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1.1 Nel giugno del 1969 Pier Paolo Pasolini è a Nevscheir, in Turchia, per girare alcune scene di Medea. Di notte, o nelle pause concesse alla troupe, legge e consulta i suoi testi di antropologia religiosa, prende appunti e scrive poesie. Tra i libri c'è The Golden Bought di James Frazer. L'interesse di Pasolini per i temi della religiosità del mondo "arcaico" non nasceva allora. Alla fine degli anni '50 il sentimento religioso - di matrice cattolica e contadina - che caratterizzava la sua Welthanschaung soccorse una nuova attenzione nei confronti della religiosità del Mezzogiorno e dei popoli "primitivi". Il rituale di sacrificio umano presente al principio di "Medea" ha le caratteristiche del documentario etnografico ed è per questo dettagliato, scientifico, apparentemente distaccato dall'oggetto che descrive, eppure, in maniera sottile, partecipe dell'ideale di rinnovamento che il rito vuole rappresentare. Pasolini, in un'ottica di tipo "fenomenologico", accomuna Frazer, de Martino e Mircea Eliade. 1.2 Il 1960 fu "l'anno dell'Africa". In quella data 17 stati africani ottennero l'indipendenza, preceduti di circa dieci anni da quei paesi del continente asiatico che avevano maturato una migliore organizzazione politica e una struttura sociale più avanzata. L'emancipazione dei paesi afro-asiatici offrì a Pier Paolo Pasolini la chiave per conoscere un patrimonio culturale estremamente vitale. Un primo grido poetico ai paesi del Terzo Mondo Pasolini lo lanciò nella poesia "Frammento alla morte" (1960). L'alternativa al prepotente modello di sviluppo economico industriale, che in Italia stava portando alla trasformazione di una società tradizionalmente contadina in una massa che aspirava ad un modello piccolo borghese, divenne per Pasolini "il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell'Africa che illumina il mondo". La scoperta dell'Africa era intrecciata al tema della rabbia e del sentimento di morte. La crisi ideologica di quegli anni, scaturita dalla delusione politica di fronte allo stallo del Partito Comunista e dallo smarrimento dell'intellettuale marxista nella nuova società capitalista, aveva portato con sé anche una crisi stilistica: figlia di questa crisi fu la nascita di un'idea "creaturale" della vita, che opponeva la naturalità del corpo alla storicità dell'individuo. Contro lo spettro della crisi dell'impegno, oltre la rabbia provocata dalla crisi, Pasolini dette fiducia alla poesia in un gesto estremo di fuga dalla storia occidentale: "Africa! Unica/ mia alternativa………/……" (Frammento alla morte). L'attività cinematografica rappresentò il pretesto per numerosi viaggi alla ricerca dell'autentico, "fra figli di poveri". Nel 1961 Pasolini andò in Kenya e negli anni successivi si recò in Sudan, nel Ghana, in Nigeria, in Guinea. Nell'estate del 1963 raggiunse Israele e la Giordania: fu il periodo in cui progettò di realizzare in quei territori "Il Vangelo secondo Matteo". Il forte richiamo nei confronti del Terzo Mondo aveva ragioni politiche ma rispondeva anche al fascino di un esotismo romantico, letterario, "rimbaudiano" e "baudelairiano". La poetica dell'evasione condotta dai primi romantici scaturiva dalla polemica antiborghese: Baudelaire invocava la Morte nella poesia "Voyage" affinché lo portasse via, attraverso il mare, verso l'Ignoto, per fuggire dalla noia della civiltà; ma sempre più spesso, alla fine dell'Ottocento, questa esplosione lirica dei sentimenti si trasformava in pratica dell'evasione. Partire per l'Africa al fine di abbrutirsi e tornare all'istintualità, lontano dalla civilizzazione operata dal cristianesimo attraverso le leggi morali, fu il proposito di molti artisti: Rimbaud abbandonava la poesia a diciannove anni. Pasolini verrà folgorato a sedici anni dalla lettura dei suoi versi ascoltata in classe; dichiarerà anni dopo che quella lettura aveva segnato il momento in cui si era liberato dal fascismo "naturale". La complessa influenza dei poeti maledetti superava quindi l'aspetto puramente formale e lirico per incidere sulla formazione ideologica e sullo sguardo rivolto al mondo. Il libro "L'odore dell'India" raccolse le impressioni e le riflessioni in forma di taccuino che Pasolini aveva spedito nel 1960 a "Il Giorno", durante un lungo soggiorno indiano trascorso con Moravia e Elsa Morante. Guardando e vivendo la povertà e la silenziosa sopportazione degli Indiani, Pasolini riconosceva un'immagine familiare. Il destino del sottoproletariato agricolo indiano, fissato da secoli in una crudele e coatta immobilità dalla dominazione straniera, si univa a quello del sottoproletariato africano e a quello del meridione d'Italia. Tutti quegli uomini, non ancora corrotti dal capitalismo, erano chiamati ad assolvere "una funzione storica". Immergendosi totalmente nella realtà della popolazione indiana, avvicinando i ragazzi "ammucchiati per terra nella polvere", osservandone i riti, le abitudini e le differenze di classe, lo aveva colpito subito l'odore della vita, "di poveri cibi e di cadavere che, in India, è come un continuo soffio potente che dà una specie di febbre". Il rifiuto del mondo borghese distruttore dell'antico, del vitale, si concretizzò in una fuga dalla storia occidentale alla ricerca di uomini legati alla terra, sacri anche per la loro disperazione, davanti alla quale Pasolini, in un amore fatto di partecipazione intensa, si commuoveva, si perdeva, si disperava: "sarà una disperazione storica, sociale, morale." 1.3 Il pensiero pasoliniano di questi anni venne ulteriormente chiarito alla luce del documentario di montaggio realizzato nel 1963 su proposta del produttore Gastone Ferranti: "La Rabbia". Il documentario deve considerarsi prima di tutto come una meditazione sul significato della Storia contemporanea in quanto tempo governato dalla Borghesia; il poeta si aggrappò alla necessità di credere nell'Utopia di un mondo nuovo. Portatori di questo messaggio di speranza furono gli sguardi dei bambini del Terzo Mondo, i più sofferenti, le vittime carnali della società del potere colonialista e razzista. Nel mutare delle coscienze, nel superamento della logica classista della Storia Borghese Pasolini vedeva la vittoria della lotta di classe. Nella tarda primavera del 1964 fu pubblicata la raccolta poetica "Poesia in forma di rosa", una sorta di diario lirico di questi anni, in cui trovò spazio anche il resoconto del processo per "La ricotta". Tale processo avrà tra le conseguenze più gravi la rinuncia forzata a girare in Africa il soggetto de "Il padre selvaggio". Nell'immagine dell'Africa restituita nel poemetto in terzine "La Guinea" riecheggiano i toni funebri dei paesaggi, che assumono un valore religioso, sacro: il legame tra l'umile terra e la negritudine rappresentava la nuova ragione contro l'irrazionalità di ogni atto storico, sintesi della nuova condizione di vita. Il tono prevalente era quello del rammarico per non aver compreso e previsto prima l'arrivo di una nuova epoca, "la Nuova Preistoria": "Sta per morire / l'idea dell'uomo che compare nei grandi mattini / dell'Italia, o dell'India, assorto a un suo piccolo lavoro". Pasolini leggeva un'unica via d'uscita, quella dell'opposizione, che lo porterà, consapevolmente, alla solitudine e all'emarginazione intellettuale. Egli voleva fuggire dalla storia immergendosi in una realtà altra per riappropriarsi della sua cultura, per dare nuovo senso ad un presente senza più memoria. Voleva fortissimamente rimanere una "forza del passato", che traeva vitalità solo dalla tradizione, quella tradizione che la borghesia non amava e che avrebbe distrutto omologando un uomo all'altro, distruggendo i dialetti in una veloce finis historie. Ciò che lo interessava era "il riacquisto della storia, la riappropriazione di essa non in astratto: cioè, storia italiana, la sua morale, la sua antropologia, la sua politica e la sua poesia, in una sintesi realistica. Un tale acquisto veniva, dalla discussione letteraria in corso, svalutato: lo storicismo sempre più cedeva il passo alla sociologia; sempre più lo storicismo veniva inteso come un frutto secco, non suscettibile di rinnovamento. Invece Pasolini tendeva ad esso oscuramente, con le armi della glottologia, di una istintiva antropologia". 1.4 Nonostante questi siano stati gli anni di maggiore solitudine e disillusione, la creatività di Pasolini era rimasta molto feconda. La produzione filmica che va dal 1963 al 1966 - definita da Miccichè il "cinema dell'ideologia" - mostrava un forte prevalere di tematiche politiche e socio-culturali, un'evidente apertura di orizzonte, "uno sguardo verso l'Altrove della mitica borgata" . I documentari del '63 e del '64 (rispettivamente "La rabbia" e "Comizi d'amore") rispondevano, nonostante il parziale fallimento dei risultati, ad una nuova esigenza di realismo e di indagine sociologica (ma non scientifica) sul nuovo modus vivendi degli Italiani. I due film sono importanti anche al fine di analizzare la successiva fase cinematografica di Pasolini, cosiddetta "del mito". Ne "Il Vangelo secondo Matteo" (1964), Pasolini venne esplicitamente in contatto con un elemento prepotente eppure di difficile conciliazione con il suo essere storico, ideologico: la sfera del sacro. Sotteso a tutto il suo cinema e alla poesia, il sacro si concretizzava come un modo di vedere la realtà: "io sono propenso a un certo misticismo. A una contemplazione mistica del mondo, beninteso. Ma questo è dovuto a una sorta di venerazione che mi viene dall'infanzia, d'irresistibile bisogno di ammirare la natura e gli uomini, di riconoscere la profondità là dove altri scorgono soltanto l'apparenza esanime, meccanica, delle cose". In una lettera scritta al produttore Alfredo Bini nel giugno del 1963, Pasolini tentò di spiegare il suo intimo approccio al Vangelo, definendolo "ebraico e iracondo testo". La forza che lo spingeva a realizzare il film aveva i termini esteriori di una folgorazione "sulla via di Damasco"; in realtà egli attingeva a piene mani da una interiore spinta irrazionalistica, messa a lungo a tacere da un volontario sforzo ideologico. Con il cinema il "marxista, scrittore nato idealmente dalla Resistenza" , iniziò esplicitamente a interpretare il sacro. Il Cristo pasoliniano non può essere definito altrimenti che un eroe: l'umanità così rigorosa e ideale che egli mostra appartiene ad un personaggio mitico, straordinario; è un solitario profeta che nega il presente superandolo. Gli uomini che "salva" rappresentano tutta l'umanità umiliata dalla Storia: anche loro, come gli emarginati della borgata romana, rappresentano il Dopostoria. 1.5 La rinuncia all'assolutismo ideologico operata in "Uccellacci e uccellini" (1966) - il corvo-intellettuale marxista ortodosso divorato da Totò e Ninetto -, pur lasciando spazio alla riflessione, aveva generato ulteriore smarrimento. La consolazione e il sollievo si trovano in mondi lontani dalla Storia eppure generatrici di essa: i Miti. Essi nascondono il codice genetico della civiltà. E forse richiamarli in vita "riattualizzandoli" vuol dire credere nella loro efficacia, farsi nuovamente portatore della tradizione, "nell'illusione, disperatamente creduta o tenacemente voluta, che dai bagliori di un'agonia così vistosamente lacerante possano sorgere vitali faville: tali da esorcizzare un mondo destinato a umiliare, dominato dagli scheletri viventi dei borghesi, e da illuminare l'auspicato e non posseduto inizio della Storia dell'uomo". Quando Jean Duflot, in una conversazione con Pasolini del 1970, lo "ammonisce" per aver abbandonato ogni forma di realismo a favore del ricorso al mito, egli risponde: "Tutto ciò che è realistico è mitico e viceversa". Nel saggio "Pasolini e la morte" (1993), Giuseppe Zigaina scrive a questo proposito: "Se dovessi rappresentare - diciamo - il modo di pensare di Pier Paolo, potrei dire che il pensiero tecnico razionale-empirico tende a regredire, in lui, verso il punto in cui si giustappone a quello simbolico-mitologico-magico, ma sottolineando che, paradossalmente è proprio questo regredire che costituisce la sua estrema modernità". Pasolini ha bisogno di essere completamente immerso nella vita, nel suo ininterrotto fluire, ma deve farlo attraverso l'arte, che si identifica, alla fine degli anni sessanta, con l'occhio della cinepresa. La poesia doveva farsi azione, e l'azione poteva tradursi in immagine cinematografica. Era attraverso il cinema, immagine non naturalistica, che il reale si trasformava nuovamente in qualcosa di sacro, che non aveva bisogno di spiegazioni. Nel 1967, partendo dal vecchio progetto di una Orestiade africana, Pasolini giunse a delineare un progetto cinematografico più vasto, in cui la prospettiva era rappresentata dalla riflessione sul conflitto tra il sostrato culturale dei popoli colonizzati e i costumi politici e culturali delle forze colonizzatrici. I paesi del Terzo Mondo interessati dovevano essere cinque: Maghreb, Africa Nera, India, Sud America, ghetti degli Stati Uniti, ma per realizzare il progetto Pasolini fu costretto a scendere a compromessi; il canale di diffusione divenne la televisione, la RAI, e l'unico episodio girato fu quello sull'India. L'indagine assunse la forma di una intervista-conversazione su di un poema, mezzo usato da Pasolini per avvicinare il popolo indiano. 1.6 Di fronte all'intera produzione pasoliniana è facile perdersi nella varietà di linguaggi usati. Per contro è nella unitarietà e nella compattezza dell'ispirazione che bisogna cercare una chiave di lettura: un luttuoso canto la percorre nel tempo e nello spazio e a fargli da guida c'è la perenne opposizione Storia-Preistoria. La Morte rappresenta "il destino ineluttabile che dà un senso alla vita e costituisce la sua pulsione fondamentale; la Storia è intesa come il luogo dove l'individuo à destinato a dannarsi spegnendovi la propria vitalità e la propria libertà." La polarità Storia-Preistoria aveva assunto negli anni i termini topografici di Città e Borgata in "Accattone" e "Mamma Roma"; si era concretizzata all'interno del set de "La Ricotta" tra "la zona dove un sottoproletario agonizza e la zona dove un borghese conduce il proprio gioco" ; a seguire in un naufragio progressivo verso una dimensione sempre più favolistica: nell'episodio "Che cosa sono le nuvole" si passava dalla Finzione dello spettacolo dei burattini all'unico momento di vita nella Realtà, che coincideva con la Morte. Il contrasto tra Istinto e Ragione e tra Civiltà e Barbarie in "Medea" e "Edipo Re", conclude la terza fase cinematografica; sarà con la quarta fase, quella di "Salò", che si leggerà l'identificazione tra libido e mortido che sembra sottesa a tutta l'opera pasoliniana". Durante un'intervista televisiva rilasciata in occasione dell'uscita di "Medea", Pasolini rispose alla domanda di un professore che trovava incomprensibile la trascrizione moderna di "Medea", affermando che l'attualizzazione aveva una sua profonda ragione d'essere. Per Pasolini il mito funzionava sempre e parlava in ogni lingua poiché attingeva ad un patrimonio comune all'Occidente. Per questo "Medea" poteva benissimo essere la storia di un moderno paese africano costretto a fronteggiare la catastrofe della collisione della propria barbara cultura con la civiltà materialistica occidentale. L'opposizione tra Natura (intesa da Pasolini come mondo della ripetizione, come mondo magico, rituale) e Cultura (intesa come divenire storico, come mondo della ragione), seppure paradossale - per la scuola di storia delle religioni italiana, ad esempio, la ritualità e il mondo magico sono forme culturali compiute -, assume aspetti inconciliabili ed estremi nei due eroi tragici Giasone e Medea. Il mito di Medea era ancora portatore di senso: Pasolini legge nella figura della maga l'incarnazione del selvaggio, l'elemento distruttivo del pensiero razionale e del mondo rappresentato da Giasone. Questi era un eroe pragmatico privo di interesse verso la sfera spirituale; i suoi atti erano finalizzati al possesso, al raggiungimento del potere. Il nodo tragico dell'incontro tra i due eroi si basava sull'impossibilità di annullare la propria natura per divenire altro da sé. Già nelle prime sequenze viene posto in essere il confronto tra i due mondi: quello moderno dominato dalla cultura razionale e quello arcaico, dominio della magia. Le prime sequenze del film, separate da stacchi decisi e prive di movimenti interni di macchina, accompagnano Giasone nella crescita fisica e culturale. La sua educazione era stata affidata al centauro Chirone, essere mitologico metà uomo metà cavallo, di grande bontà e saggezza. Immerso in uno splendido paesaggio naturale il centauro inizia Giasone, che lo ascolta attento, alla conoscenza di se stesso e del mondo. Dapprima con le parole avvolge l'universo della presenza divina: "Tutto è santo, non c'è niente di naturale nella natura. In ogni punto dove guardi è nascosto un dio e seppure egli non c'è, ha lasciato i segni della sua presenza sacra. Quando la natura ti sembrerà naturale tutto sarà finito e inizierà qualcos'altro; ma, avverte il maestro, la santità è allo stesso tempo una maledizione: accanto all'amore degli dei per gli uomini s'insinua l'odio". Giasone farà l'errore di fidarsi dell'amore divino, ma anche i suoi errori vengono contemplati da Chirone. Egli si esprime attraverso parole crittografate che nascondono la combinazione della verità futura. Il centauro rappresenta la parte poetica e favolosa dell'infanzia di Giasone. Nel corso degli anni Chirone diverrà sempre più saggio e razionale, e si farà uomo insieme a Giasone. Essi sembrano rappresentare l'infanzia dell'umanità, allorquando l'uomo antico, volgendo il suo sguardo all'orizzonte, provava l'esperienza della perfezione, della grandezza divina. Se nell'età arcaica quell'esperienza traeva ancora origine dalla bellezza naturale o dalla scoperta dell'agricoltura, l'uomo razionale moderno non prova più sorpresa. E' smaliziato di fronte a ciò che ora controlla completamente: l'ambiente è stato umanizzato. Chirone ha anche la funzione di cantore del mito: non solo spiega la discendenza di Giasone e il ruolo del vello d'oro, ma anticipa ciò che avverrà dopo: l'incontro di Giasone con un mondo "lontano dall'uso della nostra ragione": il mondo di Medea. Il centauro lo definisce, usando le parole di Mircea Eliade, "molto realistico": poiché "solo ciò che è realistico è mitico e ciò che è mitico è realistico". L'uomo moderno, attraverso il ragionamento e la concezione razionale della realtà, si è allontanato dalla natura e dalla divinità, per lui non ha più valore l'insegnamento della natura, né la sua protezione. Medea, dopo aver rubato il vello d'oro giunge a Jolco insieme a Giasone: appena sbarcata cede al panico. Lontana dall'universo sacro che ha tradito, le vengono a mancare i punti di riferimento: un albero, una pietra che possano segnare il centro della terra e un punto di comunicazione tra l'uomo e la natura. Ammonisce gli uomini di Giasone che non hanno bisogno di ingraziarsi gli elementi naturali, non benedicono le tende, non ascoltano la voce del Sole e della Terra: Medea prova orrore del vuoto, non trova le tracce della presenza divina. Camminando ansiosamente sulla terra arida e fredda, chiama a sé le voci dei suoi dei. Ma non si trova più sulla sua terra : è l'alba di una nuova civiltà. La macchina da presa segue Medea che tenta di conquistare lo spazio: prevalgono le inquadrature che schiacciano l'attrice in basso, l'orizzonte la opprime. L'eroe schernisce la sacerdotessa devota al nulla e, giunta la sera, la fa sua schiava in un freddo atto di possesso. Le parole conclusive del centauro, divenuto puro pensiero razionale, sono state il suo insegnamento: "Non c'è nessun dio". Il silenzio, il gelo e l'indifferenza sono le costanti del rapporto tra Giasone e Medea. Murri commenta: "Tutti gli affetti presenti in Euripide vengono azzerati, restano solo come ricordo o come miraggio irraggiungibile nello sguardo visionario di Medea. L'amore, la morte, la disperazione la rabbia, il rimpianto, tutto si consuma in una strana, allucinatoria aura di freddezza". Le inquadrature perfettamente articolate con cui Pasolini ha raccontato la crescita di Giasone, cedono il posto a inquadrature sporche e tremolanti nel racconto del rito di fertilità. Il paesaggio è mutato. Siamo ha nella città di Ea situata nella regione della Colchide. Medea, sacerdotessa di Ecate, dea della morte, vive qui. L'opposizione civiltà-barbarie si avverte dal principio con la scomparsa della parola che, pur in forma di monologo, era presente nell'episodio del centauro. Il silenzio severo del vento tra le montagne è rotto solo da rumori metallici. La voluta assenza di dialogo s'inserisce nella battaglia contro la pseudo-cultura razionalista e funzionalista condotta da Pasolini in quegli anni. Il fine era rompere la compattezza linguistica della massa usando come arma un nuovo pensiero in cui era centrale l'elemento irrazionale, in cui il significato esplicito presente nel mezzo dialogico era sacrificato per caricare di senso le immagini, per costruire "il linguaggio della realtà". Per realizzare gli esterni di Medea, Pasolini raggiunge la Siria e la Turchia. I paesaggi aspri sembrano respingere la presenza umana. Come fosse materiale per un documentario, Pasolini fa delle riprese solitarie e coglie le espressioni spontanee dei protagonisti: non si avverte alcuna artificiosità, le carrellate della cinepresa a mano seguono una carovana di uomini che raggiungono il luogo del rito. I canti d'amore iraniani e le musiche sacre giapponesi (che Pasolini aveva scelto su consiglio di Elsa Morante) costituiscono l'unica via di comunicazione: è poesia in musica. L'obiettivo era percepisce con i sensi prima di comprendere con la mente. La musica preannuncia la prima comparsa di Medea. Incastonata nel suo originale abito regale, Medea guarda silenziosa verso la vittima del sacrificio: un ragazzo seminudo legato per le mani che verrà, di lì a poco, fatto a pezzi. Il sangue della vittima cosparso sulle piante e la sua carne sepolta nei campi, daranno nuova vita alle colture, garantiranno un buon raccolto. Tutto il popolo attende le parole rituali della sacerdotessa che, pronunciate girando la ruota del sole, principieranno il nuovo ciclo della terra: "Dà vita al seme e rinasce il seme". Per qualche istante l'ordine sociale viene sovvertito per il sopraggiungere di uomini mascherati da fiere che danzano intorno alla ruota: Medea è legata ad un palo e suo fratello viene colpito simbolicamente con dei rami. Lo stacco successivo mostra nuovamente i reali in possesso del potere: sono alteri, come statue sacre, posti di fronte ai soldati. Parallelamente anche Giasone si trova con i suoi soldati: sono gli Argonauti, coloro che costruiranno Argo, la prima nave della storia. L'eroe va a riprendersi il suo regno: Pelia, lo zio usurpatore, lo sfida. Se tornerà con il Vello d'oro avrà il regno. Giasone giunge nelle terre oltre il mare, ed è lì che si avverano le profezie di Chirone. Medea è l'unico film in cui prende vita il sogno pasoliniano di un mondo barbaro, selvaggio. Pasolini ha inventato rituali magici per descrivere un'epoca preistorica stranamente parallela alla storia, dove la natura è un coacervo di forze inesplicabili la cui rappresentazione doveva avvenire attraverso il canto di Medea-Callas. Durante la lavorazione questo proposito viene abbandonato per lasciare spazio al silenzio. Medea incarna le forze divine: è la cupa padrona dell'universo sacrale. Le sue visioni danno senso al film, che infatti si sarebbe dovuto titolare "Visioni della Medea". E' in lei che avviene il passaggio tra le due epoche. È vivo dentro di lei, nei suoi occhi di fiera catturata, il conflitto insanabile di civiltà e barbarie. Le sue visioni indicano che lo spazio concesso all'elemento religioso in una società materialista, è quello del sogno e del silenzio. Entrambi permettono di approcciarsi al mito in un modo diverso. La tragedia greca è giunta fino a noi attraverso la concretezza delle parole: la morte e la vita sono descritte, ma il carico emotivo che comunicano travalica l'univocità delle parole; ciò dimostra l'annullamento del rapporto che le lega al reale. Medea ode i canti delle donne che lavorano. Quei suoni liberano le ansie di un popolo che sente giungere la propria fine. Preannunciano sventura: "Il nostro regno aveva per confine il cielo. Ma egli verrà e forerà il cielo, e così il nostro Regno finirà. Il mare diventerà nero, noi piangeremo mentre tu riderai". La distruzione avverrà per mano di un uomo che "ha sulla bocca il nome della bestemmia e che viene dal mare". Mentre ascolta quelle parole infauste, Medea ha la prima visione di Giasone. E' un uomo forte, coraggioso, bello. Cerca il vello d'oro e Medea ne è la custode. Il canto dice ancora: "Il sangue diventerà nero come un sacco di crine e tutta la luna si ritirerà nell'ombra e il vento soffierà senza far rumore. Cadremo come morti per terra e quando riapriremo gli occhi vedremo le cose abbandonate per sempre da Dio; mentre staremo pregando, cadremo come epilettici e quando ci rialzeremo non conosceremo più Dio". Medea apre gli occhi dal sonno e si guarda intorno, spaventata. Schiava del dio, si fa legare dalle sue ancelle e viene condotta al tempio. La musica segna l'incontro col Dio: suoni metallici si fondono ai versi degli animali: è una litania ferale. Medea si purifica passando attraverso il fuoco. Mentre giace davanti al Vello d'oro, ha una nuova visione di Giasone. Sembra essere caduta in trance: subito dopo decide di tradire il suo popolo e la sua cultura per partire con lo straniero. La musica tace: Medea non conosce più Dio. Le inquadrature sono brevi e seguono da vicino il suo viso in primi e primissimi piani, frontali e di profilo. Lo sguardo è enigmatico ma si percepisce la sua angoscia e la sua disperazione. Medea abbandonerà suo padre. Ucciderà suo fratello facendolo a pezzi. Seminando le membra, costringerà suo padre a fermarsi per ricomporle. Sono cruente manifestazioni dell'amore per Giasone. Il racconto per immagini di queste sequenze è suggestivo. L'incontro tra Medea e Giasone è fatto di sguardi silenziosi carichi di sensualità. Questa energia ha un' immediato sfogo nell'omicidio del fratello: in campo lungo, si vede Medea che sferra i colpi ma il corpo martoriato è nascosto dal carro, così come nella rappresentazione teatrale classica era interdetta allo sguardo l'immagine della morte. La cavalcata verso il mare degli Argonauti è ripresa da una prospettiva lontana: le bellissime montagne bianche che fanno da contrasto al cielo turchino creano, a mio avviso, una delle più belle immagini paesaggistiche del cinema pasoliniano (la fotografia del film è di Ennio Guarnieri). Il gesto crudele è necessario: essi rappresentano per lei il passato, la sua interiorità. Questi valori non possono sussistere in una società individualista e arrivista. Unendosi a Giasone tenta di dimenticare le sue radici facendo terra bruciata intorno. La soluzione di continuità tra il passato e il presente è costituito dalla vestizione. Ci troviamo nella città di Jolco: la macchina da presa indugia sulle case bianche della tranquilla città. Il silenzio è rotto dall'arrivo di Giasone e Medea: tornano da Pelia in possesso del vello d'oro. Osservando Medea, le figlie del re lanciano un urlo terribile, paragonabile a quello delle donne di Ea di fronte all'omicidio compiuto da Medea. Il silenzio torna quando le donne comprendono che non c'è più pericolo: allora carezzano il viso della straniera e per accoglierla nella nuova società la spogliano delle sue vesti nere di barbara e la vestono dei loro colori. Nonostante le vesti cittadine, Medea rimane barbara nella considerazione di tutti gli abitanti di Corinto. Pasolini trasmette lo spostamento temporale e il mutare delle condizioni attraverso l'incontro tra Giasone e i due centauri: ci troviamo in una Corinto trasfigurata nella Piazza dei Miracoli di Pisa, simbolo architettonico di una civiltà colta. Cambiano i colori: il bianco accecante delle strutture è posato delicatamente su freschi praticelli, disposti razionalmente. L'inquadratura rimane fissa sul centauro mitologico, si allarga quando Giasone nota lo sdoppiamento. Il centauro razionale prende la parola e gli spiega che il centauro-pedagogo non può comunicare con lui perché possiede una logica troppo diversa, eppure quella parte irrazionale è sopravvissuta accanto all'altra. Giasone resta sconvolto ascoltando le sue parole. Lo sconvolgimento è spiegabile: il regresso dell'uomo moderno ad una dimensione dominata dall'interesse privato e dal profitto, ha determinato la sottomissione e la scomparsa dei sentimenti. Giasone opera all'insegna di questa legge: sposando Glauce, la figlia del re di Corinto, diviene erede al trono. Perciò lascia Medea e i suoi figli. Ma le parole del centauro annunciano la catastrofe: l'amore è una potenza distruttrice. Giasone ne avverte il pericolo e appare per la prima volta disorientato. Proprio per la sua origine di straniera e la sua fama di maga, Creonte teme Medea: è portatrice di una cultura altra, sconosciuta proprio perché si fonda sulle forze della natura. Ella vive in simbiosi con la terra, fonte della vita e della morte; per lei l'amore è un gesto totale che non ammette razionalizzazioni, ed è l'unica forza che può distaccarla dal culto per la vita-morte. Medea viene colpita nel suo essere donna: la sua prima reazione è la sofferenza e la sopportazione. Appare provata. Decide di farsi accompagnare dalla nutrice in città per vedere Giasone: egli è intento a festeggiare le sue imminenti nozze. Pasolini riduce l'inquadratura in primo piano al dettaglio degli occhi della protagonista. Medea si copre con il velo: prova un terribile patimento. Al ritorno le parole di una delle sue ancelle le fanno riscoprire un mondo sommerso dentro di lei: quello della magia e della vendetta. Se inizialmente rifiuta la propria diversità e soffre del clima di astio nei suoi confronti, sente infine di essere rimasta quello che era: "Un vaso pieno di un sapere non mio". Chiusa nella stanza, medita sulla sconfitta: la sua mente, tra il sogno e la realtà, partorisce una visione: il sole che sorge la chiama a sé, le dà forza. La dissolvenza incrociata sovrappone l'immagine di Medea al paesaggio della Colchide, dalle sue viscere proviene il richiamo all' antica natura. Rimbomba l'agghiacciante suono metallico misto ai versi degli animali, già ascoltato durante la lunga sequenza del rito di fertilità. Medea è di nuovo unita al dio. Nella visione Pasolini dà vita al mito di Euripide. Torna dalle sue ancelle trasfigurata nei suoi antichi panni di sacerdotessa. Le donne camminano furiosamente avanti e indietro nella stanza, come menadi in preda alla furia distruttrice. Solo la nutrice fa richiamo alle leggi morali: per la semi-dea nessuna parola ha valore, ci sono solo i suoi patimenti. Anche la nutrice deve aiutarla perché una donna e può capire. Medea sogna di uccidere crudelmente e violentemente Glauce, che muore arsa viva nelle vesti datele in dono da Medea. Il destino si ripete due volte: il sogno si trasforma in realtà. Pasolini dichiara, polemicamente, che il senso di questa iterazione sta nella differenza di motivazioni: se nella visione prevale il motivo magico, nella realtà la vendetta si spiega con motivazioni psicologiche, quindi "comprensibili" secondo le categorie del pensiero razionale borghese. Coerentemente con le proprie leggi interiori porta avanti fino in fondo la propria vendetta. Medea coccola i propri figli prima di ucciderli: li lava, come in una forma di rito sacrificale, infine li colpisce con un coltello. La riflessione pasoliniana sulla inconciliabilità tra i due mondi incarnati da Giasone e Medea si traduce nella morte degli elementi concreti della mediazione. Nel mito pasoliniano di Medea la mediazione è dunque destinata a rimanere senza frutto, poiché fondata sul tradimento e sull'inganno. L'ultimo gesto di purificazione avviene attraverso il fuoco: così come per giungere dinnanzi al dio doveva passare sopra un letto di paglia infiammata, allo stesso modo purifica i suoi figli contaminati dalla civiltà: dà fuoco alla casa. Nel suono ininterrotto della musica sacra, Medea sembra dissolversi nel fuoco, mentre Giasone incredulo e disperato, le chiede invano di poter seppellire i suoi figli. Come ogni eroe tragico Medea rimane sola. Si è fatta giustizia da sola colpendo Giasone non fisicamente ma moralmente, condannandolo a scontare in eterno la sua colpa. Pasolini ha costruito il personaggio di Medea intorno a Maria Callas: "Questa barbarie che è sprofondata dentro di lei, che viene fuori nei suoi occhi, nei suoi lineamenti, ma non si manifesta direttamente, anzi la superficie è quasi levigata, insomma i dieci anni passati a Corinto, sarebbero un po' la vita della Callas. Lei viene fuori da un mondo contadino, greco arcaico, e poi si è educata per una civiltà borghese. Quindi in un certo senso ho cercato di concentrare nel suo personaggio quello che è lei, nella sua totalità complessa". Nonostante gli imponenti mezzi economici messi a disposizione della coproduzione italo-franco-tedesca, la partecipazione della Callas e di importanti nomi del mondo dello sport (il personaggio di Giasone è interpretato da Giovanni Gentile, campione olimpico di salto in lungo, scelto per la prestanza fisica) e del cinema (Massimo Girotti è Creonte e Lorenz Terzieff è il centauro), il film non fu compreso. Pasolini fu criticato per aver accettato di girare con le grandi case di produzione internazionali, divenendo egli stesso strumento dell'omologazione che combatteva. Rispose lanciando una sfida: "Io strumentalizzo la produzione che c'è, la produzione che c'è strumentalizza me, vediamo un po', facciamo questo braccio di ferro, vedremo di chi sarà la vittoria finale". Quella sfida fu persa dal regista, ma fu vinta dal poeta. (per gentile concessione dell'Autrice e della redazione del sito http://www.studioantropologico.it/) |
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"La ragione storica dei colori. Ernesto de Martino: 1959-1961" di Valerio Salvatore Severino La terra del rimorso è l’opera con la quale Ernesto de Martino storicizza il mito della tarantola sonora e colorata, registrato nel Salento durante l’estate del 1959. Il tema del “simbolismo cromatico” occupa la terza sezione del secondo capitolo e formula l’interpretazione di un orizzonte rituale della musica, della danza e appunto dei colori ai quali l’animale immaginario ma velenoso si troverebbe simbolicamente associato. Nel senso che i tarantolati scaricano un impulso aggressivo contro l’oggetto segnato dal colore ritenuto ostile, attraverso cui defluirebbero determinati conflitti psichici cromaticamente evocati. Da qui il caratteristico uso terapeutico di fazzoletti e nastri rossi, azzurri, verdi, gialli ecc. nel corso della danza eseguita secondo il ritmo della tarantella. Quasi che la tarantola in cui si identificano i ballerini scegliesse il colore per il quale avesse inclinazione, determinando una scelta tra i drappi così lacerati con i denti, calpestati con i piedi o stretti tra le mani con idoleggiamento passionale; ovvero modulando una diversa attenzione per i suoni e tempi musicali, con disarticolazioni e ricomposizioni del dispositivo cerimoniale[1]. Se l’opera presenta e ripetutamente torna su questa teoria dell’esorcismo nella sua forma cromatica, tuttavia la espone in modo paradossale nella parte che più avrebbe potuto illustrarla. In effetti, la sezione fotografica inclusa nel libro edito nel 1961 raffigura i tarantolati in bianco e nero. Nel giugno 1959, troviamo de Martino disposto a lasciare libero il fotografo, Franco Pinna, di raccogliere autonomamente materiale e di impiegarlo a propria “discrezione”, salvo per tutto ciò che avrebbe trattato “in modo diretto l’argomento del tarantolismo”[2]. Dalla descrizione che al momento disponiamo del materiale prodotto appositamente durante la spedizione nel Salento, tra il 20 giugno ed il 10 luglio, risulterebbe che delle 464 fotografie scattate, solo 11 sarebbero a colori su pellicola diapositiva[3]; dopo che la direzione del gruppo di lavoro era stata esercitata da de Martino durante delle riunioni preparatorie di carattere casalingo, ma anche ripartendo i compiti “in maniera assai precisa e formalizzata” in dei fogli dattiloscritti rinvenuti da Amalia Signorelli in più copie tra le carte d’archivio[4]. Nessuna rappresentazione colorata delle tarantolate, se mai ce ne fossero, risulta adoperata nelle pubblicazioni demartiniane. Lo scarto rispetto all’interpretazione in chiave cromatica non sembra dare problema in quanto è apparso che, complessivamente, “quei grigi tersi e variegati” riproducessero “la presenza del colore” nelle immagini della produzione pinniana e che “del colore non” avevano “bisogno”[5]. Resta tuttavia una documentazione invalidata dal punto di vista della “logica simbolica”, non integralmente giustificabile di fronte alla “ragione storica” per la quale, secondo de Martino, l’“irrazionale”, l’“oscurità” di certi condizionamenti e nessi culturali andavano ricostruiti nella loro immancabile coerenza[6]. Nell’Introduzione dell’opera, l’autore ribadiva l’“impegno della coerenza storiografica” anche nei confronti di alcune “belle fotografie”[7]. Si tratta della “documentazione di un etnofotografo, André Martin” grazie alla quale de Martino aveva verificato “che il tarantismo esisteva ancora. Tutto cominciò da lì”, scrisse l’etnomusicologo Diego Carpitella, unitosi alla spedizione salentina[8]. Un “viaggio sollecitato dalla sfida di quelle immagini iniziali”[9]. Le scene che, dal 28 al 30 giugno di ogni anno, si svolgono nella cappella di S. Paolo in Galatina “guidarono all’approccio sul terreno del fenomeno del tarantismo”[10]; colpivano “l’immaginario di de Martino”[11], accendendo “la sua curiosità”[12]. Ma, al contempo, lasciavano dubbi sul rischio che quelle fotografie potessero “passare davanti agli occhi come immagini di strani comportamenti eccentrici”[13], così come i drappi raffigurati in bianco e nero in mano alle tarantolate rischiarono di svincolarsi dalle ragioni storiche dei loro colori senza coerenza simbolica. Nel 1980 Diego Carpitella, tra i più coinvolti collaboratori demartiniani, già rilevava se non questo invalidamento, comunque una qualche procurata destorificazione. L’uso del bianco e nero per quelle immagini gli apparve “quanto mai pertinente, per gli anni in cui le foto furono fatte” perché “il neorealismo o realismo sociale in fotografia, aveva bisogno, per esaltare la condizione umana, di un bianco-nero metastorico”[14]. E’ opinione diffusa che anche Pinna abbia contribuito a creare i modelli neorealisti tratti dall’“infinita gamma di grigi di migliaia di metri di pellicola”, restituendo un’Italia nella “fragranza dei valori ancestrali di una memoria arcaica”[15]. Con quelle tonalità, le immagini parlerebbero “più di qualsiasi analisi sociologica”[16]; e la fotografia italiana del dopoguerra contribuirebbe all’“indagine socio-antropologica”, al “documentarismo scientifico”, alla “testimonianza del reale”. Questo è il procedimento con cui, a tutt’oggi, si ritiene opportuno aver scolorito il Sud Italia per trarne una storia visiva, sistematicizzando una resa fotografica di “consuetudini ancestrali” e di “lontani anfratti culturali del Meridione”[17]. L’“uso del bianco e nero” da parte di un’altra fotografa del tarantismo demartiniano (Annabella Rossi), sembrò attagliarsi “meglio del colore [...] alle immagini di universi arcaici”[18]; così come, demologicamente, si è ancora motivati a documentare servendosi di un bianco e nero capace di proiettare “in un passato senza tempo, lontano e nostalgicamente bello”[19]. De Martino entra nel dibattito sulla configurazione di questo stile di “andata verso il popolo”, nel suo aspetto cinematografico. In Realismo e folklore nel cinema italiano egli denunciava il rischio che il dramma dell’ideologia arcaica popolare apparisse “irreale” e, che quel mondo, esplodesse in uno “scenario fittizio”[20]. Queste considerazioni si affiancano ad altre sul divieto “di immergerci nel sogno di mondi lontani”. Egli rimproverava ai registi di “orientamento barbarizzante” il tentativo “di isolare” il mondo magico-religioso “nella sua crudezza arcaica”[21]. “Il gusto del primitivo e del popolare”, a suo avviso, aveva “variamente influenzato in modo immediato certe correnti artistiche e letterarie”; ma non andava “incoraggiato, almeno nella misura in cui esso” alimentava “una sorta di evasione dall’ordine e dalla razionalità della civiltà”[22]. La diffusione dell’irrazionalismo nella cultura mondiale incrinava la “fede nella ragione storica” rendendo “assai desiderabile un lavoro complessivo, giustamente orientato […] sulle risonanze culturali […] nelle arti figurative […]”. Si sarebbe trattato “di un importante contributo non solo alla storia della storiografia europea, ma anche alla storia della sensibilità e del gusto di tutta un’epoca culturale”[23]. Ci si aspetterebbe che de Martino rivivesse lo stesso tormento suscitato dalla nota Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici fondata insieme a Cesare Pavese per conto della Einaudi. Tanto il bianco e nero della fotografia, quanto il modo nel quale Pavese promuoveva la collana editoriale poté sembrargli inopportuno. Alle fotografie private dei termini simbolici atti a regolare la circolazione visiva dei tarantolati, fa riscontro il poeta per come favoriva un contrabbando di merce primitiva o selvaggia, sganciato da un lavoro di dogana culturale. Entrambi sarebbero maniere troppo immediate di portare la cultura moderna progressista italiana di fronte ad aspetti arcaici ed irrelati interni all'Occidente[24]. De Martino non è altrettanto preoccupato dalla monocromaticità come forma di destorificazione nei termini storico-religiosi che problematicizzano il neorealismo. Anzi, prima della spedizione nel Salento, egli riteneva che le “ figure in bianco e nero” del cinema italiano mescolassero i discorsi dei contadini “ai nostri”, secondo una funzione umanistica tutt’al più ritenuta ‘bonaria’[25]. Più radicalmente, gli apparve ‘frettoloso’ “sfogliare [...] il libro della miseria nazionale” sulla base di un “umanesimo [...] troppo esclusivamente visivo” [26]. Per studiare il fenomeno del tarantismo, il nostro autore valutò il ricorso a uno psichiatra, a uno psicologo, a uno studioso d’antropologia culturale (talvolta detto sociologo), a un etnomusicologo[27]; difficilmente fu altrettanto esplicito riguardo alla parte visiva, salvo - in una rara circostanza - per indicare tra i requisiti richiesti al fotografo quello di saper unire “alla capacità tecnica una pronta adattabilità alle esigenze d’una équipe scientifica”[28]. Si pone il problema del potere che l’interpretazione storico-religiosa fu incapace di esercitare sulla “focalizzazione della comprensione”: espressione cara a de Martino, usata per spiegare lo svolgersi di un lavoro di ricerca interdisciplinare, dove la molteplicità degli approcci avrebbe dovuto subordinarsi a una prospettiva peculiare alla storia delle religioni. Pinna dichiarò che “nemmeno de Martino aveva chiaro l’uso che, nella ricerca sociale, poteva svolgere la fotografia e delle scoperte che assieme fecero”[29]. Riguardo ai colori della tarantola, mancò un dialogo ostacolato, per altro, da questioni di resa fotografica, di sensibilità della pellicola, di formato (oltre che di costo). Il bianco e nero era in effetti più praticabile. E’ significativo, tuttavia, che Pinna intraprese un uso sistematico del colore in occasione della lavorazione del film Giulietta degli Spiriti, per il quale il regista non era meno consapevole che l’illuminazione, la ripresa, la stampa avrebbero modificato le tonalità cercate. In una scena di Boccaccio 70, Fellini aveva già visto il bianco dei marmi diventare azzurro in proiezione, in conseguenza di indesiderati riflessi del cielo sulle pareti lisce delle costruzioni. Egli, tuttavia, sentì “l’esigenza” del colore per l’immagine degli spiriti di Giulietta[30], a differenza di de Martino per le foto delle tarantolate. Dal punto di vista visivo, de Martino non diede colore al “mondo magico” (usando un’espressione che è anche di Fellini[31]); e perdeva l’occasione di orientare il dibattito sul neorealismo destorificante nel senso di una ragione storica improntata al simbolismo cromatico del tarantismo. Forse il regista compì questa colorazione con una qualche consapevolezza del percorso da cui giungeva Pinna. Quanto meno, i critici parlano di un Incontro “magico” con Fellini [32], con che il fotografo sarebbe stato un “prezioso testimone dei riti arcani ed inquietanti studiati da De Martino”[33] e “le anomalie traumatiche di certi personaggi felliniani” rammenterebbero le “immagini in bianco e nero delle guaritrici lucane”, ricalco dell’esperienza vissuta sul versante etnologico[34], ma in una prospettiva questa volta surrealista. Per Fellini, il colore era parte “dell’idea e del sentimento del sogno”, in chiave umana e fantastica: “un tipo di fantasia che si sviluppa per illuminazioni colorate”, in modo che le apparizioni che perseguitavano il personaggio del film non “si manifestassero sul piano nevrotico, psicologico, scientifico”[35]. Già durante le spedizioni etnologiche interdisciplinari, Pinna era comunque in grado di produrre materiali a colori; ad esempio, durante la Pentecoste del 1959 e prima del servizio sulle tarantolate di fine giugno, quando ritrasse un lago non lontano dal paese di Serra, in Calabria e la statua immersa di S. Bruno, meta di una processione di fedeli. Sebbene, nella pubblicazione per l’“Espresso mese”, una sola fotografia è a colori, per illustrare un testo di de Martino privo di una qualsiasi chiave di lettura cromatica di riferimento. Il bianco e nero prevalse a illustrarlo[36]; e, sempre nell’“Espresso”, dominò interamente nel servizio sul Gioco della falce realizzato poco tempo dopo, nelle campagne di San Giorgio Lucano dove si svolgeva un genere di rituale che de Martino riteneva attinente al tarantismo, sotto il punto di vista dei “comportamenti zooantropici”[37]. Il riordino compiuto da Giuseppe Pinna di alcuni materiali dell’archivio del fotografo ha portato alla rilevazione di nove diapositive scattate a colori che ritraggono i contadini durante il rito propiziatorio al momento della mietitura[38]. Nella pubblicazione demartiniana non se ne fece uso[39]. Allo stesso modo, rimasero inutilizzate ne La Terra del rimorso le poche diapositive a colori fornite per il servizio sull’argia a Tonara (compiuto dopo quello a Serra S. Bruno) che si inserivano nell’ambito delle ricerche di de Martino sul tarantismo[40]. Il fotoservizio per il programma radiofonico Chiara fontana è un esempio di uso di immagini rigorosamente a colori “riprese durante una […] campagna di rilevamento etnofonica in Basilicata diretta dal prof. Ernesto De Martino” già nel 1956[41]. Se una parte (se pur minima) del servizio sulla processione al Santuario della Madonna di Pierno illustrò in bianco e nero la monografia Sud e magia nel 1959[42], quelle colorate del medesimo soggetto si collocavano in un settimanale, “Radiocorriere”, dove sin dal ’55 Pinna si era specializzato con quelle tonalità per numerosissimi servizi di intrattenimento: una serie di ‘dietro le quinte’ che illustrano delle riprese cinematografiche, presentazione di programmi televisivi, volti noti dello spettacolo e dello sport, ecc. E’ così che una contadina di Ruoti è raffigurata in copertina, altre volte affidata ancora alla macchina fotografica di Pinna per ritrarre Sophia Loren, Raf Vallone, Vittorio Gassman ecc[43]. Il tutto con colori che aumentavano l’impatto spettacolare. Questo è quello che si dice il “quadro di più vasta compatibilità commerciale” in cui si inseriva ogni immagine prodotta per de Martino[44], ovvero la situazione composita tra “riflessione scientifica” e “divulgazione giornalistica”[45]; se non la tesi che a alcuni sembrò scioccante di una finalizzazione “in larga misura” divulgativa dei materiali raccolti[46]. E’ in questione il grado di resa fotografica dello sguardo di de Martino; l’“identificazione” tra le due percezioni, su cui la critica si interroga con contrastanti valutazioni dei diversi contributi di Pinna nel corso degli anni Cinquanta: sin dalla spedizione demartiniana dell’ottobre 1952 in Lucania, al successivo ritorno in quei luoghi di una analoga troupe di studio, nel 1956. Nei confronti di alcuni fotografi che seguirono in quegli anni (Arturo Zavattini, A. Martin, Benedetto Benedetti, Ando Gilardi) de Martino poté apparire “un maestro validissimo” nel settore folklorico[47] dove, tuttavia, questi ultimi semplicemente transitarono “per proseguire altrove la loro vocazione di critici o di reporters”[48]. Mi colpisce l’intervista rilasciata a Calogero Cascio, nella quale Pinna annoverava l’“invito all’evasione” tra i “vizi” della stampa[49]. Questa frase evidenzia una situazione capovolta in cui l’“evasione” si trova abbinata non a ciò che abbiamo inteso nei termini di una fuga dalla storia in bianco e nero (metastorica), bensì al settore per il quale, più di altri, egli forniva fotografie a colori. Anche quando ne fornì per progetti di storia della cultura tradizionale nei fotolibri su La Sila (1959, con introduzione di de Martino) e Sardegna (1961)[50] è probabile che influirono questioni di appetibilità commerciale data l’occasionalità delle raffigurazioni a colori. (per gentile concessione dell'Autore) NOTE [1] E. DE MARTINO, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, Net, 2002 (1° ed. Milano, Il Saggiatore, 1961). Il tema del simbolismo cromatico costituisce una delle voci dell’indice analitico delle cose. [2] F. FAETA , Dal paese al labirinto. Considerazioni intorno all’etnografia visiva di Ernesto de Martino in I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino a cura di C. GALLINI/F. FAETA, Torino, Bollati Boringhieri, 1999, p. 77, nota 65. Citazione di una lettera del 15 giugno 1959 conservata nell’archivio Pinna. [3] C. GALLINI/F. FAETA, I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino, cit., p. 289. Sono cifre che vanno corrette sulla base di un lavoro sistematico d’archivio ancora in fase di ordinamento a cura di Giuseppe Pinna. Caso simile è quello di Sardegna. Una civiltà di pietra (Roma, Editrice dell’Automobile Club d’Italia, 1961) nel quale il fotografo propose una parte del materiale raccolto per una progettata e più ampia opera che complessivamente avrebbe accumulato 180 rullini di cui solo 200 foto a colori; materiale a cui fa riferimento in modo approssimativo Arturo Carlo Quintavalle per la pubblicazione postuma del volume di Franco Pinna (Lingue e racconto di Franco Pinna, in F. PINNA, Sardigna, Nuoro, Editziones De Sa Nae, 1983, p. 29). Una precisa schedatura è stata recentemente curata da Giuseppe Pinna in F. PINNA, L'isola del rimorso : fotografie in Sardegna, 1953-1967, a cura di Giuseppe Pinna, Nuoro, Imago multimedia, 2004. [4] A. SIGNORELLI, La ricerca sul tarantismo. Materiali dell’archivio de Martino, in “La ricerca folklorica”, n. 13 (aprile 1986), p. 110. Numero monografico Ernesto de Martino. La ricerca e i suoi percorsi. [5] E. PELLEGRINI, Un isolano a Roma, in Franco Pinna. I grandi fotografi, Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, 1982, p. 9. Un’analoga considerazione - in particolare nei confronti delle immagini raccolte nelle Lettere da una tarantata (Bari, De Donato Editore, 1970), - sulla “realtà densa [...] di colori” che la demartiniana autrice Annabella Rossi avrebbe saputo riprendere con la sua macchina fotografica “sia pure attraverso la lente monocromatica del bianco e nero” (L. CHIRIATTI/M. NOCERA, Con il miele e l’incanto di un sorriso. Il Salento nelle immagini di Annabella Rossi, in Annabella Rossi e la fotografia. Vent’anni di ricerca visiva nel Salento e in Campania, a cura di V. ESPOSITO, Napoli, Liguori Editore, 2003, p.103). [6] E. DE MARTINO, La terra del rimorso, cit., p. 59. [7] Id., La terra del rimorso, cit., p. 30. [8] D. CARPITELLA, Conversazioni sulla musica (1955-1990). Lezioni, conferenze, trasmissioni radiofoniche, Firenze, Ponte alle Grazie editori, 1992, p. 210. [9] C. GALLINI, Percorsi, immagini, scritture in I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino, cit., p. 46; p. 44. [10] F. FAETA, Il sonno sotto le stelle. Le prime fotografie etnografiche demartiniane in Lucania, in F. FAETA/A. RICCI, Lo specchio infedele. Materiali per lo studio della fotografia etnografica in Italia, Roma, Museo nazionale delle arti e tradizioni popolari 1997, p. 260; ripubblicato come introduzione a Arturo Zavattini. Fotografo in Lucania, Milano, Federico Motta Editore, 2003, p. 6. Dello stesso autore Dal paese al labirinto, cit., p. 70, p. 73. [11] S. MASSARI, Presentazione, in Annabella Rossi e la fotografia, cit., p. 9. [12] E. IMBRIANI, La “mistica estate” del 1959: Diego Carpitella ed Ernesto de Martino a Galatina e nel Salento, in L’eredità di Diego Carpitella. Etnomusicologia, antropologia e ricerca storica nel Salento e nell’area mediterranea, a cura di M. AGAMENNONE/G. L DI MITRI, Nardò, Besa Editrice, 2003, p. 79. [13] E. DE MARTINO, La terra del rimorso, cit., p. 30. [14] D. CARPITELLA, Franco Pinna e la fotografia etnografica in Italia, in AAVV, Viaggio nelle terre del silenzio. Reportage dal profondo Sud 1950-1959, Milano, Idea Editions, 1980, pp. 8-9. [15] E. TARAMELLI, Viaggio nell’Italia del neorealismo. La fotografia tra letteratura e cinema, Torino, Società Editrice Internazionale, 1995, p. 3; p. 194. [16] M. PISCHEDDA, L’uomo che fotografava i pensieri, in AAVV, Orgosolo. Omaggio a Franco Pinna, Roma, Frigidaire/Primo Carnera, 1997, p. 6. [17] I. ZANNIER, Il dopoguerra: neoralismo e formalismo, in Segni di luce. Vol. III. La fotografia italiana contemporanea, a cura di I. ZANNIER, Ravenna, Longo editore, 1993, p. 55; Id., Storia della fotografia italiana, Roma-Bari, Laterza, 1986, pp. 296-297; Id, Il dopoguerra dei fotografi, Bologna, Grafis Edizioni, 1985, p. 14 e il capitolo Neorealismo e indagine socio-antropologica. U. LUCAS/T. AGLIANI, L’immagine fotografica 1945-2000, in Storia d’Italia. Vol. XX, a cura di U. LUCAS, Torino, Einaudi, 2004, p. 16. [18] A. GIUNTA, La raccolta Rossi dell’Archivio Fotografico, in Annabella Rossi e la fotografia., cit., p. 111. [19] A. RICCI, Fotografare la musica popolare: appunti disarmonici fra obiettivi, pellicole, suoni e rumori, in La capra che suona. Immagini e suoni della musica popolare in Calabria, a cura di A. RICCI/R. TUCCI, Roma, Squilibri Editore, 2001, p. 35. [20] E. DE MARTINO, Realismo e folklore nel cinema italiano, in “Film critica”, n. 19 (dicembre 1952, vol. IV), pp. 184. [21] Id., Narrare La Lucania, in “Cinema nuovo”, IV (1955), n. 59 (25 maggio), p. 378. [22] Id., Panorami etnologici e folkloristici, in “Radiocorriere”, 1954, fasc. 14 (4-10 aprile), p. 17. [23] Id., Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni, in “Società”, IX (1953), n. 3; ripubblicato in Mondo popolare e magia in Lucania, a cura di R. BRIENZA, Roma- Matera, Basilicata editrice, 1975, p. 67 e nota 19. [24] Sulla collezione einaudiana si legga il carteggio curato da Pietro Angelini C. PAVESE – E. DE MARTINO, La collana viola. Lettere 1945-1950, Torino, Bollati Boringhieri, 1991. E. DE MARTINO, Etnologia e cultura nazionale negli ultimi dieci anni, cit., p.69 e relativa nota 25: “Nel tempo in cui il Pavese fu responsabile della collana, io ebbi la parte di consulente esterno; e debbo rimproverarmi di non aver visto allora con chiarezza la inopportunità di questa scelta [di indirizzo irrazionalistico], e di non averla contrastata come sarebbe stato necessario”. [25] E. DE MARTINO, Narrare la Lucania, cit., p. 384. [26] Id., Una spedizione etnologica studierà scientificamente la vita delle popolazioni contadine del Mezzogiorno, in “Il Rinnovamento d’Italia”, 1 settembre 1952, ripubblicato in L’opera a cui lavoro. Apparato critico e documentario alla “Spedizione etnologica” in Lucania, a cura di C. Gallini, Argo, Lecce, 1996, p. 39. E’ in effetti sul piano delle “immagini” e delle “figure” che il cosiddetto realismo gli sembrava illuminare, per quanto potesse, il mondo degli oppressi; ma anche su quello dei “colori”, probabilmente in riferimento alla pittura (Id., Intorno all’arte cosiddetta popolare, in “Ulisse”, fasc. XIX (A. VII, vol. IV; autunno 1953), p. 96). Al riferimento ai “narratori, pittori e cineasti” ( “nella narrativa, nella pittura, nel cinematografo”) fa riscontro l’idea di un intervento neorealista “con le immagini, con i colori, con le figure”. [27] Id., La Terra del rimorso, cit., p. 35; Id., La terra del rimorso. Ernesto de Martino ci racconta cosa ha cercato nei riti popolari del Sud, in “L’Espresso”, A. VII, n. 38 (17 settembre 1961), p. 11; Id., La ricerca interdisciplinare nello studio dei fenomeni culturali, in C. GALLINI (a cura di), I rituali dell’Argia, Padova, Cedam, 1967 (testo del 1963), pp. XIII- XV. [28] Id., La taranta: magia e religione nel Salento, in “L’Espresso mese”, A. I, n. 1 (maggio1960), p. 63. [29] A. SCHWARZ, Ricordo di Franco Pinna, in “Fotografia italiana”, n. 238 (giugno 1978), p. 16. [30] Intervista lunga a Fellini in T. KEZICH, Giulietta degli spiriti di Federico Fellini, Bologna, Cappelli, 1965, pp. 45-47. [31] Ibidem, p. 40, in riferimento agli “studi di Ernesto de Martino”. [32] R. RENZI, Da De Martino a Fellini, dal Meridione all’Emilia. Cinema e demologia nelle fotografie di Franco Pinna, in AAVV, Franco Pinna. Fotografie 1944-1977, Milano, Federico Motta Editore, 1996, pp. 223-224. [33] G. PINNA, “Biografia mia: 27 anni di fotogiornalismo”. Franco Pinna, l’immagine ritrovata, in AAVV, Franco Pinna. Fotografie 1944-1977, cit., p. 21. [34] D. RIVETTO, Storie di un istante, in AAVV, I set di Fellini fotografati da Franco Pinna, a cura della Cineteca del Comune di Bologna, Ravenna, Edizioni Essegi, 1988. [35] Intervista lunga a Fellini, cit., p. 45. Pinna lavorò a colori anche per il fantasioso libro di Fellini I Clowns (Bologna, 1970). [36] E. DE MARTINO, Purificazione di giugno a Serra S. Bruno, in “L’Espresso mese”, A. I, n. 3 (luglio 1960), p. 82. Fotografie di Franco Pinna. [37] Id., La terra del rimorso, cit., p. 160. [38] G. PINNA, Con gli occhi della memoria. La Lucania nelle fotografie di Franco Pinna, 1952-1959. Catalogo generale dei provini, Trieste, Il Ramo d’Oro Editore, 2002, p. 127. [39] E. DE MARTINO, Il gioco della falce: ogni estate la passione del grano, in “L’Espresso mese”, A. I, n. 4 (agosto 1960). [40] G. PINNA, introduzione a F. PINNA, L'isola del rimorso, cit., nel paragrafo 1959: coralli, analfabeti e tarantolati. Ne La Terra del rimorso furono pubblicate due fotografie in bianco e nero, Forme analoghe al tarantismo pugliese nel mondo mediterraneo. Franco Pinna ne inserì una nel fotolibro Sardegna. Una civiltà di pietra, Roma, Editrice dell’Automobile Club d’Italia, 1961, p. 30, in riferimento al volume di de Martino. [41] W. WEAWER, Chiara Fontana, in “Radiocorriere”, (A. XXXIII, n. 42), 14-20 ottobre 1956, pp. 12-13. Fotoservizio a colori di Franco Pinna. Su questo materiale segnalato presso gli archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, si veda A. RICCI Fotografie inedite di Franco Pinna per la raccolta 32 degli Archivi di Etnomusicologia, in “EM Annuario degli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia”, II, 1994, pp. 31-32. [42] E. DE MARTINO, Sud e magia, Milano, Feltrinelli, 2003 (1° ed. 1959), foto 12. [43] “Radiocorriere”, A. XXXII, n. 47 (20-26 novembre 1955); A. XXXIV, n. 9 (3-9 marzo 1957); n. 10 (10-16 marzo 1957). Un preciso accenno all’uso del colore per “Radiocorriere” in G. PINNA, “Biografia mia: 27 anni di fotogiornalismo”. Franco Pinna, l’immagine ritrovata, in AAVV, Franco Pinna. Fotografie 1944-1977, cit., p. 14. [44] F. FAETA, Dal paese al labirinto, cit., p. 76. [45] L. MAZZACANE, Pinna e De Martino: una vicenda complessa, in AAVV, Franco Pinna. Fotografie 1944-1977, cit., p. 133. [46] G. PINNA, Con gli occhi della memoria, cit., p. 16, in riferimento al corpus fotografico realizzato durante l’ottobre 1952, nell’ambito della spedizione demartiniana in Lucania. Nella successiva e simile missione del 1956, egli avrebbe occupato la “posizione più plausibile [...] di un ‘esterno’ rispetto alla troupe propriamente demartiniana: un fotogiornalista free lance” in particolare rapporto con il settimanale “Radiocorriere” (Ivi, pp. 19-20). [47] A. GILARDI, Come lavora e con che il fotografo folklorico, in “Photo italiana 13”, A. II, n. 7-8 (luglio-agosto 1971), p. 35. [48] L. MAZZACANE, Sperimentazione e ricerca nel rapporto tra fotografia e antropologia in Italia negli ultimi trent’anni, in “Campo”, n. 14-15 (aprile-settembre 1983), p. 14. [49] C. CASCIO, Professione fotoreporter, Roma, Casa Editrice Fotografare, 1971, p. 127. [50] F. PINNA, La Sila, Roma, Editrice dell’Automobile Club d’Italia, 1959; Id., Sardegna, cit. Pubblicato in: "Storiografia", anno VIII, 8, 2004, pp. 177-184
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a mio padre costruttore di giardini Il suo giardino più che coltivato l’aveva costruito secondo dei disegni che ogni tanto di sera stendeva sul tavolo di cucina mentre noi sbirciavamo alle sue spalle. C’erano stretti vialetti lastricati che con curve elaborate arrivavano fino ad aiuole fiorite a pochi passi di distanza. Un vialetto si avvolgeva a spirale su un piccolo Giardino roccioso… Solo lui lo chiamava giardino. Ian Mc Ewan, Il giardino di cemento, 1978 Vedere quello delle bastonate, io, l'analfabeta, quello che d'inverno andava in giro a piedi nudi, quello stesso, lui, ha comprato il giardino dei ciliegi, è il padrone della cosa più bella del mondo! […] Ma no, no, io sono ubriaco è solo un sogno, è un' illusione… Anton Checov, Il giardino dei ciliegi, 1904 Introduzione: il giardino oggetto antropologico Nella nozione di patrimonio culturale, il giardino rappresenta un bene culturale per eccellenza, sebbene solo negli ultimi anni si sia sviluppata un’attenzione specifica per la sua tutela, la sua conservazione, il ripristino del disegno dei suoi spazi naturali e artificiali che hanno avuto senso e significati specifici nell’architettura e nell’ambiente urbanizzato. Il giardino, infatti, si connota quale elemento di mediazione tra la natura selvatica e la rappresentazione della vittoria su di essa. Per intrinseca significanza, esso evoca e rimanda a qualcosa d'altro, dentro e/o fuori dal suo ideatore, in ogni caso lontano o per spazi dell'anima o per spazi della geografia, sperimentati forse, ma ugualmente soggiogati da immaginari su di essi costruiti e attesi. La metafora del giardino è stata impiegata dall'uomo, si può dire dall'origine dei tempi, per conferire valore al rapporto che egli stesso ha stabilito di volta in volta con l'elemento vegetale. La stessa nozione di Paradiso deriva dal greco paradeisos, etimologicamente giardino e deriva, a sua volta, dal persiano pairi-daeza, cioè spazio recintato. Il giardino è sempre stato percepito come luogo separato, selezionato per rappresentare altro. Dal punto di vista antropologico, l'esuberanza dei connotati simbolico-evocativi-immaginifici fanno del giardino un oggetto sul quale è possibile riflettere impiegando la nozione di non – luogo o di fuor-di-luogo. L'applicazione di questi concetti ad un bene culturale qual è il giardino, intende stabilire connessioni con una percezione contemporanea che non può non vedere relazioni diacroniche nei temi dello spaesamento, del non - essere là, o dell'essere altrove, seppure con le debite distinzioni storiche tra non - luoghi ricercati e voluti da élites ( il giardino) e non - luoghi imposti (le bidonvilles) dalle rapide trasformazioni urbane e sociali. Tali concetti possono essere impiegati tanto per descrivere i processi culturali, individuali che hanno condotto alla realizzazione del giardino, quanto per definire l'esperienza della sua percezione, del suo vissuto . La nozione di non – luogo richiama all'attenzione i diversi termini del confronto: luogo, spazio, non - luogo. De Certeau definisce lo spazio luogo praticato, cioè luogo in cui “ripetere l’esperienza esaltante dell’infanzia: nel luogo si è altro e si passa ad altro “. E’ Merlau Ponty a stabilire il concetto di luogo antropologico – diverso da quello geometrico - quale “spazio esistenziale, luogo di una esperienza di relazione con il mondo da parte di un essere situato in rapporto con un ambiente". Per Marc Augé, lo spazio sta al luogo come la parola quando è parlata, il luogo è lo spazio articolato, costruito, definito, ma anche immaginato, perché un terzo elemento importante è rappresentato dall’interazione costante fra il costruire lo spazio e il vedere il luogo, a fondamento della sua percezione. La distinzione tra fare e vedere, tra c’è ed entrare, attraversare, percorrere, girare, definisce un corpus di azioni pertinenti al giardino, importanti per concepirlo crocevia tra non- luogo, perché simbolico, vissuto, interagito nel rapporto tra ciò che vi è stato fatto e ciò che vi viene visto e spazio, come nozione astratta riferita alla pratica dei luoghi. E' in questo rapporto che inserisco il concetto di paesaggio capace di esprimere sia la trasversalità che la circolarità tra la struttura (la sua architettura) e la soprastruttura ( l'immaginario su di esso imbastito) del giardino. Questa nozione è capace di rappresentare l'allusione a quel vitalismo misterico della natura, che presiede alla ideazione del giardino, come fascinosa ricerca dello spaesamento, della meraviglia, dello stupore dell'essere altrove. Il giardino, pertanto, è uno specifico visivo tale da permettere di fare "un viaggio", ma senza spostarsi - un viaggio con gli occhi e con l'immaginazione, attraverso lo sguardo, i profumi, il contrasto dei colori, attraverso, appunto, il paesaggio. Per una tipologia del giardino Opinione corrente fra gli studiosi del giardino come spazio privilegiato è il suo porsi a metà strada t | | | |
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