
Mostre, musei,
cortei di costumi: la rappresentazione della cultura popolare a Roma nei primi
anni del Fascismo
Ispirate alle incisioni di Bartolomeo Pinelli,2 le Scene romane rappresentano, con intenzioni veriste e personaggi a grandezza
naturale, un’osteria all’esterno della quale si balla il ‘saltarello’, uno
scrivano pubblico che esercita in strada il suo mestiere, una rimessa dove
sosta un carro a vino e dei carrettieri giocano a morra, l’interno di una
farmacia, un’edicola votiva davanti alla quale dei pastori suonano una ‘novena’
natalizia.
Nell’affrontare lo studio delle rappresentazioni aventi ad
oggetto la cultura popolare è d’obbligo in generale essere consapevoli della
parzialità, spesso dell’arbitrarietà di esse ed è opportuno partire dalla necessità di esplicitarne la
storicità delle condizioni di produzione, che sono poi le condizioni di
produzione della conoscenza demo-antropologica.3 Una tale esigenza sembra amplificarsi – e
risaltare in tutta la sua compulsiva evidenza – di fronte ad un tipo di
rappresentazione come quella esemplificata dalle Scene romane oggi al Museo
di Roma in Trastevere.
‘Oggetto’ da mostrare
costruito alla fine degli anni ’20 rifacendosi ai criteri espositivi prevalenti
nell’Esposizione di Etnografia italiana del 1911, queste rappresentazioni
veristiche d’ambiente in cui vengono esposti oggetti d’uso autentici insieme ad
altri ricostruiti con attenzione filologica costituiscono documento
significativo dello strutturarsi della disciplina nel periodo iniziale del Fascismo,
del suo definirsi anche in termini espositivi a partire dall’esigenza di
coniugare rigore scientifico e suggestioni estetiche.4 Vere ‹‹icone museali›› della cultura
popolare romana,5 le Scene
romane furono il frutto di innumerevoli mediazioni (ognuna portatrice della
sua dose di soggettività) nel passaggio dalla realtà della vita ottocentesca
alle incisioni su rame di Bartolomeo Pinelli e ai testi letterari del Belli, e
successivamente dall’ allestimento nella Mostra del Costume del ’27 al corteo dei costumi in onore delle
nozze del Principe ereditario, fino all’esposizione museale nel 1930 ad opera
di un’equipe di folkloristi, artisti, politici ed organizzatori di eventi
espositivi che, complici le circostanze politico-culturali, seppero sponsorizzare
le loro rappresentazioni in modo così persuasivo da farle identificare con la
realtà della cultura popolare romana.
Quanto al criterio d’allestimento, la rappresentazione
scenografica d’ambiente includente oggetti d’uso popolare e costumi indossati
da manichini (ovvero da uomini e donne in carne ed ossa) rimanda in via diretta a quell’importante
progetto di legittimazione delle particolarità culturali locali costituito
dalle Esposizioni di etnografia italiana del 1911, ed anche oltre, 16 ma trova il suo momento di maggior consenso
in musei, mostre e cortei di costumi nel periodo egemonizzato dal Fascismo,
17 durante il quale le tradizioni popolari vennero spettacolarizzate in
maniera rilevante a fini di organizzazione del consenso e ‘messe in scena’ in
modi analoghi a quelli del teatro borghese e del melodramma ad opera di
folkloristi, storici locali, insegnanti.18
La Mostra del
Costume di Roma e delle province laziali
Il regio Museo di etnografia italiana era stato istituito sulla
carta nel 1923 ma gli oggetti e i
costumi della raccolta Loria, che avevano sostanziato buona parte delle
Esposizioni di Etnografia italiana nel 1911, continuavano nel ’26 a languire a
Villa Adriana, a Tivoli, in attesa di poter essere nuovamente esposti.19
Anche gli oggetti esposti nel 1911 alle Mostre retrospettive di Castel
Sant’Angelo, confluiti già nel ‘12 nel Museo di Storia delle arti minori, erano
successivamente andati dispersi a causa della partenza da Roma del principale
animatore della raccolta, il generale Mariano Borgatti. L’idea di costituire un Museo di Roma con i
materiali raccolti nel 1911 era stata poi ripresa nel 1922 nel corso del primo
Congresso di studi romani da Giuseppe Ceccarelli e sostenuta da Carlo Galassi
Paluzzi, Direttore dell’Istituto di Studi romani.20
Nell’ottobre del ’26 è Arturo Lancellotti ad augurarsi che il Ministro Fedele, che
proprio in quei giorni aveva posto con forza il problema di trovare una
sistemazione degna alla raccolta Lorìa, possa aprire al pubblico il Museo del
Costume, ma non a Villa d’ Este a Tivoli, secondo un’ipotesi già ventilata,
bensì a Roma in Palazzo Venezia. La sua argomentazione rivendica, in polemica
con il monopolio della vetrina romana concesso al settore storico-artistico del
patrimonio museale, l’importanza dei materiali di interesse demo-antropologico
entro il complesso del patrimonio dei beni culturali e l’opportunità di
rivolgersi ad un’utenza allargata e
italiana: “Allogare il Museo del
Costume a Tivoli, ove solo nella bella stagione il concorso dei forestieri è
più attivo, sarebbe valso a seppellirlo. [..] Un Museo etnografico di tanta
importanza deve sorgere a Roma, dove tutti possono sempre vederlo e studiarlo.
[..] Alla generalità e agli italiani non ad un’esigua minoranza di stranieri si
deve pensare [..]. Perché non mettete a Tivoli la Galleria Nazionale di Arte
Moderna? Perché non ci mettete il Museo di Papa Giulio? Ebbene, per le stesse
ragioni non dovete metterci quello del Costume italiano, almeno se vi rendete
stretto conto della sua importanza”.21
L’orientamento al Museo di Etnografia Italiana è esplicito anche
negli intendimenti degli organizzatori della Mostra del Costume, che nel ’27
chiamano a sostenere il loro obiettivo - politico, scientifico e gestionale,
diremmo oggi - lo studioso forse più autorevole del momento in fatto di
tradizioni popolari: Raffaele Corso.22
Nel numero doppio della rassegna mensile delle attività
municipali interamente dedicato alla mostra l’intervento del Corso sottolinea
come già l’ Esposizione dell’ 11 avesse conquistato al valore della tradizione
popolare uno studioso insigne come l’archeologo Giacomo Boni e come sia ormai
superato il timore di certi politici del passato che ‹‹attraverso le mostre dei
costumi locali e provinciali vedevano profilarsi il pericolo del regionalismo,
il quale nel loro concetto, tendeva ad indebolire l’unità della patria, invece
di rinsaldarla e cementarla. Così, dopo la prima, la seconda e la terza mano di
biacca, l’Italia tanto varia e tanto difforme, l’Italia dei monti, dei boschi,
delle marine, dovette per forza diventare d’una grigia tinta uniforme, perdendo
ogni giorno o abbandonando le speciali caratteristiche, e perfino le tante
pittoresche fogge di vestire [..]››. Al
contrario, sottolinea lo studioso, ‹‹ il risveglio delle energie provinciali e,
insieme, della coscienza delle regioni, concepite come parti dell’entità
nazionale, lungi dall’attenuare la magnifica fiamma dell’unità che arde su ogni
focolare, la ritempra [..]››.23
E’ qui rintracciabile quel regionalismo nazionalista, largamente
condiviso negli anni ‘20, che trova il suo precursore nel Crocioni, viene
proposto nel ’23 da Giovanni Gentile, ministro della P.I. e che, accompagnato
dal rigetto dell’ esterofilìa, connota e sempre di più connoterà l’impiego
fascista del folklore.24 Tra
i folkloristi tuttavia permane con tutta probabilità anche l’influsso di un
regionalismo alla De Gubernatis, in cui la conoscenza del folklore può essere
di supporto al legislatore a fini di buon governo.25 Il nuovo museo, asserisce Raffaele
Corso, ‹‹è richiesto non solo da
altissime esigenze di cultura, ma anche da imprescindibili ragioni nazionali. A
parte che l’ onorevole incremento del folklore nostro fa sentire la necessità di
un istituto, che sia non solo il laboratorio scientifico, ma il punto di
osservazione di tutte le svariate iridescenze nel panorama delle tradizioni del
popolo; la nazione italiana è una delle poche in Europa, che siano prive del
tempio del retaggio››. Possa, egli conclude, ‹‹il visitatore che oggi ammira
nella Mostra Laziale uno spettacolo tanto simbolico, quanto suggestivo,
ammirarne uno più grandioso nell’auspicato Museo del retaggio [..]››.26
Una lettera inviata nel giugno del ’26 da Pietro Baccelli,
Presidente della Regia Commissione Straordinaria della Provincia di Roma per la
Mostra del Costume, al Governatore di Roma Filippo Cremonesi ci permette di
dare un’occhiata ai lavori preparatori della Mostra del Costume: ‹‹ [..] il
Ministero della Pubblica Istruzione [..], per iscritto, ci ha garantito la
cessione temporanea di quanto abbisogna, compresi i costumi e gli oggetti della
Mostra Etnografica di Villa d’Este, e i manichini che ivi trovansi in gran
numero e che l’Istituto di Belle Arti si è offerto di riparare e di rifinire nei lineamenti del volto e
nella fattura delle mani. [..] Di costumi, senza gran fatica e con quattro o
cinque gite eseguite in provincia, e neppure espressamente, ma con gli
ingegneri del nostro Ufficio Tecnico, se ne son trovati già circa un centinaio.
Bisogna andarli a prendere dalle persone che li posseggono e che li hanno già
mostrati. Ci valiamo dell’opera degli appassionati della storia e delle
curiosità paesane, che si sono spontaneamente offerti, e di quanti hanno
diretto rapporto con l’Amministrazione. Per Roma facciamo sicuro conto sul sentimento
di generosità e sul buon gusto delle classi elevate e di artisti e
collezionisti, in modo che la Città
possa degnamente figurare
a lato delle mostra paesana. Come già tu ben sai, la Mostra non sarà costituita da costumi
montati su rigidi manichini,
ma da scene opportunamente scelte
in modo da mettere in evidenza non solo gli abiti, i monili e gli
utensili di determinati ambienti, ma le usanze caratteristiche e le
consuetudini paesane››.30
Presentare costumi ed oggetti in
scenografie è quel che serve, si ritiene, per rendere il contesto, per evocare
gli usi e le consuetudini cui gli oggetti rimandano.
Nella Mostra del Costume di Roma e delle Province di Frosinone,
Rieti, Roma e Viterbo, che si tenne dalla primavera all’estate del ’27 a Palazzo
Valentini, è rintracciabile il primo consistente nucleo del futuro Museo di
Roma, come pure delle Scene romane. Tra
gli organizzatori sono il Ceccarius,
Giulio Cesare Reanda, Carlo Galassi Paluzzi, Antonio Munoz. La direzione
artistica è affidata a Orazio Amato e ad Antonio Barrera.31
Con la collaborazione del Gruppo provinciale fascista del
Commercio e dell’ Artigianato delle Antichità, dal '26 al '27 vengono raccolti costumi in tutta la
Provincia.32 Diversi costumi della Roma del 1830 vengono realizzati
- sotto la direzione della professoressa Lucia Pagano e con la consulenza
artistica di Umberto Bottazzi, conoscitore delle tradizioni romane - dalla
Scuola professionale femminile "Margherita di Savoia",33
osservando sia le stampe di Bartolomeo Pinelli che gli esemplari
trovati nelle campagne e, per i colori, gli acquarelli di Antoine Jean Baptiste
Thomas (fig. 4). Con una precisa attenzione alla fedeltà nella scelta dei
materiali e dei particolari, si riproducono per Roma ‹‹tipi e costumi›› come la
mozzatrice, la madonnara, le “minenti del
Saltarello”, la popolana che porta l’anfora, le vignarole.34 Anche
il manifesto che pubblicizza l’esposizione (fig. 3) mostra in primo piano, con
cane e ‘bastone a testa d’aquila con le orecchie’, un Bartolomeo Pinelli
stabilmente insediato nel suo ruolo di garante della veridicità della
rappresentazione della tradizione popolare romana.35
Il principale organizzatore della Mostra, il Ceccarius, ne
afferma la diretta filiazione dall’ Esposizione del 1911: ”[..] la curiosità ed
il consenso che circondarono – più che ogni altro reparto – le sezioni
etnografiche della esposizione del 1911 [..] fecero sorgere or è circa un anno
in un gruppo di appassionati di Roma e delle magnifiche terre che la circondano
l’idea di raccogliere quanto ancora fosse possibile trovare di costumi
caratteristici e tradizionali della provincia di Roma e costituirne una Mostra
che [..] potesse rendere esattamente la magnificenza, l’originalità ed il gusto
prettamente italiano di abbigliamenti ormai [..] fugati dal prepotente
incalzare della moda livellatrice e dell’urbanesimo invadente” (Ceccarelli
1927, p. 633). Le posizioni di antimodernismo e di sostegno alle virtù
rurali contro l’urbanesimo qui espresse troveranno ampio consenso negli anni
seguenti anche presso la comunità dei folkloristi.36 La critica alla modernità e alla moda grige
e livellatrici, espressa dal Tittoni, dal Corso e dal Ceccarius tra ’26 e ’27
sembra largamente condivisa. Essa riprende analoghe prese di posizione, del
Mochi e di Ferdinando Martini per esempio, in occasione della Mostra di
etnografia dell’ 11 (Corsi 2001, p. 138), che a loro volta avevano raccolto la
metafora sulle labbra del professor Fano, della Società Fotografica Italiana.
Ce lo testimoniano lo stesso Mochi e Lamberto Loria in uno scritto del 1906
inteso a promuovere lo studio della cultura popolare: ‹‹[..] è certo (usiamo le
belle parole del Fano) che per quanto la
civiltà moderna abbia disteso uno strato superficiale di vernice uniforme su
tutti i popoli, pure in ciascuno di essi vibra ancora negli intimi penetrali
dell’anima sua collettiva qualche cosa di affatto speciale che lo distingue
dagli altri e che riflette le sue origini e le sue vicende››. [..] Lo
studio del nostro popolo dovrebbe dunque interessarci ben più di qualunque
altro capitolo di Etnografia, come argomento a noi più vicino e di sicura
utilità pratica”.37 Già nel 1888 lo stesso Fano e per lui la Società
Fotografica Italiana avevano richiamato l’attenzione dei fotografi sulla “utilità
di riprodurre scene, costumi e tipi popolari” ( Loria-Mochi 1906, in Puccini
1991, p.249). Nel ’27, anno in cui viene pubblicato il nuovo Piano regolatore
sarà invece Antonio Munoz, Presidente dell’Associazione Artistica
Internazionale e futuro primo Direttore del Museo di Roma , a commissionare
opere d’arte che documentino la vita anche popolare della città, così come,
dopo l’approvazione del Piano regolatore del 1883, era stato fatto da Ettore
Roesler Franz nelle celebre serie della Roma
sparita.38
Dei due criteri di allestimento presenti nell’ Esposizione
Etnografica dell’ 11 - quello che aggrega i materiali per soggetti e quello per
ambiti geografici - nella Mostra del
’27 prevale in modo assoluto, dato anche il dimensionamento dell’iniziativa che
però si estende all’ intero Lazio, il secondo, che prevede la ricostruzione di
ambienti tipici, con manichini posizionati in apposite scenografie a simulare
il vero. Ad esposizione realizzata, il Ceccarius conferma: ‹‹I costumi non sono
esposti nell' aspetto macabro del fantoccio impettito nella custodia di
vetro, ma ambientati in apposite
scene: le case di
Ciociaria, (..) le viuzze di Val d’ Aniene (..) sono stati
resi con evidenza naturale,
ed in essi (..) i fantocci
artistici, indossati i costumi originali, in mezzo ad arredi autentici, trovano
uno sfondo di verità›› (Ceccarelli 1927, p. 634). Vale la pena di riportare
anche una descrizione del Mastrigli che permette di rilevare la dimensione di
creazione artistico-teatrale delle scene in mostra: ‹‹[..] la Mostra così come
oggi la ammiriamo, un complesso di scene movimentate, piene di carattere e di
vita [..]. Bisognava [..] creare per ogni paese, per ogni località un ambiente
proprio, fabbricare i personaggi che dovevano animarlo, assegnar loro un
atteggiamento, una parte e metterli
in iscena.›› (Mastrigli 1927, p. 23).
Tra le scenografie ricostruite per l’occasione una rappresenta un’
antica piazzetta della Roma sparita con la bottega dello speziale e lo scrivano
pubblico. E nella scena dell’ osteria del Sole, da cui si alzano le note delle
canzoni popolari raccolte da Alberto Cametti, è seduto Bartolomeo Pinelli: ‹‹Il
sor Meo, il pittor de Trastevere, Bartolomeo Pinelli in persona accompagnato
dal suo grosso e fido mastino, con a fianco il caratteristico bastone terminato
da una testa d’aquila con le orecchie, è lì seduto in un angolo, con la matita
in mano, intento a colpire tutti i tipi e tutti gli atteggiamenti di cui si
servirà a studio, per dar vita alle sue mirabili scene di vita romana››. 39
Dai documenti
relativi alla Mostra del ’27 emerge pieno accordo tra Amministrazione
provinciale e Governatorato sui criteri guida dell’esposizione, così come
condivisione della responsabilità organizzativa e dell’impegno economico a
sostegno dell’iniziativa (Corsi 2001, pp.134-143). Comuni appaiono la
consapevolezza della necessità di far oggetto d’indagine e di riproposta il
complesso delle manifestazioni delle vita popolare locale incalzata dal
‹‹rapido espandersi della civiltà››; il sentimento dell’importanza, e la
rilevanza anche in termini economici entro il complesso dei lavori preparatori,
della ricostruzione di ambienti e costumi per valorizzare abiti, gioielli,
utensili ma anche usi e consuetudini; la necessità che tali ricostruzioni siano
garantite dal punto di vista della qualità artistica.
Alla facilità di reperire i costumi ‘sul terreno’ in provincia
fanno da contrappunto, in città, generosità e buon gusto ‹‹delle classi elevate
e di artisti e collezionisti››, che offriranno quanto hanno già raccolto
secondo intenti e gusto personali. Sembra abbastanza frequente l’uso di
organizzare feste all’aperto ‹‹con intervento di persone opportunamente
abbigliate››. Vi è espressa l’intenzione di ‹‹rendere alla Regina d’Italia
l’omaggio della Provincia e di Roma nei costumi caratteristici indossati dai
migliori esponenti paesani e cittadini›‹, che si concretizzerà solo nel gennaio
del ’30, in occasione delle nozze del Principe ereditario, quando l’omaggio di
città e province nei costumi tradizionali verrà reso alla Regina da gruppi
provenienti da tutta l’Italia.40
Nonostante il modo con cui costumi ed oggetti erano stati
reperiti o forse anche per quello, la Mostra organizzata dalla Provincia nel
’27 fu considerata un esempio di accuratezza
documentaria, e piacque a molti. Tre anni dopo Amy Bernardy per esempio,
nel sottolineare l’imminente apertura al pubblico del Museo di Roma, punterà
l’attenzione sulle ‹‹ tre sale di costumi pinelliani e ottocenteschi›› che vi
si stanno allestendo41 augurandosi che esse possano almeno in parte
rinnovare ‹‹l’incanto di quella
indimenticabile Mostra del Costume Laziale
che dette l’ esempio di quanto si potrebbe e si dovrebbe fare, e stabilmente, per ogni regione se non per ogni città d’Italia››.42 Amy A. Bernardy era nel ’30 titolare,
con Antonio Maraini, della Sezione Arti figurative del Comitato Nazionale per
le Tradizioni Popolari. 43
Ancora nel ’68 Paolo Toschi - e le sue parole hanno un respiro
che si allarga all’intera nazione - sottolinea come nelle intenzioni del
principale ideatore e ordinatore, il Ceccarius, la Mostra della Provincia
dovesse servire ‹‹come base di studio del folklore, e non solo di quello
laziale›› e la considera una delle
manifestazioni più significative della faticosa ripresa della disciplina dopo
la crisi conseguente la guerra mondiale.44
Diversi materiali
utilizzati nella mostra del costume del ’27 andranno a comporre le Scene
romane, esposte al Museo di Roma a partire dal 21 aprile dello stesso anno,45
transitando tuttavia qualche mese prima per il corteo dei costumi da
tutta Italia che l’ 8 gennaio 1930 renderà l’omaggio popolare al Principe
ereditario e alla sua sposa.46
Il corteo per le
nozze del Principe
Nell’ambito dei festeggiamenti per le nozze del principe Umberto
di Savoia con Maria del Belgio, l’ 8 gennaio 1930 si svolge fino al Campidoglio
un corteo che raccoglie i costumi regionali di
tutta l’Italia.47
Il "corteo di costumi e costumanze" è voluto
dalla Regina Elena
e curato da Giulio Aristide Sartorio con la
collaborazione di Giuseppe Ceccarelli, che confeziona la parte riguardante
Roma, Orazio Amato, Ignazio Lombardi ed altri.48 Il Sartorio ottiene dal Regime che non si
tratti della "sola sfilata di gente in costumi nazionali" ma che
sfilino "le loro tipiche costumanze, i loro carri, i loro cavalli, i loro
buoi a complemento di un quadro di vita viva".49 Nel corteo sono compresi oggetti, animali e
mezzi di trasporto, tra cui diversi carri a vino da Marino, Genzano, Velletri.50
Soprattutto
attraverso la mobilitazione del Dopolavoro vengono raccolti costumi e materiali
di interesse etnografico da tutto il Lazio (figg. 4, 5, 6). E’ Enrico
Santamaria, capo del Dopolavoro dell’ Urbe, a mettere in moto i suoi
collaboratori per suscitare, in tutti i centri della Provincia, l’interessamento dei Podestà e dei Segretari
politici dei Fasci.51 Finirà per partecipare, mescolato agli altri,
al corteo (fig. 7), che d' altronde vede sfilare travestiti da “paesani”
diversi figli della borghesia di provincia. 52
Già alla fine del
’27, probabilmente mettendo a frutto
l’esperienza della Mostra romana del costume inaugurata nel marzo, L’Opera
Nazionale Dopolavoro (O.N.D.) aveva promosso un articolato programma di mostre
provinciali di costumi e di arte popolare, feste, registrazioni di canti e
leggende, riproduzioni cinematografiche di scene della vita popolare,
costituzione di bande, cori e gruppi di danza, concorsi di canzoni da
organizzarsi a cura dei Dopolavoro provinciali e dei Comitati locali per le
arti popolari, con l’intento di contribuire alla conservazione delle tradizioni
popolari in via di estinzione, incentivare le produzioni locali, favorire il turismo, ricordare al
pubblico urbano il valore delle virtù rurali e della tradizione, conseguire la
pace sociale. “Libera l’operaio dalla fissazione su le differenze tra ricchi e
poveri, dandogli la possibilità di conseguire tante cose che nessuna ricchezza
saprebbe acquistare (..): questo è lo scopo dell’Opera Dopolavoro (..)”.53
Criterio d’allestimento principe, teso a favorire il coinvolgimento emotivo
dello spettatore, la ricostruzione di ambienti popolari. Negli anni ’30 queste
linee di tendenza avranno la loro consacrazione teorica anche su “Lares”, la
rivista - nata nel ’12 per iniziativa del Lorìa come organo della Società di
etnografia italiana e rifondata nel ’30 come organo del Comitato Nazionale per
le Tradizioni Popolari (CNTP) - che costituì punto di riferimento informativo e
scientifico per la comunità dei folkloristi.54
Le descrizioni della parte del corteo che riguarda Roma
presentate da Marga Sartorio e dal Ceccarius hanno un certo interesse per chi
voglia ricostruire la storia e il contesto delle Scene romane e degli oggetti
in esse contenuti, oltre che naturalmente per chi intenda indagare l'atmosfera
di quel momento storico. Nella descrizione della Sartorio, Roma "incede col suo vergaro e il suo pastore ..(..) Dal primo gruppo di costumi cari al Pinelli si è
(..) distaccata una fanciulla vestita di giallo oscuro, la tubetta diritta sul
capo (..) : offre (..) una sciarpa di seta romana. Un mormorio di ammirazione accoglie il codettone, specie di carro dalle altissime ruote, trainato da tre
paia di buoi e che porta il masso di travertino dalle cave di Tivoli. Diritto
come un auriga classico, il conducente poggiato a l’alto bastone passa immobile
(..). (..) Lo segue il carro a vino con la sonagliera e il cagnetto (..) Ecco i
mietitori, vestiti di bianco, con le armi incruente per la grande battaglia del
grano (..) Li segue il carro con l'altare pronto per la Messa (..)
trainato da quattro buoi aggiogati in linea retta: è la così detta serta e ancor oggi, nei
giorni di festa porta il pane ed il vino di Cristo tra i mietitori nelle Paludi
Pontine (..)".55
Risalta dalle descrizioni come il corteo in costume del ’30 sia
concepito come una sequenza, in movimento, di scenografie riproducenti la vita
popolare regionale (“quadri di vita
viva”), a comporre, provincia dopo provincia,
talvolta paese dopo paese, un mosaico di vita nazionale popolare in cui gli
elementi culturali tradizionali comuni a proletariato e borghesia provinciale
hanno larghissima parte. Un trionfo di
“Strapaese”.56 La continuità
con le scenografie allestite per la mostra del ’27 è evidente e sottolineata.
Il corteo del ’30 sembra portare alle estreme conseguenze l’artificio
espositivo delle ricostruzione veristica d’ambiente, entro un intento di resa
comunque artistica del dato documentario e tendente a favorire il
coinvolgimento emotivo.
Riprendendo tematiche ormai note, il Ceccarius sottolinea come
l’eleganza, lo sfarzo del corteo facciano “dimenticare il disprezzo di un tempo
non lontano per le vecchie cose, allorchè la moda venne con la grigia monotonia
dell'abito cittadino a relegare nelle arche e nelle casse (..) lo splendore policromo
e multiforme del tradizionale costume. (..)
abbiamo potuto riportare in onore (..) le antiche fogge, non come una
affermazione d'impossibili ritorni al
passato che nessuno invoca,
ma per quel sentimento caro
ed intimo che avvince più che mai alla propria terra (..). Così
la terra latina è apparsa
per gli antichi abbigliamenti sotto un aspetto nuovo e veramente
artistico che ha affascinato. E' stata una rivelazione, ancor più evidente e
interessante di quella che si ebbe or son
due anni alla Mostra del
Costume. Altro era infatti veder gli abiti indosso a manichini
rigidi ed inerti, altro è stato ammirarli nella grazia di un vivo corpo di
fanciulla”. 57 La
descrizione del corteo dovuta al Ceccarius è ricca di particolari: “(..) Vennero (..) dai paesi che cingono Val
d' Aniene i forti montanari, i pastori, le formose ragazze di Anticoli e di
Saracinesco (..) Intrecciarono all'uso antico il saltarello laziale, la danza
(..) che porta i ballerini ad accompagnare il movimento dei piedi, alzando le
mani, posandole ai fianchi, sollevando il grembiale e protendendolo innanzi.
(..) il gruppo dei popolani e delle fanciulle dell'Urbe offrì come dono
caratteristico un tradizionale manufatto romano: una sciarpa variopinta, quale
un tempo portavano le minenti ed
anche le signore e che oggi è un ornamento ricercato dalle straniere. Lavorate
ancora da vecchie operaie su telai a mano, le sciarpe sono divenute un oggetto
di curiosità, mentre nello scintillante digradare dei loro colori potrebbero tornare
ad esser di moda. (..) delle fiorenti
rappresentanti dei rioni (..) piacquero assai anche i caratteristici ed
originali costumi che indossavano. Erano infatti vestite con la carmagnola, le
folte chiome coperte dalle piccole tube di largo e ruvido feltro arruffato a
bella posta e ornate di rosette e di altri fiori, oppure abbassate da un grande
pettine di argento, col collo carico d'oro e di monili, le scioccaglie. Cantavano a coro accompagnandosi con le grandi
tamburelle gli stornelli intonati da sei solisti. E quando furono avanti al
palco Reale (..) si levò l'antico fiore:
fior de mortella/ e si lo sa lo Re ve manda a piglia/ pe' fa la razza de la
gente bella. Oltre cinquanta popolani suonavano calascioni e mandole. Si
poterono rivedere per Roma i giubbetti di velluto, i panciotti di panno rosso
ed a righe, le giacchette aperte, i corti calzoni e l'ampia fascia intorno alla
vita; in testa i rammoschè a tuba coi
fiori e coi nastri. (..)" Nella parte del corteo riguardante il Lazio
"uno squillante tintinnìo di sonagliere commentava il passaggio dei
carretti a vino di Marino e di Velletri, completi all'uso antico col carettiere
nel caratteristico ed elegante costume con
la tracolla antica a la schiavona - rose ar cappello e sciarpa a la romana”.58
Nella parte della descrizione del Ceccarius relativa all’Agro più
chiaramente risaltano aggettivazione, metafore e similitudini datate: “ (..)
Un'aura mistica aleggiava su di un carro avanzante al suono della campanella
che dondolava dal giogo. Il carro da messa trainato da tre buoi colossali, con
l'altare da campo dei mietitori scesi da Cori in folta schiera simili ad un
gruppo di candidi guastatori. Rude milizia dei campi, con la falce, le roncole,
i falcetti… E poi il colossale codettone
di Tivoli (..) Lo guidava, diritto nell'imponenza di un dominatore, il bovaro.
(..) Ed ecco in un insieme agreste
dovuto all'arte squisita di Orazio Amato, al suono delle arcadiche zampogne e
dei flebili pifferi, i pastori con i bianchi cani al guinzaglio. Il capraro
(..) apriva la teoria delle donne e dei fanciulli di Val d'Aniene che recavano
fiori e palme (..) Agli stornelli romaneschi succedevano le nenie pastorali
della montagna. (..) Confusi tra i butteri partecipavano alla equestre adunata
con giovanile baldanza Enrico Santamaria, Giulio Sarrocchi, Federico Mastrigli,
Filippo Filippini-Lera, cavalcando intorno ad Augusto Imperiali, dalla candida
barba fluente, Augustarello,
vincitore leggendario in una sfida famosa dei cow-boys di Buffalo Bill. Così,
precedendo con la massa dei centauri dell'Agro i segni dei possessi imperiali,
si chiudeva il gruppo laziale del Raduno dei costumi. Un insieme di alto
interesse folkloristico".59
Pur con i dovuti distinguo, va notato come la strategia dei demo-antropologi del tempo,
tra i quali va annoverato anche il Ceccarius, fosse sostanzialmente orientata
non solo a suscitare l’interesse del Regime ma anche a cercare l’inserimento
nelle istituzioni culturali da questo promosse, al fine di suscitare maggior
attenzione allo studio delle tradizioni popolari e per farsi riconoscere in
esclusiva il ruolo di esperti e garanti della “genuinità” delle tradizioni
popolari, per esempio entro l’attività di riproposta dei fatti folklorici
promossa dall’O.N.D.: “Anche la rinnovata meravigliosa fioritura di
manifestazioni folkloristiche - è Paolo Toschi che presenta il primo numero
della nuova “Lares” – può trovare nelle opere degli studiosi una norma e una
base di serietà, mentre a sua volta serve a richiamare l’interesse di un vasto
pubblico sullo studio delle tradizioni e dei costumi”.60 Nel ’30
Giuseppe Ceccarelli faceva parte della Giunta Esecutiva del Comitato Nazionale
per le Tradizioni Popolari (CNTP), della quale Paolo Toschi era Segretario. Nel
CNTP era inoltre titolare, insieme con Giovanni Podenzana, della Sezione Abbigliamento nel Sottogruppo Cultura materiale entro il Gruppo di Etnografia, quest’ultimo presieduto da
Aldobrandino Mochi.61 IL CNTP venne costituito nel ’28 durante un
convegno organizzato dell’Ente per le Attività Toscane, organo periferico del
Regime, al quale parteciparono tra gli altri, il Mochi, il Rajna, Michele
Barbi, Paolo Toschi, Raffaele Corso e Giuseppe Cocchiara. Il CNTP dapprima si
legò al Centro di Alti Studi dell’Istituto Fascista di Cultura di Firenze, poi
invitò i propri organi locali a
collaborare con l’ Opera Nazionale Dopolavoro (nel ’30) e nel ’32
divenne l’organo tecnico-scientifico del Comitato Nazionale per le Arti
Popolari (CNIAP).62 Va detto tuttavia che, almeno nel Toschi ma probabilmente anche in
altri, è riconoscibile l’intento di utilizzare il sostegno del potere
costituito per ottenere spazio e legittimità alle istanze disciplinari più
significative e di più largo respiro, e per poter incidere in modo più diretto
e qualificato sulla realtà, con piena assunzione di responsabilità circa le
difficoltà del compito: “Entro i confini nazionali l’opera di indagine che
prima era quasi sempre individuale, limitata, inorganica, discorde, tende ora a
farsi sempre più sistematica, a vincere le barriere regionali, a stabilire
contatti con le discipline affini, a impadronirsi di metodi più rigorosi e di
mezzi pratici più perfezionati. Essa è sorretta e alimentata dal vivace
risveglio del sentimento nazionale operato dal Fascismo. Nel confronto con le
altre nazioni civili, l’Italia sente ora la necessità di mettersi alla pari con
le conquiste che il pensiero mondiale ha compiuto in questo campo della
scienza, onde potere felicemente competere con le nazioni più progredite e
portarvi anch’essa il proprio contributo originale e fattivo. Alla nostra
generazione tocca, anche per quel che riguarda lo studio delle Tradizioni
Popolari, un compito complesso e difficile: essa deve assolverlo con gli stessi
criteri di grandezza, di armonia e di illuminata passione che ispirano tutta la
vita italiana d’oggi”.63
Ė Raffaele Corso a fornire il più preciso quadro teorico di
riferimento per il corteo dei costumi, con rimandi alla letteratura del viaggio
in Italia, un occhio a possibili accuse di “esotismo” e, nei modi del tempo e con
piena adesione all ’ideologia dominante,
un’appassionata promozione del costume
e della vita popolare tradizionali: ”Per avere l’idea del fascino che
emanano i nostri costumi popolari, quando siano veramente tali, bisogna vederli
come li videro tanti e tanti viaggiatori che la nostra patria visitarono a
scopo di diletto e di studio. Essi ne parlano nelle lettere, nei diari, nei
libri con entusiasmo sia per la modestia delle forme, sia per la gentilezza del
gusto, l’una e l’altra esaltando come espressione di pura stupenda poesia. (..)
Si dirà che siffatto entusiasmo, che è proprio dei temperamenti romantici,
risponda a quel fenomeno psicologico appellato esotismo. Ma ciò nulla toglie alla verità del fatto che le recenti
Mostre e gare del Costume, fiorite in tutta Italia alla luce dei Fasci,
principale fra tutte la grandiosa adunata di Venezia, hanno messo in evidenza e
confermato nella sua vera bellezza e in tutta la sua importanza; giacchè è
noto, per i recenti studi folklorici, che il popolo, più di ogni altro, porta
negli atti più semplici e perfino più umili della vita la passione e il senso
dell’estetica, la quale costituisce la poesia che infiora la sua esistenza, pur
fra le miserie e i travagli delle giornata, nella vasta solitudine dei campi e davanti
ai divini spettacoli della natura. Abiti ed ornamenti rispondono a tale
principio, variamente inteso ed espresso, a seconda del gusto collettivo
orientato verso la tradizione; la quale tutto governa ed assoggetta alle sue
austere norme, sebbene influenzata da vari fattori o coefficienti, di ordine
naturale alcuni, come la dolcezza e la severità del clima e del paesaggio; di
carattere sociale e storico altri, come le vicende politiche e tutti quei fatti
ed avvenimenti che comprendiamo nel generico titolo di mescolanze etniche”.64
Il corteo dei costumi trova le sue coordinate nelle parole del
Corso anche dal punto di vista più propriamente espositivo: “ (..) come il
quadro va considerato nel suo insieme e non nelle figure isolatamente prese e
nei singoli dettagli, affinché il valore dell’ arte e il suo significato si
rendano vivi e risplendenti, così il costume va osservato nella maniera in cui
si indossa e si mostra, ossia nel suo ambiente. Visto nel museo o nella
vetrina, sul manichino o sul fantoccio, nel disegno o nella figura, esso rivela
la propria bellezza, ma non tutta come quando partecipa alla vita del corpo,
che lo anima e gli conferisce le attrattive dei suoi ritmici movimenti,
facendone risaltare le grazie della forma, del colore, degli ornamenti
nell’armonia dell’insieme. I costumi non vanno ammirati con l’occhio dello
scienziato che scruta e osserva le cose spente, le cose morte e senza spirito;
ma nella loro funzione, nella vita, fra il popolo che li usa e li ama con
l’amore delle cose care e sacre; nei casolari e nei villaggi, nei giorni di
lavoro e in quelli di festa, specialmente, quando ogni contadino, o pastore od
artigiano, per umile che sia, veste con ricchezza e grandezza; nei
pellegrinaggi ai santuari lontani, nelle processioni religiose, nei cortei
nuziali, nelle cerimonie del battesimo, nelle danze, e nelle gare. Ivi, in quel
momento di gioia e di ebbrezza, di fascino e di meraviglia, essi si offrono in
piena luce, e come vive note di colore, belli nelle armoniche tonalità, più
belli nei contrasti, s’illuminano e trionfano”.65
Per comporre il corteo si copiano i disegni e le stampe di
Bartolomeo Pinelli e si fanno confezionare
di nuovo costumi pinelliani dalla Scuola Professionale del Governatorato
"Margherita di
Savoia", si utilizzano grandi tamburelle per accompagnare
gli stornelli, calascioni, armoniche e mandole delle raccolte di Evan Gorga, si
addestrano al suono e al canto i dopolavoristi capeggiati da Nicola Leuzzi
sotto la guida del maestro Brancali. Testi e musiche vengono
"esumate" da Alberto Cametti, storico della musica romana.66 In onore degli sposi reali viene organizzata
anche la rappresentazione di un corteo nuziale dell' antica Roma. L'incarico di
renderla possibile viene affidato a Duilio Cambellotti, che allo scopo realizza
sette acquarelli su cartone.67
NOTE
1 Entro la Sovrintendenza comunale ai beni culturali, il Museo di
Roma in Trastevere (ex Museo del folklore e dei poeti romaneschi) costituisce
una filiazione, istituita negli anni ’70, del Museo di Roma. E’ stato
recentemente riorganizzato dando più spazio alle iniziative di esposizione
temporanea e spettacolare ma conserva un nucleo storico di materiali in
esposizione permanente di cui le Scene
romane – insieme con diversi acquarelli della “Roma sparita” di Ettore
Roesler Franz - costituiscono il fulcro (cfr. M. CORSI, Appunti per una cronologia delle “Scene romane” al Museo di Roma in
Trastevere (I parte), in “Bollettino dei Musei comunali di Roma”, XV
(n.s.), 2001 e (II parte), in “Bollettino dei Musei comunali di Roma”, XVII
(n.s.), 2003). La data del 21 aprile non è senza significato. Il Natale di
Roma, festa nazionale dal ’23, era diventato, in contrapposizione al primo
maggio dei socialisti, “giornata fascista”, simbolo dell’assunzione da parte
del Fascismo del mito di Roma come strumento di unificazione e di richiamo alle
tradizioni nazionali. Già dal ’21 Mussolini affermava: ”Celebrare il Natale di
Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la
nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per
meglio slanciarsi verso l’avvenire.” E, a partire dal ’25, ogni 21 aprile diede
luogo a Roma alla solenne inaugurazione di
monumenti o all’inizio di importanti manifestazioni politico-culturali (cfr. M. TEODONIO, Il Natale di Roma: il mito e il rito, in M.TEODONIO (cura), Il classico nella letteratura romanesca del
Novecento, Fondazione Besso, Roma 2001, pagg. 178-182).
2 L’opera di Bartolomeo Pinelli (Roma 1781-1835), oltre che sul
piano artistico, è oggettivamente rilevante anche sul versante della
documentazione d’interesse folklorico, per la gran mole di incisioni prodotte,
dal 1809 per oltre vent’anni, e per la
puntuale e particolareggiata documentazione degli abiti e degli oggetti d’uso (
A. TROMBETTA, Mondo contadino d’altri
tempi, I costumi del Molise, Ed. Scientifiche Italiane, Napoli 1989,
pp.28-33, 282, 285-286, 291; R. LEONE, Bartolomeo
Pinelli, in L. CAVAZZI (cura), Una
collezionista e mecenate romana. Anna Laetitia Pecci Blunt. 1885-1971, Ed.
Carte Segrete, Roma 1991, p.53).
7 Per esempio da Arturo LANCELLOTTI in Il Lazio. Usi, costumi, tradizioni, canti del popolo romano, Pinci,
Roma 1927, p.7
8 Cfr V. MARIANI, Bartolomeo
Pinelli, in G. INCISA DELLA ROCCHETTA (cura), Bartolomeo Pinelli, Istituto Grafico Tiberino, Roma 1956, p.11,
tav.I; ma anche P. BARGHIGLIONI, L’Isola
tiberina e la regione trasteverina, in F. SABATINI (cura), “Il Volgo di
Roma”, II, 1890, p.138
9
Cfr. Li quattro mejo fichi der
bigonzo, in G. ZANAZZO, Poesie
romanesche, Roux e Viarengo, Torino-Roma 1904, p.71
10
Richiesta in data 11/4/1952 in Archivio Storico Capitolino (ASC),
Ripartizione X (1920-53), busta 289, fasc.14
11
Cfr. AA.VV.,
Thomas Ashby. Un archeologo fotografa la campagna romana
tra ‘800 e ‘900., De Luca, Roma 1985, pp. 17, 82, 105
12
Ospitate stabilmente nell’ex convento carmelitano in piazza S. Egidio
dalla metà degli anni ‘70, le Scene romane furono esposte per la prima volta
nel 1930 nella sede del Museo di Roma all’ex pastificio Pantanella, poi dal ’52
a Palazzo Braschi, in piazza San Pantaleo, quando il Museo riaprì dopo la
guerra.
20
M. BORGATTI, Mostre retrospettive
in Castel Sant’Angelo, ‹‹Roma. Rassegna illustrata dell’Esposizione del
1911››, II, 5-6 (27 marzo 1911), pp. 17-18 A.M. COLINI, Il Museo, ‹‹Capitolium››, XXVII, 5-6 (maggio-giugno 1952),
pp.119-120; C. PIETRANGELI, Il Museo di
Roma. Documenti e iconografia, Cappelli, Bologna 1971, p. 16.
21
A. LANCELLOTTI, Il Museo
Etnografico Italiano, Ristetti e Tumminelli, Milano-Roma 1926, pp.
10-11. Solo nel ’56 dopo molte
traversie il fondo Loria andrà a costituire l’attuale Museo Nazionale delle
Arti e Tradizioni Popolari. (S. PUCCINI, Evoluzionismo
e Positivismo nell’Antropologia italiana, in AA.VV., L’antropologia italiana. Un secolo di storia., Laterza, Bari 1985,
p. 115; S. MASSARI, Museo nazionale delle
arti e tradizioni popolari, Marsilio, Roma 2000, p 16).
23
CORSO 1927, Il Museo…. , pp.
696-697.
25
Oltre a quanto già annotato (CORSI 2001, p.140), vorrei sottolineare al
proposito come le istanze di Angelo De Gubernatis fossero nel ’10 pienamente
condivise da Lamberto Loria ( L. LORIA, Del
modo di promuovere gli studi di etnografia italiana, relazione al VII
Congresso geografico italiano, Palermo 30 aprile-6 maggio 1910, riportato in
TOSCHI 1944, p.96; ID., L'etnografia strumento di politica interna e
coloniale, ‹‹Lares››, I (1912), riportato in S. PUCCINI, L’uomo e gli uomini, CISU, Roma 1991,
pp.402-403) e come nel ’25, nell’introdurre il primo numero de ‹‹Il Folklore
italiano››, Raffaele Corso esprimesse riconoscenza per il presente al Pitré e
per il passato proprio al De Gubernatis (‹‹Il Folklore italiano››, a. I, fasc.
1, marzo 1925, p. 6). Né sembra un caso
che ancora nel ’44 Paolo Toschi, nel ricordare l’opera del Loria tra gli
antecedenti dell’auspicato Museo delle Tradizioni Popolari, riporti proprio il passo in cui lo studioso sottolinea
l’attualità delle posizioni espresse molti anni addietro da Angelo De
Gubernatis.
30
Archivio Storico Capitolino (ASC), Ripartizione X (1920-53), busta 78,
fasc.1A, Lettera di Pietro Baccelli a Filippo Cremonesi in data 22/6/26.
35 MR 43848, in Corsi
2001, p.137. Ringrazio Otto Mazzuccato per avermi segnalato l’esistenza di
questo documento
presso il Gabinetto
comunale delle stampe.
36 CAVAZZA 1987, pp.
116-117.
37 L. LORIA - A. MOCHI,
Museo di Etnografia Italiana in Firenze.
Sulla raccolta di materiali per la Etnografia italiana, 1906, in
PUCCINI 1991, pag.247.
L’immagine del “velo uniforme” che “si va stendendo sulla diversità de nostri costumi”
era stata ripresa prima dell’ 11 anche dal Villari (A. Fleres, Per la mostra
etnografica, ‹‹Roma. Rassegna illustrata dell’esposizione del 1911››, II,
n°2 ( 31 gennaio 1911), pag.10).
38 Il regolamento della
Mostra della “Roma che sparisce” suggeriva:
‹‹Saranno ammesse vedute di interni, cortili, giardini [..]
animate con scene ritraenti costumi e tipi caratteristici,
mercati, venditori ambulanti, cerimonie e feste che vanno scomparendo››.
(Associazione Artistica Internazionale, Mostra
della “Roma che sparisce”. Regolamento, Tip. G. Ferrari, Roma 1927). Quasi tutte le opere ottenute per quella
mostra sarebbero poi confluite nel Museo di Roma (A. MUNOZ, Il Museo di Roma, Ed. a cura del
Governatorato, Roma 21 aprile 1930, p. 50).
39 MASTRIGLI 1927, p. 143).
Gli oggetti offrono
qualche conferma a
quanto asserito dalle fonti
cartacee. Oltre al
manichino rappresentante
Bartolomeo Pinelli (inv. MF 479) con il suo cane (inv. MF 481), ritroviamo
nelle attuali Scene romane il bastone che termina con la testa d’aquila con le
orecchie (inv. MF 238) pur impugnato da un altro personaggio, mentre una
campanella in terracotta (inv. MF 341) nella Scena dello scrivano pubblico reca
all’interno la scritta: S.Giovanni 1926 ore 24 ½. Ancora: le borchie metalliche sulle canne della zampogna zoppa (
inv. MF 444) nella Scena dei pifferai ne denunciano la provenienza da Anticoli
Corrado (l’informazione mi è stata fornita da Antonello Ricci, che ringrazio),
paese natale di Orazio Amato, luogo di frequentazione artistica privilegiata
per Antonio Barrera. E’ opportuno qui anticipare che anche nel corteo del ’30
la parte riservata ai pastori di Val d’Aniene, che vede sfilare diversi
zampognari, sarà organizzata da Orazio Amato.
40 CECCARIUS, Roma e il Lazio al Corteo dei costumi,
in “Capitolium”, febbraio 1930; M. SARTORIO, Tutta l’Italia presente,
“Capitolium”, febbr. 1930.
41 Con tutta
probabilità le tre Scene romane allestite
nel ’30 ( quelle dell’osteria, del saltarello e dello scrivano pubblico),
ideate e realizzate con
gli stessi criteri della Mostra del Costume da Antonio Barrera con la
collaborazione di Giulio Cesare Reanda
(CORSI 2001, pp. 141-145).
42 A. A. BERNARDY, Cronache di folklore, “Lares”, giugno
1930, pag.52.
43 cfr. Statuto del CNTP, in “Lares”, giugno
1930).
44 P. TOSCHI, Il folklore di Roma e del Lazio: ieri, oggi
e domani, ‹‹Palatino››, XII (4° serie), 1 (1968), p. 60.
45 A. MUNOZ, Il
Museo di Roma, ‹‹Capitolium ››, a.VI, n° 5, maggio 1930, p. 222; CORSI
2001, pp.141-45, 152.
46 CECCARIUS 1930;
SARTORIO 1930
47 Servizio Educazione
artistica e Cultura popolare dell’ Opera Nazionale Dopolavoro (O.N.D.)-Sezione
Folklore, Costumi
musica danze e feste popolari italiane, O.N.D.-Tipografia del Littorio, Roma 1931, pag. 171-217.
48 SARTORIO 1930,
pagg. 65-67; CECCARIUS 1930, pag.
70-71; O.N.D. 1931 , pag.183.
49 SARTORIO 1930, pag.66.
50 O.N.D. 1931, pag.183.
51 SARTORIO 1930,
pag.66; CECCARIUS 1930, pag. 70-71.
52 S. Ciaraldi – E. Silvestrini, L’Archivio fotografico del Museo Nazionale
delle Arti e Tradizioni Popolari, “La Ricerca Folklorica”, 3, aprile 1981, pag.98
55 M. SARTORIO, citato, pagg.63-67 passim. Diversi sono i doni offerti agli sposi. Per
la confezione di alcuni di essi viene pagata la Scuola Professionale
“Margherita di Savoia” ( ASC, Governatorato di Roma, Deliberazioni del
Governatore, del. n° 1749 del 8/3/30).
Saranno proprio le allieve di questa Scuola ad offrire ai Principi la sciarpa.
Permette di affermarlo il confronto delle foto storiche visionate.
56 Si fronteggiano negli
anni Venti i sostenitori della modernità (razionalismo architettonico,
novecentismo bontempelliano) e quelli della tradizione e di Strapaese: “ Oggi
la lotta è tra Strapaese e stracittà
basato il primo sulla valorizzazione dei valori nazionali, in massima data dal
regionalismo, il secondo sulla diffusione (..) del verbo italico, ottenuto con
qualsiasi mezzo, anche forestiero pur di raggiungere lo scopo” ( FABBROVICH, Il Friuli alla testa del folklorismo in
Italia, “Ce Fastu?”, V (1929), n°3, riportato in S. CAVAZZA 1997, pag.90).
57 CECCARIUS 1930,
pag.76.
58 CECCARIUS 1930,
pag.76-80 passim.
59 Ibidem, pagg. 80-82 passim.
60 P.TOSCHI, All’amico lettore, “Lares”, giugno 1930,
pag.3.
61 Statuto del CNTP, in
“Lares”, giugno 1930.
62 Si veda al proposito
quanto in S. CAVAZZA 1987, pagg.109-122. Un accenno al rapporto tra CNIAP e OND è
anche in P. TOSCHI, Guida allo studio
delle tradizioni popolari, Boringhieri, Torino 1962, pagg. 31-32.
63 P. TOSCHI 1930,
pag.4
64 R.CORSO, I dopolavoristi d’ Italia convenuti in Roma
per le auguste nozze di S.A.R. il Principe ereditario nei loro tradizionali
costumi, in O.N.D. 1931, pagg. 189-190.
65 Ibidem, pagg. 205-206. Mi piace qui segnalare il dibattito in corso
in ambito demoantropologico tra razionalismo museografico e “museografia della suggestione”, del quale
si trova un primo spunto per necessari
approfondimenti nelle pagine
di Alberto CIRESE, I beni demologici in Italia e la loro museografia ( in P. CLEMENTE
1996, pagg. 249-262) ed un cogente invito al superamento negli scritti di
Pietro Clemente (1996 e, con Emanuela Rossi, 1999) e di Vincenzo Padiglione
(2001, citato più oltre in questa nota). Esso avrebbe già potuto essere
introdotto ricordando il lavoro di raccolta effettuato per il Museo di
Etnografia Italiana. Una raccolta “bellissima e “numerosissima” di oggetti
quella che appassiona nel 1907 Lamberto Lorìa e Aldobrandino Mochi, tanto che
molto opportunamente Sandra Puccini nel saggio del ’98 (citato, pagg.116-119) rileva come dietro il Museo del razionalismo scientifico, che da questo
lavoro emergerà, sia invece un Museo “costruito nel vivo di un’esperienza
ludica, nel quale si dispiegano la forza espressiva, la fantasia creativa, lo
stile e l’umanità dei suoi costruttori, intrecciandosi corposamente con le cose”. Anche di questo la “scenografia”
dell’allestimento museale, che Pietro Clemente suggeriva per il Museo di
Alberese (CLEMENTE 1996, pagg. 105-128) e che conserva tutta la sua attualità,
credo dovrebbe riuscire a dar conto. Un
contributo estremamente interessante al dibattito sui criteri di allestimento
dei musei demoantropologici è stato recentemente offerto dal lavoro di Vincenzo
Padiglione e della sua equipe, che ha permesso l’apertura al pubblico, a
Roccagorga, dell’EtnoMuseo Monti
Lepini. Un Museo denso, sensibile e riflessivo, nel quale competenze e
prassi della ricerca demoantropologica si incontrano con sensibilità estetica e
pratiche comunicative dell’esperienza storicoartistica, saperi e risorse locali
con riflessioni e agire museografici di respiro internazionale.
Nell’allestimento gioca anche, in parte non trascurabile e con largo uso della
ricostruzione di ambienti, il criterio scenografico della verosimiglianza di
tipo teatrale, con effetto di suggestione, di divertimento, di spiazzamento,
per indurre alla riflessione su quanto esposto e non solo (V. PADIGLIONE, A misura di esperienza, presentazione di
Ma chi mai aveva visto niente!, catalogo dell’ EtnoMuseo Monti Lepini,
K editore, Roma 2001). E’, quello di
Roccagorga, un Museo per il quale sembra
appropriata la metafora di un corpo vivo, sul quale il passato ha
lasciato chiari segni senza cancellare curiosità di futuro. Un museo ricco ed
evocativo, che suscita meraviglia
(adattissimo dunque anche ai bambini)
e sprizza sapienza da tutti i pori.