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a GM
Referiva ancho epsa madonna Chiara, che una volta in visione li pareva che epsa portava ad sancto Francesco uno vaso de acqua calda, con uno sciucchatoio da sciucchare le mane, et salliva per una scala alta, ma andava cusì legieramente, quasi come andasse per piana terra. Et essendo pervenuta ad sancto Francesco, epso sancto trasse del suo seno una mammilla et disse ad essa vergine Chiara: "Viene, receve et sugge". Et avendo lei succhato, epso sancto la admoniva che suggesse un'altra volta; et epsa suggendo, quello che lì suggeva, era tanto dolce et delectevole, che per nesuno modo lo poteria explicare. Et havendo succhato, quella rotondità overo boccha de la poppa dodo escie lo lacte remase intra li labri de epsa beata Chiara; et pigliando epsa con le mane quello che li era remaso nella boccha, li pareva che fusse oro così chiaro et lucido, che ce se vedeva tucta, come quasi in uno specchio.
...ma viene meno il verbo al privilegio del farsi ancora giorno
2007-2009
Da qui è molto assente il mondo - come funzionamento e altri continenti -
si: cementi reti e scrostature preavviso a focolari di carni
domestiche - chi è cibo...
chi divora -
guarda
viaggiando al contrario perdita e passato
dio
salva
questo meridionale annebbiamento in quiete di presepe
anche i metalli e le centrali elettriche lucentezze che attraggono le gazze
quel tanto in distruzione solo dolcezza smarrita d'un ruscello
da qui ha senso la disarmonia l'altezza feroce del viadotto
salvaci dio dall'ordine dal verso giusto dalla chiarezza
quante ferite ha il paesaggio da qui che commuovono
Di quale provvisoria nudità parlano i panni stesi che sentirsi umani è inevitabile qualsiasi rancore si disfa
Anime vegetali altissimi pali e ali dubbie di cava in cava ha qualcosa di monco il paesaggio ma visionario dio crea orticelli e dormienti riflessi
Oh tutti noi accomunati in grande stonatura sul presente è giorno di poca abbazia sotto le terre ancora dissodate si notifica a modo suo il fico d’India
Fatta quiete d’inverno in gestazione si prende forma dentro in proroga d’intrusi
Ad esempio la parietaria in comune col muro avesse il corpo la stessa energia d’espansione fidando nella carità delle gocce
Vero non vero che pianga nell’occhio il santo ne assume l’iniziativa oltre la grata nel suo dolore gessoso
Restasse quest’alba difficile nell’individuazione case chetate rovine di acquedotti restasse l’origine - lungo la ferrovia - perpetua salvando dall’arrivo ogni creatura
Anche la minima porzione del visibile ha una radice - da parte a parte - infissa nel pianeta
Andare e venire ha qualcosa di corpo su dal binario si sente tra le gambe - di stazione in stazione - come sia preso il treno dal proprio movimento
Scambio di quasi sud da Cassino in giù nessuno se ne cura tempio al dio - nella nebbia - di chiunque
2006
Si fa novembre dolce dai templi dei platani-vetrate scolorenti,
si staccano le ali i morti nelle foglie
silenziosi: in poco volo atterrano.
SALENTO
Qui sa di sangue la terra di bianco il cielo senescente che sia reale o immaginario il morso inevitabile il male dal santo
Qui tutto bellissima morte di calce barocca lutto lucente all'anima scrostata soltanto il verso delle rondini respira se ne va il resto in sudore
il corpo si fa lacrime evapora
2005
che sia dentro ogni pezzo e ci fonda il gesto del vescovo come dovremmo accorpati fluire dal rosso alla forma risonante
Cadono leggere parole sulle ciglia soprattutto d'autunno quando inizia lo spoglio e l'animo s'acconcia alla scabrosità.
Scava l'unghia del tempo l'opera d'arte sotto l'apparenza.
Scarno l'amore non si commenta. Ora vorrei dita braccia saliva tutto che viene dal corpo provvisoriamente presente. Lo insegnano i chiodi arrugginiti in campagna e qualche dio appeso.
Cerco patria
Mi entrano passioni di grano la misura del viaggio una spiga tagliente
fa altre lontananze un treno minimo le annuncia l'abbazia di Cassino nel troppo bianco della ricostruzione
poi in pochi si prosegue
dal finestrino il bello si apre a caso non esente da orrore laterali amazzonie di arbusti e di abbandoni abortite dimore in grande pace
l'alta pausa di un falco
dopo Venafro riprende fiato sempre mite il binario in questa solitarietà lucente non c'è fretta raramente fischia alle banchine distratte il treno
grida una bestemmia il muro della stazione d'Isernia ma tornano pezzi di terra e abitati di spighe
e uomini e donne dai volti di sole
così attraverso il Molise e mi lascio attraversare io che di mestiere cerco patria
In pieno
Mi prende in pieno, nelle mattine bianche, lo squittìo dei balestrucci dalle fogne aeree, l'operosità nidificante, il diverbio sui preziosi pertugi nei cementi.
Inoperabile
Con astrale energia da lontanissimo precipitato dentro originario bene (o male) erosivo più distante ogni giorno a ogni sonda forestiero frammento nelle cave popolose dell'animo quest'organo infermo
Azzurro intravisto
Spesso non sono che azzurro intravisto fragile ispirazione a proseguirmi inamabile anche nel riflesso non valgono le pieghe riacconciate illeciti i dolori risoffiabili sottoprodotti della trebbiatura ci dormono le bestie sui miei sogni
Paesi di grano
Ai vicoli di spighe a te pensavo nei paesi di grano giallo chiaro, al sole dolce di vino e sudore. Ancora inseparati dalla trebbia il resto e il necessario, nella piana di festa si fa casa il raccolto, rapisce il caro sguardo. Sortilegio d'infanzia che mi specchia quei giorni infiorescenti, quando non affatica la stanchezza, per stupore di vita, e dura il suo piacere nella corsa, verso tetti di canne esili stanze mai abbastanza esplorate.
Ora antimeridiana
Adesso come siamo, adesso che spuntano i germogli dai platani, ancora un po' ascetici, noi spogli nell'ora antimeridiana nel risalto dei dettagli nell'odore volante dei pranzi nei rintocchi dei tempi bronzei a morto a vivo, sonanti a chiunque per la giustezza dei proverbi.
Si ingentilisce
Ma poi si ingentilisce, aspetta... Resiste tra le piume allo sfoglio del mattino invernale anche il passero: impara ad alitarti dentro, fatti caldo ché viene il sole e passa. Unisciti quel poco alla goccia, dopo non lavarti: conserva.
... la goccia
di seme sudore di pelle di bocca di sangue di vino di latte che sporca purifica sbocca dal calice-corpo ci irrora si secca rimane ci segna le dita dell'anima
Solo per te poesia la piú inedita Non capirebbero (altre bocche altri ventri) Qui escono parole intraducibili e cibi inassaggiabili Sono stati appartati sotto sale anni-buio distanti un oriente Non si sapeva al varo quale luogo per infinite induzioni di campo Fino all'impazzimento delle bussole Si viaggiava assestati dalle stelle che i cieli consentivano Con gli occhi dove giungono mai a fuoco con la mente Siamo venuti e andati senza traccia sull'acqua Riassorbiti ogni volta tra calma e tempesta Nessuna congiunzione o passaggio sullo stesso passaggio Nessuno scava il mare Oggi ch'è sole tanto chiaro da incidere Fammi un disegno che fermi la luce Sulla terra d'unione sovrapposte Riaffioreranno le orme in sacramento
Eppure è la gran parte
Vedi quanto manca la massa mancante che non vedi Un grande mancamento nonostante I tentativi di misurazione Forse non riflette forse non emette Eppure è la gran parte Dell'universo Interagisce con il visibile Inseminò nel buio stelle e galassie Il passato di tutto e ne sarà il futuro Al presente lo racconta la fede Che esiste Su resti e spegnimenti e altro Supponibile oltre la minima frazione spettante allo sguardo
Senza garanzia
Attenzione, quando sorge: potrebbe l'anima, attratta, fuggire dall'iride, dove si smistano i raggi impressionanti, infrangere finestre infilzarsi su antenne, cieca nella sua corsa al sole. La richiama al dovere di materia la sentinella sporca del cortile. Per lei geme il piccione, gutturale, non d'amore d'allerta. Ma scarta il muro l'anima, collassa. Alcune se ne vedono stracciate, sui rami d'inverno in orazione, arti tronchi che pendono d'anime senza garanzia.
Appunti
Bastasse il vento a pulire belle parole bastassero o preghiere in qualunque lingua o – come dicono – abbiamo trovato nuove efficaci molecole il semprenuovo ricominciamento per dove si resta appunti d’opera nascente sulla compiacente levigatezza della cera
Greggi nudissime
Incidere l'inciso finché sanguina la sola essenza bianca. Perfetta vulnerazione, analgesica, più di tanto non va un dolore - si pensa - non sa di esserlo. Anche senza incidere, ad esempio le greggi nudissime, dopo la tosatura, per la maestria dei pastori: lane o quarti di macellazione (appartenevano a un insieme, tremante, privo di ribellione). Lamenta la perdita delle proprie parti il per disgrazia vivente, che sarà in altri inconsapevolmente (come visse).
Non sentire
Fermo è giorno, di lucido inverno. Da assorbire in pieno vuoto lo stomaco vuoto, recettivo al gelo così il pensiero, in paralisi candida: più attiva s'affonda la sostanza. Si sa, fummo cavie d'una divinità sperimentante sul tornio ne scontiamo la solerzia. Venuti d'acqua e fango difettosi mai stabili, se non cristallizzati
freddi, siamo rimati amore con dolore, dediti per dignità al non sentire.
Non si trovano risposte
Per quanti poetici calcoli e simulazione di fenomeni in laboratorio mentale ancora sulla massa mancante con accanimento terapeutico-conoscitivo.
Per dove nei cieli esagerati limpidi o foschi ma su troppo su da non trovare un accordo neanche fosse un’aquila mediatrice di immisurabili distanze.
Per manifeste vicinanze piú caro un tavolo appoggio alla mano vene e venature congiunte
attratte dalla stessa gravità morte e vive.
Per questa irreversibile infibulazione dell’essere privato dei suoi originari poteri di volo-volontà non si trovano risposte.
Ma insiste l’esistente ogni mattino ne riproclama l’estro il verso intubato del colombo.
Greenwich
Vagliati dal Meridiano Zero che stabilì ai bisognosi di certezze
La convenzione di comodo del tempo universale
La suddivisione in fusi orari e la perforazione delle lancette
Non avrebbero saputo altrimenti il dove e il quando
Di questo bel mondo
Reticolato
Nelle Terre di Sotto i camminanti a testa in giù
Nell'emisfero opposto i giusti (dritti secondo le regole)
Di conseguenza le leggi l'assegnazione dei posti e le vertigini
imbarazzante l'universo di massa mancante luce invisibile noi
soprattutto liquidi simili in materia esotica a particelle effimere
Viene lo sguardo
Tenerezza invernata non chiedere altro viene lo sguardo sulle terre rosse di Maremma si nutre dal mare rurale "Viene riceve succhia" la mistica salina
Larus
Chiaro che vedo il piumaggio del Larus m'illumina e sono cortile cucina già polvere a velo
andante dal sogno al tempo che acconcia mi manco nel conto dei tuoi benefici incospicui decanto in nostalgia del perso sedimento
2004
Evidenza
Il sempre pensandoti esercitando fiducia nella non improprietà del mio sentire (davvero con sorpresa leggera - a momenti - da tutti gli avessi e non avuti)
forse per fine dicembre tra epifania e catastrofe sarà che il cuore si aggiusta all'evidenza del battito ne accetta il dono anche aritmico
MISTICA DISGIUNTIVA
In più d'uno può contenerci il campo notturno
un ampio caldo insemina frazioni di corpi
la veritiera Mistica
Disgiuntiva
negli orifizi si insinua e tutto è Bocca
che prende... che lascia...
la Forza è differita in ogni punto
Dolore di tempo
Non qui non ora non troppo né tardi né presto quando - stornati da tutto il resto vissuto - un'unica somma incorporea saremo.
Senza dolore di tempo.
Avis indica
Prima che sia tardi
ricoverarmi nel tuo grembo
prima che le ossa diventino cave
così leggeri noi prossimi al volo
perenne della paradisea
che non si posa
(inclini alla leggenda i naviganti
videro nel cielo australe l’avis indica)
All'infuori di me
La soccorrevole frode del vivere non vivere
Essere pensati una citazione casuale
Sottratta al contesto un fraintendimento
Nulla avrai all'infuori di me
Me da quest'altissima rupe riparata
Contro eventuali citazioni affettive né faro né croce
Né traguardo di scalata solo prolungamento
Di roccia tutto un bianco sagrato neanche
Un artiglio che strida di fondo una domanda
Come sarà che è stato là sotto nei bruciori
Industriosi dei contatti disseccanti a ogni tocco
Là dove di frana in frana s'intromette un appiglio
Nulla avrò all'infuori di me
Silloge perfetta
Di noi faremo una silloge perfetta non c’è fretta occorre impegnarsi nelle correzioni togliere più degli errori l’inutile siano puri i fendenti che resti solo il nucleo il verso primordiale l’indicibile noi
Migrare
A metà tra la Terra di Sopra e la Terra di Sotto la stanza dove si divezza - vi ho lasciato elegie numerose fervide e irritate ma i dialetti non corrispondono - vige l’endogamia due patroni due chiese due altitudini tuttavia un bel panorama. Perché la gente fuggiva? E tornava né dentro né fuori disorlata - quando ti svegli che ancora stai sognando una lucidità di margine da apolide assaggiatore di mondi oltre il versante appenninico o intimo - Migrare salva se ti allontani vedi da dove vieni estrai dal bosco le spine dell’esordio.
Anch'io di te
Di te tutto mi è caro: dalle mani ascendendo alla bocca che traduce il dialetto degli occhi, cara la luce dei mesi variabile disvelatrice di scolorenti tempere sui corpi, cari i percorsi dolenti mondati dal tuo vaglio di senso, care le terre rinvenute al fiato del ricordo. Il tuo essere stato che non so, la stanchezza il sorriso la premura, la mensa disertata la convenuta assenza, i precorsi crinali della mente dove ti attardi al sogno che ne gemma - compagno di vago spiraglio che salti oltre il vallo pietroso del vero, in speranza d'autunno: si rinnovi il mistero delle vigne. Cara la tua consolatoria seduzione, immodesta ma chiara: l'ombra di un bene cura i cuori impigriti dal diniego, chi cura ne è curato. Per questo anch'io di te mi sono cara.
"El amor de la palabra
se separó en su vocal" Eduardo Dalter
Dieresi
Amore di parola separata sulla vocale debole s'impausa. Costante mi scandisce in divisione metrica. Due sillabe contigui siamo scissi nell'unione poetica. Plano sulle tue labbra di buon senso non sento voce in questo mancamento. Prendo il grido d'esordio dei rondoni e m'involo a covare il desiderio di posarmi aderente al tuo contorno. Disancora l'accento che ci scherma perché siamo in pronuncia di prosa giunti a renderci visita alla fonte. Esile invito onirico muove appena un sorriso al tuo azzurro remoto troppo amato. Nel quotidiano avanti conseguenza d'infanzia vado apprendendo assenza a ogni pensiero. Meraviglie nei muri germogliati dubitanti cieli d'ali foschie di sguardi umani. Senza riparo amore separato sotto un verso cangiante giaciglio al me che mai fu noi.
Sia reversibile il passato gli innesti rinnovabili fino al frutto perfetto gli anni riedificabili a ogni sisma di età. Fossi stato la mia primizia il grano steso la carezza animale.
Vorrei fare scorta di te ché mi compensi del non avuto così chiaro a maggio.
2000-2003
Le parole sedute
Il mio Custode ha occhi ridenti
in attesa sul margine di border umanità transiti di dolore lo attraversano non riflettono ombre alle sue spalle
al suo interno misteri a edificare templi di sovrapposti numi nel corso dei racconti
in trasparenza nulla si intravede se non avesse un vuoto rischierebbe densità insostenibili alla mente
strana vita la sua di altre vite mosaici esplosi in ricadere a tempo nel gioco di parole mai concluse
chissà se mi alzerò con un sorriso
Ti ho scritto
prede scoperte da tane
afferrate sventrate riordinate trafitte sulle righe
insetti sotto vetro
legge la lente strutture di corpi
perfezioni naturali
hanno volato strisciato camminato
visto colori e misure da altri occhi
animali
o vegetali parole tra le pagine
petali foglie intoccabili
parole in destino di polvere
estirpare uccidere raccogliere classificare
è lo scrivere
collezionare emozioni esponibili
in recinti linguistici
dissodarsi
arature
devi seguire i solchi
terre e stagioni decidono i frutti
a ogni sguardo diversi
Diapositive
Siamo in trasparenza colorati diapositive contro i vetri incorrispondenti agli istanti dello scatto e altre scene altri oggetti perforano fragili lastre nel telaio in continuo rimando di toni visioni sovrapposizioni inordinabili schegge senza consolazione di pienezza attraversabili sempre così deve essere variabile foschia dei cristalli innevarsi e poi sciogliersi lasciarsi di liquido in liquido stillarsi fino a generare infiniti campionari di colori infedeli
Orti cintati
Mai bastante orizzonte in latitanza gli affetti detti intangibili
risonanze di fondo che vi siano o state altre vite pianeti fecondi fuoco respiro sonde esplorano i cieli rumori nessuna conferma insufficiente scienza forse altrove nel buio esterno o interiore creature diverse crestate squamose artigliate metalliche fluide o sublimi terrore il contatto
unici siamo corpi ognuno terra a sé orti cintati
Dio sotterraneo
Inizia torbido luglio cielo e fiume un solo ventre pesante si affaticano a scorrere inzavorrati pensieri inespulsi spiaggiano cetacei smarriti
sbocca per dovere d'estate un sole d'assenzio inasprisce l'arsura umida del viale inselvato
soltanto i platani si adattano ai vapori flettono sporgenze fogliose a infingimenti d'aria
radicati in asfittici suoli li nutre un dio sotterraneo
Avessi
da riavvolgere senza nodi e svolgere per intessere su un disegno di carta velina una nuova arte di vita compiuta da diramare
al bordo che mi resta con ricami armoniosi
sotterrando "amor fati" frode dei filosofi
mani finissime avessi da vocazione innata
alla riproduzione perfetta di fiori petali steli di raso
sfalcianti ortiche e gramigne infestanti un campo cornice affrescato da tinte incorrose immune da geli e bruciori di soli malati
non fossi
artefice tardiva di resoconti in perdita debitrice
potessi rivivere
illesa
Ti sono le parole esercizi sapienti come l'arte dei nodi al pescatore
si stringono e si sciolgono strumenti di accordatura al vento
si intrecciano per reti imprigionanti il guizzo delle prede
spianate sulla sabbia ne rammagli le lacerate fughe
tra le scaglie impigliate di creature mute
Perché troppi sedimentati versi da mesi reclusi, infestanti emozioni, scudo a questa cava preistorica. Nasce il silenzio da metastasi poetiche. Ascolta, dottore, respiri rimati, un certo male si annida all'interno. Vedi, riaffiorano sul corpo miti d'origine, segni del tempo si uniscono a offese, incancellabili, suture violente, cicatrici-solchi da percorrere: alfabeto di ciechi. Ricordo lo scalpellio toscano sulla pietra serena, ritmico, sapiente, incideva creando le forme immaginate. Sono i corpi sculture, di anima fragile, vanamente attendono mani delicate. Distanti le tue, da santo che impone, sparge incenso verbale a risanare menti. Scultore senza contatto, guaritore in assenza, educhi all'assenza. Insegnano i sassi di Matera: l'arte di edificare consiste nel togliere. Arcaiche grotte, occhi incavati della terra, ricambiano lo sguardo, oltre la destrezza dei falchi grillai: esperti di correnti veloci si fermano a Spirito Santo sul mondo inferiore. Tu di me sai ogni piega, dicevi, io di te che ami le creature alate e i territori aspri di certe regioni. Condividiamo scorci di preistorie selvatiche e sorprese nei cieli: non è poco.
TUTTI MENO UNA
TUTTI MENO UNA
C'era una volta un Guaritore che guariva tutti. Stava lì nella sua
tenda con le formule magiche in ordine alfabetico (soprattutto Y, X e Z) -
perché era un tipo molto preciso, anche se ogni tanto dimenticava le note dei rimedi
- e un sacco enorme pieno di parole. A B C etc. Mischiava le carte e uscivano le frasi. 'Prendi questo, prendi
quello, fai così, fai cosà'. Furtivamente entravano i clienti, a testa china,
con un sorriso smorzato di saluto. 'Buona sera, buon giorno, arrivederci'.
Alti, bassi, biondi, bruni, uomini, donne (più donne che uomini), sembravano
tutti uguali. Già sul sentiero, in prossimità della tenda, iniziavano a
indossare la maschera del paziente: sguardo un po' malinconico un po' attonito,
andatura incerta con impennate di rabbia repressa. Un pellegrinaggio continuo.
Quando uscivano non apparivano più felici, ma alquanto arruffati, come
passeggeri dopo una traversata burrascosa. E' difficile stabilire se fossero
più penosi all'arrivo o alla partenza. Guariti. Dal mal di mare. I volti
pallidi, lo stomaco inquieto, la testa vuota. Temporaneamente sanati, con
l'espulsione dei frammenti di dolore che il Guaritore estirpava al suono di un
piffero a forma di sigaro. Aveva contenitori pieni di piume e sassi 'Questa è
l'ansia del signor Tizio, questa è la psicosi della signora Caia'. Su una
pergamena annotava nomi, malattie e compensi. A volte, quando era solo, la
dispiegava in terra e ripassava quei segni con sorpresa 'Quello sta un po'
meglio, quello sta un po' peggio'. Non vi era certezza, ma trattandosi di magia
sarebbe stato inutile domandarsi il perché. A fine giornata, intorno alla tenda
scendeva un buio fitto e si udivano le grida dei rapaci. Gli occhi dei
predatori notturni lampeggiavano tra i rovi. Era il momento migliore per il
Guaritore: la cena quasi pronta, una bella fumata di tabacco e tre bicchieri di
vino rosso - quello buono - forse anche quattro il sabato. Stanco ma
soddisfatto di tanta infelicità che non gli apparteneva, sistemava i rimedi che
gli avevano portato i rappresentanti: code di lucertola a rilascio prolungato,
sertralina di ramarro, ali di pipistrello alla benzodiazepina, litio selvatico
etc. Prima di addormentarsi, nelle sere d'estate, andava a innaffiare il tavor
spontaneo che cresceva rigoglioso intorno alla tenda, in compresse da 1,0 mg.
Il rilassante profumo del tavor in primavera giungeva fino all'inizio del
sentiero provocando un principio - solo un principio - di sorriso nei pazienti.
Perché era felice il Guaritore? Perché guarendo gli altri guariva anche se
stesso. Dei mali dell'anima si nutrivano i suoi spiriti protettori, che in
cambio gli donavano la pace. Aveva sottoscritto questo accordo dopo anni e anni
di apprendistato nel bosco, sottoponendosi a esami d'ogni tipo, colloqui
infiniti con demoni oscuri, oceani di parole che avrebbero affogato chiunque ma
non lui, auto-autopsie interiori per esercitarsi alle future operazioni, etc.
etc. Ma ne era valsa la pena. Non era poi una brutta vita starsene tutto il
giorno nella tenda a ricevere ospiti paganti. In ognuno ritrovava qualcosa che
avrebbe potuto avere, forse aveva avuto ma soprattutto non aveva. Nel villaggio
vicino non si campava tanto bene, anche gli dei stavano traslocando verso altri
pianeti e si avvertiva nell'aria un diffuso disagio. Le antiche tradizioni
stavano scomparendo, i riti collettivi non erano più occasioni di festa ma
stanche ripetizioni di vecchie consuetudini. I territori di caccia si erano
ristretti e le stagioni non erano quelle di una volta, come dicevano le vecchie
accovacciate dinnanzi ai fuochi notturni. Al Guaritore di certo il lavoro non
mancava. Guerrieri frustrati, giovani disorientati e signore al termine
dell'età riproduttiva. Tuttavia li guariva, come poteva, o almeno alleviava il
loro malessere con giochi di parole e prescrizioni. La Donna-Senza-Mani abitava
su un albero dal quale raramente discendeva, poiché preferiva ammirare il
panorama. Spesso il marito e il figlio la buttavano giù, per vedere fino a che
punto si accorgesse di loro. In questi casi si faceva molto male, precipitava
tra le spine e atterrava nel mondo di sotto che poco le piaceva. Era solita
gettare il bambino con l'acqua sporca, sia che fosse un adulto o la riserva di
conchiglie. Così decisero di guarirla. All'inizio la cura sembrò efficace.
'Prendi questo, prendi quello, fai così, fai cosà'. Ma con l'andar del tempo
gli spiriti cominciarono a rifiutare lo scambio. In effetti era molto difficile
scambiarsi qualcosa con qualcuno che era privo di mani. Quando il Guaritore
porgeva i suoi rimedi alla Donna, i rimedi cadevano. Ogni volta la stessa
storia. Eppure non mancava la buona volontà da entrambe le parti. Usciva dalla
tenda più inquieta che mai e sull'albero trascorreva notti insonni osservando
la luna. Di lune ne passarono tante tra i rami. Una volta ci fu addirittura
un'eclissi. Brutto segno. Tuttavia percorreva quel sentiero sempre con la
speranza di una soluzione. A nulla valsero le code di lucertola, né le formule
magiche che il Guaritore ripeteva a tutti, sempre le stesse, con lievi
adattamenti individuali. Provò in svariati modi a sedarla, era un maestro in
quest'arte. Non riuscendo a guarirla, tentava almeno di anestetizzarla, perché
non soffrisse per inutili doglie. Tanto non sarebbe mai nata. Già si avvicinava
la seconda primavera e le piantine di tavor cominciavano a sbucare intorno alla
tenda. Sulla corteccia dell'albero la Donna tracciava i segni del suo disagio,
con molta difficoltà essendo senza mani. Tuttavia riusciva a fare soltanto
questo: incidere parole che nessuno avrebbe letto. Chi poteva sospettare che
sapesse scrivere? Ma l'albero, che conteneva l'anima di un antenato, la capiva
perfettamente. Quando sarà finito ogni possibile spazio sulla corteccia, anche
la Donna sarà finita e la sua storia indecifrabile tornerà alle radici che
l'hanno generata. Forse la prossima volta nascerà con le mani.
COPYRIGHT I testi e le immagini di questa pagina sono protetti da Licenza Creative Commons. Sono consentite citazioni a titolo di cronaca, studio, critica o recensione, purché accompagnate dal nome dell'autore (Emilia De Simoni) e dalla citazione della fonte (SÉ-SITO). In caso di utilizzo si prega di darne comunicazione.