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da Canzoniere della morte Einaudi 1999 |
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Il poeta è uno scienziato coi piedi sulla terra, sulla luna c'è andato da appena nato. Il poeta è un uomo un poco morto e conosce cose orrende chissà come per questo ride di voi di tutti voi. |
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Spesso penso alla morte al modo in cui dirò addio alla vita a come avrò la bocca in quell'istante le mani il corpo. Vorrei morire mi dico senza saperlo a tradimento in un momento in cui non me l'aspetto. Ma ecco che l'alba riaffiora assurda e la vita ridiventa l'incontenibile gioco. Inutile fuggire bisogna accettarsi o rompere o sparare o uccidere o uccidersi occorre ribellarsi forse annientarsi forse uccidersi qualcosa bisogna fare uccidere forse forse annientarsi cercare l'esaltante nullità dei morti. |
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Inutile trovare un rimedio una segreta fonte sorgiva a una mente acrobata malsana inutile girare girarsi girovagare imporsi la luce o l'annientamento un fiato mi perseguita da tempo un fiato grosso di cadavere. Eppure ancora riesco a gustare la luce del vento le sue fitte d'argento mentre sfocia nel sole ancora so leggere le stelle la dolce tremenda luna serale le primizie invadenti delle stagioni. E allora che fare? Una cosa sola mi sciupa la morte: sarei dovuto morire prima di procreare.
Se su una moto vai incontro a un grattacielo e dietro c'è una stella per un'ovvia ragione vedi la stella cadere: allora per incanto esprimi un desiderio: io vorrei una grande esplosione.
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La civetta caccia nella calma delle notti ma stasera che la pace è limitata dalla grandine e dal temporale in qualche vecchio rudere starà con lo stomaco vuoto il collo ritirato fra le ali gli occhi dolci come lampade a petrolio. Domani sazia dominerà il silenzio con le ciglia che battono lente come l'orologio della torre. |
Il maiale era lì che mi guardava. Il macellaio faceva finta di niente e gli girava intorno indeciso col coltellaccio allucinato. Voltai l'angolo il maiale pareva implorarmi a restare posando alla catena come un lupo in olfatto. Così rimasto incantato non sentì il coltello forargli la gola e non vide il sangue colargli a dirotto. Era tutto concentrato a rivedermi apparire.
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Ultima lettera di un suicida modello A questo punto cercate di non rompermi i coglioni anche da morto. È un innato modo di fare questo mio non accettare di esistere. Non state a riesumarmi dunque con la forza delle vostre certezze o piuttosto a giustificarvi che chi s'ammazza è un vigliacco: a creare progettare ed approvare la propria morte ci vuole coraggio! Ci vuole il tempo che a voi fa paura. Farsi fuori è un modo di vivere finalmente a modo proprio a modo vero. Perciò non state ad inventarvi fandonie psicologiche sul mio conto o crisi esistenziali da manie di persecuzione per motivi di comodo e di non colpevolezza. Ci rivedremo ci rivedremo senz'altro e ne riparleremo... Addio bastardi maledetti vermi immondi addio noiosi assassini. |
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Presso mezzogiorno mi sono scavata la fossa nel mio bosco di querce, ci ho messo una croce e ci ho scritto sopra oltre al mio nome una buone dose di vita vissuta. Poi sono uscito per strada a guardare la gente con occhi diversi.
Il suicidio è in noi fa parte della nostra pelle in essa vibra respira si esalta appartiene alla nostra vita plana sui nostri pensieri spesso senza motivo: a volte l'idea sola ci conforta ci basta l'effetto al momento è identico ci pare di rinascere una nuova forza stordente per un poco ci possiede ci fa sentire immortali. Perciò io ho rispetto di chi muore così di chi così si lascia andare perché solo chi si nega la vita sa cosa significa vivere. L'assuefazione il contagio il tirare avanti la sopravvivenza son solo cose per chi ha paura di frugare e di guardarsi dentro.
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Il falco lanario
Come un aereo solare senza rumore se non fra le ali il canto di un vento luminoso circondava il lanario il vecchio casolare desolato in collina tra le spine e i papaveri. Assorto stavo lì a guardarlo roteare a spirale lento come sospeso a caccia del rondone. Si spostava ogni tanto anche più di là fra gli ulivi e il raro verde. Un silenzio di fiaba avvolgeva la collina. Quando sarò morto e dopo un mese appena come denso muco color calce e cemento mi colerà il cervello dagli occhi se mi si prende per la testa (l'ho visto fare a un mio cane disseppellito per amore o per strapparlo ai vermi) per favore non dite niente ma che solo si immagini la mia vita come io l'ho goduta in compagnia dell'odio e del vino. Per un verme una lumaca avrei dato la vita: tante ne ho salvate quando ero presente sciorinando senza vergogna l'etichetta della pazzia con l'ansia favolosa di donare. Per favore non dite niente.
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Io spero che un giorno tu faccia la fine dei falchi, belli alteri dominanti l'azzurrità più vasta, ma soli come mendicanti. |
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Il poeta esce col sole e con la pioggia come il lombrico d'inverno e la cicala d'estate canta e il suo lavoro che non è poco è tutto qui. D'inverno come il lombrico sbuca nudo dalla terra si torce al riflesso di un miraggio insegna la favola più antica. |
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Chi muore lentamente in fondo al lago fra l'azzurro e i canneti non muore soffocato ma lievita piano in profondità. Avrà sul capo una foglia e su di essa un ranocchio a conferma dell'eternità.
Io ho l'incubo della mia vita fatta di grandi sconcertanti conoscenze e di sogni paurosi. Per questo credo di vivere ancora per poco e non rischiare di sfiorare l'eternità. Se passa una nube fra incerte piogge quella è nube in cerca di serenità.
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Se si potesse imbottigliare l'odore dei nidi, se si potesse imbottigliare l'aria tenue e rapida di primavera se si potesse imbottigliare l'odore selvaggio delle piume di una cincia catturata e la sua contentezza, una volta liberata. |
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Quando sarò morto che non vi venga in mente di mettere manifesti: è morto serenamente o dopo lunga sofferenza o peggio ancora in grazia di dio. Io sono morto per la vostra presenza. |
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Un giorno di questi farò di tutto, tutto farò filare liscio, i pensieri e gli occhi anche le nuvole raddrizzerò. La mia ascia sarà inesorabile.
Un giorno di questi comanderò, come un Dio tutto vorrò a me comparato. Capre galline voleranno sulle teste umane come rettili nei fiumi e fra le aride rocce un giorno di questi comincerò. |
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da Ancòra un anno Capone 1981 e 2007 |
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Ogni tanto aprono la bocca! Ci sono poeti che di vivere fanno solo finta. Si profumano si aggraziano si atteggiano conoscono almeno mille termini inglesi e francesi i più sofisticati e parlano solo se sanno di non essere capiti così di loro si dirà: ma come parla bene! poeti diffidenti inaccostabili divini che non valgono niente convinti che ad ogni costo che tutto è deludente. Nei loro versi si decanta l'invincibile infelicità la grande incomunicabilità ma in verità tutto questo proprio non ce l'hanno se lo vanno a cercare per un triste poetare e traggono l'arte in inganno. Ogni tanto aprono la bocca e ti mostrano la lingua per farti vedere che oltre a parlare sanno anche leccare. Evviva il poeta! evviva la sua canzone di bestia in estinzione! 25 luglio 1978
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di Rossano Astremo Sono passati vent’anni dalla morte di Salvatore Toma, poeta pugliese (di Maglie, paese della provincia di Lecce) morto tragicamente all’età di 36 anni nel 1987. Toma ha ottenuta una discreta celebrità postuma, grazie all’interessamento di Maria Corti, che curò il Canzoniere della morte, una sorta di best of, pubblicato da Einaudi nel 1999. Molti dei testi più validi presenti nella raccolta curata dalla Corti appartengono ad un volume, “Ancora un anno”, uscito una prima volta nel 1981, edito da Capone, ed ora ripubblicato dallo stesso editore, in occasione del ventennale della morte del poeta. Presenti in questo volume gli elementi topici della poetica di Toma, l’esaltazione della natura, contro le immani catastrofi dell’umanità, la continua lotta tra reale e sogno e il dialogo ossessivo tra vita e morte, dove quest’ultima non rappresenta la naturale conclusione della vita, ma la sua esaltazione, “una sorta di energia reattiva che fa coagulare e filtrare la vita nell’alambicco dell’esistenza”, come scritto da Donato Valli nell’introduzione al testo: “a creare progettare ed approvare / la propria morte ci vuol coraggio! / ci vuole il tempo / che a voi fa paura. / Farsi fuori è un modo di vivere / finalmente a modo proprio / a modo vero”. Toma, in vita, non ebbe rapporti semplici con l’editoria che contava. Tutte le sue raccolte, infatti, sono state pubblicate da piccoli editori. Scrive Maurizio Nocera, nella pagina di presentazione di questa nuova edizione di “Ancora un anno”: “La silloge “Ancora un anno” fu per Toma uno dei suoi libri dal percorso più difficile. Non si trovava modo di farlo pubblicare. Venne rifiutato praticamente da tutti gli editori ai quali Totò lo inviò. Per di più ci fu qualcuno, come ad esempio Maurizio Cucchi, all’epoca responsabile della collana poetica della Mondatori che non solo lo osteggiò ma trovò modo di rispondere al poeta in modo alquanto sgarbato”. Toma è stato un poeta discontinuo. Alternava poesie di grande valore immaginifico, pure perle liriche, a testi poco efficaci. Siamo certi che il rifiuto di Cucchi sia legato a logiche estetiche e non “territoriali”. Ciò che è vero è che Maria Corti dovette far passare per suicida per riuscire a pubblicarlo postumo da Einaudi. Venne, invece, stroncato da una cirrosi epatica: “Anche da morto / io sarò un ribelle / uno strano tipo / giacché non c’è altro modo / oltre la morte / di curare i rimorsi i dispiaceri / la noia dei soprusi / le bruttezze le violenze / i capogiri della vita. / Mi sentirò bene anche da morto / e puro e semplice e ribelle”.
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Salvatore Toma nasce a Maglie, nel Salento, l'undici maggio del 1951. Prende il diploma di maturità classica, ma rinuncia ad intraprendere carriere e a costruirsi una vita cosiddetta borghese, e prosegue la sua esistenza in una vita appartata, tanto più libera e consona al suo carattere quanto più distante dai suoi concittadini e dal mondo moderno, ed è qui che ha la possibilità di dispiegare la sua poetica. Il giovane visse per lo più nell'appezzamento di terra della famiglia, nei dintorni di Maglie, dove allevava cani di razza inglese, e in un querceto, detto "delle Ciàncole", dove trascorreva ore su un certo albero. Il suo vivere stravagante e solitario era un riflesso del suo carattere votato a una naturalità selvaggia e pura. Cominciò precocemente l'uso dell'alcol che lo accompagnò per tutto l'arco della sua breve vita, e che esasperò in lui la sua carica di passionalità e di desolazione. Si suicidò il diciassette marzo 1987, a trentacinque anni. Tre sono i temi fondamentali della poetica di Toma: il senso della morte e l'atto del suicidio, l'amore verso gli animali e i sogni. Essi sono animati da convinzioni profonde: per Toma il sogno è in grado di trasformare il mondo intero nella sua favola; il vivere a contatto con la natura gli diede la possibilità di scoprire "nell'ingenuità " misteriosa degli animali una superiore purezza, un senso di definitivo, una superiorità profonda nei confronti dello stretto mondo degli uomini. E poi c'è il tema della morte e della vita, e del suicidio, tema più ampio e che, bene o male, riveste tutta la poetica dell'autore. Ciò che rende potente la scrittura di Toma sull'argomento del suicidio, è la validità sicura e alta che egli dà a quest'atto da tutti ritenuto vile e orrendo. Egli è dalla parte di chi si suicida, e non vi vede alcunché di vile nel "farsi fuori"; e se il mondo impone che "suicidarsi" non è cosa buona, è perché il mondo non vede quanto poco buono sia esso stesso. |
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Bibliografia Prime rondini, Gabrieli, Roma 1970 Ad esempio una vacanza, Gabrieli, Roma 1970 Poesie scelte, Ursini, Catanzaro 1977 Un anno in sospeso, Lalli, Poggibonsi 1979 Ancora un anno, Capone Cavallini, I ed. Lecce 1981, II ed. 2007 Forse ci siamo, Quaderno del pensionante dei saraceni, Lecce 1983 Postumi: Gaetano Chiappini, Per Salvatore Toma Poeta in esilio, Editrice Magliese, Maglie 1997 Il canzoniere della morte, Einaudi, Torino 1999 |
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© 2003/2008 SÉ-SITO webmater I materiali presenti in questa pagina sono tratti da fonti pubbliche, la loro riproduzione è conforme all'originale, se ne cita la fonte e l'eventuale individuazione mediante link. pagina aggiornata il 2 gennaio 2008
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