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"Contadini del Sud, contadini del Nord. Materiali e documenti sul mondo contadino in Italia a 50 anni dalla morte di Rocco Scotellaro", a cura di Giovanni Kezich e Emilia De Simoni "Musiche tradizionali del Molise. Le registrazioni di Diego Carpitella e Alberto M. Cirese", a cura di Maurizio Agamennone e Vincenzo Lombardi Arjun Appadurai, "Sicuri da morire" Francesco Faeta, "Questioni italiane. Demologia, antropologia, critica culturale" Jessica Benjamin, "L'ombra dell'altro. Intersoggettività e genere in psicoanalisi" "Antropologia e psicoanalisi. Temi e protagonisti di un dialogo incompiuto", a cura di Roberto Beneduce e Elisabeth Roudinesco Enzo Siciliano, "Prima della poesia" "Culture, Subject, Psyche. Dialogues in Psychoanalysis and Anthropology", edited by Anthony Molino Roger Caillois, Claude Lévi-Strauss, "Diogene coricato. Una polemica su civiltà e barbarie" Carlo Severi, "Il percorso e la voce. Un'antropologia della memoria" Jalâl ad-Dîn Rûmî, "Il libro delle profondità interiori" Mauro Mancia, "Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert" Tullio Tentori, "Il pensiero è come il vento. Storia di un antropologo" BIOGRAFIA DI TULLIO TENTORI Hans Magnus Enzensberger, "Gli elisir della scienza. Sguardi trasversali in poesia e in prosa" María Zambrano, "Chiari del bosco" Luca Casadio, "Le immagini della mente. Per una psicoanalisi del cinema, dell'arte e della letteratura" Massimo Canevacci, "Sincretismi. Esplorazioni diasporiche sulle ibridazioni culturali"
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SM Annali di San Michele 18/2005 |
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Atti del Seminario Permanente di Etnografia Alpina (SPEA 8 - 2003) e di Materiali di Antropologia Visiva (MAV 9 - 2003)
*** INDICE DEL VOLUME
Scotellaro, Sebesta e Wolf: per un'antropologia del mondo contadino, di Giovanni Kezich L'esperienza dei Materiali di Antropologia Visiva (MAV) al Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari, di Stefania Massari
SCOTELLARO A TRENTO (1940-1941) - I giorni del nord, di Giovanni Gozzer - L'arrivo al liceo Prati, di Giovanni Gozzer - Trento in versi, di Giuseppe Colangelo
1. CARATTERI ORIGINARI, STORIA E SOCIOLOGIA DELLA CONDIZIONE CONTADINA IN ITALIA - Il lavoro contadino del Sud e del Nord. Significato, strutture, analogie e diversità, di Gaetano Forni - Gli arazzi dei mesi Trivulzio. Una rilettura etnografica, di Italo Sordi - L'introduzione delle piante americane nel mondo contadino sardo, di Alessandra Guigoni - Contadini di città, di Gian Paolo Gri - Contadini e allevatori del Nord nelle transizioni rurali del XX e XXI secolo, di Michele Corti - Per la conoscenza della condizione contadina in Italia: le lotte sindacali nelle campagne tra il 1945 e il 1953, di Sergio Zaninelli - Contadini di montagna. Stereotipi, dinamiche economiche e giochi d'identità, di Valeria Siniscalchi
2. LA RICERCA DEMOLOGICA NEL MERIDIONE NEGLI ANNI '50 E '60. ROCCO SCOTELLARO E L'ESPERIENZA DEL MERIDIONALISMO - Annabella Rossi, quando il metodo è vita. Nel meridione di Scotellaro e De Martino, di Laura Bonin - Per Rocco Scotellaro: letizia, malinconia e indignazione retrospettiva, di Alberto Mario Cirese - Con falce e libro in mano: Scotellaro e altri giovani, di Emilia De Simoni - Lo sguardo di Melissa. Una nota sul realismo etnografico di Ernesto Treccani, di Francesco Faeta - Mezzogiorno e cultura nazionale, di Raffaele Giura Longo - Ricerche etnolinguistiche e interventi di animazione culturale nella Basilicata di Scotellaro, di Corrado Grassi - La speranza di un'alba. di Luigi Maria Lombardi Satriani - Rileggere Scotellaro tra "locale" e "globale". Appunti per una riflessione, di Maria Luisa Meoni - All'incrocio degli sguardi. I contadini lucani tra descrizioni esterne e rappresentazioni interne, di Ferdinando Mirizzi - Dopo Scotellaro: trasformazioni epocali nel mondo contadino meridionale, di Angelo Siciliano - Contadini per caso e per necessità. Aspirazioni di vita nel Sud povero del secondo dopoguerra, di Pancrazio Toscano
3. LA CULTURA DEL MONDO CONTADINO: LINGUE, FIABE, STORIE, CANTI, MUSEI - Raccontare è raccontarsi? Fiaba e autobiografia nelle narrazioni contadine, di Marcello Arduini - La materia del vissuto: frammenti di vita contadina fra Nord e Sud, di Maria Elena Giusti - Attualità e memoria del canto contadino. Trentino e Basilicata: esperienze di ricerca, di Ignazio Macchiarella - Contadini al museo, di Massimo Pirovano
RICORDIAMO Giuseppe "Bèpo" Sebesta, di Giovanni Kezich
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Le registrazioni di Diego Carpitella e Alberto Mario Cirese (1954) a cura di Maurizio Agamennone e Vincenzo Lombardi Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Squilibri, Roma, 2005 |
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Nei primi giorni del maggio 1954 Diego Carpitella e Alberto Mario Cirese raccolsero in Molise un imponente corpus di musiche vocali e strumentali nel corso di una rilevazione che riguardò Fossalto, in occasione del rito primaverile della Pagliara, e le comunità albanesi di Ururi e Portocannone. Di grande interesse anche dal punto di vista linguistico, la Raccolta 23 del CNSMP, oggi Archivi di Etnomusicologia, consente di rievocare la vita di una comunità rurale in un contesto largamente preindustriale, fornendo una testimonianza sonora di repertori, di preponderante afferenza femminile, oggi in disuso quali espressioni cantate nell'azione ludica e magica o nell'interazione con i bambini, ninne nanne, inni devozionali, canzoni narrative, canti di lavoro, forme rituali del pianto e, di esecuzione maschile, monodie satiriche e musiche cerimoniali per le corse dei carri. La musica della Pagliara prevedeva in particolare l'uso, ormai estinto, di una zampogna di piccole dimensioni, con due chanter e un bordone, sconosciuta nel resto d'Italia.Una documentazione sonora di imprescindibile importanza ai fini di una ricostruzione del patrimonio musicale molisano, restituita a studiosi e appassionati nel CD allegato al volume - esito editoriale di una fruttuosa collaborazione con la Provincia di Campobasso - con un'ampia introduzione critica, i testi poetici con traduzione in italiano, due scritti di Carpitella e Cirese contigui alla raccolta, alcuni pionieristici sulle comunità arbereshe molisane, un significativo corpo di fotografie e, a cinquant'anni di distanza, un'intervista allo stesso Cirese. Maurizio Agamennone è stato allievo di Diego Carpitella presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Ha completato gli studi musicali presso i Consevatori di Musica di Frosinone e Cagliari. Presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze, ha istituito e coordina le attività del Seminario permanente di intercultura. È stato docente presso la SSIS-Lazio e ha tenuto corsi presso la SSIS-Puglia (Bari-Lecce). Ha insegnato presso le Università di Venezia e Lecce, e nei Conservatori di musica di Perugia, L'Aquila e Campobasso. È membro del comitato scientifico di numerose fondazioni e istituzioni culturali. Ha partecipato a decine di convegni, e realizzato oltre un centinaio di pubblicazioni scientifiche: si è occupato di diverse questioni teoriche in etnomusicologia, delle forme di poesia cantata, delle procedure e assetti performativi nelle polifonie, delle attività e produzioni dei "musicisti migranti" in ambiti e percorsi di globa(gloca)lizzazione. Come operatore della formazione professionale ha ideato e tenuto numerosi corsi per musicisti, nel quadro di progetti d'integrazione comunitaria (UE). Come operatore culturale ha ideato e diretto numerosi festival (La Notte della Taranta, nel Salento; Festival internazionale della zampogna, in Molise) e programmi di spettacolo dal vivo, ed è stato a lungo presente nella radiofonia culturale. In età più giovanile ha svolto attività di esecutore, come contrabbassista, in orchestra e ensemble. Infine, ha ideato e realizzato la pubblicazione di numerosi CD, con documenti sonori relativi alla vita musicale di piccole comunità residenti in alcune regioni italiane e musiche originali presentate nell'ambito di diversi programmi di spettacolo dal vivo. Vincenzo Lombardi, direttore della Biblioteca provinciale "Pasquale Albino" di Campobasso, è autore di numerose ricerche in ambito storico, musicologico e biblioteconomico. Laureato in Lettere e diplomato in Flauto e Didattica della musica, ha insegnato presso gli istituti secondari della regione e oggi è docente di Etnomusicologia presso l'Università degli studi del Molise. Si occupa delle tematiche di emigrazione curando le attività promozionali e scientifiche del Centro Studi sui Molisani nel Mondo e scrivendo articoli e saggi sull'argomento. |
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Sicuri da morire Meltemi, Roma, 2005 |
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Perché gli anni Novanta, e cioè il periodo di quella che oggi chiamiamo la “tarda globalizzazione”, sono diventati l’epoca della violenza su vasta scala in diverse società e regimi politici? Quando parlo di “tarda globalizzazione” (con più di un’allusione al “tardo modernismo”) faccio riferimento a una serie di prospettive e progetti utopistici che hanno assunto credibilità in molti paesi, Stati e sfere pubbliche dopo la fine della guerra fredda. Queste prospettive trovavano espressione in una serie di dottrine, collegate tra loro, sull’apertura dei mercati e il libero commercio, sulla diffusione delle istituzioni democratiche e delle costituzioni liberali, e sugli effetti benefici di internet (e delle relative tecnologie cibernetiche) per attenuare le ineguaglianze sia entro che tra le società, e per accrescere le quote di libertà, trasparenza e buon governo anche nei paesi più poveri e più isolati. Oggi, a parte i più fanatici sostenitori di una sfrenata globalizzazione economica, nessuno crede più che il libero mercato ed elevati livelli di integrazione economica e finanziaria internazionale producano necessariamente effetti a catena positivi. Perché dunque un decennio caratterizzato dal sostegno generalizzato per l’apertura dei mercati, la libertà di movimento dei capitali finanziari e le idee liberali di regime costituzionale, buon governo e libera espansione dei diritti umani ha prodotto da un lato così tanti esempi di pulizia etnica e dall’altro forme così estreme di violenza politica contro le popolazioni civili (un buon modo per definire la tattica terrorista)? Per riuscire a comprendere in modo più articolato come la globalizzazione si intersechi con la pulizia etnica e il terrore, ritengo utile partire da una serie di idee interrelate. Il primo passo consiste nel riconoscere che dietro l’idea stessa di Stato nazionale si nasconde un concetto essenziale e pericoloso: quello di ethnos nazionale. Nessuna nazione moderna, per quanto benevolo possa essere il suo sistema politico e per quanto nette siano le sue dichiarazioni pubbliche sui valori della tolleranza, del multiculturalismo e dell’inclusione, si sottrae completamente alla convinzione che la sua sovranità nazionale si basi su una qualche forma di genio etnico. Un’istanza di questa prospettiva è stata recentemente espressa con disarmante franchezza da Samuel Huntington (2004), nel suo pubblico e allarmato appello sul modo in cui gli ispanici degli Stati Uniti starebbero rischiando di recedere dallo stile di vita “americano”, concepito evidentemente come una dottrina culturale rigidamente euro-protestante. È quindi impossibile sostenere ancora l’idea che le tesi etnonazionaliste riguarderebbero esclusivamente oscuri Stati baltici, farneticanti demagoghi africani o gruppuscoli nazisti in Inghilterra e in Europa settentrionale. Diversi studi hanno posto in evidenza come l’idea di un ethos nazionale specifico, lungi dall’essere espressione naturale di questo o quel luogo, venga invece generata e naturalizzata con grande sforzo, grazie alla retorica della guerra e del sacrificio, attraverso discipline vessatorie di uniformazione educativa e linguistica, e attraverso la soppressione di una miriade di tradizioni locali e regionali, al fine di produrre indiani, francesi, bretoni o indonesiani (Anderson 1991; Scott 1998; Weber 1976). Alcuni dei nostri maggiori teorici della politica, in modo particolare Hannah Arendt (1951), hanno inoltre fatto notare che l’idea di popolo nazionale costituisce il tallone d’Achille delle moderne società liberali. Nell’argomentazione che sviluppo in questo volume, prendo lo spunto dalle idee di Mary Douglas (e di molti altri antropologi) per suggerire che la strada che conduce dal genio etnico a una cosmologia totalizzante della sacralità nazionale, fino alla purezza e alla pulizia etnica, è sostanzialmente un percorso in linea retta. Alcuni sostengono che un simile rischio riguarderebbe solo quelle comunità moderne che, erroneamente, hanno posto il sangue al centro della loro ideologia nazionale, ma a ciò si può ribattere che nazione e sangue, in tutto il mondo, sembrano intrecciarsi in un abbraccio ben più saldo e generalizzato. Tutte le nazioni, in determinate condizioni, pretendono corpose trasfusioni, esigendo solitamente il versamento di una parte del loro stesso sangue. In parole semplici, anche se nel corso della storia umana la linea tra “noi” e “loro” è sempre stata sfumata lungo i confini e confusa in caso di vasti territori e grandi numeri, la globalizzazione esaspera queste incertezze e produce un nuovo impulso alla purificazione culturale, mano a mano che un numero crescente di nazioni perde l’illusione della sovranità economica nazionale o del benessere. Questo punto ci ricorda inoltre che la violenza su larga scala non è semplicemente la conseguenza di una contrapposizione tra identità diverse, ma è essa stessa uno dei modi in cui viene prodotta l’illusione di identità univocamente definitive ed emotivamente coinvolgenti, in parte per attenuare le incertezze sull’identità che i flussi globali producono continuamente. Valutati in questa prospettiva, il fondamentalismo islamico o cristiano, e molte altre forme regionali e locali di fondamentalismo culturale, possono essere considerati parte di un quadro in evoluzione costituito dai tentativi di produrre nuovi livelli di certezza – di cui fino a tempi recenti non si sentiva l’esigenza – su temi come l’identità sociale, i valori, la sopravvivenza e la dignità. Arjun Appadurai è attualmente Provost and Senior Vice-President for Academic Affairs e John Dewey Professor in the Social Sciences presso la Graduate Faculty of Political and Social Science della New School University di New York. Antropologo con una lunga esperienza di ricerca nel subcontinente indiano, è considerato uno dei massimi esperti degli aspetti culturali della globalizzazione. Tra le sue principali pubblicazioni: Globalization (a cura, 2001) e Modernity at Large: Cultural Dimensions of Globalization (1996), editato da Meltemi nel 2001 con il titolo Modernità in polvere. Dimensioni culturali della globalizzazione. |
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Questioni italiane. Demologia, antropologia, critica culturale Bollati Boringhieri, Torino, 2005 |
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La prospettiva da cui l’autore osserva qui alcuni tratti della vicenda domestica è quella di una sostenuta critica culturale. I contadini del Sud, suo soggetto privilegiato di studio, sono visti anche nella loro diversità, ma soprattutto nella loro appartenenza al sistema nazionale e alle sue interne articolazioni. Lungi dall’essere un oggetto esotico, una residuale sopravvivenza che permette di rischiarare modalità culturali e sociali desuete, essi sono lo specchio attraverso cui possono essere osservati eventi e processi che hanno contribuito, in modo determinante, a costruire la realtà del paese. L’antropologo non esplora, in questo caso, l’esterno del sistema cui appartiene, né implode al suo interno, in una zona oscura dove imprevedibilmente si abbarbica un’irriducibile alterità, come è invalso nella nostra ricerca; si muove lungo una zona di margine, di confine di contatto culturale e di dialettica sociale. Soffermandosi sia su alcune modalità teorico metodologiche disciplinari, sia su alcuni aspetti della vicenda italiana, con l’intento di restituire modi peculiari di documentare e rappresentare, di rimuovere o enfatizzare l’alterità, di cercare o rifiutare il rapporto con essa, di interpretare e declinare le condizioni di egemonia e subalternità. |
dall’Introduzione
" […] Per via dell’itinerario concettuale che ho sintetizzato, i contadini del Sud, e particolarmente della Calabria, mio soggetto privilegiato di studio, sono stati visti anche nella loro diversità, ma soprattutto nella loro appartenenza al sistema italiano e alle sue interne articolazioni. Lungi dall’essere un soggetto esotico, una residuale sopravvivenza che permetteva di rischiarare modalità desuete del vivere e del pensare (magari da superare attraverso una decisa prassi riformista), essi sono stati lo specchio attraverso cui ho potuto osservare eventi e processi che hanno contribuito a costruire la realtà del Paese quale io l’ho conosciuta, quotidianamente vissuta e, dal Sessantotto in poi, politicamente contestata. Non all’esterno del sistema cui appartengo, insomma, e neppure all’interno, in una zona oscura dove imprevedibilmente si abbarbica un’irriducibile alterità, nelle Indie di quaggiù, come sovente è invalso nella nostra ricerca antropologica, ma lungo una zona di margine, di confine, di contatto culturale e di dialettica sociale, ho tentato di muovermi e di elaborare la mia riflessione. La mia critica, dunque, negli scritti qui presentati, la esercito essenzialmente sul Paese, sulla sua controversa realtà culturale, sulle modalità con cui ha guardato alla sua componente contadina e meridionale, con cui ha costruito alcuni dei propri orizzonti intellettuali e scientifici. Mi sembra, questo, un compito importante e, assai spesso, nei nostri studi, disatteso. La riflessione sui meccanismi della realtà nazionale è stata, infatti, per lo più, lasciata ad altri studiosi e ad altri apparati disciplinari: al di là di alcuni, sporadici, momenti emergenti, ben pochi apporti per definire in termini innovativi il campo di lotta intellettuale, i processi di formazione della cultura e della società, le linee di sviluppo delle concezioni di Stato e di nazione, la particolare declinazione delle idee e degli accadimenti nelle aree centrali o periferiche, da noi, sono venuti dagli studi antropologici. Mi ha interessato, invece, per fare soltanto qualche esempio significativo, guardare a fondo in un contesto religioso e simbolico (quello mariano) all’interno di una dimensione locale data, rovistando nelle pieghe della sua storia, ma mi ha interessato soprattutto individuare i processi culturali e politici che hanno contribuito alla semplificazione e sterilizzazione del contesto stesso; semplificazione e sterilizzazione che ritroviamo oggi alla base di marcate distorsioni intellettuali (penso al neoessenzialismo meridionalista, quale si esprime nei primi lavori di Franco Cassano e, in forma più ravvicinata, in un lavoro di Mario Alcaro, che sottopongo a una critica serrata). Mi ha interessato, ancora, puntare l’attenzione sulla complessità dell’orizzonte festivo nel Mezzogiorno (quale area marginale dell’Europa del Sud), e sulle sue connessioni con la dimensione locale, ma anche tentare di comprendere quali peculiarità della cultura scientifica nazionale propiziassero la diffusa idea della sua inconoscibilità. Mi ha interessato, insomma, soffermarmi sia su alcune modalità teorico-metodologiche disciplinari, sia su alcuni aspetti della vicenda italiana, con l’intento di restituire modi peculiari di documentare e rappresentare, di rimuovere o enfatizzare l’alterità, di cercare o rifiutare il rapporto con essa, di interpretare e declinare le condizioni di egemonia e subalternità. Ma, più ravvicinatamene, qual è la scansione interna di questa raccolta? Negli scritti relativi al primo nucleo tematico mi sono soffermato su oggetti di pertinenza, a vario titolo, della storia delle tradizioni popolari. Il presupposto che mi ha guidato è che lo sguardo demologico ha contribuito in modo determinante a costruire la realtà nazionale, particolarmente nella seconda metà dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, attraverso le rappresentazioni del mondo popolare che produceva, attraverso scarti, omissioni, enfatizzazioni, corto-circuiti o processi di messa in relazione. Così, rivisitare alcuni topoi demologici significa contribuire a disegnare in modo meno angusto e unilaterale la vicenda culturale e sociale nazionale. Ho cercato di dimostrare, innanzitutto, che alcuni materiali folklorici classici, quelli scaturiti dalla ricerca e dalla messa in pagina di accreditati studiosi meridionali, hanno la possibilità di essere ripensati quali prodotto, e strumento, di una vicenda sociale. Ho cercato di lavorare, poi, su un oggetto, il presepe, relativamente trascurato, nella convinzione di poter rileggere in chiave cosmogonica alcune forme della sua rappresentazione. Ho tentato, infine, di comprendere quali meccanismi presiedessero, in ambito museale, alla trasformazione di un oggetto contadino in reperto, ritenendo che le pratiche museografiche siano parte integrante di quel processo di rappresentazione colta del mondo popolare di cui ho testé scritto. Per quel che concerne il secondo nucleo tematico, mi sono soffermato su alcuni nodi storiografici e interpretativi presenti nella realtà del nostro Paese. Mi sono cimentato, in particolare, con certi aspetti delle recenti derive “etniche” del meridionalismo, confrontandoli con le ipotesi proposte dal secondo dopoguerra sino agli anni Settanta dai contadini, dalle intellighentie e dalle dirigenze politiche progressiste; con le modalità di raffigurazione esotica del Mezzogiorno nel periodo del Neorealismo; con la possibilità di rilettura della festa religiosa, nel contesto cattolico, quale fondamentale strumento di espressione e di organizzazione politica dei mondi locali. Partendo, infine, dall’idea di un legame organico tra contesti cerimoniali e rituali e poetiche e politiche che sovrintendono alla località, nel terzo nucleo tematico, ho tentato di dar conto dei risultati di due ricerche di terreno svolte in aree diverse della Calabria contemporanea: la prima relativa a un pellegrinaggio estivo, la seconda all’uso dell’acqua. L’obiettivo che mi sono posto in questi ultimi scritti è stato essenzialmente quello di dimostrare la complessità dei sistemi simbolici, la loro stratificazione storica, la stretta relazione che essi intrattengono con la vita materiale e la struttura sociale. Il tutto con un intento polemico trasparente: quello di contestare un’immediata lettura in chiave di processi sociali elementari dei dispositivi mitici, rituali e simbolici (lettura oggi piuttosto in voga, se non altro come reazione all’imperante e astratto culturalismo di tanta parte degli studi nostrani) e di richiamare alle ragioni di una considerazione integrata e contestuale delle poetiche e delle politiche. Naturalmente non ho avuto altra ambizione, nello scrivere i singoli interventi, così come nel riproporli ora in un contesto coeso, che quella di porre sul tavolo alcuni problemi, di delineare qualche questione, di indicare una prospettiva di impegno e di studio che mi appare al contempo, urgente e feconda. […] " Francesco Faeta, professore ordinario di Antropologia culturale presso l’università degli studi di Messina è attualmente impegnato nello studio di alcuni tratti dell’immaginario sottesi alla formazione dell’idea nazionale e della forma statale italiane. Tra le sue opere più recenti: con Clara Gallini, I viaggi nel Sud di Ernesto De Martino (Bollati Boringhieri 1999); Il santo e l’aquilone. Per un’antropologia dell’immaginario popolare nel secolo XX (Sellerio 2000); Strategie dell’occhio. Saggi di etnografia visiva (Angeli 2003). |
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L'ombra dell'altro. Intersoggettività e genere in psicoanalisi Bollati Boringhieri, Torino, 2005 |
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Nella visione di Jessica Benjamin, intersoggettività indica lo spazio in cui si intrecciano e si sovrappongono psicoanalisi e teorie femministe, e l’essenza della psicoanalisi è definita come spazio di riconoscimento: l’analista e il paziente devono conoscere la propria soggettività e riconoscere quella dell’altro; la soggettività dell’analista è quella, anche, di un essere umano fallibile, che vede il paziente anche come una persona in grado di sapere e di parlare con autorevolezza. Siamo, in un senso molto ampio, all’interno della psicoanalisi relazionale, dove i riferimenti sono a parecchi dei nostri autori, fra i quali Mitchell, Rosenfeld, Stern, Stolorow. L’argomentazione dell’autrice si svolge in un costante dialogo con questi autori e con altri attestati su posizioni molto simili alle sue o invece radicalmente distanti, come Bion, Chasseguet-Smirgel, Derrida, Greenson, Irigaray, Klein, Kohut, Lacan, Loewald, Mahler, Sandler, Segal, Winnicott. Al di là dell’ambito psicoanalitico, le tematiche affrontate sono quelle della differenza, della posizione del soggetto e della costruzione della conoscenza.
Jessica Benjamin lavora a New York come psicoanalista ed è professore di Psicoterapia e psicoanalisi alla New York University. Tra i suoi lavori, sono stati tradotti in italiano Legami d’amore.I rapporti di potere nelle relazioni amorose (Rosenberg & Sellier) e Soggetti d’amore. Genere, identificazione, sviluppo emotivo (Cortina). |
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a cura di Roberto Beneduce e Elisabeth Roudinesco Bollati Boringhieri, Torino, 2005 |
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Nei primi decenni del Novecento la psicoanalisi ha lanciato la sua sfida alle scienze umane e sociali. Con Freud diventa però imperioso riflettere non solo sugli oggetti del conoscere (sogno, sintomo, inconscio, simbolo, rituale ecc.) ma anche sul soggetto e il desiderio del conoscere. L'antropologia, che cercherà di affrancarsi sempre più dall'ombra del colonialismo, accoglie la sfida rivisitando le proprie strategie ma anche interrogando i limiti di alcuni concetti (l'Edipo) in altre culture e correggendo taluni abusi lessicali (la nozione di feticcio, ad esempio). Nell'avviare con la psicoanalisi un dialogo spesso segnato da conflitti, essa incorpora tuttavia una nuova sensibilità metodologica. La svolta ermeneutica porterà a compimento questo processo, mentre nuove sfide emergono nei contemporanei contesti della ricerca (la postcolonia, la violenza della storia) o della cura (i processi migratori e l'etnopsichiatria clinica). I contributi raccolti in questo volume esplorano i passaggi fondamentali dell'incontro fra antropologia e psicoanalisi, e mostrano un'antropologia decisa a non smaterializzare l'Altro e i suoi prodotti. Scritti di: R. Beneduce, B. Pulman, E. Roudinesco, M. Augé, A. Zempléni, S. Pandolfo, M. Plon, C.H. Pradelles de Latour Roberto Beneduce insegna Antropologia culturale e psicologica all'Università di Torino. Ha fondato il centro Frantz Fanon, che si occupa dei problemi psicologici e sociali connessi alla migrazione. Fra i suoi lavori più recenti: Frontiere dell'identitàe della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo (Angeli, 1998, 20045) e, in questa stessa collana, Trance e possessione in Africa. Corpi mimesi storia (2002).
Elisabeth Roudinesco, storica, direttore di ricerca all'università di Paris-VII, vicepresidente della Société internazionale d'histoire de la psichiatrie, è autrice tra l'altro di una biografia su Jacques Lacan (1993) e di una Histoire de la psychanalyse en France (1986) entrambi presso Fayard. In questa stessa collana è apparso Quale domani? (con Jacques Derrida). |
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Prima della poesia Quiritta, Roma, 2004 |
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Agguerrito, in controcorrente, vitalissimo, Prima della poesia (pubblicato per la prima volta nel 1965) si mise al centro di quell'acceso dibattito tra nuovo e tradizione, poesia e ideologia, sperimentalismo e neoavanguardie. Ne venne fuori un libro scandalo. Ma anche l'eccezionale narrazione a presa diretta dell'Italia letteraria e politica che, a metà secolo, combatteva una delle sue più complesse vicende storiche: come diventare moderna. Il giovane Enzo Siciliano si rivelò un polemista raffinato. I suoi personaggi sono Bassani o Pasolini, Moravia e il Gruppo '63, il sound frizzante delle querelles letterarie del tempo. Paolo Febbraro "Un critico di alto mestiere" Le riproposte letterarie si compiono per nostalgia o per una sorta di interpretazione del presente, e dei suoi bisogni. Riproporre un intero libro di saggi critici, poi, vuol dire scrivere un altro saggio critico che comprenda una sola, lunghissima citazione, che ad esso corrisponde. Interessante è l’uso militante che due critici delle nuove generazioni come Arnaldo Colasanti e il giovane Flavio Santi fanno di un libro come quello di Enzo Siciliano, Prima della poesia (Quiritta, pp. 200, Euro 14,00), uscito in prima edizione quarant’anni fa. Colasanti è il curatore della collana in cui il libro appare, mentre Santi è l’autore della Postfazione, che giustifica la riedizione con una prova, riuscita, di resistenza agli attriti del tempo e dei nuovi saperi. Quando il libro esce, Siciliano ha poco più di trent’anni, ha esordito da poco nella narrativa con i Racconti ambigui - anch’essi recentemente tornati in libreria per i tipi delle edizioni Pequod - e, scrittore romano di formazione filosofica, si sta gettando nel pieno di una delle ultime grandi tempeste culturali che in Italia caratterizzano il mare novecentesco. Alcuni punti di riferimento cronologici serviranno a misurare la temperatura culturale di quegli anni. Fra il 1955 e il 1959 esce a Bologna la rivista "Officina", ove Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi e Francesco Leonetti sperimentano come critici e poeti il tentativo di uscire dalle sacche di ingenuità stilistica e di ideologismo in cui si era fatalmente perduto il neorealismo; è la seconda stagione pasoliniana, fra Ragazzi di vita, Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo, che approda al capolavoro critico dei saggi raccolti in Passione e ideologia (1960). Cinque anni dopo esce anche il volume con cui Franco Fortini tenta di interpretare il passaggio fra gli stili e le responsabilità degli anni della ricostruzione a quelli del neocapitalismo: ed è un titolo emblematico, perennemente valido, come Verifica dei poteri (1965). Sempre nella critica, si assiste all’ultima grande stagione di Giacomo Debenedetti e alla nascita di nuovi talenti come quelli di Cesare Garboli e Luigi Baldacci. "Il Menabò" di Vittorini è nel pieno delle sue inchieste su Letteratura e industria, "Nuovi Argomenti" s’interroga dal 1953 sul rapporto fra creatività e nuova Italia. Italo Calvino è nel periodo centrale della sua attività letteraria, fra narrativa e saggismo e sta maturando quella che sarà la sua svolta formalistica. D’altro canto, Anceschi e la sua rivista "il Verri", a partire dal 1956, riprendono e aggiornano le interrogazioni d’anteguerra sul rapporto fra oggetto e parola, giungendo a fiancheggiare prima e appoggiare poi la neoavanguardia dei Novissimi, organizzatisi in antologia nel 1961 e in vero e proprio Gruppo militante dal 1963. Escono L’isola di Arturo di Elsa Morante (1957), La noia di Moravia (1960), Il giorno della civetta di Sciascia e Ferito a morte di La Capria (1961), Memoriale di Volponi (1962); la poesia vede susseguirsi La bufera e altro di Montale (1956), la svolta "realistica" di Luzi e le opere maggiori di Caproni e Sereni. In breve, siamo nell’ultimo momento di complesso dibattito culturale che si sia prodotto in Italia, prima che con il ’68 l’attualità politica e le prospettive socio-economiche occupino gran parte della scena. Nel decennio che precede - è stato scritto - i letterati parlavano ancora come dei legislatori, o dei capi di Stato: presto avrebbero subito un’emarginazione progressiva, facendo appena in tempo a denunciare le distorsioni di quella società di massa che sempre meno avrà desiderio di ascoltarli. Visto così, ben collocato al centro di una vicenda assorbente e ardua, questo libro sembrerebbe tutt’al più fornire un valido documento alla storia della letteratura novecentesca. Senonché, il giovane Siciliano non faceva in esso opera di testimonianza, o di cronaca ragionata, bensì di saggismo problematico e moralmente teso. A trent’anni, infatti, un letterato lo si vede soprattutto nelle esigenze che pone e nell’altezza a cui va a cercare le risposte. A trent’anni Siciliano è innanzitutto un estetologo, che - pur senza avere la donchisciottesca tentazione di ricominciare tutto da capo dalla tabula rasa della gioventù (come capita fin troppo oggi) - si crede in dovere di domandarsi nuovamente e costantemente cosa sia la poesia. È questo, probabilmente, il frutto più autentico dei periodi storico-culturali che, ormai secondo abitudine, chiamiamo "di crisi": l’interrogazione sulle questione ultime del pensare critico, sui fondamenti stessi della specificità letteraria. Quei fondamenti Siciliano li vede infatti attaccati dal tecnicismo della Neoavanguardia, ovvero da coloro che si pongono come imitatori ed escogitatori di quell’entropia che sono i primi a provocare. Saggi puntuali e feroci come Avanguardia italiana: band-wagon, che in quegli anni si aggiungono brillantemente a scritti analoghi di Pasolini e Fortini, chiariscono perfettamente come alle esigenze inevase dalla letteratura neorealistica del secondo dopoguerra i primi anni Sessanta stavano tentando di rispondere con un ennesimo, evasivo e "piccolo-borghese" formalismo ludico e combinatorio. E lì emerge la statura del critico, l’educazione lungamente condotta sulle pagine dei maestri, la temperatura concettuale al cui fuoco le sirene avanguardiste della contemporaneità e del nuovo giungono presto a liquefarsi. Ma se l’opzione culturale di Siciliano è già sicura, essa si compie senza nessuna concessione alla faziosità spesso tipica dei giovani intellettuali. Leggere i saggi dedicati a Pasolini e ancor prima alla stessa avventura di "Officina" pone di fronte a problemi ancora non risolti, perfettamente individuati nel tormento che producono e perfino nelle sconfitte teoriche cui conducono. Nessun irenismo, dunque, e la parzialità se c’è è quella morale del vitalismo riflessivo alla Pasolini, e della testarda concretezza dell’atto critico, volto a ricercare la contraddizione delle opere umane anche quando gli eredi delle rarefazioni ermetiche cercavano di riportare l’Italia al suo eterno petrarchismo. |
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edited by Anthony Molino Wesleyan University Press, 2004 |
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The 20th century was marked by two profoundly different insights into the nature of humanity: one views each person as the product of unconscious desires, while the other sees the individual as the product of language and culture. While many still believe these two insights to be irreconcilable, there are a growing number of scholars attempting to integrate the psychoanalytic subject into their culturally-bound research. In this groundbreaking new work, Anthony Molino has collected in-depth interviews with seven renowned anthropologists and social theorists: MARC AUGÉ, VINCENT CRAPANZANO, KATHERINE EWING, GANANATH OBEYESEKERE, MICHAEL RUSTIN, KATHLEEN STEWART, and PAUL WILLIAMS. These dialogues, alongside essays by Molino, anthropologists WESLEY SHUMAR and WAUD KRACKE, and psychoanalyst LUCIA VILLELA, update the prevailing conceptions of psychoanalysis within anthropology. They explore possible psychoanalytic contributions to ethnographic theory and practice on matters concerning the self, narrative, identity, the unconscious, and fieldwork and power relations. Anthony Molino is a practicing psychoanalyst with a Ph.D in anthropology. His works include Where Id Was: Challenging Normalization in Psychoanalysis (Wesleyan, 2001) and the award-winning edited collection, The Couch and the Tree: Dialogues in Psychoanalysis and Buddhism (1998). He grew up in Philadelphia and now lives in Italy. |
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Diogene coricato. Una polemica su civiltà e barbarie Medusa, Milano, 2004 |
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“Diogene provava il movimento camminando. Il Signor Caillois si corica per non vederlo. È vero che il suo maestro aveva raccomandato che lo si seppellisse a pancia in giù, convinto che il mondo non avrebbe tardato a capovolgerlo e quindi a farlo tornare supino. Ma il Signor Caillois non è morto: cerca un sonno che l’inquietudine non turbi. Per ulteriore precauzione, preferisce mettere subito la storia a faccia in giù. Spera così di proteggere da ogni minaccia la sua contemplazione beata di una civiltà – la sua – alla quale la sua coscienza non ha niente da rimproverare. E in effetti perché porsi interrogativi? 'Numerosi intellettuali europei', di cui io sarei l’esempio più pericoloso, 'insorgono contro ogni valore che, in qualche modo, possa apparire come elemento di civiltà… principalmente nella forma che ha assunto nell’Occidente cristiano' ”. Claude Lévi-Strauss Due grandi antropologi divisi sulla questione dell'Occidente: qual è il confine che separa civiltà e barbarie? Nel 1954, sulle pagine della "Nouvelle Revue Française", Roger Caillois si scagliava contro gli intellettuali che, delusi dalla cultura dell'Occidente, rinnegavano gli ideali della propria civiltà fino a spingersi a esaltare i "valori" della barbarie. L'accusa si rivolgeva in modo specifico al saggio di Claude Lévi Strauss, "Razza e storia", apparso nel '52 per volontà dell'Unesco; l'uguaglianza fra le culture e le razze e l'impossibilità di stabilire gerarchie fra di esse, sostenute dall'antropologo francese, apparivano a Caillois argomentate in forme poco coerenti. Roger Caillois (1913-1978), sociologo, scrittore, critico letterario, dopo un'iniziale formazione negli ambienti surrealisti, fondò negli anni Trenta con Bataille il Collège de Sociologie. Fu animato da una passione enciclopedica, in cui l'attenzione per il mondo naturale(degli insetti, delle pietre ecc.) si collega all'universo dell'immaginario umano. Fra le sue opere si ricordano: L'uomo e il sacro, Il mito e l'uomo, L'occhio di Medusa, Nel cuore del fantastico, Nascita di Lucifero e il mito del liocorno. Claude Lévi-Strauss (1908) è il padre dell'antropologia del '900. Negli anni Trenta effettuò spedizioni etnografiche in America Latina. I suoi studi hanno fornito il contributo più rilevante alla diffusione del pensiero delle scienze umane. Fra i suoi libri ricordiamo: Tristi Tropici, Antropologia strutturale, Il pensiero selvaggio, i saggi raccolti sotto il titolo di Mitologica, Lo sguardo da lontano e Razza e storia. |
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Il percorso e la voce. Un'antropologia della memoria Einaudi, Torino, 2004 |
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Perché abbiamo l'abitudine di chiamare solo 'orali' le tradizioni dei popoli che non conoscono l'uso della scrittura? Un gran numero di etnografie mostra che, molto spesso, queste tradizioni sono iconografiche almeno quanto orali, fondate sull'uso dell'immagine quanto su quello della parola. Nel canto rituale, in Oceania come nell'America indiana, due diversi esercizi dell'immagine generano memoria. Nel primo, essa si articola in percorso mentale seguendo una logica rigorosa. Nel secondo, essa diventa sonora. La voce, non solo per le parole, ma in tutti i suoi registri costruisce l'immagine di un enunciatore complesso, che prende la parola per la tradizione, e occupa il luogo di un io-memoria che trascende l'identità individuale. Si profila cosí, tra percorso e voce, l'esercizio di una memoria iconografica e orale, piú complessa di quella affidata al puro concatenarsi delle storie, e capace di generare credenza. Come ignorare però che la memoria, nella vita sociale, esiste soltanto attraverso il conflitto, il dolore, lo scontro? Il libro si chiude con lo studio di una memoria rituale applicata all'immagine del nemico. All'inizio del Novecento, tra Arizona e Nuovo Messico, appare un Cristo apache, profeta e sciamano, dedito a un ambiguo culto del Serpente in croce. Contemporaneamente, un nuovo personaggio entra nelle chiese ispaniche: una sinistra figura, detta Donna Sebastiana, che porta la morte, con arco e frecce, a un Cristo in piena Passione. Tramite lo studio di questo caso, lo schema che l'analisi formale ha fatto emergere della memoria iconografica e orale, permette di riconsiderare la memoria conflittuale di oggi, i suoi paradossi, la nascita degli idoli ambigui. Carlo Severi, allievo di Claude Lévi-Strauss, dopo diverse missioni sul campo (ha studiato in particolare la popolazione degli indios Kuna che vivono in un'isola di fronte alla costa atlantica di Panama), è diventato Directeur d'études presso l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, nonché Directeur de Recherche al Centre National de Recherches e membro del Laboratoire d'anthropologie sociale del Collège de France di Parigi. È stato Fellow di importanti istituzioni internazionali, come il Getty Research Institute, il King’s College di Cambridge e il Wissenschaftskolleg di Berlino. |
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Il libro delle profondità interiori Luni, Milano, 2004 |
Versione di Eva de Vitray-Meyerovitch dell'opera "L'essenza del reale" (fihi ma fihi) |
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"Fihi-ma-Fihi, Il libro delle profondità interiori", unica opera in prosa di Jalâl ad-Dîn Rûmî, è composto da una serie di discorsi in forma di risposte dirette a domande che vengono presentate al Maestro. E un testo ricco di spiegazioni al di sopra delle righe, silenziose e determinanti, tanto importante che la traduzione letterale del titolo potrebbe suonare pressappoco come 'C'è ciò che c'è', come se Rumi, con la sua versione in prosa, avesse voluto permettere a tutte le persone di potersi avvicinare al suo profondo pensiero spirituale. La bellezza di questo testo è che la sua lettura può essere non consequenziale ma come una raccolta di perle, ognuna delle quali, singolarmente, può dispensare verità. |
Jalâl ad-Dîn Rûmî nacque a Balkh (Khurasan) nel 1207. Vagò esule fin dall'infanzia in varie località dell'altopiano iranico fino a quando si stabilì definitivamente a Konya (Anatolia), dove fondò la confraternita sufi dei dervisci mewlewi (cioè i dervisci di "nostro signore": Rumi era infatti chiamato "Mawlana"). Morì a Konya nel 1273. Rumi studiò prima matematica, fu poi discepolo del grande maestro mistico Shams-e Tabrizi (morto nel 1247). Compose un Canzoniere (Diwan) di circa 50 mila distici, e il Poema spirituale in più di 26 mila versi. In essi fonde l'ardore estatico con l'astratta limpidità. Varcando i confini della poesia classica persiana coeva, contiene alcuni dei brani più belli della poesia mistica di tutti i tempi. |
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Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert
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