un aspetto più grave e lo fissò priva di compassione.
Fu costretto a interrompere il silenzio esponendo il suo caso ma non riuscì a evitare che gli occhi scivolassero dal volto dentro la cavità del seno oltrepassando il collo ingioiellato.
Impassibile l'altra continuava a osservarlo senza cordialità e lenti trascorrevano i minuti pesanti di disagio e di vergogna.
Giunto alla conclusione del racconto si dispose a ricevere il giudizio come uno studente esaminato.
La terapeuta scrisse una ricetta e gli comunicò gli orari degli incontri - intanto prenda questa medicina affronteremo in seguito il problema - disse senza aspettare il suo consenso.
Pur non provando molta simpatia per quella donna rigida e volgare si ritrovò coinvolto nel suo gioco e ne accettò le regole esitante.
Si affezionò con entusiasmo ai farmaci sperando che il suo male fosse soltanto uno scompenso chimico da controllare periodicamente e cominciò a prescriversi dosaggi meno cauti per confortarsi più rapidamente.
Si dedicava a questo in gran segreto sottraendosi a critiche e consigli e in breve tempo divenne un attento lettore di istruzioni e avvertenze che ripassava spesso prima di dormire come un devoto fa con le preghiere.
Si convinse all'inizio di avvertire i segni lievi di un miglioramento poiché stordito dalle sostanze magiche dimenticava di non stare bene e la notte affondava in una letargia priva di sogni che al risveglio tardava a scomparire.
Sentiva diradarsi il desiderio di sé che gli tornava qualche volta in bagno incontrando il suo corpo da lavare ma l'acqua si prendeva l'odore della pelle restituendo una purezza anonima e la voglia di amarsi si perdeva.
Avvenne tuttavia che viaggiando su un autobus affollato certi contatti gli sollecitarono colpevoli memorie e nonostante i farmaci l'impulso di esaudirsi lo turbò.
Fu l'ultimo giorno di quel caldo innaturale quando le nuvole si addensarono in cielo e la gente fiutò l'arrivo dell'autunno. Che si manifestò spietatamente e in molti si pentirono di esserselo augurato.
Umido si trovò dinnanzi all'arroganza del portiere e si avviò contrariato alla seduta finché la pioggia non divenne un'eco lasciata oltre la porta dello studio.
Stava vivendo il cambiamento climatico come un evento punitivo provocato dalla sua perversione. La dottoressa disapprovò questa interpretazione - mi parli piuttosto di sua madre - lo interruppe decisa.
Seguiva infatti un metodo direttivo e disdegnava l'onirico torpore dei lettini e il digredire verbale in due o tre incontri puntava con chiarezza al nucleo del problema e lo disintegrava.
Lo avvampò il rosso acceso delle labbra e le unghie smaltate di fresco così per non deluderla ricordò di sua madre solo le nefandezze castratorie.
Ma più che nel deporre si stava concentrando nel guardare e gli occhi avidamente si bevevano quella dovizia tutta femminile di trucchi e di lustrini e di profumi dolci.
Si eccitò quella sera annusandosi addosso le tracce del colloquio e con la scusa di un dono cercò in vari negozi quell'inebriante essenza.
Se ne cosparse il petto e anche più giù e non ebbe bisogno di altre azioni.
Che strano - disse un amico al ristorante - questo odore mi nausea chissà da dove viene. Alcuni si stupirono di vederlo rasato e gli scoprirono un volto delicato con la scomparsa della barba ruvida dietro la quale da anni si celava per pigrizia o difesa non si sa.
In poche settimane la terapia divenne consuetudine e nelle sospensioni tra una seduta e l'altra i farmaci colmavano il vuoto dell'attesa.
Il ventuno dicembre nelle scuole le maestre pedanti annunciarono l'arrivo dell'inverno e gli scolari delle prime classi avvisarono a casa i genitori che secondo gli umori ironici sorrisero o nervosi derisero la novità tardiva poiché da mesi ormai giacevano riposti i vestiti leggeri.
Nei vasi sui balconi marcivano i cadaveri di piante stagionali e i panni si asciugavano all'interno assorbendo gli odori di cucina.
Distrattamente a volte osservava la pioggia nel terrazzo e il respiro annebbiava i palazzi oltre i vetri custodendo il suo sogno di vedute diverse.
L'opacità del tempo riduceva di molto le mattine così che i pomeriggi si dilatavano in durate da infanzia anticipi protratti di oscurità notturne.
Da fuori il freddo gli dava protezione e restava per ore in gestazione dentro di sé indagando i segni del mutare.
A ogni colloquio diligente narrava le invadenze materne tentando di evitare con l'immaginazione le comuni ovvietà delle quali peraltro l'analista sembrava non accorgersi presa com'era dalla certezza diagnostica.
Ma più che al dire era intento a guardare l'esibirsi opulento della donna dall'ancheggiare ondoso dell'inizio ai gesti misurati del mestiere quando seduta si rappresentava in una pacatezza innaturale che accentuava il sospetto di fremiti nascosti.
Assimilava allora le emissioni aromatiche del corpo sospese nella quiete irreale dello studio dove una tenda di velluto scuro impediva all'esterno di turbare il morbido artificio delle luci liberando la vista da panorami banali.
Tuttavia non l'amava ma una sottile invidia in quei momenti era l'unico sentimento disponibile.
Mentre lo accompagnava alla porta provò quel giorno un improvviso impulso di toccarla non tanto per goderne quanto per valutare la consistenza dei fianchi che non sembrava corrispondere all'età ma si trattenne per educazione e il dubbio gli rimase dentro gli occhi.
Inevitabile arrivò il Natale che come è d'uso presso gli analisti avversi a un'eccessiva confidenza fu senza auguri.
Costretto ad un distacco prolungato finalmente ebbe il tempo di dedicarsi a se stesso e lieto si dispose a fare acquisti con i risparmi di quella interruzione.
Nei giorni e negli orari consacrati all'analisi si avventurò nei negozi limitrofi allo studio per acquietare l'ansia innovativa che si portava dentro ormai da qualche mese.
Si accorse infine di essere del tutto emerso dallo stadio larvale quando al concludersi del ciclo festivo si recò a fare visita alla madre quella mattina grigia dell'Epifania. Dal suo sguardo atterrito gli fu chiaro l'effetto devastante di una gonna aderente e di un trucco accentuato.
In poco tempo apprese l'equilibrio anche sui tacchi a spillo e fu allora che ritenne conclusa l'esperienza analitica.