| |

|
|
Dalla raccolta L’OBBEDIENZA LietoColle 2008 |
|
|
|
|
|
|
|
ah! sans que rien ne me soutienne ni me guide que la puissance de l’erreur Philippe Jaccottet Il nostro andare è uguale a chi non sa vedere, a chi ogni giorno si separa e chiama e di domande sfinisce l’eco e aspetta. Ma so di alpini che, perduti in guerra, ritorno fecero con una mappa e i nodi sciolsero su quella carta che solo dopo si scoprì sbagliata. Non di Alpi lei parlava ma di Pirenei. |
|
 |
L’ora è immobile e niente si rivela. I nostri nomi innevati, accostati al silenzio, i disegni del fiato in attesa, le menti sfinite a ricomporre l’inizio… Solo - ogni tanto - le frasi della luna, in alto, oltre gli abeti, muovono l’aria come indirizzi notturni, rotte incerte dei venti e del tornare. Lo sguardo che si piega è una conquista, il lento educarsi della vista via via alla sottrazione più severa, ma a volte la pena si leva dalla terra e distoglie da noi la sua insistenza, i suoi occhi fissi. Ogni tregua ci vede in quegli istanti coi cuori aggrappati a una promessa e i sorrisi in faccia ai venti. |
|
|
|
|
|
dalla sezione “LE AMNESIE” |
|
Altri schianti, altri spaventi, le parole che tardano a condurti, la memoria che si lava di tutto, i verbi che non sanno più come appoggiarsi e nel disordine della lingua impari a svegliarti. Smarrirsi venne prima, già nelle pianure della nebbia. Queste sono zone dove si crede soprattutto alla verità dei corpi, al loro segnale fermo tra le idee. Le voci, quando c’è bruma, restano cenni di esistenza, promesse di vicinanza tutte da provare. Si va piano, specialmente la notte e ogni passo che si salva rassicura il passo dopo. Per timide prove si procede in cerca di una qualche trasparenza, di uno slargo, di aria che non offuschi l’aria. |
|
 |
La diresti una rinuncia ma è solo disciplina restare fermi, tra affanno e affanno, fedeli a un’alleanza con la terra. La diresti una resa e invece è resistenza concentrarsi sull’attesa di una lingua che torni a dire cielo, coraggio e a dire albero. Ma ora una foglia è ciò che rimane e aderire bisogna alla foglia. Fammi un quadro, ti chiesi, bianco con qualche graffio di altro bianco perché è in questa impresa che mi fiacco: separare il bianco che divento da quello dello sfondo, distinguere due chiari nell’identico giorno. Fallo con riguardo perché non vada perso neanche un tono di colore uguale, una sfumatura, il bisbiglio che mi lega a questa vita nell’ora più confusa e incredula. Fammi un quadro che mi spieghi tutto questo niente. Con un tordo ripasso la grammatica e faccio pratica di suoni, di timbri chiari nella sera. Se ripete il periodo all’infinito, io lo seguo e il canone conversa diviso da una siepe. Ogni giorno a quest’ora lui mi insegna un’altra lingua e mi dice che imparare è questione di obbedienza, fare spazio dove prima c’era il niente e tenere gli occhi aperti (come tengo), mantenerli attenti a ciò che viene. L’altro ieri la siepe che era spoglia è tornata a gemmare nuovamente. E’ un sospetto, un desiderio, una consolazione? Se tutto tornasse uguale, se il tordo avesse ragione...
|
|
|
|
|
|
|
|
L’INIZIO Allevo la gioia di ora in ora, insieme ci accompagniamo in cima ormai prossime all’inizio. |
|
 |
a Maria Adorni il faudra bien aimer comme encore jamais Louis Aragon Imponi le tue mani da lontano alla mia fronte tesa e dividi con me il pane, l’atto di stare ancora tra i vivi, gli amati. Insegnami per sempre, angelo caro, l’ordine di Aragon, la sua promessa, ordinami tu stessa un cuore largo, pronto - come quando mi regali un fiore nuovo che ti è nato nello spazio di una notte o quando mi traduci una canzone e tutto prende aria, luce. Il faudra bien aimer ed ameremo, ché solo in questo gesto noi viviamo forti, e libera mi vedrai, sono sicura, dalla paura del lato scuro dei volti, dal loro lungo assedio. Mi sai ed io ti so e so il momento che mi pensi interamente lì vicina: è quando il bene è tanto e ti trabocca dalle mani che tieni sempre aperte. E’ allora che il giorno più mi avverte che il male si ritira e un calmo soffio arriva di te. |
|
|
|
|
|
|
Dalla raccolta ALLA FONTANA CHE DA' ALBE, quasi una preghiera ad Alda Merini LietoColle 2002
|
|
|
|
|
|
Nuotando tra le acque amniotiche dei Navigli, mi senti chiamare “Alda” in mezzo ai lupi? Da quel caldo e tuo lento lievitare, ti accorgi di me che arranco stralunata dietro a un po’ di grazia? Fammi carità e porgi orecchio, sanando il mio argine che rovina e di pietà in pietà strappa i miei sbagli ai loro denti e salva consegnami alla fine ad un lido pacifico serale dov’io possa guardarmi in faccia senza farmi così tanto male Bada, per me non sei la stanca icona di dolore che tascabile ti fanno all’occorrenza Sai essere colomba che devasta nell’antico e potente suo planare, ma pure del giunco tu hai la grazia che di fronte a crudeltà si assottiglia, che supplice si dondola e resiste in una bianca sua speciale meraviglia C’era una fontana che dava albe / ed ero io … Alda Merini Parla al mio roveto e ancora veglia che tutta non mi avvolga questa sera: un po’ per volta si era detto. Risparmia ti prego la battaglia che inizio ogni sera alla mia pelle e intercedi se puoi alla tua fonte Con il canto trasfiguri amari calici. E io, lo sai, ho sempre sete |
|
 |
E se il vino che ti ho dato non ti basta e se anche la mia pena non ti bastasse più, ti darò i miei occhi come passatempo e le mie ossa per suonare ai vivi Perché Alda, da qui, da questo metro quadrato è a te che ho sempre parlato, alla tua fede scalza, alla tua chiesa, alle tue reni cadute che sostengono il mondo Apro la porta e ti vedo col cuore madido e il palmo a chiedere Ma come ti sfamo? se non ho pane, né fiori, né grasso concime ma solo fame, solo scarne parole scagliate contro un muro, crocifisse, secche Entra Alda e vedrai, divideremo calme l’assenza, la mangeremo piano e da un povero divano, sazie di amorevole niente, imbastiremo trame che nessuno sogna Germoglio languido e feroce che spacchi l’asfalto per uscire, che strappi le corde della voce per disperato amore, non così per dire Se qualcuno in giardino ci vedesse io che pianto i bulbi o qualche fiore, tu che dietro a me sradichi furiosa, solidale con la zolla e il suo dolore Ma poi son io che strappo le radici, torturo la terra ancora e mi lamento, mentre tu alle spalle mi soccorri e ricomponi tutto quello scempio Aldina, sono pronta con la valigia vuota e la bocca impastata di sogni e troppo, troppo amore per soccombere Aldina mia, perdona l’intimità che a te mi lega come bocca affamata di onde e carezze e di troppo, troppo amore per rinunciare
|
|
|
|
|
|
|
Dalla raccolta VERSO IL TUO NOME LietoColle 2005
|
|
|
|
|
|
Siamo di nuovo a chiederci cosa sarà che muove le nostre mani sulla pietra. Cercare un respiro inedito, un alito di vita? o l’esempio dell’immobile destinarsi delle cose, del loro consegnarsi intatto a un domani incerto che promette (ma non mantiene) le rose. Mi pare di esserti di fronte quando martelli piano il tuo nervoso sul pavimento di legno, con il piede e io cerco un qualche modo (e non lo trovo) per placare la tua ansia di futuro e dare alla mia e alla tua fede un senso che non sbatta più la testa contro il muro. Ad ogni passo che fai verso il tuo nome un oscuro inciampo ti trattiene. Ma il tuo nome contiene inciampi e passi che del riaversi sono traccia. Ma a volte il cuore ci perdona e nel deporre per un’ora il coltello che sappiamo, il fiato ritorna e si scioglie nel sorriso che accende la parola di nuovo in festa. Ed è in questa epifania che si rinnova il nostro disporci all’universo, quando il viso più disteso raccoglie in sé il verso luminoso del respiro e lo alimenta. E’ allora che si canta il brusio d’amore ricomposto, la facile eloquenza e la magia che un altro tempo, inverso a quello, a piene mani ci regala. E ci coglie alle spalle e ci sorprende uno stato di bene e di chiarore, il nostro allearci fiduciose alle linee segrete che portiamo, il trasformare infine quella scure nella giusta forma della mano. |
|
 |
Non aver paura di essere un fiore fragile - lo siamo tutti prima che smetta la tempesta. Tu non lo sai ma quando ami regali brividi alla terra. Ti cerco per le stanze - di casa, della mente - e trovo un palpito d’assenza, un tuo fruscio di veste ancora intatto a cui non feci caso. Io sono una casa distrutta con gli occhi esposti al più nero babau. Silenzi e segreti sono stati tornado che hanno divelto la gioia, furiosi. Me ne sto in piedi sopra l’unica piastrella rimasta. Conosco un posto del cuore dove staresti quieta, dove la pioggia con le sue dita ti vestirebbe lieve, e ardita ti mostreresti al sole quando ritorna. E anche oggi, Let, noi ci auguriamo il riposare intorno a una parola, lo svenire sul letto di chi dorme e si consola da sé, con le figure che il giorno ci regala e le paure che stringono alla gola. E tutto nei sogni ci ricorda il profilo che assumono le assenze, il rassegnarsi in pace o la rivolta per un'attesa che troppo si prolunga. Noi siamo presenze sostenute dalle promesse insistite del destino, noi siamo gli occhi che aspettano per sempre un segno remoto che decida di farsi più vicino. Le lingue io non le conosco né come si dice la struttura del fiore ma il vento sì, questo lo capisco e non sono capace d’altro che di quel povero ascolto, l’intendere il discorso che sempre m’improvvisa quando parla d’amore o di altre cose, di candori e di certi piccoli segreti che rivela per lo più ai rimasti analfabeti. |
|
|
|
|
|
Nicoletta Bidoia è nata nel 1968, vive e lavora a Treviso. Ha pubblicato: “Alla fontana che dà albe” (2002), “Verso il tuo nome” (2005), con prefazione di Alda Merini e "L'obbedienza" (2008), con prefazione di Isabella Panfido, tutti con LietoColle. Insieme alla cantautrice Laura Mars, che ha musicato e inciso due poesie di “Verso il tuo nome” nel suo album “Nido dove riposano parole” (2006), ha ideato e realizzato lo spettacolo di musica e poesia “Un piccolo miracolo”, partecipando a diversi festival di poesia italiani. |
|
|
|
|
|
© 2003/2008 SÉ-SITO webmater I diritti dei testi presenti in questa pagina sono dell'autore. pagina aggiornata l'8 marzo 2008 |
|
|
|
|
|
|
|
 |
 |
|