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Referiva ancho epsa madonna Chiara, che una volta in visione li pareva che epsa portava ad sancto Francesco uno vaso de acqua calda, con uno sciucchatoio da sciucchare le mane, et salliva per una scala alta, ma andava cusì legieramente, quasi come andasse per piana terra. Et essendo pervenuta ad sancto Francesco, epso sancto trasse del suo seno una mammilla et disse ad essa vergine Chiara: "Viene, receve et sugge". Et avendo lei succhato, epso sancto la admoniva che suggesse un'altra volta; et epsa suggendo, quello che lì suggeva, era tanto dolce et delectevole, che per nesuno modo lo poteria explicare. Et havendo succhato, quella rotondità overo boccha de la poppa dodo escie lo lacte remase intra li labri de epsa beata Chiara; et pigliando epsa con le mane quello che li era remaso nella boccha, li pareva che fusse oro così chiaro et lucido, che ce se vedeva tucta, come quasi in uno specchio. |
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Da qui è molto assente il mondo - come funzionamento e altri continenti - si: cementi reti e scrostature preavviso a focolari di carni domestiche - chi è cibo... chi divora - guarda viaggiando al contrario perdita e passato dio salva questo meridionale annebbiamento in quiete di presepe anche i metalli e le centrali elettriche lucentezze che attraggono le gazze quel tanto in distruzione solo dolcezza smarrita d'un ruscello da qui ha senso la disarmonia l'altezza feroce del viadotto salvaci dio dall'ordine dal verso giusto dalla chiarezza quante ferite ha il paesaggio da qui che commuovono |
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Di quale provvisoria nudità parlano i panni stesi che sentirsi umani è inevitabile qualsiasi rancore si disfa Anime vegetali altissimi pali e ali dubbie di cava in cava ha qualcosa di monco il paesaggio ma visionario dio crea orticelli e dormienti riflessi Oh tutti noi accomunati in grande stonatura sul presente è giorno di poca abbazia sotto le terre ancora dissodate si notifica a modo suo il fico d’India |
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Fatta quiete d’inverno in gestazione si prende forma dentro in proroga d’intrusi Ad esempio la parietaria in comune col muro avesse il corpo la stessa energia d’espansione fidando nella carità delle gocce |
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Vero non vero che pianga nell’occhio il santo ne assume l’iniziativa oltre la grata nel suo dolore gessoso |
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Restasse quest’alba difficile nell’individuazione case chetate rovine di acquedotti restasse l’origine - lungo la ferrovia - perpetua salvando dall’arrivo ogni creatura Anche la minima porzione del visibile ha una radice - da parte a parte - infissa nel pianeta |
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Andare e venire ha qualcosa di corpo su dal binario si sente tra le gambe - di stazione in stazione - come sia preso il treno dal proprio movimento Scambio di quasi sud da Cassino in giù nessuno se ne cura tempio al dio - nella nebbia - di chiunque |
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Si fa novembre dolce dai templi dei platani-vetrate scolorenti, si staccano le ali i morti nelle foglie silenziosi: in poco volo atterrano. |
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SALENTO Qui sa di sangue la terra di bianco il cielo senescente che sia reale o immaginario il morso inevitabile il male dal santo
Qui tutto bellissima morte di calce barocca lutto lucente all'anima scrostata soltanto il verso delle rondini respira se ne va il resto in sudore
il corpo si fa lacrime evapora |
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che sia dentro ogni pezzo e ci fonda il gesto del vescovo come dovremmo accorpati fluire dal rosso alla forma risonante |
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Cadono leggere parole sulle ciglia soprattutto d'autunno quando inizia lo spoglio e l'animo s'acconcia alla scabrosità. Scava l'unghia del tempo l'opera d'arte sotto l'apparenza. |
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Scarno l'amore non si commenta. Ora vorrei dita braccia saliva tutto che viene dal corpo provvisoriamente presente. Lo insegnano i chiodi arrugginiti in campagna e qualche dio appeso. |
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Cerco patria Mi entrano passioni di grano la misura del viaggio una spiga tagliente fa altre lontananze un treno minimo le annuncia l'abbazia di Cassino nel troppo bianco della ricostruzione
poi in pochi si prosegue dal finestrino il bello si apre a caso non esente da orrore laterali amazzonie di arbusti e di abbandoni abortite dimore in grande pace l'alta pausa di un falco dopo Venafro riprende fiato sempre mite il binario in questa solitarietà lucente non c'è fretta raramente fischia alle banchine distratte il treno grida una bestemmia il muro della stazione d'Isernia ma tornano pezzi di terra e abitati di spighe e uomini e donne dai volti di sole così attraverso il Molise e mi lascio attraversare io che di mestiere cerco patria |
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In pieno Mi prende in pieno, nelle mattine bianche, lo squittìo dei balestrucci dalle fogne aeree, l'operosità nidificante, il diverbio sui preziosi pertugi nei cementi. Inoperabile Con astrale energia da lontanissimo precipitato dentro originario bene (o male) erosivo più distante ogni giorno a ogni sonda forestiero frammento nelle cave popolose dell'animo quest'organo infermo Azzurro intravisto Spesso non sono che azzurro intravisto fragile ispirazione a proseguirmi inamabile anche nel riflesso non valgono le pieghe riacconciate illeciti i dolori risoffiabili sottoprodotti della trebbiatura ci dormono le bestie sui miei sogni |
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Paesi di grano
Ai vicoli di spighe a te pensavo nei paesi di grano giallo chiaro, al sole dolce di vino e sudore. Ancora inseparati dalla trebbia il resto e il necessario, nella piana di festa si fa casa il raccolto, rapisce il caro sguardo. Sortilegio d'infanzia che mi specchia quei giorni infiorescenti, quando non affatica la stanchezza, per stupore di vita, e dura il suo piacere nella corsa, verso tetti di canne esili stanze mai abbastanza esplorate. Ora antimeridiana Adesso come siamo, adesso che spuntano i germogli dai platani, ancora un po' ascetici, noi spogli nell'ora antimeridiana nel risalto dei dettagli nell'odore volante dei pranzi nei rintocchi dei tempi bronzei a morto a vivo, sonanti a chiunque per la giustezza dei proverbi.
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Si ingentilisce Ma poi si ingentilisce, aspetta... Resiste tra le piume allo sfoglio del mattino invernale anche il passero: impara ad alitarti dentro, fatti caldo ché viene il sole e passa. Unisciti quel poco alla goccia, dopo non lavarti: conserva. ... la goccia di seme sudore di pelle di bocca di sangue di vino di latte che sporca purifica sbocca dal calice-corpo ci irrora si secca rimane ci segna le dita dell'anima
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Solo per te poesia la piú inedita Non capirebbero (altre bocche altri ventri) Qui escono parole intraducibili e cibi inassaggiabili Sono stati appartati sotto sale anni-buio distanti un oriente Non si sapeva al varo quale luogo per infinite induzioni di campo Fino all'impazzimento delle bussole Si viaggiava assestati dalle stelle che i cieli consentivano Con gli occhi dove giungono mai a fuoco con la mente Siamo venuti e andati senza traccia sull'acqua Riassorbiti ogni volta tra calma e tempesta Nessuna congiunzione o passaggio sullo stesso passaggio Nessuno scava il mare Oggi ch'è sole tanto chiaro da incidere Fammi un disegno che fermi la luce Sulla terra d'unione sovrapposte Riaffioreranno le orme in sacramento |
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Eppure è la gran parte Vedi quanto manca la massa mancante che non vedi Un grande mancamento nonostante I tentativi di misurazione Forse non riflette forse non emette Eppure è la gran parte Dell'universo Interagisce con il visibile Inseminò nel buio stelle e galassie Il passato di tutto e ne sarà il futuro Al presente lo racconta la fede Che esiste Su resti e spegnimenti e altro Supponibile oltre la minima frazione spettante allo sguardo |
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Senza garanzia Attenzione, quando sorge: potrebbe l'anima, attratta, fuggire dall'iride, dove si smistano i raggi impressionanti, infrangere finestre infilzarsi su antenne, cieca nella sua corsa al sole. La richiama al dovere di materia la sentinella sporca del cortile. Per lei geme il piccione, gutturale, non d'amore d'allerta. Ma scarta il muro l'anima, collassa. Alcune se ne vedono stracciate, sui rami d'inverno in orazione, arti tronchi che pendono d'anime senza garanzia.
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Appunti Bastasse il vento a pulire belle parole bastassero o preghiere in qualunque lingua o – come dicono – abbiamo trovato nuove efficaci molecole il semprenuovo ricominciamento per dove si resta appunti d’opera nascente sulla compiacente levigatezza della cera |
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Greggi nudissime Incidere l'inciso finché sanguina la sola essenza bianca. Perfetta vulnerazione, analgesica, più di tanto non va un dolore - si pensa - non sa di esserlo. Anche senza incidere, ad esempio le greggi nudissime, dopo la tosatura, per la maestria dei pastori: lane o quarti di macellazione (appartenevano a un insieme, tremante, privo di ribellione). Lamenta la perdita delle proprie parti il per disgrazia vivente, che sarà in altri inconsapevolmente (come visse).
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Non sentire Fermo è giorno, di lucido inverno. Da assorbire in pieno vuoto lo stomaco vuoto, recettivo al gelo così il pensiero, in paralisi candida: più attiva s'affonda la sostanza. Si sa, fummo cavie d'una divinità sperimentante sul tornio ne scontiamo la solerzia. Venuti d'acqua e fango difettosi mai stabili, se non cristallizzati freddi, siamo rimati amore con dolore, dediti per dignità al non sentire. |
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Non si trovano risposte Per quanti poetici calcoli e simulazione di fenomeni in laboratorio mentale ancora sulla massa mancante con accanimento terapeutico-conoscitivo. Per dove nei cieli esagerati limpidi o foschi ma su troppo su da non trovare un accordo neanche fosse un’aquila mediatrice di immisurabili distanze. Per manifeste vicinanze piú caro un tavolo appoggio alla mano vene e venature congiunte attratte dalla stessa gravità morte e vive. Per questa irreversibile infibulazione dell’essere privato dei suoi originari poteri di volo-volontà non si trovano risposte. Ma insiste l’esistente ogni mattino ne riproclama l’estro il verso intubato del colombo. |
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Greenwich Vagliati dal Meridiano Zero che stabilì ai bisognosi di certezze La convenzione di comodo del tempo universale La suddivisione in fusi orari e la perforazione delle lancette Non avrebbero saputo altrimenti il dove e il quando Di questo bel mondo Reticolato Nelle Terre di Sotto i camminanti a testa in giù Nell'emisfero opposto i giusti (dritti secondo le regole) Di conseguenza le leggi l'assegnazione dei posti e le vertigini |
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imbarazzante l'universo di massa mancante luce invisibile noi soprattutto liquidi simili in materia esotica a particelle effimere |
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Tenerezza invernata non chiedere altro viene lo sguardo sulle terre rosse di Maremma si nutre dal mare rurale "Viene riceve succhia" la mistica salina |
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Larus Chiaro che vedo il piumaggio del Larus m'illumina e sono cortile cucina già polvere a velo andante dal sogno al tempo che acconcia mi manco nel conto dei tuoi benefici incospicui decanto in nostalgia del perso sedimento |
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2004 Evidenza Il sempre pensandoti esercitando fiducia nella non improprietà del mio sentire (davvero con sorpresa leggera - a momenti - da tutti gli avessi e non avuti)
forse per fine dicembre tra epifania e catastrofe sarà che il cuore si aggiusta all'evidenza del battito ne accetta il dono anche aritmico |
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MISTICA DISGIUNTIVA In più d'uno può contenerci il campo notturno un ampio caldo insemina frazioni di corpi la veritiera Mistica Disgiuntiva negli orifizi si insinua e tutto è Bocca che prende... che lascia... la Forza è differita in ogni punto
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Dolore di tempo Non qui non ora non troppo né tardi né presto quando - stornati da tutto il resto vissuto - un'unica somma incorporea saremo.
Senza dolore di tempo. |
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Avis indica Prima che sia tardi ricoverarmi nel tuo grembo prima che le ossa diventino cave così leggeri noi prossimi al volo perenne della paradisea che non si posa (inclini alla leggenda i naviganti videro nel cielo australe l’avis indica)
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All'infuori di me La soccorrevole frode del vivere non vivere Essere pensati una citazione casuale Sottratta al contesto un fraintendimento Nulla avrai all'infuori di me Me da quest'altissima rupe riparata Contro eventuali citazioni affettive né faro né croce Né traguardo di scalata solo prolungamento Di roccia tutto un bianco sagrato neanche Un artiglio che strida di fondo una domanda Come sarà che è stato là sotto nei bruciori Industriosi dei contatti disseccanti a ogni tocco Là dove di frana in frana s'intromette un appiglio Nulla avrò all'infuori di me
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