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Un popolo che si specchia
 
Gente buona è un piccolo libro, con un titolo semplice e intenso, che colloca gli abitanti del Molise, quasi per definizione, in una dimensione morale, quella della bontà, che ha qui i tratti evangelici di modestia, di solidarietà, di severità di vita. Gente buona fu pubblicato nel 1925, scritto da un uomo di scuola, un intellettuale-maestro: Eugenio Cirese. Fu scritto per la scuola, come un ‘sussidiario’. Cosa significa ripubblicarlo nel 2007? E cosa esso rappresentava quando uscì? Sono le due ragioni alle quali dedichiamo questa prefazione. Tentiamo intanto una prima sommaria risposta. Nel 2007 il Molise è regione consolidata, si sono venuti accentuando i tratti della sua identità, siti di emigrati, album di canti popolari, mostre e libri (1), dibattiti sui beni culturali e la stessa Università del Molise ha posto al centro del proprio farsi questi temi. Il libro Gente buona consente di guardarsi allo specchio nella distanza di tempo, e nei grandi cambiamenti avvenuti negli 80 anni trascorsi. Inoltre consente di avere una più completa immagine dell’autore, Eugenio Cirese, ora che, attraverso la pubblicazione delle sue poesie dialettali, la sua opera è stata riconosciuta e ha cominciato a entrare nella memoria anche delle nuove generazioni, diventando anch’essa un aspetto del nuovo Molise. Quando uscì Gente buona era un libro che aveva alle spalle e rinnovava una tradizione di studi meridionalisti e regionalisti che costituisce uno dei tratti di lungo periodo del dibattito sull’identità italiana. Aveva alle spalle gli intellettuali del ‘Regno’ che si erano posti il problema del Molise e del Sud, e poneva il nuovo problema di far diventare comune, attraverso la scuola di base, la preziosa differenza che la regionalità costituiva nel quadro dei nuovi programmi scolastici di quegli anni, come aspetto di quella ‘itala gente dalle molte vite’ che G. Carducci aveva indicato alla radice della storia del nostro paese. Gente buona è in questo senso un punto di riferimento, sia lo si guardi dal passato, sia lo si guardi dal presente. La sua uscita attuale pone anche il problema, a distanza di tanti anni, se nel mondo globale tecnologico e consumista questo popolo regionale mutato è ancora gente buona.
Ma vediamolo intanto nella sua natura di testo.
 

Culture elementari
 
Cosa è Gente buona ? Un libro che parla del Molise, o meglio della sua gente,  pubblicato nel 1925, dotato di 231 pagine, per l’editore Giuseppe Carabba di Lanciano, corredato dalle fotografie di Alfredo Trombetta. Un libro piccolo per dimensioni, pressoché tascabile (12 cm x 18 all’incirca) che reca la scritta in copertina: “sussidiario per le scuole del Molise”, e nella prima pagina interna l’aggiunta “Programmi 11 novembre 1923”, e inoltre “Libro di testo approvato dal Ministero della P.I.”.
Ma cosa è un sussidiario? Un manuale per le scuole elementari che contiene elementi di tutte le materie insegnate. Di fatto è una raccolta di scritti vari, dai racconti alle poesie, alle misure tradizionali, alla storia, alla geografia, legati in questo caso al territorio regionale. Il contesto in cui questo sussidiario si colloca è stato sintetizzato da Alberto Mario Cirese, studioso illustre di storia delle tradizioni popolari e di antropologia culturale, e figlio di Eugenio, nel quadro del
“…fiorire di libri di lettura a carattere regionale sollecitati dalla riforma scolastica del 1923 (nota come Riforma Gentile) che per ispirazione di Giuseppe Lombardo Radice intendeva introdurre dialetti e tradizioni nell’insegnamento elementare…si ebbero così pubblicazioni isolate o addirittura collane (come quella diretta da Luigi Sorrento) che costituirono panorami dei fatti folklorici regionali talvolta non privi di interesse, anche se ovviamente di carattere puramente ricapitolativo e descrittivo”(2).
Nella collana diretta da Sorrento erano usciti volumi sul Trentino, Veneto, Sardegna, Venezia Giulia, Puglia, nel 1925, sulla Romagna, Lombardia, Toscana, Abruzzo, Sicilia nel 1926, Piemonte e Calabria nel 1927 .
Con grande tempestività nel 1924 era uscito Il Molise. Almanacco regionale, realizzato da Berengario Amorosa, “Libro sussidiario per la cultura regionale” pubblicato da A. Mondadori in un quadro nazionale (3). Di ulteriori volumi relativi al Molise dà notizia Giulio Di Iorio nella sua prefazione alla nuova edizione anastatica del volume di B. Amorosa (Associazione Culturale Pasquale Vignola, Riccia, 1990). Egli sottolinea anche che in pochi anni le iniziative didattiche regionaliste vennero spegnendosi per ragioni politiche e che gli stessi protagonisti della Riforma si ritirarono dalla scena .
Si potrebbe dire che in questi anni si producono dei piccoli monumenti delle culture regionali per gli studi elementari,  potremmo definirli ‘culture elementari’, giocando anche sul fatto che la nozione di ‘elementare’ in forma avverbiale fu proposta da Benedetto Croce e ripresa negli studi italiani nella modalità dell’ ”elementarmente umano”, idea legata anche alle pagine di Vico di una immagine semplice e universale dei tratti comuni dell’umanità. A questa idea non è estraneo Gente buona per le ragioni che il suo titolo mette in evidenza, e che lo avvicinano a una idea di moralità della vita quotidiana e di ‘buon senso’ (anche questo concetto è stato elaborato da Alberto M. Cirese in una direzione come quella che qui sottolineiamo), mentre il suo obiettivo è quello di rendere esplicita agli scolari, e attraverso di loro alle famiglie, questa valenza positiva per aiutarla poi ad aprirsi alla modernità e al cambiamento senza perdere umanità e valore morale.
Elementare è anche la formazione primaria, la ‘missione culturale’ dei maestri, in interscambio tra cultura generale e ‘popolo’. Il maestro è stato ed è ancora il principale ‘mediatore culturale’ prima ancora che questo termine fosse immaginato. Il ruolo della intellettualità meridionale e dei maestri è stato di grande rilievo nel dibattito del ‘900 e ad esso si è riferito Antonio Gramsci nella sue pagine inedite su La questione meridionale e in molti appunti de I Quaderni del Carcere facendo riferimento a Croce, a Salvemini, a Dorso (4). Cultura elementare dunque anche come gesto primario di mediazione culturale, di avvio di una relazione popolo-intellettuali e di una idea di ‘coscienza nazionale’ che passi per le identità regionali. Nel lessico degli studi contemporanei Gente buona è un libro su come ‘immaginare nazioni’ attraverso regioni, e immaginare regioni in un contesto nazionale. Fa parte degli strumenti di una egemonia, ed è interessante esaminarne le modalità. La grande mediazione tra ceti dirigenti e colti e popolo in funzione nazionale e regionale, la ‘nazionalizzazione delle masse’ ma in una stretta connessione e molto italiana con una sfera di affettività e di ‘patrie locali’ che potremmo ascrivere a un processo di ‘regionalizzazione delle masse’ è uno dei temi forti che sottendono Gente buona e la produzione regionale per la scuola. La mia idea è che questi specifici modi di mediazione si siano collocati nel lungo periodo in un clima di valore del decentramento e delle identità storiche dell’”itala gente dalle molte vite” che ha costruito la specificità europea dell’Italia ( anche rispetto alle analisi attuali del ruolo degli stati nazionali nel mondo globale), ed ha prodotto resistenza verso le ‘egemonie’ centraliste, del fascismo ma anche di altre e ulteriori tendenze. Va sottolineato, seguendo l’indicazione dello storico Anderson (5),  che le nazioni sono ‘comunità immaginate’, ponendo l’accento sull’astrattezza della nazione esperibile e sull’importanza della comunicazione e quindi della partecipazione - identificazione per il definirsi dell’identità nazionale, egli evidenzia implicitamente anche una regionalità immaginata e perfino una ‘cittadinità’ immaginata, essendo la famiglia e il vicinato il mondo esperito. In questo senso la molisanità di Eugenio Cirese è una costruzione culturale che suppone per definirsi l’esistenza di un retroterra culturale, una tradizione (D’Ovidio, Cuoco, Galanti) che la renda pensabile, e di strumenti di mediazione che la diffondano e la facciano diventare, tra questi importantissimo il libro della scuola elementare che – come in questo caso – raccoglie la tradizione orale e la restituisce ai portatori attraverso la scrittura e l’apprendimento da parte dei figli, e costruisce quindi una consapevolezza immaginativa, una regionalità ‘immaginata’, comune. Nel caso di Cirese al centro di questa identità  sta la vita quotidiana il cui ciclo di vita, di morte, di stagioni e di lavoro, di affetti valori e orizzonte morale, e di paesaggio naturale e culturale costituisce il mondo della ‘gente buona’, questo orizzonte viene condiviso anche attraverso la lingua, la parlata, il dialetto, il senso del ciclo dell’anno e della vita che traversano e ripetono le generazioni. In forte anticipata sintonia con quella ‘poetica della vita quotidiana’ che caratterizzerà la poesia più matura di Cirese, è come se qui cercasse in una prosa poetica didattica di sgrossare una  prima poetica della vita comune.
 

Genealogie intellettuali tra cosmo e campanile
 
Quando Gramsci scrive in carcere i Quaderni e riflette sul meridionalismo e il regionalismo si riferisce a delle genealogie di intellettuali che fanno da cornice a tutti i sud e isole, ma che non sono specifici rispetto al territorio molisano, si tratta dei Napoleone Colajanni, Giustino Fortunato, Guido Dorso, Gaetano Salvemini etc... Probabilmente questi nomi sono anche nell’orizzonte degli intellettuali molisani cui qui ci si riferisce, ma più specificamente essi, gli autori dei due principali sussidiari regionali, Amorosa e Cirese, sono legati a una immaginazione della regione sulla base di una loro speciale genealogia di intellettuali molisani e a una idea di ‘patria molisana’ che emerge dai molti riferimenti nei loro libri, ma già e fortemente dalla dedica che D’Ovidio scrive per Gente buona e dall’esergo dello stesso D’Ovidio che apre Il Molise. Almanacco regionale di Amorosa:
“O giovani, amate questa nostra Terra natale. Amatela benché modesta! Amatela perché modesta! Tenete sveglio deliberatamente in voi l’affetto per ogni sua gloria passata, per ogni sua benemerenza presente, per ogni sua speranza futura”.
In Gente buona D’Ovidio invita a darsi da fare per valorizzare il Molise e non delegarne l’azione ai rappresentanti politici, non credano – dice – i molisani “Potersi il patriottismo esercitare per delegazione e per procura!”.
Vi è dunque nei due autori una militanza regionale ispirata a intellettuali fondatori dei quali il filologo D’Ovidio è riconosciuto il maestro, intellettuali diversi per storia che sono poi oggetto di valorizzazione e di storia patria regionale e nazionale nei due sussidiari . La prima generazione di intellettuali molisani è legata ai nomi di Galanti, Longano, Cuoco, Zurlo, Pepe, che per ragioni diverse rappresentarono un Molise fiero della propria identità ma anche attivo e aperto alla scena nazionale e internazionale. E’ nella opera di Alberto M. Cirese Saggi sulla cultura meridionale. Gli studi di tradizioni popolari nel Molise (Roma, De Luca, 1955) che questa genealogia trova il suo significato sia sul versante delle tradizioni popolari sia su quello più ampio della cultura territoriale. In un bilancio dei due libri sul Molise nel quadro storico della cultura regionale Cirese scriveva:
“…furono libri seri e coscienziosi. E se l’uno, quello di Berengario Amorosa, ebbe maggiore abbondanza documentaria, come era nella natura e negli orientamenti di chi aveva dato al Molise già da vent’anni la prima seria ed ampia silloge di tradizioni popolari, nell’altro, quello di Eugenio Cirese, secondo la natura appunto di lui che lavorava a dare voce poetica al dialetto, c’è come la continuata narrazione di quel mondo regionale di gente non pittoresca ma densa di umanità, di «gente buona» appunto; e a questo libro si legherà una generazione di scolari e di insegnanti, e si preparerà così anche per questa via il terreno alla collaborazione che da ogni parte del Molise essi daranno dopo venti anni alla raccolta dei canti popolari. E fu questo libro, anche uno dei tramiti per cui Francesco Jovine si affezionò senza mai incontrarlo al poeta in dialetto, lui che sarà il romanziere del Molise…”(p.97).
Si noti come in questo passato è ben delineata una storia delle generazioni intellettuali rivolta al futuro, con l’Amorosa più anziano che va in pensione negli anni ‘20, il Cirese più giovane che ha in parte preso il testimone di Amorosa ma che apre un processo più ampio di valorizzazione delle tradizioni sul piano della poesia dialettale e dei canti popolari, entrambi incardinati nella storia dei Galanti, Cuoco, Pepe, fino a D’Ovidio, che fornirono visione nazionale entro quella della patria locale, e severità di studi. A Cirese farà poi riferimento Iovine, testimone e punto di richiamo della generazione postfascista e neorealista in cui verrà iscrivendosi anche la rivista La Lapa che veniva fondata a Rieti, ma con la memoria ancora molisana, da Eugenio Cirese insieme con il figlio studioso di tradizioni popolari e antropologo Alberto Mario. Io ho incontrato Silone prima e Iovine poi per immaginare da giovane sardo il mondo dell’Abruzzo e del Molise, per poterlo amare come significativo di storie diverse ma accomunate dall’Italia come comunità degli uomini di una nazione che si lascia amare, dalla mia generazione, soprattutto per la sua pluralità.
 

Una poetica degli umili
 
Sfogliando le pagine di Gente buona senza voler tenere conto del Cirese poeta e del suo valore maturato soprattutto nelle poesie degli anni ‘40 e ’50 del Novecento, si coglie l’afflato di un intellettuale regionalista diffidente verso il centralismo, anche se fiero dei fondatori della patria che ne fanno la storia comune, che pone la quotidianità e il ciclo della vita al centro di una poetica degli umili. Essa è ‘introdotta’ dalla nozione di ‘modestia’, anch’essa morale e francescana, alla quale si riferisce D’Ovidio introducendo il libro di Amorosa. Sono qualità in forte contrasto con quel che succedeva intorno, col dannunzianesimo, col fascismo, ma anche con lo spirito del decadentismo.
Nel 1925 il fascismo è ancora un regime parlamentare, ma ha già mostrato la sua durezza e la protezione alle feroci persecuzioni degli oppositori. Di esso non c’è traccia in queste pagine. Come se fosse fuori dal tempo delle scuole elementari e della mediazione tra grande mondo e piccoli mondi locali. In quegli anni l’assenza di traccia è già una poetica della distanza. Cirese è però un uomo del suo tempo vive dentro la storia drammatica di quegli anni, e quella anch’essa forte degli intellettuali e dei poeti, con il dannunzianesimo, le poetiche pascoliane, e la cultura coloniale. Nelle sue pagine si coglie quella condivisione del colonialismo per i destini dell’Italia che fu anche di Pascoli e di diversi intellettuali, che vedevano, in termini che oggi appaiono del tutto incomprensibili, il colonialismo nel tempo in cui questo veniva visto come fattore di progresso e di civilizzazione. Il libro d’altronde nasce con una sua temporalità, legata al ciclo scolastico, che a sua volta si lega al ciclo dell’anno, al calendario e al ‘lunario’ della vita comune che non muta a giorni o ad anni, che si dispiega in modo ciclico e privilegia i tempi lunghi sia della vita che delle trasformazioni istituzionali e dei miti fondatori.
Nell’educare i giovani si propone una idea generale dell’uomo e della memoria .
Le linee che la specificano sono date dagli eroi, i grandi intellettuali, le radici italiche e romane, il medioevo come tendenza all’unità, il risorgimento e la grande guerra come suo compimento. C’è un nodo tra popolazioni italiche e Roma che percorre tutto l’Ottocento, la problematica delle mescolanze prima in età romana e poi nel medioevo tra popolazioni diverse. Il Molise contemporaneo è visto continuare un dialogo, un’unità e una differenza che continua, quella dei ‘sanniti’, etnia fondativa del territorio inteso come ‘patria locale’. La gente sannita del Molise ha una cifra geografico stilistica, ha i suoi intellettuali, la ‘fatìa’ dei suoi lavoratori e dei suoi contadini. E’ in fondo l’uso regionalistico – che fu fatto anche da Loria ed altri intellettuali italiani - di quel tema della ‘itala gente dalle molte vite’ che Carducci aveva proposto nella poesia La chiesa di Polenta del 1897 (in Rime e ritmi, 1998).
"…Itala gente da le molte vite,
dove che albeggi la tua notte e un’ombra
vagoli spersa de’ vecchi anni, vedi
ivi il poeta……
…salve chiesetta del mio canto! A questa
madre vegliarda, o tu rinnovellata
itala gente da le molte vite,
rendi la voce
de la preghiera: la campana squilli
ammonitrice: il campanil risorto
canti di clivo in clivo a la campagna
Ave Maria….”
 
Nei vari paragoni tra le genti vinte e poi mescolate e l’unità del vino che mescola uve diverse, e la pacificazione delle genti che si erano combattute, resta in Carducci una ambiguità tra modello nazionale concluso e ibridazione finita delle genti italiche in un’unica stirpe, e invece la permanenza della diversità dentro l’unità, che fu la scelta di interpretazione di Loria, e che anche qui si coglie attiva nelle pagine di Cirese.
Quando questi scrive come esergo, insieme a due brani da Virgilio e da Carducci che elogiano l’agricoltura come risorsa fondamentale, quattro versi che nascono con il libro e ne illustrano il titolo:
 
Chest’è la terra de la bona genta
che penza e parla senza furbaria
vò bene a la famiglia e lè cuntenta,
veste all’antica, tira a la fatia
 
non vuole negare che altri popoli regionali abbiano caratteristiche simili a quelle molisane, ma vuole invece assumere il punto di vista interno alla comunità narrativa, il noi, il vicino, e ‘chest’è’ sta ad indicare proprio il ‘noi siamo’, la deitticità, la presenza contigua delle persone di cui si parla per conoscenza partecipata, e comunità identitaria costruita attraverso la tradizione intellettuale e la comunanza linguistica.
 
 
Un sussidiario è fatto di informazioni
 
Ma la struttura del testo, e la sua comunicazione, è basata sull’apprendere nozioni basilari, entro il ciclo dell’anno, quello delle stagioni e quindi dei mesi. Esso si propone ‘da scuola a scuola’ ovvero da un’apertura di scuola a un’altra, capodanno scolastico. Allora da era ad ottobre.
Le statistiche insegnano la consistenza e la differenza delle popolazioni, le Fiere e mercati, contrappuntano il tempo locale e i commerci, le date storiche legano il calendario del tempo ciclico con quello lineare, in cui si dispiegano gli antenati fondatori della nazione e quelli fondatori della patria locale. Ma occorre sapere e conoscere anche pesi e misure, notizie dell’agricoltura sul cui progresso si investono i destini futuri del territorio, e ovviamente Geografia e Storia, meno ovviamente Igiene e Pronto soccorso, e quindi tradizioni popolari, proverbi, racconti e poesie,
leggende, notizie dell’economia locale. Il libro è ricco di gite e di passeggiate, esplorazioni della propria campagna e della città raggiunta con ‘un’ automobile ancora ‘italiano’ e di sesso maschile (oggi avremmo detto pullman o autobus, intanto l’automobile è diventata femminile).
Il sussidiario è scandito dalle stagioni, ma l’indice si organizza nei mesi e nei temi trattati, le durate sono piuttosto diverse, passando dal minimo delle 13 pagine di aprile al massimo delle 28 pagine di giugno. La storia è presente come attualità della guerra in Africa, come memoria vicina e fondatrice della Guerra Mondiale, e come memoria storica organizzata soprattutto intorno al Risorgimento e ai personaggi fondatori della nazione, ma la memoria storica va anche al passato della storia d’Italia a Roma e alle tribù italiche, ai ‘sanniti’, come antenati dell’identità locale, e quindi alle arti e lettere dalla nazione e della regione, dentro una idea di storia patria, ma più di questa attenta al valore della cultura regionale, alla sua specificità di paesaggi e lingua, di relazioni umane e di lavoro. La storia locale non si risolve nella storia patria, vi aderisce ma portando il suo proprio patrimonio sia di apporti alla storia comune, sia di differenze dalla comune cultura.
 
dicembre
 
Prendiamo ad esempio il mese di dicembre, la scrittura scorrente sulla destra della pagina in alto lo colloca nell’inverno, a sinistra è ricordato il nome del mese.
Il capitolo-mese si apre con un racconto-resoconto della vita quotidiana “ Lunghe file di asini e di muli, carichi di legna, scendono a fatica tra i viottoli e il fango dei sentieri”. La semina è finita si aspetta la neve e i bambini cantano filastrocche, è tempo di Natale e si preparano biscotti ripieni e pizze dolci.
Il testo comincia nell’orizzonte del ciclo della vita, anche se ha per alcuni aspetti il ritmo della piccola etnografia, quasi visiva, come nell’incipit che abbiamo appena citato. Ai bambini viene proposta una atmosfera calda e accogliente, una immagine della famiglia legata al focolare (la nonna) il forno dei dolci (la mamma), un’idea religiosa e edificante del Natale. Segue poi una introduzione geografico ambientale su Capracotta m.1421 e il suo terribile inverno sotto la neve. Quindi alcune forti indicazioni di igiene relative al contagio e contro lo sputare (un vizio, se diventa un bisogno usare la ‘sputacchiera’). Si suggerisce quindi l’importanza della attività ginnica. E mentre la sputacchiera è un oggetto in via di scomparsa la ginnastica è in via di affermazione nella prospettiva del tempo futuro. Vi sono notizie sull’avvelenamento da funghi che fanno riferimento alle pratiche correnti di assistenza e pronto soccorso. Quindi la geografia riprende in mano il discorso ponendo al centro la provincia di Campobasso e il Molise come provincia-regionale (“una delle province più montuose e accidentate d’Italia…” ma “La regione serbò sempre una certa unità etnografica…”).
Quindi gli zampognari in un testo di G. Spagnoletti (il sussidiaro è anche una antologia di testi letterari) e una poesia di Eugenio Cirese stesso “La pastorale” dedicata all’interiorità della tradizione del Natale, ma con un cenno anche al venir meno della tradizione degli zampognari. Quindi la storia di Campobasso (chissà se si può sempre dire che è “tra le più belle cittadine del Mezzogiorno d’Italia”), e le industrie di vivace artigianalità: acciaio, liquori, terre cotte, laterizi,. Il settore ‘arti’ è dedicato alla casa Editrice Colitti, al fotografo Antonio Trombetta e a suo figlio Alfredo che ha dato le foto per il volume, e a Francesco D’Ovidio letterato, presidente dell’Accademia dei Lincei, e quindi pittori, scrittori (presenti anche nelle pagine antologiche del volumetto) e musicisti . Tra le ‘glorie nostre’, c’è Baldassarre Labanca filosofo e accademico. Dicembre finisce con un aneddoto (tratto da una raccolta dello stesso autore), con i ‘detti antichi’ in molisano e un resoconto delle fiere che si svolgono nel mese nei tre circondari di Campobasso, di Isernia e di Larino.
Il mese era anticipato da una sorta di promemoria di eventi importanti nei giorni del mese in tempi storici diversi: ad es. “1 dicembre 1860. Vittorio Emanuele II fa il suo ingresso a Palermo
“13 dicembre 1545 Papa Paolo III riunisce il Concilio di Trento”, “28 dicembre 1908. Il terremoto distrugge Reggio e Messina”.
Sono innesti del tempo lineare entro le finestre del tempo ciclico dei mesi.
Il testo scritto è poi contrappuntato da foto di montagna e sci, ritratti, panorami, e alcune foto di interesse quasi etnografico (i ‘pignatari’, la fiera) di Alfredo Trombetta, e una riduzione di un’opera pittorica. Vi sono anche alcune mappe stradali del territorio.
Si vede quindi che il sussidiario si vien caricando dei significati moderni che sono propri anche della ‘guida’ e del lunario. In un certo senso il popolo ‘riflessivo’ cui si destina il sussidiario deve riconoscersi nei valori regionali dei suoi ‘eroi’ e nella saggezza tradizionale della gente, nel mondo nazionale più ampio, e nella nuova modernizzazione che potenzia il primo e il secondo aspetto. In tale senso il sussidiario è interno a una cultura che si vuol far riconoscere e non disprezzare e come tale è una sorta di lunario, fa parte di una prospettiva popolaristica che la scuola del tempo propiziava in modo lungimirante, ma invita i propri destinatari ad entrare anche nella nazione e come tale è una sorta di ‘giornale popolare’ di Domenica del Corriere educativamente mirata, e infine in quanto li invita a entrare nel nuovo mondo della ‘socializzazione delle masse’ (igiene, turismo, tempo libero) è anche una guida turistica.
 

Egemonie
 
Lunario, rivista di massa, guida sono forse le anime di un qualsiasi sussidiario in un tempo di transizione come quello degli anni ‘20, in cui grandi processi di modernizzazione e di socializzazione delle masse avevano sviluppo. In questi tre aspetti c’è il concetto di ‘mediazione’ culturale che abbiamo proposto all’inizio, di formazione dei giovani delle classi meno abbienti a una nuova comunità nazionale e moderna, senza perdere l’identità regionale e quella rurale. ’Mediazione’ è anche elemento di un processo di egemonia, ma se si guarda a questo sussidiario, il progetto egemonico che si può intravedere è legato piuttosto al risorgimento, all’identità nazionale e al modo ‘regionale’ di farne parte, al valore della cultura e degli umili (conquistare la cultura agli umili e gli umili alla cultura), che non a egemonie più circoscritte e circostanziate. Questa egemonia è coerente con il progetto della scuola pensato da Giovanni Gentile e avviato con la collaborazione di Lombardo Radice, ma in questo esso trova, anche in sede storiografica e pedagogica il suo valore, non il discredito. Infatti è difficile storiograficamente descrivere come negative e fascistizzate le prospettive scolastiche di Gentile e Lombardo Radice in quegli anni, e, inoltre, la cultura contemporanea tende a superare l’immagine del fascismo come cesura storica, come ‘bubbone cronologico’, che fu legittimamente quella post resistenziale, per riconoscere l’operare - pur contraddittoriamente - in quegli anni, di tendenze internazionali, europee e italiane di più lungo periodo (qui il regionalismo ad esempio) entro il regime fascista, così che architetture, pratiche sociali, infrastrutture di quel tempo sono riconoscibili nella storia europea e non solo condannabili come chiuse nell’ambito del regime. Il conflitto che la stessa riforma suscitò nei vertici del fascismo e portò poi all’annullamento delle prospettive dialettali e regionali fa parte di questo mondo di contraddizioni. La cultura di riferimento è quella meridionalista non quella fascista, e l’egemonia di riferimento è forse quella di cui parlava Gramsci nelle note su La questione meridionale con riferimento a Croce.
 

Maestri folkloristi
 
Notevoli nelle pagine di Cirese e forse specifici del suo modo di fare sussidiario sono i rapporti stretti tra dialetto, poesie dialettali, brevi racconti e resoconti di passeggiate scolastiche. Queste ultime, dialogate e un po’ rousseauviane, come spesso nella pedagogia moderna, mettono in scena delle piccole etnografie, quasi visive. E’ questa una vocazione anche del Cirese delle brevi prose del testo, come l’iniziale ‘Vendemmia’ scritta in una sorta di presente etnografico, e ricca di dettagli.
E’ in questi testi che noi sentiamo la distanza dal passato, proprio perché essi sono scritti immaginando i tempi lunghi del ciclo dell’anno:
“Domani i monelli invaderanno le vigne vendemmiate in cerca di acciàngeri: i piccoli grappoli non visti dalle vendemmiatrici e ancora penduli tra i pampini”, il lettore coglie sia nel lessico (i ‘monelli’ non esistono più, sono ormai ‘privatizzati’ e ‘automobilizzati’) sia nelle pratiche descritte e mirate alla parsimonia e all’uso totale delle risorse e anche ad una sorta di autoregolamentazione delle generazioni, la distanza epocale che ci separa da quel mondo.
Ci si può domandare se esiste una cifra specifica dell’apporto di Cirese in questo testo, rispetto a quello del suo autorevole concorrente Berengario Amorosa, nel solco del cui insegnamento egli tutto sommato si poneva (6), sembra infatti che gli ingredienti dei due testi scolastici siano molto simili, e che le differenze siano piuttosto nel tutto che non nelle parti. Infatti il testo di Amorosa raggiunge le 335 pagine, a fronte delle 230 di quello di Cirese, dominano immagini più tradizionali e monumentali, rispetto alle scene di vita quotidiana, è più sistematico e meno dialogico-narrativo, quindi la vera differenza sta nel nesso più compatto che nel testo di Cirese si ha tra testi dialogici e narrativi dell’autore, poesie dell’autore, testi e proverbi in molisano (non tradotti), fiere mensili e fotografie. Anche Amorosa ha esperienza e sensibilità etnografiche, ma in ultima analisi è il tratto di insieme di un autore che è insieme narratore, poeta e scrittore dotato di sensibilità etnografica che fa la differenza. Ciononostante sul piano informativo i volumi appaiono per certi aspetti complementari, e certo tali sono se li consideriamo come fonti documentali ex post, ed è comunque interessante usarli anche in sede riflessiva (cosa è cambiato? come siamo cambiati?). Il tema delle differenze di prospettiva e di generazione tra Amorosa e Cirese è stato trattato in un saggio di Sebastiano Martelli, Berengario Galileo Amorosa tra cultura regionale e cultura nazionale (7), Martelli segnala in modo convincente l’appartenenza di Amorosa a una generazione più legata al positivismo e, letterariamente, al Carducci. Martelli ricorda anche la partecipazione dell’Amorosa, ormai in pensione, alla Commissione Centrale per la revisione dei libri di testo dalla quale nascevano i volumi citati, e quindi la sua condivisione del progetto che aveva Lombardo Radice come riferimento, ma considera infine che “ Cirese si muovesse assai più in sintonia con le coeve elaborazioni teoriche didattiche di Lombardo Radice sulle culture regionali e sul ruolo dei dialetti nell’insegnamento” (8) e in particolare per gli aspetti dialettali (9) e letterari. Sul piano intellettuale generale questo riferimento può indicare una maggiore presenza dell’idealismo nella formazione di Cirese, ma a me pare interessante indicare una  analogia o parallelismo tra quel che fu nella letteratura italiana il nesso di continuità e distacco tra Carducci e Pascoli, e quello invero tra Amorosa e Cirese. Per molte ragioni sono convinto che Pascoli sia stato uno dei riferimenti poetici di Cirese letterato (10). In effetti comunque sono per un elogio ex post di queste opere, che oggi possono anche apparirci dominate dalla retorica, il mondo è cambiato ed anche le convenzioni retoriche, ma si tratta di testi che ci dicono qualcosa del mondo degli anni ‘20, delle pratiche di tradizione, delle speranze di sviluppo, del modo di immaginare la regione e la nazione e di proporlo alle nuove generazioni. Testi di prosa in molisano come “Cuoseme” e “Proverbi illustrati”, danno una idea del valore dell’oralità, delle fonti folkloriche per il maestro di Fossalto, mentre tutti i testi degli autori che egli sceglie mostrano una disposizione della prosa e della poesia del suo tempo a una tematica di connessione tra regionalismo e cultura popolare. Questo aspetto della cultura di Cirese avrà il suo monumento ultimo nei Canti popolari del Molise del 1953, Cirese diede la luce solo al primo dei due volumi, in esso le pagine IX- XII dedicate solo all’elenco dei paesi documentati (63) e dei collaboratori alla raccolta (centinaia) dà l’idea del monumento alla sua terra che Cirese volle costruire e che lo impegnò lungo tutta la vita.
Il testo di Amorosa e quello di Cirese sono ora anche documenti per gli studi storici delle culture popolari:
“Lunghe file di asini e di muli, carichi di legna, scendono a fatica tra i viottoli e il fango dei sentieri”, comincia il dicembre di Cirese, e, con una analogo presente etnografico “Sulla larga via erbosa passano da alcuni giorni gli armenti. Sono mandre di pecore che procedono verso la montagna, guidate da pastori a piedi e a cavallo” racconta nel novembre il libro di Amorosa, ed entrambi ci danno il senso di essere libri usciti da un ‘altro mondo’ , inabissatosi ormai almeno da 50-60 anni nella smemoratezza. Cirese alterna massime legate alla vita rurale, con leggende religiose, indicazioni del buon uso rurale o dell’igiene con pellegrinaggi, personaggi illustri, feste e gite, misure e storia con informazioni giuridiche e istituzionali, e le gite a piedi o con lo chauffer mettono insieme tutti questi elementi con la pedagogia praticata in forma di maiuetica.
 

Un poeta combattente
 
Nelle pagine sacre dedicate a eroi e combattenti Cirese, in un quadro nazionalista e colonialista della cultura di quegli anni che certo condivise, propone anche una poesia di un caduto a Dogali, nel 1887, Giovanni Tirone di Agnone, tenente di artiglieria, che scriveva in stile ‘combattentista’:
“Voglio morir nel dì della battaglia
col sole in fronte ed una palla in core”.
Una pagina difficile per noi oggi, questa sulla guerra in Africa. Il tempo e la ricerca storica, la più larga cultura ‘post-coloniale’, ci fanno sentire oggi come negativa la vicenda per cui “l’Italia volle portare un soffio della sua millenaria civiltà nelle terre africane” e imbarazzanti le descrizioni che Cirese fa di “nugoli di negri rabbiosi” che accerchiavano i nostri eroici soldati.
Tuttavia il poeta Cirese nel dare la parola a un soldato, che aveva scritto una poesia sul morire in guerra e che ebbe “la bella morte invocata in una commovente poesia scritta da lui stesso”, è come se valutasse a tutto campo la poesia, e se desse anche la voce a un poeta non importante se non per la coincidenza tra poesia, morte e patriottismo, come a riconoscere il ruolo del linguaggio poetico anche vicino alla vita e non solo crocianamente alla ispirazione lirica. E desse voce anche a quella ‘gente comune’ che è entrata nella storia d’Italia anche con le sue ideologie patriottiche, non solo con il rifiuto della guerra. E’ importante che nel guardare al proprio passato non si debba sminuire la complessità del processo storico per semplificare le appartenenze. Per noi uomini entrati nel terzo millennio le guerre sono all’ordine del giorno, ma ci resta difficile un’ermeneutica di quei filoni dell’ideologia che si sono persi nei cambiamenti epocali o solo nel fascismo. La mia esperienza di lettore di scrittura popolare e di consulente dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (AR), mi ha portato a immedesimarmi una volta in un giovanissimo interventista cagliaritano morto da alpino a vent’anni, un’altra in un piemontese maestro fascista in Dalmazia, in un fascista bergamasco incarcerato dopo la guerra, nella figlia di un importante politico repubblichino genovese ucciso e disperso nel passaggio del fronte. Ristampare e rileggere questo libro è anche fare i conti con le opacità della nostra memoria, col bisogno di non semplificarla, e con il dovere di dialogare con tutti i morti, pur tenendosi strettamente legati al nostro timone della barca dei fiumi del passato. Cirese ha chiamato queste “pagine sacre” e per me è importante ricordare che ciò che è sacro non è mai solo da una parte contro un’altra. La linea ch’egli segue è anche qui quella di dare evidenza alla gente comune, come è chiaro ad esempio nelle testimonianze raccolte sotto il titolo “Lettere di eroi”, di gente comune molisana sul fronte della prima guerra mondiale: è rappresentata la voce di due sottotenenti di Isernia fratelli e di due fanti uno di Roccaspromonte e l’altro di località non indicata. Negli studi del dopoguerra emersero largamente le voci di coloro che vissero le trincee della prima guerra mondiale come dramma e come sottrazione ai campi e alla speranza, e l’immagine che si aveva nel 1925 della guerra non era storiograficamente ancora significativa, ma in effetti queste lettere anticipano una immagine del protagonismo di nuovi eroi, gente comune, umili, qui ancora solo patriottici.
E’ bello che in una lettura del sussidiario Eugenio Cirese dia voce per la penna di Amedeo Tosti, ad un’altra modalità del sacro, quella che ci è più vicina, perché connessa con il mondo dell’ecologismo degli anni ‘80 del ‘900, e forse anche un po’ new age:
“Come gli alberi di confine, per antica costumanza sannita, venivano segnati con una croce incisa a scure, ed erano rispettati come sacri, così siano segnate di una croce ideale tutte le poche boscaglie che ci rimangono, e siano sacre anch’esse, per la bellezza del nostro paesaggio e per la saldezza della nostra terra”.
Non so cosa potessero capire gli alunni di allora, ma so che il passato non è mai lì a confermare le nostre ipotesi di quieta semplificazione. Come ho scritto da lettore dell’archivio di Pieve spesso il passato è imprevedibile (11).
La vita di Eugenio Cirese fu traversata da storie diverse che egli riuscì a connettere nell’unità di una biografia, in un tragitto di lavoro, di affetti, di dedizione a forti ideali, tra questi il valore delle culture popolari e dei dialetti. Vedere il sussidiario anche come un momento della sua vita, di quarantenne meridionalista che si trova a vivere dentro il fascismo, ci aiuta a ricollocarlo nel suo tempo e a metterci in una prospettiva problematica noi stessi.
 

Un maestro poeta
 
23 poesie di vari autori: Altobello, Benevento, Sassi, Fraticelli, Spagnoletti, e lo stesso Cirese, qualcuna di tradizione canora popolare, molte in dialetto, segnalano il ruolo della poesia e del poeta nel Sussidiario. Notevole è l’interesse ‘popolaristico’ dei testi dei diversi autori. Cirese scrive vari testi metrici anche come parte di un discorso sul mese, riprende brani di canti popolari, crea per il libro i quattro forti, netti, versi che fanno da incipit e da titolo dell’opera. Credo che egli non vivesse la poesia come lontana e discontinua rispetto alla prosa e rispetto alla comunicazione scolastica. Forse con Leopardi e Pascoli doveva condividere l’idea di un nesso tra poesia e fanciullezza. Le sue poesie sono, oltre a “chest’è la terra de la bona gente…”, ”Due novembre” in italiano dentro la presentazione del mese, “La pastorale” in italiano e in connessione con uno scritto di G. Spagnoletti sugli “Zampognari”, “Cape d’anne” in dialetto, nel gennaio, “Pace e guerra” in dialetto, nel maggio dedicato al Molise eroico, e quivi anche “Natale” e “La cuperta” tutte e tre in dialetto, e in fine di libro, nell’agosto “L’acqua e l’amore” in italiano, e “Il fiore della vita” in italiano.
I testi dialettali sulla guerra venivano dalla sezione “La guerra nostra” nella raccolta poetica Suspire e risatelle del 1918 poi riedite in Rugiade del 1932, mentre “Cape d’anne” è databile tra il 1921 e il 1929 e fa parte della sezione “Nen fa lu superbiose” di Rugiade. Questi tre testi connettono la guerra, l’emigrazione, la lontananza in una poetica che lega  vita quotidiana e patria ed è già una poetica degli umili (12). Il “Cape d’anne” è un testo che ironizza sui riti della vita e sottolinea che niente cambia da un anno all’altro, ed è forse uno degli approcci più cupi al mondo popolare, ma vede una descrizione del mondo paesano quasi dall’interno.
Forse di questi testi quello che resta più contiguo alla produzione poetica ulteriore del maestro poeta, quella che segnerà il suo diventare, e poi restare nella memoria, è quella che fa da incipit al volume, i quattro versi che definiscono la ‘gente buona’. Questi, anche stilisticamente, sembrano lontani dalla carica ironica o all’opposto patriottica della produzione precedente, e dai versi d’occasione. La poetica molisana della ‘fatia’ annunciata da Gente buona viene a compimento nella sezione “La fatìa” di Lucecabelle del 1951 (13). Le otto poesie de “La fatìa” presentano tutta la gamma del ‘nuovo’ Cirese, ma soprattutto il tema della ‘bona gente’ e del ciclo della vita. “Lu pecurare” e “Camina” sono per eccellenza le poesie de ‘la fatìa’ incorporata in personaggi, come il Zì Minc di “Camina” che è passato nel racconto ed oggi fa parte del paesaggio di memoria a Castropignano. E il componimento “La fatìa” è una specie di sintesi teorica della poetica degli umili, e della metafora del ciclo della vita come pesantezza accumulata (la sua poetica dell’appesantirsi/alleggerirsi), l’immagine del contadino che falcia la fatica come il grano è di grande efficacia simbolica. Qui a mio avviso si chiude il ciclo aperto con Gente buona in un tempo nuovo e in un nuovo modo di vedere il ‘popolo’in un clima culturale ed epocale mutato. Ma nei quattro versi di Gente buona il nucleo che si svilupperà è già pronto, e verrà maturando nel tempo e raggiungendo quel nucleo poetico che è oggi anche giustamente tornato ad essere popolare in Molise. Leggere Gente buona con lo sguardo a Lucecabelle e quindi ai Canti popolari del Molise è il modo giusto di leggerlo nella storia di un uomo, di un autore, nella sua evoluzione dentro un tempo difficile.
 

Eredità molisane
 
E’ importante oggi leggere Gente buona alla luce dell’opera poetica ma soprattutto dell’insieme critico che Alberto Mario Cirese ha fatto confluire in Oggi Domani Ieri. Si capisce da qui che Eugenio Cirese fu un punto di riferimento nel dibattito sulla poesia dialettale e popolare (fu autore letto e apprezzato da Pasolini e molti altri critici) e che con l’impresa culturale e familiare che realizzò a Rieti con la rivista La Lapa connesse poesia e studi di folklore, letteratura e antropologia, la sua vita culturale con quella di suo figlio studioso universitario (14). Nelle pagine che Alberto Mario Cirese dedica all’opera del padre, in forma di apparato critico, tutto il percorso è in evidenza, in “Scritti dell’autore” A. M. Cirese riporta ampi passi di testi , anche dalla premessa a Rugiade. Dialetto del Molise (Avezzano 1932), sui modi d’uso del dialetto, e “Alcune regole di pronunzia del dialetto molisano”. Nella “Notizia biografica” ci racconta della vivace attività di pubblicista anche nel quindicinale Battaglie di lavoro su temi di “organizzazione e politica scolastica, analfabetismo, emigrazione, suffragio universale”(pag.430), parla dei rapporti “con alcuni dei maggiori molisani del tempo e con posizioni laico-democratiche” (ibid.) . Il nesso con l’insegnamento (fino al 1915) e l’adozione a patria familiare di Castropignano, che resta il riferimento anche ideale di Gente buona scritto quando Cirese è ormai ispettore scolastico prima a Macerata e poi ad Avezzano fino a Rieti. Il tema della scuola, dei maestri, è presente in molte sue poesie che occorrerebbe leggere a corredo delle pagine di Gente buona (15).
In fondo ripubblicare un libro significa anche creare un sistema di libri per aiutarci a comprenderne la rinascita e  tenere a nuovo battesimo il ri-nato. Tra le cose da leggere citerei anche il volume Le piccole patrie (16) di Stefano Cavazza , che dà conto del tema del ‘paese’ entro la cultura locale del fascismo, e mostra anche interessanti (non solo inquietanti come viene semplicisticamente supposto) continuità tra le culture locali del ventennio e quelle successive, come fu anche per la fotografie ed il cinema. Ma è utile anche leggere le pagine di A. M. Cirese in Intellettuali, folklore e istinto di classe (17) dedicate alla letteratura regionalistica tra Deledda, Serao ed altri, perché in effetti senza tenere  presenti  Pascoli e D’Annunzio, Verga e Pirandello e la cultura diffusa tra fine Ottocento e primo Novecento è molto difficile capire il mondo in cui Eugenio Cirese venne formandosi. Oggi si può disporre anche di Storia del Molise a cura di Gino Massullo (18). Ai molisani nati dentro il mondo dei consumi e dei media questo libro solleciterà un confronto ovvio, su ciò che era ed è invece oggi il Molise. Quella terra che Eugenio Cirese voleva come una ‘patria locale’ almeno inedita: “ In ciò sta la fortuna della sua condizione: nell’essere una voce non ancora udita, un timbro non abituale in un mondo in cui tutto ormai appare logoro e sfruttato” (19). Ha ancora qualcosa di proprio da dire, di diverso, il Molise nel consorzio ora tumultuoso delle identità?
Mi sono avvicinato al Molise attraverso uno scritto di Alberto M. Cirese sulla rivista Basilicata (20) un testo che ho molto amato nel quadro di una riflessione sui paesi e le identità locali, e che mi connetteva anche al de Martino che legge il poeta lucano Albino Pierro e pensa alle ‘patrie culturali’ (21).
Analizzati i molti aspetti del Molise che gli autori storicamente ne avevano sottolineato, e precisando che “l'identità non è un fascio di dati oggettivi; è piuttosto una scelta che soggettivamente si compie. E' il riconoscersi in qualche cosa che talora è solo una parte di ciò che effettivamente si è”. E cercando di accostare i temi più significativi Alberto Cirese propone:
“ l'idea, o l'ideale, di una operosità che avesse il cuore nel luogo e il cervello nel mondo: o anche, e l'immagine è speculare, il cervello nel luogo e il cuore nel mondo.”
Ma raccogliendo ancora indizi che vanno nella direzione, forse, della “gente buona” aggiunge – riferendosi a un passo di Igino Petrone dei primi del secolo - l’idea di “una profonda sobrietà interiore”, o “fierezza senza boria”. E, avvicinandosi alle riflessioni del padre poeta:
“... l'essenziale sta appunto nel cogliere il vero e più segreto volto della nostra regione, che è volto umano ... [E'] il naturale atteggiamento di grazia assorta e pensosa che assumono nel paesaggio gli uomini e le cose, ... è quella espressione di consapevole fierezza che dà composta nobiltà alla fatica dei nostri uomini e delle nostre donne, ... [è quel] senso della misura austero e profondo che traspare in ogni atteggiamento e in ogni forma di vita del Molise”.
Con Iovine: “Il contadino molisano è ordinariamente taciturno; non dice che l'indispensabile; abitante di una terra difficile, aspra, scoscesa, rotta, a pendii rocciosi, a sassaie aride, ha nelle vene l'asprezza della lotta per vivere ... Tutto il loro linguaggio tenero palese si esaurisce per la terra ".
E infine “Umanità intensa nel sentire e sobria nell'esprimersi. E' forse questo il motivo centrale che accomuna tutte le proposte di identità molisana che sono venuto esaminando” (22).
Ho poi conosciuto direttamente il Molise in alcuni viaggi a Campobasso, Isernia, Castropignano, Fossalto, il Molise di oggi, anche se in parte con gli occhi del poeta di Oggi domani ieri, le poche tracce del tratturo sul paesaggio mi hanno convinto ancora di più del precipizio del mondo raccontato da Gente buona e da Il Molise di Amorosa. Ma anche i modi della continuità sono complessi, e il Molise ha certo continuità meno visibili che non le flebili e nascoste tracce del mondo agropastorale. Presentando spesso in questo percorso per il Molise d’oggi l’opera poetica di Eugenio Cirese, mi sono reso conto che il nuovo successo locale dei suoi versi è uno dei fattori della continuità. Come le sue poesie avessero segnato un ponte tra la comunità passata, prima sprezzata e poi obliata, e la immaginazione moderna. Le sue poesie oggi sono un elemento della identità nuova del Molise. Sono sia continuità che novità. Di questo fenomeno fanno parte anche le ripubblicazioni dei due sussidiari di cui qui si parla. Ma nei vari incontri in Molise ho trovato le poesie di Eugenio Cirese recitate, cantate in modi diversi come cosa viva, sigillo di appartenenza plurigenerazionale a questa regione. Mi ha colpito vedere cantate le canzoni di Cirese, ma anche suoi testi poetici non musicati, sia nella forme della canzone napoletana, che nelle forme del canto meridionale folklorico (23), sia anche in modalità rock e classica, e infine nel CD dedicato al Molise, edito da Worldmusicmagazine (XVI, 77, marzo-aprile 2006) nella serie “Tribù Italiche”, ho ascoltato una versione afrocubana dei testi di Cirese. Un emblema di identità nuova e mescolata e di zona di intersezione di codici generazionali. Cirese è attuale. I miei percorsi hanno avuto come guida Alberto Mario Cirese e con lui ho il debito di chi è iniziato a un mondo di ricordi e di affetti che hanno avuto una forma così alta. Tramite lui ho conosciuto e discusso Molise perduto. 25 anni di giornalismo culturale di Nicoletta Pietravalle (24) e ho capito che in Molise in quei venticinque anni pochi avevano avuto a cuore la propria storia incorporata in centri storici e monumenti. Attraverso notizie delle ricerche di Emilia De Simoni per il Museo Nazionale di Arti e Tradizioni Popolari, e le sue foto di feste, ho avuto però anche l’impressione di un mondo festivo e devozionale fortemente attivo nel presente, non solo impegnato in un resistenza per sopravvivere. Come altri territori il Molise è certo terra di contraddizioni, e sarà la sua gente, erede della “Gente buona”, a gestirle. Un mondo contraddittorio è anche un mondo vitale. Anche questo libro riedito aiuterà questa gente a guardarsi per somiglianza e per differenza dalla gente buona degli anni ‘20, e sarà importante se un libro che viene dal passato potrà ancora suscitare passioni di riconoscimento, senso di distanza, nostalgia o desiderio di riconnettersi all’antico nel nuovo percorso.


1  Si veda in particolare G.Massullo, a cura, Storia del Molise, Roma, Donzelli, 2006
2  Alberto M. Cirese, Cultura egemonica e culture subalterne Palermo, Palumbo, 2006 (20^ ristampa della seconda edizione accresciuta del 1973).
3  Per “almanacco” si intende calendario o annuario, libro con materiali vari costruito intorno alla periodicità annuale.
4  Le Note sul problema meridionale inedite sono poi confluite in vari testi, qui si cita da A.Gramsci, La costruzione del Partito comunista (1923 – 1926), Torino, Einaudi, 1971. I Quaderni si riferiscono all’edizione a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975.
5  Benedict Anderson, Comunità immaginate. Origine e diffusione dei nazionalismi, Roma, Manifesto Libri, 1996 (ed. orig. 1983).
6  Berengario Amorosa era stato uno dei folkloristi della generazione successiva a quella di Melillo, Pittarelli, e D’Amato, con il suo Riccia nella storia e nel folklore del 1903 (vedi A. M. Cirese, Saggi sulla cultura meridionale. Gli studi di tradizioni popolari in Molise.Profilo storico e saggio di bibliografia, Roma. De Luca, 1955).
7  In G. Palmieri e A. Santoriello (a cura di), Berengario Galileo Amorosa. Atti del Convegno, Riccia 18 luglio 1987, Riccia, Associazione Culturale ‘Pasquale Vignola’, 1989.
8  Ibid. pag.61.
9  Sul tema del dialetto di Eugenio Cirese vedi le Avvertenze di Alberto Mario Cirese in Eugenio Cirese, Oggi domani ieri. Tutte le poesie in molisano, le musiche e altri scritti a cura di A. M. Cirese, vol.I, Isernia, Marinelli, 1997: questa è l’opera di riferimento ormai per l’insieme della poesia dialettale di E. Cirese e per la sua critica.
10  Un cenno su questo nesso in P. Clemente, Penne di petto: antropologia, poesia, generazioni in D. Scafoglio (a cura di) La coscienza altra. Antropologia e poesia, Cava dei Tirreni, Marlin, 2006 (già edito nella rivista Il gallo silvestre n.13, 2000); e su Pascoli e il tema delle identità locali: P. Clemente, Paese/paesi in M. Isnenghi, a cura di, I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Bari, Laterza, 1997.
11  P. Clemente, Il passato imprevedibile in Primapersona, 2, 1999.
12  A. Cirese nota ne “La cuperta” un riferimento a un canto di lontananza per la guerra raccolto a Fossalto e confluito nei Canti popolari del Molise che E. Cirese pubblicò nel 1953
13  Legate a una ripresa poetica successiva al 1943, vedi A. M. Cirese Nota editoriale in Oggi domani ieri cit.
14  Vedi la riedizione di La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare 1953-1955, Isernia, Marinelli, 1991. Nel ricordare il ruolo importante che ha avuto l’editore Marinelli nella nuova attenzione alla poesie di E. Cirese voglio anche ricordare che l’intreccio di generazioni che ha visto nascere La Lapa si è poi esteso a me che, allievo di Alberto Mario Cirese, ho finito per intrecciare la mia storia con quelle di Eugenio, e ho avuto il privilegio di scrivere la Nota introduttiva alla edizione del 1991 della rivista dei due Cirese.
15  Mi ha colpito Recuorde poesia del 1924 dedicata a Umberto Postiglione, un maestro ‘dai piedi scalzi’ che “nzegnava / a grosse e piccerille,/ la via vera de la scòla nova” vedi Oggi ieri domani, vol II, cit. pag.363.
16 S. Cavazza , Piccole patrie, Bologna, Il Mulino, 2003 (prima ed. 1997).
17  Torino, Einaudi, 1976.
18  Citato, esso tratta dell’economia, del territorio, degli aspetti politici e amministrativi, dell’emigrazione e della cultura musicale e fornisce un quadro delle ricerche storiche contemporanee sul Molise.
19  Umanità del Molise in La Lapa III, 1-2, 1955.
20  Il Molise e la sua identità, in Basilicata. Rassegna di politica e cronache meridionali, XXIX, 5-6, 1987. (Relazione introduttiva al Convegno “Il Sud e l’America: Molise ed emigrazione, Campobasso, 26-28 giugno 1987). Ora ripubblicato in Alberto M. Cirese, Tra cosmo e campanile. Ragioni etiche e identità locali, a cura di Pietro Clemente, Gianfranco Molteni, Eugenio Testa, postfazione di Alessandro Mancuso, Siena, Protagon, 2003.
21  E. de Martino, Premessa a A. Pierro, Appuntamento. Poesie (1946 – 1967), Bari, Laterza, 1967, ma il tema è ripreso negli inediti de La fine del mondo (a cura di C. Gallini), Torino, Einaudi, 1977
22  A. M. Cirese, Il Molise e la sua identità, cit.
23  Si veda per questi aspetti nel quadro storico della formazione di Eugenio Cirese, l’intenso e puntuale saggio di V. Lombardi, Quadri di un’esposizione. La cultura musicale in Molise fra Otto e Novecento, in Storia del Molise, cit.
  Roma, De Luca, 1998.
 
*
"Presentazione",  in Eugenio Cirese, Gente buona, ristampa curata dalla Biblioteca provinciale “P. Albino” di Campobasso
 
(per gentile concessione dell'Autore e di Vincenzo Lombardi, direttore della Biblioteca provinciale “P. Albino”)


Pietro Clemente insegna antropologia culturale all’Università di Firenze (Facoltà di Lettere e Filosofia), è presidente della Società Italiana per i Musei e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA) e direttore della rivista LARES , membro di redazione e collaboratore di Antropologia Museale,  consigliere scientifico di Ethnologie francaise, del progetto Musée de l’Europe et de la Mediterranée, della Fondazione Basso, della Fondazione Musei Senesi,  della Fondazione Museo Guatelli, del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze, dirige la collana “Finzioni Vere” presso l’editore CISU.

dalla Sardegna a Siena
Sono nato il 27 Giugno del 1942, a Nuoro, dove lavoravano mio padre e mio nonno. Dai 5 anni ho vissuto a Cagliari. Dopo il liceo ho studiato Architettura a Milano ma poi mi sono laureato in Filosofia a Cagliari con una tesi in Antropologia Culturale. Ho insegnato nelle scuole medie e all’Istituto Magistrale  in Provincia di Cagliari fino al 1973, quando ho cominciato a insegnare Storia delle Tradizioni Popolari nella Facoltà di Lettere dell'Università di Siena. La mia tesi di laurea era stata pubblicata dall'editore Laterza con il titolo Franz Fanon tra esistenzialismo e rivoluzione (1972), avevo scritto inoltre un saggio sulla casa rurale sarda, e la mia domanda di incarico a Siena fu accolta.
Nel mio lavoro di storico delle tradizioni popolari,  ho traversato in lungo  e in largo la Toscana stabilendo forti contatti con il territorio.
A parte i temi teorici per me sempre appassionanti e che la ricerca sul campo continuamente rinnovava, ho lavorato soprattutto su due temi il ‘teatro popolare’ (nell’area concettuale del rito e della festa), la documentazione orale e la museografia della cultura contadina mezzadrile. In verità quest’ultimo è stato il mio tema dominante: dare la parola ai mezzadri, ai boscaioli, ai migranti di una vivissima cultura toscana, resa ormai silenziosa dai processi di modernizzazione e da una sorta di autocondanna all’oblio.
Alla fine degli anni ’80 ho condiviso un clima di rivisitazione degli studi antropologici che veniva dagli Stati Uniti e che diede vita a un indirizzo che fu detto di Antropologia interpretativa e si connesse con il cosiddetto ‘postmodernismo’. In questo quadro, con un gruppo di lavoro senese, ho fondato la rivista Ossimori , la rivista ha vissuto per 10 numeri .

da Siena a Roma
Nel lavoro all'Università di Roma ( dove ho sostituito dal 1991/92 Alberto M.Cirese che andava 'fuori ruolo'), avendo l'occasione di forti dialoghi con altri antropologi, ho approfondito i temi della critica teorica della storia e dei fondamenti dell'antropologia, dell'antropologia riflessiva, ho traversato i temi dell'immigrazione e del multiculturalismo. L'esperienza di ricerca sui musei e sui beni culturali si è ampliata fino alla definizione di un campo di Antropologia dei Patrimoni Culturali . Sono attualmente presidente di SIMBDEA (Società Italiana per i Musei e i Beni Culturali Demo-etno-antropologici), e membro della Redazione di Antropologia Museale, la rivista della Società, nella quale tengo una rubrica fissa (Sparatrap).
Negli ultimi anni ho ripreso e sviluppato alcuni aspetti della scrittura popolare collaborando anche intensamente con l’ Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano e con Saverio Tutino che lo ha fondato,  e ho ripreso i temi della ricerca col metodo delle storie di vita in direzione dello studio della costruzione della memoria e del tempo storico. Il mio profilo è oggi di ‘antropologo dell’Italia’: studioso di tradizioni popolari  che ha allargato le sue attenzioni alla modernità e ai contesti ed arricchito la sua esperienza metodologica con dibattiti teorici e resoconti dell’antropologia extraeuropea e del mondo globale.

di nuovo in Toscana
Dall' 1 novembre del 2001 sono professore di Storia delle Tradizioni Popolari nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Firenze.
La ripresa del lavoro in Toscana  si è orientata verso una ripresa di temi della memoria storica del territorio, ma anche verso un lavoro sull'antropologia urbana e in specie sulle immigrazioni, attualmente coordino un Seminario permanente della Facoltà di Lettere di Firenze sull'Intercultura. Sono in corso anche ricerche su problemi di museografia e di etnobotanica in alcune aree dell'Italia centrale (Toscana ed Emilia).
Come Presidente dell'IDAST (Iniziative Demo-etno-Antropologiche e di Storia orale in Toscana) ho diretto la ricerca sugli archivi orali e audiovisivi presenti sul territorio regionale commissionata dalla Regione, e - insieme con Fabio Dei - continuo a dirigere  la ricerca sulla memoria delle stragi naziste in Toscana. Sui temi della antropologia del paesaggio ho partecipato a un convegno nazionale promosso da Italia Nostra, e a un convegno sul paesaggio senese promosso dalla Amministrazione Provinciale (atti ancora non editi), lavoro inoltre su incarico del Comune di Pienza alla definizione di un rapporto antropologico finalizzato alla stesura del Piano Strutturale della città.




 
 
di Mario Perniola
Dipartimento di Ricerche Filosofiche dell'Università di Roma "Tor Vergata"
 

Come è noto, Freud è stato il maggior teorico della categoria estetica del Witz, cioè dell’arguzia, la quale costituisce una formazione di compromesso tra termini che stanno tra loro in un conflitto irresolubile perché tra loro sussiste una differenza incolmabile. Tale conflitto più radicale di tutti quelli pensati dal pensiero filosofico può dare luogo a varie patologie, che costituiscono appunto l’oggetto di studio della psicoanalisi; ma consente anche il sorgere di produzioni culturali dotate di una grande raffinatezza nelle quali l’opposto viene riconosciuto e mantenuto nella sua differenza senza essere assimilato e senza essere capovolto nel suo contrario. Questa capacità di dar voce e di apprezzare il differente appartiene alle grandi civiltà, che come quella italiana conservano una memoria storica millenaria di infiniti conflitti e di infinite infamie. L’arguzia è appunto il modo estetico di pensare una lotta estrema senza farsi coinvolgere nell’utopia della pace, nel mascheramento dell’ironia e nemmeno nel pathos del sublime.
 
Tra gli scritti di estetica che si muovono in questa direzione un posto di rilievo è occupato dalle Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio (1988) dello scrittore Italo Calvino, che sono rimaste incompiute e sono state pubblicate postume. Di queste sono state scritte solo le prime cinque che hanno per argomento le nozioni di leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità. Si tratta di termini che hanno una grande popolarità perché sembrano interpretare per così dire lo spirito dei tempi, cioè la linea di tendenza dell’era tecnologica e postindutriale. Sotto questo aspetto costituiscono delle banalit&