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I fiori screanzati In queste arie di un´estate che tarda, invernata dai geli delle nostre anamnesi, si sentono fischi di fiori screanzati fremere ai silenzi delle parole umane gettate a cibo di raffiche violente. Il senso della memoria è indifferenza nelle dicerie degli istrioni fatte a male recitare le parti del male nato dal borbogliare dei fichi seccati dall´anatema di un umano da fame. Ma ancora non sei andato via, ora che i tuoi calcoli astuti hanno mostrato il loro limite davanti alla pigrizia del caos di Dio, che non paga mai di sabato perché ha tutto il tempo che vuole in attesa che le tue corde ti leghino al tuo maturare i frutti del tuo agire. Ancora non hai smesso la recita storta su tavolati di corpi rotti dietro scenari illusori imbrogliati da colori acrilici più veri del vero. Eppure c´è un´aria che arriva anche tra queste folate di gelo, un´aria nata da periferie di baracche appese agli spessori della fame ed ai muri delle lente morti per presenti sindromi da nuova immudeficenza acquista e da vecchia violenza imposta, in sterminio fedele a poteri di poteri per soluzione finale di genti africane e di popoli tibetani, antichi e inutili ai tuoi profitti di mezzano di corpi. C´è un´aria d´estate che giunge contro il primo esito del tuo fallire un´aria d´estate a sale di vita nella scrematura di fiori screanzati dal loro pazzo amore del sole. |
e c’è dell’altro al mio cielo quasi un sorriso, come di terre e sabbie feconde in appena un’ansia di risate: un gesto fanciulla, a rondini sul mio petto, quella carezza uomo, a galoppo nel mio cuore, il tuo salvarmi la vita il mio lasciarmi andare il tuo abbandonarti al mio sapore il fonderci in fonti di fiumi di cuore e l’incanto di corpi il mischiarci nei sorrisi: meridiano di vite vive ad ogni ora del mio giorno perché con te sempre è attesa di quel che vive sempre e resta appeso come ai rami dei limoni incolti inselvatichiti piccoli agri all’apparenza ed in frutto ostinatamente nel sapore della vita acre necessariamente anche in me con te dentro di me, mio signore e piccolissimo re, magnifico, immenso sparviero e aquila, cielo in cui m’annego a sorrisi a risa a carezze d’amante e non so più e m’assento e mi confondo e mi piego e mi ritrovo in te, solo amato, amore amante. settembre 2007 |
Un'altra domenica delle Palme C'è un'aria di altra calma, oggi, al mio sole appena nutrita da un lieve fiorire di brezze. Salgono al cielo i quieti prodigi dei passeracei, l'orlo degli stagni si popola di fenicotteri in rovistare di cibi, mentre le frotte dei pesci s'accatastano a scogli prominenti sul mare. Il senso del tempo, oggi, trascorre ampio nelle mezz'ore perdute a farsi vivere dal fluire nelle vene del sangue di Dio, vigilia di un'altra domenica delle Palme. Passerà anche quest'oggi, ed il suo incanto sfumerà nei vociare di questi tempi segni di trionfante teppa antivita: dentro i vibranti questionare menzogne dei Don Coglione al turno di rapina contro il libero muoversi della vita feroce. Resterà la fattura di un nastro di parole, misero guadagno di un istante, lenta nell'insigne crescere del progresso di giorni spossati da questa tanta abbondanza, misera di ogni e qualsiasi assenza al presagio del Cristo di Passione. aprile 2006 |
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Se per un “grazie alla vita” incontri uno sguardo straniero che poi ti riempi, come dire: “vivere”, così, per dire; se per una sorte d’amore, che ti senti vuoto di colpo in sentimenti di perdite ai percorsi delle porte così, così strette; ed è se per dire: ti amo; e poi vuotare i tuoi deserti nelle verdi valli dei suoi “ridi!”. È il non perdersi, il non sentire gli scuri o gioghi pesanti del nulla, tu che ti sei sua zolla di mondo e piccola luna di mare, cui leghi ogni tuo morire, che più non è tuo ora che tu sei, quel grazie alla vita quel ringraziare quel ciascun gesto d’amore, ed aperto dentro tutti i pochi tuoi; quello che è una nuvola rosa all’apparire di un tramonto rosso ad un cielo sempre chiaro di tutti i sorrisi di donna, i tuoi. dicembre 2006 Ultima domenica di purgatorio
Saranno ctonie d’accattonaggio da un modo imprevisto del passato: i peggio previsti nel fondo e gli eletti a ondeggiare su acque fetide com’è di continuo. Sarà come senza scegliere tutti presi all’improvviso dallo stesso furore giocato a nascondarello avendo in palio la vita frequente dispersa, amata dissennata. Saranno giorni di fieli sconciati nelle vene al sole che si alza le sottane per andar via e non vedere, giorni dell’altalena acidula, alta a danzare nell’aria follie di cetrioli nel naso e mascara di bellezza sugli occhi sapendo quant’è lontana la luna dai nostri orizzonti di poetare fili di virtù fatti di vetro abili a rompersi nel giorno del pietà. Sarà l’ultima domenica di purgatorio nel cantone promesso e venuto finalmente tra i fiati dei tromboni rincalzati col redditare saldi di ricchezze e rammendare il farci senso con la pace di infilare refi di veleni proprio qui nelle giunture sottili che coniugano sorrisi alle piaghe del culo. Sarà il primo festival dei torti in corteo dietro le vincite dell’ultimo avanzo, festeggianti tramonti dell’umano, poi fiabato ai bimbi nel penare di altre stagioni in scoria, viete di profitti multinazionali fasulli. E ci chiameranno coi nomi degli eroi solenni non dimenticati mai bestemmiati, silvio squalo george serpe tony demonio vladimir assassino, creatori di quella terra felice di luce artificiale a gas nervino, luminanti notti di lune fiamme prosperate a pena tra motori a caparra di ben pagati futuri alitare artificiali ben divisi. marzo 2006 |
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A Pier Paolo Pasolini Forse dal basso dei tuoi corpi saturi di nuche gentili e sepolti desideri ragazzi che tu, vecchio e colto usignolo di santa madre chiesa rinnegato al dio che t'ha amato dell'amore per il figlio prodigo quello che s'allontana a cerca di altre nebbie meno dure e amare della sua caligine d'amore, forse dal basso delle tele estive usate a coprire, ma solo appena, sessi maschili magari non così desiderati come pensavi e sapevi nelle tue gentili vaghezze impallidite in poesie, queste bene intinte nei secchi di legno delle antiche parole popolari fiumane di senso da te dilette e rimpiante con dolore di figlio, forse per poco ancora ascoltate qui da noi, che ora t'abbiamo ben bene sepolto nella stessa auto con i tuoi assassini e ignorato i tuoi angoli ancora insepolti e putridi tuttora di quell'odio per la verità che ha accompagnato il tuo vivere poeta e che ancora sale viva delle attive voci di qualche dio straniero tra le rose di carne ed i desideri d'amori indicibili normali a capitare amore forse ora qualcuno leggerà il tuo stare male, leggero tra i pesanti foderare le nudità dei nostri odi e il tuo vedere le rose scoprire le croci dei nostri corpi, queste croci oscene dei chiodi piantati a dozzine sopra mani fragili di donna bambino ragazza uomo uccisi nell'anima e violati nei corpi nei corpi ancora ricchi, talvolta, di lievi nuche d'amore e gioia difficilmente distinguibili in base al genere ed alle proprietà che non ci appartengono a noi i deserti di colline di scarpe e di corpi interi insepolti come te nelle cave di sale delle nostre falsità.
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La tua desolazione Lettera ad un potente non nominato La desolazione: non è difficile pensarla: sola come un vortice di secco, triste come un turpe amaro, brutta come un corpo offeso, oscena come una ricchezza gemmata contro vite di fame; non è difficile concepirla: chiusa come un buco nero, antalgica come ammazzare i semplici, utile come costruire profitti, finale come una morte buia, turpe come lo scandalo sui bambini. La tua desolazione è la tua vita che non ti lascia nel lusso delle tue ville nello splendore dei tuoi mausolei nel vituperio delle tue offese nell’ignavia del tuo fare il male la tua desolazione che non ci appartiene ed è tua soltanto nel tuo lusso indebito di potere altrui che non t’appartiene che è vanità di morte. La tua desolazione che ci è vicina oggi, nel tramonto unto dai colori di sangue che ci sta accanto nella tua disperazione dei potenti e nella tua angoscia dei ricchi per quella cruna in quell’ago per quella pietà che non condona il tuo normale orrore di vivere, ma lo condanna al perdono a quel perdono eterno pregato in baracche d’inedia cresciuto in serenità di fame, quel perdono umano di dio, che tu non puoi accettare. 24 gennaio 2006 |
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dio con piccole lettere minuscole appena sottolineate da qualche ombra d'umano con le vampe sottili del tempo scorrevole lento come un etere ben accogliente i laboriosi spazi di tanti sterminati esserci con le delicate mani del dono che arrendono solo il sorriso di chi ha avuto l'inatteso indispensabile, che mancava con le ampie inquietudini della coscienza irrequieta a chiedersi ragioni del nulla e dell'eterno impalati sanguinanti nelle visceri molli di qualche principe di questo mondo con le umili musiche della poesia sottolineate da qualche rapido battito d'ali degli storni, superbi orchestrali della bellezza con le povere miniere della riflessione faticate a scavare giacimenti di verità tra le sabbie insidiose del male umano con le inarrestabili inermi dell'amore insane, passionali, viscerali, incompetenti, inabili a ogni cosa fuorché l´amare con le rigide pance della solitudine affrancata da libertà uguaglianza fraternità tolleranza perchè lieve di se stessa e pesante della mano di dio quella mano leggerissima, impossibile da sorprendere se non in quell'attimo straniero in quell'improvviso caldo inferiore, soffio incomprensibile se non ai bambini e ai poveri, a chi ride, felice di un niente. |
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America Latina ... Africa ... La tua terra di popolo crosta di terra insanguinata, martoriata, uccisa popolata di umani fatti schiavi di uomini, e di schiavi di satana finti umani. Quella tua terra di popoli, ampia buccia di anime perdute alla vita per rapina, droga, furto, saccheggio, malversazione la tua scorza di terra antica popolata di tuoi figli non innocenti, non puri, non liberi del tuo amore - ma hanno avuto la tua buona novella Verbo del sacrificio di tuo figlio solo dai testi insanguinati delle loro croci seminate a milioni sulle strade sconnesse di quella tua terra pelle di cuoio d´amore disperato e normale ucciso come tuo figlio dai finti seguaci di tuo figlio. Non c´è perdono umano per l´America Latina - l´Africa; non c´è perdono umano per le violenze private e pubbliche, individuali e statali, al vantaggio personale di pochi potenti su terre seminate di sangue nei solchi buoni, nelle rocce, nelle pietre, nell´arido, terre seminate di croci per non perdere l´addestramento di Cesare all´omicidio di massa, ché più ne muoiono dei vivi più è pronta, di chi resta vivo, è pronta l´obbedienza, rassegnata e morta. Manca il perdono umano. Ma prego le tue mani - mani impossibili, alte di un amore incomprensibile a questo umano, che dà a Cesare, a Cesare solo, sopratutto quello che è soltanto tuo - - la vita dei bambini - prego le tue mani - che mai le vedrò alte nel segno del comando divino (quella carezza su quel viso di bambina) - l´unico segno della tua potenza infinita e terribile, l´unico che ci ha lasciato - prego le tue mani, Dio mio, al miracolo d´amore per ... 29 gennaio 2006 |
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Natale precario 1
In questo sacro malfatto di rosa e cielo in questo losco impasto di venti settentrione in tanto abbandonarsi ad incerte bellezze al mezzo di sollazzi dementi capitali droghe
sono nutrite scherane schiere dentro vicoli sfatti tra baracche di gesti antichi riveduti sopra qualche selciato quasiurbano polvere e miseria nutrita a lussi se lei è bella, ma lei è bella. Intingoli di progresso e di non altrovi raggrinziti in piccole falangi organizzate ad opliti minori e microbe legioni di soldati bambini
a maggior vantaggio sociale per il mio computer e la occupazione precaria in carica ben nutrita con ogni contro alle rivolte di teli di vetro sogni di pane. |
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Natale precario 2
Perchè decide l'alto dire del progresso laico: sviluppo di capitali occulti - legali/illegali - a migliori capacità di gestire tutto e patire ogni umano ed inumano dentro il mondo.
Ma è alto il sole stamani sopra le mie terre mietiture delle lampare delle danze di Dio e brilla di luce sorridente sopra le brute polveri ben celate tra le molte miserie d'Occidente. Sorregge il cielo un altro tenero sorriso, lieve a questo giorno pieno di rasserenante caldo e saturo di un vento gracile come allodole
che tinge nel sole un qualche gesto d'essere che è di una giovane donna sedotta il sorriso del suo abbassarsi alla Tua brama d'amante
preannuncio d'altre albe? che verranno? |
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Una notte più buia quella tua notte, Pierpaolo, intasata da mani lame di cuori molati da odio sterminatore dei tuoi ricami di parole gesti liberi, e infranti da lordure cupe contro il tuo iridescente grido. E furono voci inanimati berci di sibili opachi alla vita, alla tua fine fantasia d'amore mansueta volontà incessante ogni speranza d'amore nel tuo dolore d'amare: che tu disperavi accarezzando i più lievi lavori a tombolo di questo nostro affaticato esistere: i varchi che tu sapevi, Pierpaolo, ai guadi altri ed ai pascoli di vita che imparavi tra le fecce d?esistere di individui-multitudini deserte scorie di queste disanimate città nostre e morte sul vivo lavoro di tutti. Quella tua notte più scura, quella tua notte a catena di orrore, quella tua notte a croce di Cristo: questa tua eterna voce di rosa poesia, corpo natura d'amore. Stasera il tuo cappotto è sporco e la neve che sentivi sulle tue ossa sempre, nella glaciata estate inglese, quella mattina è caduta per te in forma di palle di piombo. Così non puoi più dire come l'isola inglese l'afferri più fredda del tuo Brasile di accogliente solarità per poveri contadini poveri neri della loro stessa terra a loro spogliata da tristi turisti prigioni neri delle fecondità sottratte a quella tua bella terra di sole. Stasera sei una cosa e a qualcuno dispiacerà, magari al poliziotto che t'ha morto atterrito dalle ingiunzioni arbitrarie che gli sono stati imposte. Ma siamo in guerra dicono i sicofanti e i furiosi sofisti inferiori ben pagati puntelli d'ogni tesi e del suo opposto. Siamo in guerra e quel tuo cappotto e quella tua faccia così non anglia così diversa così pachistana così orientale così araba mussulmana marocchina quella tua faccia ignota brasiliana, da schiavo negro, non la dovevi portare in Inghilterra dentro quel tuo cappotto, inatteso ospite così semplice del caldo rimpianto della tua terra di sole.
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Le orme del mondo si accavallano talvolta con gesti di carne e sensi di acque d'occhi lunghi nelle rughe distese di campi appena coltivati sotto le pose di caldo seccate dai soli primitivi che ci hanno scaldato nei nostri altrove. E stasera sei tu che mi tieni a questo diverso mondo unito, contro i divaricati rumori di ferro infiammati dalle vampe incendiarie di fuochi di fame che accosti ci assediano di morti. Stasera sei tu che mi ami con il piccolo gesto di canto fragile accoglienza di suoni piccoli come una gentile armata di bimbi e oche schiamazzanti nel vespro in questo nostro vespro che tarda a queste grigie nuvole del cielo. |
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Domande Che cosa guardi nella notte? Tutti i silenzi del buio. Cosa osservi nel muto tacere di stelle? Solo le menzogne segrete del buio. A cosa attendi, tu immerso in questa placida notte che t'accoglie? A un ridere di lupe, a un gesto di passeracei, ad un qualche chiasso di babbuini, ed ascolto le lucide zanne dei fiori notturni aprirsi insonni ad una luce che viene. Ma cosa sogni? Che sogni, tu che indugi inondato di notti? Un segnale, anche lieve, di conforto al tuo ventre? Non viene dal freddo il mio sogno, non è incorniciato da tv notte-giorni scintillanti di luci più fiammeggianti del vero, non ha parto tra queste lustre desolazioni avamposte di lunate legioni demoni, non germoglia il mio sogno dentro i sotterranei andirivieni preziosi ad ogni bagattella per qualsiasi massacro. E che sarà mai? Cosa mai sarà quel tuo sogno? Qual è il sogno cresciuto in quei tuoi seni, sorveglianti vedette del nulla? È il sogno degli occhi aperti. È il sogno allargato alla notte. È il sogno esposto agli inganni. È il sogno di ancora una voce, di là da venire. È il muto sogno dei cuori sacrificati di innocenti uccisi a forza d'ingiuste scordanze. È cieco per te, questo sogno, è semplice troppo, per te, troppo esile nel frantumarsi in tanti assordanti silenzi. 12 dicembre 2005 |
Al domatore di cavalli Ettore e tu Ettore gran domatore di cavalli, l'umiliato arreso ucciso, disarmato e tre volte seminato sulla tua terra tre volte attorno agli angosciati sguardi dei figli che fosti scelto a tutelare tu Ettore apprendi infine in questo tuo aldilà dei nostri presenti tutto il disonore dei canti che s'alzi dei cantastorie il martirio di cieche adunate di ricordi a noi duplicati trionfatori di genetiche vincenti che si canti la misera sorte agli sconfitti trucidati e dilapidati e poi pure narrati a sollievo di desolati cuori e così tu Ettore sai il basso conio dell'onore dei vincenti sanguinari e pazzi e sapienti e furbi li sai nei loro furori e nelle false generosità sai cosa abbiamo tenuto e perduto nel corto itinerario da Achille il pazzo a Bush il piccolo finalmente sai ora forse soltanto quell'ora nel sole nelle rive di un fiume nello scamandro o tigri o reno con quella donna accanto a parlar d'amore a baciarla lontano dal pazzo di turno distante dal disonore di canti agli sconfitti
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Intendi carne, carne che cresce carne strenua minore alla tua decisione di essere pianta, seme di essere ventre, donna di crescere corpi: (sapere corpi è cosa di donne) la vita dentro escrementi, reale dentro dolori di essere bella senza essere bella, costretta a oggetto senza essere oggetto, legata a buco di altrui desiderio, desiderio padrone: sapere annunci è cosa di donne di angeli eccessivi ai tuoi fianchi di voci che gridano zitte di cadaveri di corpi di figli di saperi a rassettare i morti per farli più belli al loro ultimo andare: (sapere di vita è cosa di donne) Saperi di nulla, scienza minore studio di poco, cognizione a disvalore cresciuta al tuo ventre lentamente soltanto, corpo nel corpo che sei che sei tu e tu sai non tuo che è vita, corpo vita altra che vive. Soltanto nel vento che sale al mio mare col suo gioco fazioso di furie si sente, talvolta in notti d'estate, il grido di corpi di fame l'urlo laconico di grembi doppi urlanti fame alle tue materie in quel tuo corpo mai tuo che chiede, che semplice chiede di amare soltanto...
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Gracias a la vida Dall’acqua, dal mare, dalle sue onde, dalle tue braccia, dai tuoi seni, dal ventre del tuo giorno di donna di mare quel mare che ami così remoto da terre chiuse tra terre e mai però troppo divise da questo nostro sudore di mare. Perciò t’ascolto seduto sulle tue rive accoglienti assistendo all’imbrunito albore dei tuoi seni ed al cristallino calmo fragore di vento della tua vulva sdraiata a gorgogliare giovani mareggiate di gioia per il piacere che ti prende nell’ascoltarla frastornata da giocose moine d’amante. Così contro altre tempeste d’odio contro troppi minuti di morte contro le screziate segregazioni del tristo astio contro tutti gli stadi stipati dal gioco dei morti ingiusti per questa vita solare che vivi nell’oceano dei tuoi molti mari m’appresto a veleggiarti per avanzare dai tuoi sferici fianchi forti fino al cuore della tua natura femmina dove ti comprerò con tutti gli inganni dell’amore e tutte le colorate perline della dolcezza futili in quella spenta esistenza da grandi assassini ma indispensabili a noi piccoli naviganti perduti nel grande oceano il cui nome è gracias a la vida e che trascorrerò, come un onesto fenicio bugiardo, in tutti i porti e insenature del tuo esistere dolce amica del desiderio, rapida e arcaica figlia del fruscio del mare.
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Sento sibilare serpenti dentro i miei groppi urbani e sotto i selciati chiocciare vermi, limpide vite primitive tra le superbe forme altere delle nostre altre esistenze; ma son stanco oramai e mi seduce il mare mentre ammiro stupito le ultime presenti ore trascorse ad assodare fanciulle vite non computabili dai congegni piccini che il nostro fio di vivere esige a un insegnante che solo si vorrebbe cuore di solco di maestrale. Così ascolto alzarsi notti e lune zampillare racconti di fuochi voci ombre, lascio il pensiero fuggir via dietro il cucciolo bastardo che salta imbizzarrisce corre fa disastri nel genio d’apprendimento sfornito di messaggi. Perché infatti? Perché ostentare dall’arte scandalo o battaglia? perché imporle cenni rifulsi d’eterno? perché chiederle anime atte a traghettar sponde per volare aquiloni o carezzar farfalle? Vecchie domande delle nostre vizze meraviglie, accecate in qualche erroneo istante di tanta polvere buia. |
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Canto incerto Cassandra guida il cammino sconfinato che s'incarta tra le pigre frotte del cisto e qualche raro olivastro rinsaccato, storto contro il vento - slegato furioso a ondate improvvise - contro lui derelitto dalla poca acqua - dal sole alto e spinoso. Polvere contro polvere e meretrici sassi d'inciampo al piede - debole affaticato - che duro insiste sulla via di lenti passi che si sciolgono alla strada - tragitto scabro della forte speranza di uno stagno sognato di un debole torrente - di luoghi sterili glabro. Cassandra sa, prevede - non può dire ai suoi compagni di strada - sfiduciati - che l'orrore del nulla è lì a stormire avanti ai passi - faticosi abbandonati - della storta compagnia verso un futuro cieco, incerto di carne cuore - e stanco - del suo transito - ad altri collassi - mai pensati. Cassandra va - tace il tanto audace andare - di quella cieca brigata - contro dio - lui inerme che guarda l'abbandono odiato - la rinuncia dei figli di Caino alla sua voce - fioca piccina - che sussurra la vita e l'amore nel fragore delle api, nel canto usignolo nel muto danzare dei fiori di rovo, nell'acre alzarsi di polvere disperata di terra - dallo sguardo umana inaridita. Ma ho vissuto stamani un altro canto, un altro andare docile tra le cose - assai vecchio - il proferire la bellezza del mondo - ho ascoltato - e lento mi accoccolo - come un bimbo frantumato di voci non materne non familiari non alleate - ma nette - come un fiore di campo - - una rosa appena compiuta a quel cielo - alta sottile - soltanto appena odorosa - di ciglia lunghe - affilate all'amore di sangue e di carne.
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Passaggio violento di luce turpe voce di diavolo mala ringhiata stridente utile serva di servi poteri innominati imparati presenti di oppressione sapiente a uccidere innocenti a negare ogni innocua libertà di esistenza. Mi ricordo di piazza Fontana. Quello scavato elenco disfatto di corpi distrutti spezzati e quel rimestare menzogne sopra vite distrutte annullate per scopi di falsità mentite, reali contro nemici immaginari e vive vite vere di contadini, commercianti, operai, impiegati, insegnanti, ora finalmente alla fine giudicati colpevoli di volere giustizia seppellita coi loro corpi d’amore sepolti trent’anni fa d’ingiustizia. Ho memoria di piazza Fontana. Ma tu tu che eri dietro dietro a quel tavolo di poteri, tu che sapevi quelle mani da satana menomato che manovrarono i fili di morte, tu che eri al corrente delle mosse dei soci delle tue spie, tu che hai sorriso in silenzio alla morte degli innocenti perché così fermavi i tuoi pensati nemici, tu che hai annuito appagato dall’efficace trionfo del lavoro di morte su quelle vite innocue, tu ora dormi la notte? ancora hai il tuo cuore tranquillo? e serene le tue cave accorte ragioni? più non pensi ai morti sepolti dal tuo potere di morte ingiusta di giuste vite fracassate? Anche Dio, io lo so, ha memoria di piazza Fontana. |
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Raffaele Ibba è nato il 19 gennaio 1950 a Cagliari, dove tuttora risiede. Insegna Storia e Filosofia nei licei. Dal 1998 ha accettato il fatto che la scrittura e la poesia sono il vero scopo della sua vita. Da allora ha pubblicato un testo poetico sul potere e la guerra, e sulla funzione di memoria della poesia, intitolato "Il disonore dei canti", presso le edizioni della Meridiana di Firenze (giugno 2003); diverse sue poesie sono uscite in siti Internet. |
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