Siamo responsabili noi, della mia generazione ormai più che
settantenne, dei torti che allora furono fatti al Canzoniere
italiano. Antologia della poesia popolare che Pasolini pubblicò alla fine del 1955, dopo quasi tre
anni di durissimo lavoro[1]. Certo non siete responsabili voi, per quel remoto
passato: ma attenti al vostro oggi, voi che avete ora la nostra età di allora,
ed occhio ai vostri futuri rimorsi, se oggi non avrete pensato abbastanza.
Responsabili fummo allora per schieramento: peggio i comunisti,
accecati o ciechi; un po’ meglio, ma non molto, i socialisti (avevamo un occhio
solo). Responsabili fummo anche individualmente. Né mi escludo, pur se ho da
rimproverarmi solo ignoranze ed omissioni, e non sassate.
Le considerazioni che qui presento intendono fare ammenda. Ma non per
contribuire ad un processo di beatificazione (che talora parrebbe instaurato,
magari proprio dai continuatori di chi allora lo prese a calci): di là dai suoi
studi di poesia popolare c’è molto di Pasolini che o non mi piace o mi lascia
indifferente; ed anche in materia di poesia popolare c’è da discutere, così
come accade con ogni studioso serio. Ciò che lamento di allora non è che non si
applaudisse, ma che si stroncasse; e, per quanto mi riguarda personalmente,
l’aver scoperto oggi quel che avrei dovuto sapere allora mi rende ancor più
sgradite le aggressioni altrui, e più pesante il fatto di non aver dato il
dovuto sviluppo alle note in cui presi sul serio Pasolini come studioso di
poesia popolare[2].
Lo scritto che segue è irto di minuzie e sovrabbondante di note a pie’
di pagina, assolutamente disdicevoli o inutili, le une e le altre, quando si
ritenga che a Pasolini si addicano solo fulminanti saggi, in più o meno
riuscita rincorsa con il suo ingegno. Ma non so volare, e d’altro canto il Canzoniere richiede e merita attenzione analitica. Cerco perciò di
rendere pedestri servizi: da un lato risparmiando lavoro a chi volesse con
maggior nerbo occuparsi della questione o vederne i rapporti con altri aspetti
di Pasolini, e dall’altro fornendo ai giovani di oggi notizie che li aiutino a
cogliere il clima di un tempo che non è il loro.
***
Nel dicembre del 1952 vedeva la luce la Poesia
dialettale del Novecento
firmata da Pasolini e dal poeta romanesco Mario Dell’Arco (pseudonimo di Mario
Fagiolo) e pubblicata nella collana «Fenice» diretta da Attilio Bertolucci, per
l’Editore Guanda di Parma: quasi quattrocento pagine di testi dialettali di
tutte le regioni, accompagnati dalle traduzioni e preceduti da una introduzione
di oltre cento pagine, stesa da Pasolini[3].
Presumibilmente
nello stesso mese l’editore proponeva a Pasolini la cura di una seconda
antologia dedicata alla poesia popolare italiana. Inizialmente Pasolini ebbe
qualche perplessità: il primo gennaio 1953 infatti così scriveva a Giacinto
Spagnoletti:
Adesso Guanda mi propone la «Poesia
popolare»: forse non ha torto né dal punto di vista commerciale né da quello
culturale, ma io non sono molto entusiasta, perché dovrei farla insieme a uno
specialista (per es. il prof. Toschi) data l’immensità della materia [4]
Ma
già alla fine dello stesso mese l’esitazione si andava sciogliendo. Il 26
gennaio, di nuovo a Spagnoletti, Pasolini diceva perché rinunciava a scrivere
un saggio su Pascoli, ed aggiungeva:
Non penso invece di rinunciare
all’antologia della poesia popolare: anche perché ‘ideologicamente’ sento che
potrei mantenermi nel giusto mezzo: e poi fra l’altro se tutte le poesie
anonime regionali sono come quelle che già conosco (la friulana, la veneta, la
calabrese, la siciliana) ne verrebbe fuori un libro delizioso. Rinuncio invece
a Toschi. [5]
Subito dopo Pasolini aveva l’occasione di giudicare la fondatezza delle
sue aspettative. Eugenio Cirese, il poeta in molisano cui Pasolini aveva
dedicato attenzione nell’antologia del 1952[6], gli inviava infatti il primo
volume della sua raccolta di Canti popolari del
Molise appena allora pubblicato
[7], e Pasolini così ringraziava:
Gentile Cirese, ho avuto, e subito letto con grandissimo interesse, il
suo volume di Canti popolari. Ne parlerò diffusamente su «Il Giovedì»[8]. Poiché adesso
dovrò fare per Guanda una Antologia della
poesia popolare italiana,
il Suo lavoro mi interessa in modo speciale. Il secondo volume dei Canti
quando uscirà? Nel caso
che la sua pubblicazione dovesse tardare, potrei osare di chiederLe una
primizia dattiloscritta (purché ne abbia una copia in più)? La ringrazio molto,
per i deliziosi testi cui mi ha introdotto, e Le invio i miei più rispettosi e
cordiali saluti. (Lett., I, p 547: 12.2.1953).
Così
l’impegno al lavoro era definitivamente assunto. E mi è caro segnare che
l’avvio fu proprio dal Molise; ricevuta dall’autore la « primizia
dattiloscritta » che gli aveva richiesto, il 29 marzo '53 Pasolini scriveva:
Gentile Cirese, grazie per i nuovi canti molisani: comincerò dunque la
mia scelta proprio dal Molise, e spero che Lei e la sua terra mi portino
fortuna (Lett., I, p. 556).
Né fu frase di circostanza: l’accennato scritto sui canti molisani -
comparso nel luglio del 1953[9] - «più che una recensione» fu « un discorso
sulla poesia popolare suggerito dal ... libro», come lo stesso Pasolini scrisse
all’autore[10]: ed in effetti costituisce il primo saggio, se non addirittura
il primo impianto, di quell’ampio discorso storico-critico con cui due anni
dopo si aprirà il Canzoniere italiano.
Se
affrontato superficialmente, da dilettante che scorribandi ad arbitrio, il
lavoro cui Pasolini si applicò poteva completarsi in breve e senza troppa
fatica. Fu invece durissimo, e lungo, perché Pasolini lo impiantò e lo svolse
innanzi tutto da studioso: il gusto dell’antologista e le idee del critico
intendevano poggiare sulla conoscenza non superficiale della storia degli studi
e sulla lettura se possibile esaustiva delle centinaia e centinaia di raccolte
di ogni regione pubblicate nel corso di quasi centocinquanta anni. Una
«tremenda fatica»[11] già in sé, e tanto più disperante, giova ricordarlo,
perché allora non si disponeva delle tante agevolezze di cui oggi possiamo
avvalerci (ristampe anastatiche e fotocopie, ad esempio), e si era dunque
costretti a estenuanti ricerche di libri introvabili ed a giorni e giorni di
frenetiche copiature a macchina o addirittura a mano. Il 25 settembre ‘53
Pasolini scrive allo studioso friulano Luigi Ciceri:
Sto impazzendo col mio lavoro (sai che fra l'altro la Nazionale di Roma
è crollante, oltre che disordinata: sí che adesso per due settimane è del tutto
chiusa). Avevo chiesto alla Cantarutti (come sai) di farmi avere in prestito un
libro di suo possesso (il Chiurlo) e uno della biblioteca di Udine (Ive A., Canti
popolari istriani, Roma 1877): mi è
arrivato proprio ieri il solo Chiurlo. Ora tu dovresti andare in biblioteca,
ritirare per tuo conto il volume dell'Ive e spedirmelo subito. Entro tre o
quattro giorni al massimo lo riavresti. Puoi farlo? Ti chiedo di nuovo scusa, e
ti stringo con tutto l'affetto la mano (Lett. I p. 601).
Nello
stesso giorno, a Francesco Leonetti:
Caro Leonetti, qui si parrà la tua nobilitate. Oggi ho avuto in
biblioteca il colpo di grazia: per quindici giorni la Nazionale è chiusa a
tutti gli effetti.
Io devo consegnare l'Italia Sett[entrionale] a Guanda il 10 ottobre:
sono perciò alla disperazione. Mi aggrappo a te, non potresti richiedere per
te, o fingere che richieda Roversi, i libri di cui ti ho dato l'elenco, e
mandarmeli privatamente? Hanno fatto questo per me già degli impiegati alla
biblioteca di Udine (la Cantarutti, ch'è mia amica) e di Venezia (lo Sguerzi,
che conosco attraverso mio cugino): perché tu non lo potresti fare? Bada che in
pochissimi giorni avresti i libri intatti, con la massima puntualità e
esattezza. Sono veramente angosciato di gettare sulla nostra rinascente
amicizia questa maledetta ombra: sono certo però che la «rinascente amicizia»
resisterà (Lett. I p. 602).
E quattro giorni dopo a Giacinto
Spagnoletti:
...credimi, sto passando dei giorni angosciosi per poter spedire a
Guanda la nuova antologia: ed è un lavoro tremendo: in due giorni, per esempio,
ho dovuto leggermi tremila villotte e sceglierle! (Lett., I pp. 604)
Per estrinseco che appaia, anche il peso materiale del lavoro che
occorse per dare basi salde alla costruzione intellettuale va messo nel conto:
l’averlo assunto e retto senza scorciatoie attesta ed esprime una concezione e
una pratica severe dei doveri di chi si voglia uomo di cultura (o forse meglio:
di chi allora si volesse tale: penso alle analoghe fatiche durate da
Italo Calvino da romanziere fattosi studioso di fiabe[12]).
Si aggiunga che contemporaneamente Pasolini lavorava a Ragazzi
di vita (le cui disgrazie,
nella sinistra, s’intrecciarono con quelle del Canzoniere):
pensare che avevo fatto tanti calcoli:
finire l’Antologia, finire il romanzo... E invece niente: niente nel modo più
disperante
scrive a Biagio Marin il 1° settembre 1954[13]. Tuttavia Pasolini
riuscì a lavorare anche ad altro: non solo a due piccole inchieste condotte nel
1953-54 in materia di poesia popolare[14]; né solo alla «composizione in forma
di ballata» che completò nel 1953 intitolandola Il
canto popolare, ed utilizzandovi conoscenze
allora acquisite nello studio della poesia popolare[15]. Il 1954 fu anche
l’anno di Le ceneri di Gramsci:
L’unico modo per riscattarsi è lavorare: altrimenti il nostro peccare
non ha senso, è l’inferno in terra. (Lett., I p. 680: 10.9.54)
***
Lavorare, con severa «passione» filologica oltre che estetica; e, più a
fondo, con tragica memoria familiare. Il Canzoniere, finito di stampare il 30 novembre 1955, si apre con la
dedica
A mio fratello Guido, caduto nel ‘45 sui monti della Venezia Giulia,
per una nuova vita del popolo italiano
Comprensibilmente (o incomprensibilmente?) Pasolini non fa neppure
trasparire il tremendo fatto che il fratello Guido, come scriverà a Italo
Calvino, «dopo aver combattuto da eroe contro tedeschi e mongoli aveva finito col morire da eroe, ucciso da dei comunisti
impazziti e feroci»[16]. Ma la dedica, oltre che dall’amore fraterno, nasceva
anche da un sia pur indiretto riferimento alla poesia popolare contenuto nella
ultima lettera che Guido scrisse a Pier Paolo e che parla a lungo dei prodromi
dell’eccidio infame di cui poco dopo fu vittima. Nel Canzoniere Pier Paolo così ne appone in epigrafe un brano:
Abbiamo fondato fra gli altri un nuovo
giornale «Quelli del Tricolore», dovresti scrivere qualche articolo che fa al
caso nostro... con qualche poesia magari, in italiano e friulano... qualche
canzone su arie note, pure in italiano e friulano...[17]
Senza saperlo, Guido ripercorreva un sentiero risorgimentale, poi noto
invece a Pier Paolo che nel Canzoniere ricorda che Piero Maroncelli «aveva in mente una serie di
poesie da intitolarsi ‘Carmi lievi’, ‘rifatte’ su motivi popolari»[18]
All’interno dunque dell’attenzione focalizzata sulla poesia popolare intesa
come prodotto più o meno autonomo del popolo, scorre in Pasolini anche un sia pur esiguo rivolo
di interesse per la poesia popolare come poesia per il popolo: si vedano ad esempio, nel Canzoniere, alcune delle pagine dedicate ai Canti
militari[19]. Ma in merito
sarebbe forse da cercare meglio; e sarebbe magari da vedere quello che a me,
per incompetenza, non riesce, e cioè se quel rivolo non alimenti in qualche
modo anche Il canto popolare.
In uno scritto del 1956, su cui dovrò tornare, Italo Calvino chiamò
«poderoso» il volume del Canzoniere italiano; a sua volta Franco Fortini lo disse «monumentale».[20] Ed
effettivamente il libro, già solo per mole e organizzazione del contenuto,
richiede almeno un preliminare rispetto: quasi seicento pagine, di cui le prime
centoventicinque sono occupate dalla Premessa e dalla Introduzione, e le ultime cinquanta dagli Appunti
bibliografici e note ai testi
e dall’Indice. L’antologia vera e propria occupa a sua volta
quattrocento pagine con quasi settecento poesie popolari (696 per l’esattezza)
distribuite in tre sezioni (Italia settentrionale, Italia Centrale, Italia
Meridionale), cui si aggiungono altri cento testi in due Appendici, di Poesia folclorica l’una, e di Canti militari l’altra. Dei complessivi 791 testi è data la traduzione a
pie’ di pagina.
Ma, oltre alla mole, c’è pensiero e sostanza e sapere anche soltanto
nell’articolazione. E basterebbe a dirlo già da sola la parte più umile o
pedestre, quella degli appunti bibliografici e delle note ai testi: quasi
centocinquanta titoli di bibliografia generale, tra libri e riviste, ed una
selva che forse raggiunge il migliaio per le bibliografie regionali, con
coscienziose indicazioni delle fonti di tutti i testi antologizzati, commenti
specifici per taluni di essi, abbondanti notizie dialettologiche e nota
preliminare intelligente[21]. Ma c’è molto di più.
La Premessa dice argomentatamente dei criteri con cui l’autore ha
costruito l’antologia avvalendosi di «un secolo di raccolte» regionali che va
«dai Canti popolari toscani corsi illirici e greci del Tommaseo (1841-42) ai Canti
popolari del Molise del Cirese (1953)»:
scelta estetica dei testi, in dichiarata concordanza con il punto di vista
espresso in materia da Benedetto Croce; distribuzione dei testi «per regioni» e
non «per generi», in dichiarata discordanza con quanto avrebbe voluto
nell’Ottocento un Alessandro D’Ancona[22]; esclusione delle musiche, in
ulteriore discordanza, anch’essa deliberata, con «quanto avrebbe fatto ... un
folclorista che si rispetti»[23]. Il tutto accompagnato e sorretto da un
profilo delle antologie della poesia popolare italiana che, pur se non
completissima, comunque va dalla tedesca Egeria del 1829 alla Fiorita dei
canti tradizionali del popolo italiano di Eugenia Levi del 1895, ed alle sillogi di poesia
popolare religiosa curate da R. Magnanelli nel 1909 (sfuggita a Croce, come
Pasolini segnala) e da Paolo Toschi nel 1922 (viceversa apprezzata da Croce,
come di nuovo Pasolini segnala). Tutto da discutere, ovviamente, ma tutto
seriamente e robustamente esposto e ragionato.
L’Introduzione - di cui Pasolini diede in luce alcuni brevi stralci nel
1954-55[24] e che pubblicò per un buon terzo sulla rivista «Nuovi argomenti»
nove mesi prima della stampa del Canzoniere[25] - meriterebbe una attenzione storico-critica pari a
quella che Pasolini vi spese: questo fu già allora il parere di Giuseppe
Vidossi che si riprometteva di «recensire ampiamente il Canzoniere di Pasolini» non appena la salute glielo avesse
consentito, e per intanto segnalava accuratamente la «ricca raccolta» e dell’Introduzione diceva che
va letta con attenzione come è stata
scritta con attenzione da uno studioso che ai canti popolari ha dedicato vaste
letture [26]
E Fortini, che già aveva letto l’Introduzione su «Nuovi Argomenti» e se ne era felicitato con Pasolini
nel marzo del 1955[27], in una lettera del 7 gennaio 1956 che utilizzeremo più
volte così scriveva:
Per quanto riguarda la Introduzione,
debbo rileggerla e ripensarci seriamente. Ma in due parole la mia opinione è
questa: validissima e precisa, esauriente per quanto riguarda tutta la
trattazione teorica (dall’inizio alla fine); assai meno persuasiva per la parte
interpretativo-estetica, che vi si innesta dentro un po’ a forza e
necessariamente in modo rapsodico, spesso gustativo-impressionistico. Ma se mi
immedesimo nel tuo lavoro mi rendo conto che non era possibile fare
diversamente
E ripeteva: «Mi rileggerò ben bene l’Introduzione e tutto e ci pianterò
su un discorsetto con tutte le regole»[28]. Quel «discorsetto» poi non ci fu,
certo per mancanza di tempo e non d’interesse, nel caso di Fortini. Il fatto è
che l’Introduzione al Canzoniere è un testo che, a voler procedere coscienziosamente,
richiede tempo: attento studio e non semplice lettura o rilettura, nei modi
magari anche acuti della critica intuitiva. Mi pare che questo dica, pur se più
come rimprovero che come apprezzamento, Cesare Segre quando scrive, a proposito
della Introduzione al Canzoniere ristampata in Passione e
ideologia:
La Poesia dialettale del Novecento sa molto meno di lucerna che non La
poesia popolare italiana,
in cui Pasolini sentì il bisogno di confrontarsi con gli storici e i teorici
della poesia popolare (Passione e ideologia, 1985 p. VIII)
Par quasi che quel bisogno fosse un torto, ed era invece elementare
dovere di chi - pur tanto più geniale e importante per le nostre attuali
vicende umane e culturali di molti di quegli storici e teorici - s’era
impegnato in quel tipo di lavoro. Ma non ho titolo per muovere rimproveri -
neppure ad Asor Rosa che di quel saggio sulla poesia popolare fa appena menzione
nella sua prefazione a Passione e ideologia - giacché avrei avuto il dovere di occuparmene io, visto
che ne avevo assunto l’impegno quando dedicai attenzione (intrinseca sì, ma
dichiaratamente solo preliminare) alle Pagine
introduttive che Pasolini aveva
pubblicato prima dell’uscita del Canzoniere [29]. Ed ora posso rimediare solo con un quasi scheletrico
resoconto delle sei parti in cui l’Introduzione è divisa.
La prima parte dell’Introduzione - intitolata Un secolo di
studi sulla poesia popolare
- ripercorre storicamente, ma con forti innervature teoriche, la vicenda
culturale europea nel settore, dalle più più remote avvisaglie settecentesche
(Addison, Percy ecc.) alla grande fioritura romantica prima e poi positivistica
(Herder, Grimm, Tommaseo, D’Ancona, Nigra), all’idealismo di Croce ed al
marxismo di Gramsci, infine dedicando - come significativo specimen
delle indagini più
strettamente tecniche - «due pagine di sinossi» (che in verità sono sette) alla
«questione dello strambotto» che negli anni del Canzoniere vedeva una vivace ripresa critica del dibattito iniziato
alla fine dell’Ottocento[30].
La seconda parte - intitolata Il
problema - ha carattere più
direttamente teorico. Pasolini ora tratta della questione dell’origine della poesia popolare: ma non dell’origine «in senso
storico e geografico» (già illustrata e discussa nella prima parte: D’Ancona,
Nigra, strambotto ecc.), sì invece dell’origine «come atto poetico» o come . «inventio». Qui Pasolini discute la contrapposizione tra la tesi
della «creazione collettiva» e quella della «creazione personale»,
intrecciandola con la contrapposizione tra la tesi della nascita «dall’alto» e
quella della nascita «dal basso», e collegandola con le presunte epoche di
nascita qui intese però piuttosto come età ideali che come periodi cronologici
effettivi. Nel quadro delle sue «annotazioni teoriche» Pasolini utilizza una
nozione che, come egli scrive, «nelle scienze linguistiche di questi ultimi
anni, dopo la formulazione e l’uso che ne hanno fatto i linguisti più alti,
come il Devoto e il Contini[31], si pone sempre più come centrale» ed è «la
nozione di ‘bilinguismo’ col corollario immediato che ogni lingua letteraria è
una lingua speciale: velleitaria e affettiva»[32]. Di questo «bilinguismo
immanente e complesso» Pasolini dichiara di tener presente «una accezione
particolare» che chiama «bilinguismo sociologico» e che, dal più al meno, si
riferisce alle differenze linguistiche che si accompagnano alle differenze
sociali tra le due classi, «borghese» e «dominante» l’una, «popolare» e
«dominata» l’altra (è evidente qui il rapporto con Gramsci). La poesia popolare
è per Pasolini un «prodotto del rapporto tra le due classi» indicate: prodotto
che giudica «del tutto originale: non è contaminazione se non nei primi gradi
della sua fase sia ascendente che discendente». E ad affinare l’analisi,
Pasolini ritiene di poter proporre - «accanto alla già consacrata e operante
nozione di ‘bilinguismo’» - «una nuova nozione» che denomina «bi-stilismo». E
conclusivamente aggiunge:
Naturalmente, intendiamo dire soprattutto «bi-stilismo sociologico»: e,
per definire, di questa doppia storia stilistica, l'umile ala popolare,
potremmo ricorrere, tra le molte adottabili, a una formula di questo genere: lo
stile popolare, essendo parassitario, in quanto a evoluzione di forme, al farsi
storico, di una istituzione stilistica superiore, è caratterizzato specialmente
dal fatto che ogni sua «invenzione» non è anche una «innovazione [33]
L’Introduzione prosegue (come Pasolini scrive) «trattando, coi suoi
deboli mezzi non di
‘competenti’ ma di letterati sconfinanti da territori specializzati limitrofi,
la poesia popolare delle varie regioni». E la terza, quarta e quinta parte - in
stretta relazione con le suddivisioni dell’antologia - si occupano appunto
dell’Italia settentrionale, di quella centrale e di quella meridionale[34]. Su
queste tre parti così si espresse uno studioso della levatura e della severità
di Vittorio Santoli, concludendo un suo scritto sulla Storia
della poesia popolare italiana
di Ermolao Rubieri del 1877:
Che poi quest’opera [di Rubieri] abbia un valore non soltanto
retrospettivo è provato dal fatto che uno dei suoi motivi centrali, quello
della caratterizzazione psicologica morale ed estetica della poesia popolare
italiana nella sua articolazione regionale, è stato ripreso di recente da uno
scrittore d’ingegno, Pier Paolo Pasolini, che al suo bel Canzoniere
italiano (1955) ha premesso
una Introduzione dove le spesso acute osservazioni psicologiche e sociali, di
forma di stile e di lingua si fondono in una sensuale, esuberante e
barocchescamente mossa rappresentazione delle varie genti, regioni e subregioni
d’Italia.[35]
Gioveranno qui due esempi di queste rappresentazioni. Per spero
scusabili ragioni affettive, traggo il primo non dall’Introduzione al Canzoniere ma da quello scritto sui Canti
popolari del Molise che la avviò:
E’ evidente dunque che – ferma restando la finalità estetica,
cosciente, scoperta e specifica, della raccolta – in questi canti è inclusa e
onnipresente una biografia, anzi, quasi in assoluto, antifolcloristicamente una
Biografia: quella del Molisano che vi vive dalla culla – quatrale tra le braccia di una madre infante anch’essa – al
carcere, al cataletto; che si perde in superstiziose allegrie, in goffe
tradizioni, in ingenue e edificanti credulità; che apposta, giovinotto, le
ragazze del paese con deliziosa indecenza; che va in Puglia «come un gigante» e
ne torna «come un pezzente»; che invoca fiabescamente Roma e si fa corrompere
dal malandrino narcissismo napoletano: figura disegnata con tratti il cui
valore assoluto nessun volume di etnologia o sociologia, per quanto romanzato o
poetizzato, potrebbe uguagliare. E Cirese ne è ben cosciente: ed è questa sua
coscienza che fa di questa oggettiva raccolta un libro personale, com’era
personale la raccolta toscana del Tommaseo o la raccolta piemontese del
Nigra.[36]
Il secondo esempio, tratto dall’Introduzione al Canzoniere, riguarda la Sardegna, e lo adduco anche come ammenda per
un’altra di quelle omissioni di cui sento il peso[37]:
Abbiamo, in queste barbariche montagne della Barbagia e del Logudoro,
gli archetipi psicologici di una poesia come concrezione di un etnos: e non
solo Jacopone, ma anche il Chiabrera, in natura: il loro patetico in versi a membretti.
Una natura, intendiamo dire, al di sotto della Linea Gotica: sensuale,
religiosa nel senso pagano o mistico, incapace a ridere se non ghignando o con
amarezza o minaccia: qualcosa che non ha niente a che fare con le grasse,
celtiche risate delle osterie del Nord: e in piú, come accade per la Sicilia,
bisognerà aggiungervi, nei confronti del resto del Meridione, un particolare
«complesso» isolano. Ma quella che in Sicilia è atroce malinconia, nel canto
lirico, o enfasi aprioristica, ossessionata, nel canto narrativo e nel teatro,
qui in Sardegna è soltanto malinconia. I1 desiderio di abbellire il sentimento
stilizzandolo e fissandolo negli ornati tradizionali non sovraccarica i mutos. È una poesia molto «femminile», rassegnata, quella sarda:
ignora la violenza, ignora Orgosolo. Sembrerebbe che la reazione piú continua e
vera ai governi esterni - Madrid, Torino o Roma - consista nel riconoscere le
loro « culture » coatte in una cultura ideale ingenuamente creduta quella della
classe superiore in assoluto: e che è, in realtà, una introversione verso
l'interno della propria tradizione, una rivalsa, un accorato e commovente
bisogno di dignità economica e morale. E - data la sproporzione tra il centro
civilizzatore e dominante e l'isola quasi dimenticata - possedere un pezzo di
prato o un tugurio in Barbagia, è un possedere in assoluto: tale da consentire
la pretesa di una poesia eletta. I mutos sono come degli umili oggettini d'oro in una regione dove
altro oro non si possiede...(Canz. pp. CXIV-CXV)
La sesta e ultima parte dell’Introduzione, Poesia
folclorica e canti militari,
si raccorda con le due Appendici che concludono l’antologia.
Pasolini configura di suo la nozione di «poesia folclorica»: sarebbe
quella prodotta da «una mentalità di tipo arcaico, primordiale»[38], e
consisterebbe
di quei canti che, spogli di ogni traccia di provenienza colta
(scongiuri, filastrocche, alcune ninne-nanne ecc.), tendono a immettere in un
mondo così duramente e irrimediabilmente miserabile, che ogni nostra, storica,
legge estetica finisce col decadervi, con lo smarrirsi.(Canz. p. CXVI)
La
nozione è complessa, e in verità non sempre chiarissima. Pasolini infatti per
una parte insiste, con smarrimento ed anzi con angoscia, sulla
incomprensibilità dei prodotti di quella mentalità arcaica e primordiale:
Basta ascoltare al magnetofono, alle
volte, le prime note e le prime parole di una ninna-nanna o di una filastrocca
che il raccoglitore di canti popolari abbia registrato, magari in qualche zona
montana delle aree depresse, per sentire immediatamente come sia gratuito e
privo di qualsiasi validità il nostro metodo di accepire e d'interpretare
questo mondo.
Siamo veramente al limite «infimo», alla linea di sutura che divide due
mondi, sulle soglie della preistoria: forse solo all'etnologo compete
«sentire», se pure (questo è il problema!) è possibile riprodurre in termini
storici quel mondo non-storico, in cui la semantica è risultato di un corso di
sentimenti del tutto diverso dal nostro, e dei cui fini, della cui strumentalità
abbiamo necessariamente perso il ricordo e la nozione
La bruttezza estetica , anzi , la non-esteticità (ci si passino queste
espressioni approssimative) di certi canti folclorici giunge talvolta a dare il
senso di ripugnanza e di angoscia che può dare un passato definitivamente
superato, esaurito, una condizione così remota dall'uomo da non parere piú
umana.(ivi)
Ma poi, in questo «mare morto» o poco al di sopra di esso, Pasolini
coglie
casi di poesia «bassa» [...] in cui
l'invenzione linguistica popolare si dimostra autonoma, interna, e quindi in
certo modo innovativa. (ivi)
Si tratta, prosegue Pasolini, «di casi
minimi, di monadi estetiche infinitesimali»[39], quali ad esempio i «gridi» o i
«nomi di animali» nei quali non v’è traccia di «quella 'miseria psicologica'
(De Martino) che è tipica dei canti folclorici non di origine alta», ed anzi vi
si incontra «una profonda allegria, uno scatto estetico squillante, intero
nella sua fulmineità». Si apre dunque un dubbio, e non di poco conto:
Sarà dunque necessario, di fronte a questi casi minimi, rovesciare
tutta la nostra interpretazione, e ipotizzare - anche se minimamente attuata,
ma attuata - una creatività popolare autonoma, di tipo romantico, i cui
risultati estetici abbiano un valore assoluto, metastorico e quindi parallelo a
quello della poesia alta, letteraria? (Canz. p. CXVII)
Ma «quella assolutezza estetica che lo ha messo in crisi», prosegue Pasolini, «non si accampa che
in brevi sintagmi, in balenanti metafore, in nomi di animali»; altrettanto
avviene, con analoghi risultati di «felicità estetica assoluta», nei «gerghi» e
nella «novellistica popolare». Poi, «allargando ancora il campo», questo
diviene «addirittura sconfinato»: siamo «di fronte alla lingua parlata». Ed è
in essa appunto che, secondo Pasolini, «si esercita liberamente l’inventività
popolare», concretizzata «in sintagmi, in metafore, in nomi d'animali, in
nomignoli, in toponimi, in parole di gergo, in liste onomasiologiche, in
narrazioni di fatti, in esposizioni di storie o favole»[40]. Qui dunque
l'invenzione del popolo è anche innovazione, poiché la lingua parlata dal popolo, il volgare (almeno
fino al nostro secolo) si è evoluto, di invenzione in invenzione, e quindi di
innovazione in innovazione, per forza autonoma, per ricchezza interiore: che è
comune a tutti gli uomini, senza distinzione.(ivi)
Seguono le pagine sui «canti militari» che tracciano un profilo, al
solito attento, della vicenda tematica e stilistica dalle canzoni
risorgimentali[41] a quelle di trincea del '15-'18, alla innografia
fascista[42], ai canti dell’ultima guerra e infine a quelli
partigiani[43].
In queste ultime pagine - forse più che in altri luoghi dell’Introduzione, che tuttavia restano da ricercare - agisce il concetto
che in Italia fu allora portato avanti soprattutto da Vittorio Santoli: e cioè
che la «popolarità» di un testo sta nell’esistenza di sue «varianti», e che tutte
le varianti, in linea di
principio, stanno sullo stesso piano, senza che alcuna possa escludersi (in linea di
principio), come vicerversa accade per i testi d’autore, per i quali il
problema è quello appunto di accertarne l’ultima volontà, e perciò di scartare
tutte le stesure che non le corrispondono. Ma vedremo che quel concetto,
esplicitato, costituisce un punto centrale nella discussione che Pasolini ebbe
con Vann’Antò a proposito del famoso poemetto siciliano La
Baronessa di Carini.
Le ultime due pagine dell’Introduzione toccano il problema delle trasformazioni socio-culturali
in atto. Anche se «gli accorati efflata dei folcloristi per la scomparsa del
canto popolare» gli sembano «immaturi», Pasolini giudica tuttavia indubbio che
- con l’eccezione delle «aree depresse» - «la tendenza del canto popolare nella
nazione è a scomparire». Ciò avviene, a suo giudizio, perché il popolo moderno,
cosciente di sé in quanto classe, e
politicamente organizzato verso la conquista del potere, tende ad abolire
l'irrazionale soggezione in cui per tanti secoli era vissuto: tende ad essere
autonomo, autosufficiente nell'ambito ideologico: a dissimilarsi.
Di contro, però,
le armi di diffusione dell'ideologia
della classe al potere [...] sono immensamente potenziate: e la loro influenza,
nel popolo, è di condurlo a prendere l'abito mentale e ideologico di quella
classe: ad assimilarlo.
E
Pasolini conclude:
Dissimilazione, dunque, e insieme assimilazione, tra le due culture:
con una frequenza intensissima, insieme di simpatia e di lotta, del «rapporto».
La poesia popolare, come istituzione stilistica a sé, è in crisi. La storia in
atto (Canz. pp. CXXIV-CXXV).
***
Questa, in breve, la fisionomia del Canzoniere. E questa, che appresso segno, è la prima nota di lettura
di Italo Calvino[44] (che allora lavorava alla sua antologia di Fiabe
italiane pubblicata da
Einaudi qualche mese dopo):
Caro Pasolini,
[...] da tempo volevo scriverti quanto il Canzoniere
italiano mi sia piaciuto,
quanto lo stimi un libro bello e importante. La scelta è di una bellezza
davvero che supera ogni aspettativa e speranza. Me lo sono letto tutto a poco a
poco, e ogni tanto restavo a bocca aperta. (Quelle cose friulane che belle!).
La tua scelta è di una grande intelligenza poetica. Da sola basterebbe a
far la gloria del libro.
Poi c'è la prefazione, le cui idee
generali avevo già apprezzato negli antícipi che ne avevi dato e che ora vedo
in tutta la sua ricchezza e intelligenza tecnica e poetica e storica e
psicologica. Ci sono quelle specie di ritrattini delle varie regioni attraverso
i loro canti, che sono bellissimi, (e offrono un interessantissimo spunto di
confronto a me per le fiabe). Lo scavar fuori la poesia dai testi più rozzi e
avari è l'esercizio critico principe, e quello che insegna di più. Da un lato
ritrovavo nel tuo lavoro - e imparavo - il procedimento che è anche del mio nel
vaglio estetico del materiale fiabistico; dall'altro lato, io che so molto poco
di «come si fanno le poesie», di come si organizza il pensiero in forma lirica,
ho imparato da questo libro di più che da qualsiasi altro. (Però, porcamiseria,
perché scrivi così difficile? [...]).
Dunque, io ti volevo dire questo, che il tuo non è soltanto un
importante libro sulla poesia popolare italiana, ma è un importante libro
sull'Italia e un importante libro sulla poesia.
E’ una cosa desolante che se ne parli così poco. Si sa che la cultura
letteraria italiana di oggi è spaesata di fronte a questo tipo di studi, ma
anche al di fuor dei discorsi specializzati su un libro così c'è tanto da dire
che il non rilevarne l'importanza è davvero segno di un livello generale di
intelligenza molto basso Anche Guanda è un bell'addormentato. Un libro così
dovrebbe essere lanciato con grandi dibattiti, manifestazioni, radio,
televisione, documentari nei cinema, manifesti per le strade, fare che non si
parli d'altro per dei mesi[45]. Se penso al battage che E[inaudi] prepara per
questa fine d'anno per le fiabe italiane, un po' mi vergogno che un libro come
il tuo, più nuovo e più scientifico del mio e che dovrebbe avere pure più
mordente anche sul grosso pubblico, non abbia tutto il rilievo che merita e
finisca per essere considerato materia per specialisti. (Al Vidossi che come
dottrina è il più ferrato, piace molto, e scriverà - o ha scritto - una
recensione per lo «Spettatore» [46]). Ma quei bietoloni del Contemporaneo cosa
aspettano a dedicare un paginone al libro? (Lett. II pp. 175-76: 1.3.1956)
Quelli che Calvino chiama i «bietoloni del Contemporaneo» - settimanale
politico-letterario del partito comunista poi divenuto supplemento di
«Rinascita» - erano i suoi direttori: Carlo Salinari, italianista, e Antonello
Trombadori, letterato e critico d’arte. Quanto al «paginone», «Il
Contemporaneo» ne pubblicò effettivamente uno, il 2 giugno del 1956: ma si
vedrà di che tenore. Prima va ricordato, per dar idea del clima del tempo, che
nel luglio del 1955 «Il Contemporaneo» s’era occupato di Ragazzi
di vita del quale Salinari
aveva scritto:
Pasolini sceglie apparentemente come
argomento il mondo del sottoproletariato romano, ma ha come contenuto reale del
suo interesse il gusto morboso dello sporco, dell’abbietto, dello scomposto e
del torbido...( «Il Contemporaneo», 9.7.55)
mentre
con analoga profondità critica sul quotidiano del partito comunista Giovanni
Berlinguer scriveva:
Tutto trasuda disprezzo e disamore per
gli uomini, conoscenza deformata della realtà, morboso compiacimento degli
aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme [...] Ad una cronaca
falsificata è giusto opporre la vera cronaca, la vera storia dei giovani
popolani di Roma («L’Unità», 27.7.55) [47].
Va anche aggiunto che, come sottolinerà Calvino in uno scritto
esaminato più oltre, delle Ceneri di Gramsci «Il Contemporaneo» non aveva fatto parola. Né va
dimenticato che al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, tenutosi nel
febbraio del 1956, Krusciov denunciò i crimini di Stalin: primo sconvolgente
evento di quell’anno che per il social-comunismo italiano fu annus
mirabilis, come un po’
caritatevolmente l’ha poi definito Franco Fortini[48].
Il paginone in «Il Contemporaneo» del 2 giugno, dunque [49]. E’
intitolato La Baronessa di Carini e come sottotitolo o catenaccio reca: «Un maggiore
scrupolo filologico avrebbe evitato a P. P. Pasolini gli errori di
interpretazione dei testi siciliani scelti per la sua bella ‘Antologia della
poesia popolare’». La firma è di Vann’Antò, poeta in lingua e in siciliano e
studioso di tradizioni popolari. Nel paginone nemmeno una parola che dica che
la «bella» antologia di Pasolini è un volume di cinquecentosettantanove pagine,
con una introduzione di centoventicinque, ed un florilegio di quasi ottocento testi,
e via dicendo. Tanto meno poi si dice che le critiche riguardano esattamente
ventidue di quelle quasi seicento pagine.
Al paginone del 2 giugno «Il Contemporaneo» fece seguire, nel numero
del 16 giugno, una lettera al direttore di Vincenzo Talarico (Dialetti
meridionali) che, con
fulminante tempestività, criticava alcune traduzioni dal napoletano pubblicate
da Pasolini quattro anni prima. Pasolini replicò con una lettera pubblicata il
23 giugno col titolo La poesia popolare e seguita da una supponente replica redazionale che
preannunciava anche uno scambio di opinioni tra Calvino e Salinari, poi
effettivamente pubblicato (con un ulteriore intervento di Pasolini) nel numero
del 30 giugno.[50]
Le critiche di Vann’Antò sono anzitutto rivolte agli errori di stampa:
quelli che nel 1940 deturparono il volume dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giuseppe Pitrè da cui Pasolini attinse, riproducendone
i refusi, e quelli che vi aggiunse in proprio il Canzoniere. E Vann'Antò - «sospinto, e quindi in parte giustificato
[...] dal piacere ingenuo e a suo modo onesto del minimo prezioso», come disse
Pasolini nella sua risposta - elenca poi minuziosamente gli errori di
traduzione che derivano da quelli di stampa ed altri che nascono da scarsa
familiarità col siciliano[51]. In verità c’è da distinguere: altro è aver
tradotto li morti (plurale) con la morte (singolare) o lu surci (singolare) con i
sorci (plurale), ed altro è
invece aver tradotto arrusicata con rosicchiata (Pasolini) invece che con rósa (Vann’Antò). Sviste o cantonate, in un caso, scelte di
gusto, nell’altro. Da questo muove Pasolini nella risposta. Da un lato si
dichiara «grato al Vann’Antò» per avergli segnalato gli errori che «ammette di
aver perpetrato», siano poi essi «imputabili - così scrive - all'edizione
nazionale del Pitrè, inesatta, incerta, o alla copia che ne ho fatta io, o alla
mia ignoranza del siciliano». Dall’altro Pasolini allarga il discorso al
confronto tra diversi orientamenti di gusto. Quello di Vann’Antò, dice
Pasolini, è «aristocratico e, come dite voi [del Contemporaneo], decadente»; e prosegue:
Per accertarvene, leggete la sua lirica
dialettale; le sue traduzioni in lingua da Mallarmé e in dialetto da Eluard:
leggete la sua lirica extravagante, popolano-preziosa, in lingua[52]. Io non
sono affatto contrario a tali prodotti: sono ancora abbastanza libero per
credere che anche un decadente possa fare della buona poesia, scusate.
Naturalmente però non sono d'accordo con Vann'Antò nei suoi elaborati
ideologici e critici.
E il disaccordo si estende alla concezione stessa di poesia popolare ed
ai criteri della sua edizione. E’ «antistoricistica» e «illusoria» la posizione
di chi creda che, da un complesso di varianti di un canto popolare, si possa
«ricostruire a tavolino, attraverso pazienti ricerche storico-filologiche, il
testo principe» (o l’«archetipo», come anche si dice). Così ha operato per la Baronessa
di Carini Salvatore
Salomone-Marino, dice Pasolini; e aggiunge:
L'errore di Vann'Antò è analogo a quello del Salomone Marino: ma mentre
in quest'ultimo derivava da un'illusione positivistica, corredata da fiochi
quanto altisonanti principi estetici, in Vann'Antò deriva piuttosto da una
illusione estetica, piantata s'una già inerte metodologia scientifica. In
ambedue gli studiosi siciliani resta comunque fermo che un testo «principe», il
testo, di una «storia» popolare esiste: per il Salomone-Marino
tale testo era «il più scientifico» tra i testi possibili, per il Vann'Antò,
invece, è « il più bello».
Ora è chiaro che un simile testo non esiste in nessuna edizione, non
esiste in nessuna bocca. Ogni operazione restauratrice è un puro e semplice
arbitrio: filologico o estetico che sia. [53]
E Pasolini esplicita quella concezione del testo
popolare come complesso di tutte le sue varianti che più sopra segnalavo a proposito dei «canti militari»:
Ma sia chiaro che della Baronessa di
Carini - come di ogni altra
«storia», o canto popolare - , esistono tante varianti, e tutte ugualmente
valide, quante sono le volte ch'essa viene cantata o ripetuta. Si tenga
presente che Gíovinezza, canto appartenente alla classe alta, culturalmente
dannunziana, e disceso per coazione alle masse - per coazíone, e non per
semplice tradizionale influenza ideologica - è divenuto «canto popolare»,
almeno in un suo effimero e marginale momento, quando le masse, facendolo
proprio per diffusione sia pur coatta, hanno cantato, anziché «Per Benito
Mussolini», «E per Benito e Mussolini». In un canto popolare, per essere
autenticainente tale (si badi, non sto scoprendo niente di nuovo: e rimando in
proposito il lettore ai bellissimi studi del Santoli) deve coesistere il
momento dell'«ínvenzione» col momento della «ripetizione»: la presenza di uno
solo di questi due momenti esclude naturalmente che si tratti di un canto popolare.
E infatti esempi di lezioni alla prima stesura, per così dire, o lezioni
puramente «apprese», non solo non esistono, ma non sono nemmeno concepibili.
Figurarsi se si può accettare come assoluto o reale uno qualsiasi dei testi
restaurati attraverso la ricerca filologica o adottati e adattati per simpatia
estetica.[54]
In
verità - più che con i suoi critici, Vann’Antò e Talarico - Pasolini sta
dibattendo con Trombadori e con Salinari, in quanto direttori del
«Contemporaneo» e in quanto comunisti. Infatti prosegue:
Scusatemi se mi sono un po' dilungato,
ma questo è il problema centrale della poesia popolare. Problema che dovrebbe
interessare molto a voi comunisti. Se una volta tanto voleste avere un
interesse disinteressato per un problema che è del popolo passato, non del
popolo moderno come proletariato cosciente: e quindi inutilizzabile,
tatticamente, agli effetti della lotta politica attuale.
Il
suo desiderio era di non essere guardato in modo ostile: trasmettendo il suo
scritto a Trombadori, Pasolini gli chiedeva:
come puoi dubitare se siamo o non siamo
d'accordo sostanzialmente, quando tu abbia letto attentamente la mia
introduzione all'antologia popolare, per esempio? [55]
Ma
ovviamente registrava i segni di ostilità. Pur chiamandoli «cari amici»
Pasolini così aveva aperto il suo scritto:
Vi scrivo a proposito dell'articolone sulla Baronessa
di Carini, che Vann’Antò vi
ha dato e voi avete così vistosamente pubblicato sul n. 22 del vostro giornale:
per ragioni di carattere giornalistico, meglio che culturale, lo capisco. Le
stesse ragioni per cui avete accolto perfino la lettera di un untorello di cui
non ricordo il nome, contro Moravia, accogliendone - con inammissibile
oggettività di editori - le istanze razziste.
E
poi, sottolineando che, mentre c’era totale silenzio sul «vastissimo e
complesso insieme dell'antologia», un singolo particolare veniva
«sproporzionalmente» ingrandito, aggiungeva:
Al
microscopio non tutto si dilata: ma solo il pelo su cui si punta la lente. E
questa è una cattiva azione: di Vann'Antò e vostra.
Di qui gli interrogativi finali, in una postilla tra parentesi:
Ma voi? Dove volete arrivare? Il fatto che eseguiate su Il
Conternporaneo una così
organizzata operazione di scredito nei miei confronti, mi fa pensare che non accettiate
le mie idee o comunque il mio lavoro critico. Ma perché non ne discutete
direttamente? Perché questa perifrasi. ipocritamente oggettiva, attraverso la
filologia?
Si
condividano o no le tesi sostenute (e ci sarebbe da discuterne), questo scritto
pasoliniano è senza dubbio di forte densità concettuale[56]. Ci si aspetterebbe
che si passasse a discuterne, almeno un poco al di là degli errori di stampa o
di traduzione, presunti o reali che fossero. Ma la replica fu la seguente:
Si tranquillizzi l'amico Pasolini: noi
non perseguiamo alcuna «organizzata operazione di discredito» nei suoi
confronti. Abbiamo semplicemente pubblicato articoli e ospitato lettere di
specialisti e conoscitori; questi scritti ci sono sembrati ricchi di competenza
e di interessanti osservazioni, soprattutto tali da invitare i cultori della
poesia popolare a un maggiore rigore filologico. La filologia, sino a prova
contraria, non è ipocrisia. Ipocrisia (letteraria) è semmai quella di tradire
la filologia in nome di un qualsiasi estetismo.
Altrettanto robuste furono le ulteriori argomentazioni che «Il
Contemporaneo» addusse in materia.
***
Il 30 giugno - a piena pagina, e con il titolo La
poesia e il dialetto
- «Il Contemporaneo» pubblicò due lettere, una di Calvino ed una di Pasolini,
seguite da una replica di Salinari. Il lungo sottotitolo tra l’altro dice: «Il
valore del dialetto e i compiti della critica letteraria». Si evidenzia il
dialetto, che non era in causa, e non si menziona la poesia popolare, di cui
viceversa si stava discutendo. Vedremo perché.
La sua lettera, dichiara subito Calvino, è «una critica al modo in cui Il
Contemporaneo segue la
letteratura italiana contemporanea». Lo spunto gli è offerto dal comportamento
del periodico in tre occasioni, tutte relative a Pasolini (che però, dice
Calvino, è solo «preso a pretesto d'una sua
polemica»). I tre casi
sono così ricapitolati conclusivamente da Calvino:
Insomma: Il Contemporaneo parla di Ragazzi di vita che è facile criticare su un piano di gusto e tace delle Ceneri
di Gramsci in cui bisogna
affrontare una discussione di idee; parla della noticina sul «posizionalismo»
dove si può fare un po' del solito battibecco corsivistico, e tace della
prefazione al Canzoniere in cui si centra un nodo di problemi sui quali c'è da
lavorare per vent'anni. Pasolini, ancora molto ingenuo, crederà che ciò sia per
«prospettivismo» ideologico-tattico, o altre diavolerie[57]: invece è solo per
pigrizia mentale.
Ho tutti i miei dubbi, avendo vissuto quei tempi, che si trattasse solo
di pigrizia mentale e non invece di concezione e di linea politica (comuniste,
ovviamente). Ma tralascio; ed accantono anche le considerazioni di Calvino su Le
ceneri di Gramsci e Ragazzi
di vita da un lato, e sul
«solito battibecco corsivistico» dall’altro, pur se preziose per cogliere il
clima del tempo e per valutare la differenza tra i rigidi quadri di partito e
gli altri. Quanto invece al punto che qui interessa, Calvino scrive che, poco
dopo Le ceneri di Gramsci,
vedeva la luce da Guanda il poderoso volume del Canzoniere
italiano, l'antologia della
poesia popolare curata da Pasolíni con una sua prefazione di più di cento
pagine in cui i problemi storici ed estetici di questo importantissimo campo di
studi venivano affrontati seguendone lo sviluppo dal romantici ai positivísti a
Croce a Gramsci. E' un saggio di grande intelligenza, sia nell'impostazione
generale sia negli spunti particolari, e mi sembra fondamentale, nella
discussione sull'argomento (argomento specializzato, ma pieno di sollecitazioni
«generali») e. inserito in un lavoro di revisione critica che certo possiamo
chiamare (se non marxista in senso stretto) socialista. Mi sarebbe piaciuto
vederne nascere una discussione, proprio in un senso di valutazione critica
socialista (ho sentito, per esempio, da amici più competenti di me in questo
ramo, criticare molto i criteri di scelta di Pasolini[58]).
E
Calvino prosegue:
Invece Il Contemporaneo non ha fatto parola della prefazione. Ha pubblicato con
molto ritardo una recensione di un serio studioso di poesia popolare, il
Vann'Antò, che era una stroncatura dei testi e delle traduzioni sul piano
dell'esattezza filologica. Vann'Antò è uno studioso competente e certo la sua
critica all'approssimazione di Pasolini è giusta[59]. Ma era questa la recensione
che aspettavano i lettori de Il Contemporaneo?
La
risposta è:
No, aspettavano per prima cosa una
discussione sulla prefazione e sulla scelta del materiale. Le precisazioni
filologiche degli specialisti sarebbero state un contributo prezioso, ma per prima
cosa su un settimanale di dibattito culturale è la valutazione degli aspetti
nuovi di un lavoro letterario che interessa.
Insomma secondo Calvino «Il Contemporaneo» non svolge il suo compito
che a suo giudizio è quello di «segnalare e discutere quel po' di idee che
emergono dalla letteratura creativa e dalla critica»[60].
Non vi è dunque, fin qui, il minimo accenno al dialetto. Né del
dialetto si parla nella lettera di Pasolini che compare nella stessa pagina,
salvo un remotissimo accenno quando ai «cari Direttori» Pasolini dice: «avete
disteso due tappeti di osservazioni filologiche sulle mie antologie, non
peraltro discusse». Ma il dialetto inopinatamente compare nella replica di
Salinari che, dopo aver prodigato elogi a Le
ceneri di Gramsci (senza molto
spiegare però perché ne avesse taciuto), prosegue:
Proprio per questo l'ultima persona con
cui vorrei polemizzare è Pier Paolo Pasolini. E proprio per questo abbiamo
affidato la recensione della sua Antologia di poeti dialettali a uno
specialista, noto e universalmente apprezzato, come Vann'Antò.
C’è un grosso equivoco. Il libro recensito da Vann’Antò per incarico di
Salinari è il Canzoniere, ossia l’antologia di poesia
popolare. Il libro che
Salinari menziona è invece l’«Antologia di poeti
dialettali»: di Pasolini anche
questa, ma di tre anni prima, e non in causa né nella recensione di Vann’Antò
né nella replica a lui di Pasolini né nelle considerazioni di Calvino. Potrebbe
trattarsi di un banale lapsus calami, se non fosse che Salinari così prosegue:
Perché io, non specialista, mentre apprezzavo genericamente lo sforzo
del Pasolini, non condividevo il suo punto di partenza: e non solo pensavo e
penso che bisogna andar cauti nell'attribuire un valore di reazione
antiaccademica alla poesia dialettale, solo perché dialettale (nella
maggioranza dei casi essa è più letteraria di quella in lingua), non solo
pensavo e penso che bisogna utilizzare entro confini assai limitati la formula
continiana del monolinguismo e del bilinguismo, ma ritenevo e ritengo che il
dialetto (e l'esperienza della poesia dialettale) non serve a risolvere il
problema espressivo della letteratura di oggi. Esso infatti mi sembra superato
sia come riflesso di una concezione del mondo (l'esperienza regionalistica oggi
anche nelle zone più arretrate cede il passo, per la prima volta nella nostra
storia, allo svilupparsi di un'autentica coscienza nazionale), sia come riserva
linguistica in funzione antiletteraria per lo estendersi di un'area linguistica
nazionale, comune a larga parte del parlanti. La direzione in cui oggi
bisognerebbe muoversi, a mio parere, è quella di una reintegrazione linguistica
che si opponga alla disintegrazione operata alla fine del secolo dal Pascoli e
dal naturalismo o, in data più recente, dal cosiddetto neorealismo.
Reintegrazione che naturalmente non dovrebbe avvenire sulla base di modelli
letterari. Ma sarebbe stato giusto che noi, non specialisti, iniziassimo un
discorso simile? Soprattutto quando è ancora incerto e appena abbozzato nella
nostra stessa mente?
Ecco allora da dove viene «il dialetto»
cui è intitolato il paginone: da un singolare equivoco sul libro di cui si è
commissionata e pubblicata la recensione, con la conseguenza che non si accenna
neppure a quel «nodo di problemi sui quali - come scriveva Calvino - c'è da
lavorare per vent'anni». Il seguito è poi questo:
Lo specialista Vann'Antò ha preferito
impostare il suo articolo su questioni filologiche. Chi poteva vietarglielo? E
che c'è di male?
Anche in un giornale libero la direzione ha una linea, e se non
condivide il punto di vista di un collaboratore o non pubblica o segna le
proprie riserve, o almeno, nel caso specifico, trova il modo di informare il
lettore del contenuto complessivo. E strano dunque che ci si chieda «chi poteva
vietarglielo?» in un periodico comunista, sottoposto alla rigida disciplina di
un partito centralistico, ed esaltatore di Zdanov, il duro teorico sovietico
della illibertà della cultura[61].
***
Di altra levatura, anche se chiusa in uno scambio privato di lettere, era
stata invece la discussione sul Canzoniere svoltasi nel gennaio 1956 tra Fortini e Pasolini.
Come s’è visto, nella lettera del 7 gennaio ‘56 più sopra ricordata Fortini
dava giudizio complessivamente positivo dell’Introduzione, ed inoltre così si esprimeva:
E poi, tutto questo materiale, tutta questa poesia...è straziante, è una così immane tragedia, che a leggerla mi vien da
piangere come uno stupido. Questo odore di morte irrimediabile...Il poeta
popolare che non può essere mai un vittorioso... Ti debbo chiedere scusa di questa lettera
così idiota: la mando lo stesso.
Ma proprio perché apprezza il Canzoniere, e lo legge, Fortini può avanzare riserve non futili su
due aspetti importanti: da un lato l’assenza di una appendice dedicata ai canti
di prigionia o di teppa e simili, e dall’altra la esclusione delle musiche che
Pasolini aveva così motivato:
Inoltre - al contrario di quanto avrebbe fatto ancora un folclorista
che si rispetti - abbiamo dato i testi poetici senza la musica, e senza
addirittura un’appendice musicale: seguendo in ciò la non certo lodevole
tradizione dei raccoglitori italiani, se l’etnofonia si presenta tuttora come
scienza infante: ma basterà pensare come una stessa melodia venga usata dal
«cantante» popolare per un testo bello o, indifferentemente, mediocre o brutto,
o addirittura per un altro testo a sua volta ora incantevole, ora, come diceva
il Carducci « scempio e sconcio ». Si vedrà così che l’unità musica-poesia è
inscindibile per il folclorista come scienziato, ma non serve come
criterio estetico per la raccolta o la scelta di testi « poetici »: prodotto
autonomo della cultura tradizionale. (Canz., p. XII).
Nei
primi giorni del gennaio '56, infatti, Fortini così scrisse a Pasolini:
Se ti giovasse la mia testimonianza per il tuo processo del 28 gennaio
[per le ‘oscenità’ di Ragazzi di vita] disponi pure di me, come tuo critico [...] In quanto al
tuo librone, nulla da obbiettare sul metodo (salvo la faccenda, grave, della
musica!); assai invece sulla scelta; intendo l’assenza di una gran parte di
canti di prigionia, di teppa ecc. che avrebbero dovuto trovar posto nella
seconda parte.[62]
La risposta di Pasolini, che in Attraverso
Pasolini Fortini giudica
«persuasiva», fu la seguente (la lettera è assegnabile al 6 gennaio):
Quanto all’antologia: ti sembra davvero
grave «la faccenda della musica» ? Ricorda che ogni libro è un tutto dentro i
suoi limiti: il mio è un libro di poesia popolare, e tale poesia - a quanto mi
consta - è perfettamente autonoma rispetto alla musica: che non serve a
capirla, anzi...
Hai poi da obbiettare assai sulla scelta: sottolineando l’assenza di
canti di prigionia e di teppa. Ma caro Fortini, se tu leggessi, con la
sconfinata pazienza che ho dovuto adottare io, le dozzine e dozzine di raccolte
e le migliaia e migliaia di versi di poesia popolare, che son stati pubblicati
in questi ultimi cento anni, ti accorgeresti che la proporzione tra canti
d’amore e di lavoro (polistrofici settentrionali, e monostrofici meridionali,
comunque tradizionali) è esattamente quella che risulta nella mia antologia: in
cui i nn. 482, 492, 508, 523, 607, 608, 632, 633, 634, 635, del resto, sono
canti tradizionali di carcerati (il 492, poi, è moderno): canti di teppisti
tradizionali ne puoi trovare passim fin che ne vuoi: di tipo moderno ne ho
citati lunghi frammenti nell’introduzione (sezione Napoli). Del resto raccolte
specifiche di canti di carcere e di teppa - che io sappia - non ne esistono: e
i pochi esempi isolati non mi sono mai parsi belli (e tu sai che ho adottato un
canone estetico, sia pur coincidente con valori documentari e storici). D’altra
parte mettermi io alla ricerca di testi, radunare gli sparsi ecc. ? Sarebbe
stata impresa dilettantesca. Il metodo pratico che ho adottato, cioè di
scegliere da raccolte già complete e buone, non è così rigido per niente... Se
tu poi fossi a conoscenza di testi di questo genere, sicuramente popolari,
fammeli conoscere: in una eventuale seconda edizione, non mancherei di
aggiungere un’altra piccola appendice. (Lett. II, pp.145-46).
«Gli
rispondevo a stretto giro di posta, il 7 di gennaio 1956», scrive Fortini. Ed
ecco i passi della lettera che riguardano i due punti in questione:
Faccenda musica: tu sei autorizzato a fare un libro di soli testi. E
anche autorizzatissimo ad una lettura estetica di quelli, come di chi
raccogliesse i libretti d’opera del 700 o dell’800. Ma non ti sembra che il
fatto che la grandissima maggioranza siano stati e siano cantati e non esistano
allo stato di natura, per dir così, non cantati; e che la posizione delle
«raccolte» non sia la stessa, diciamo, dei testi di Omero o di Archiloco letti e non cantati da un romano; e aggiungi le iterazioni ecc.
- non ti sembra che tutto questo sia uno strumento filologico capitale per la
valutazione estetica della poesia? dove la metti tutta la correzione tragica o
comica che il canto apporta al testo, la sua funzione di controtesto? Non
chiedo che un’appendice o la collaborazione di un musicologo, niente di più.
Per quanto riguarda i canti di prigionia e di teppa, io, assolutamente
profano di questa materia specifica [...] volevo solo dire che mi pare avresti
potuto attingere più largamente (a scopo, ne convengo, più documentario che
estetico) a testi del tipo di quello romano riportato nella tua introduzione,
che, firmati o non firmati abbondano in tutta Italia. Ti ripeto, io sono
sprovvedutissimo: ma ho sentito cantare, che so, una brevissima strofe, credo
di anarchici, che cominciava presso a poco così: «Noi s’era i tre più belli...»
e recentemente Arpino mi cantava due canzoni (una dove Musolino parlava in
prima persona, l’altra non ricordo più di che cosa parlasse) che mi parvero
letteralmente stupende. (Mi rammento che Levi una volta citò un canto calabro,
il cui inizio ricorda molto il tuo n. 607, ma che gli era assai superiore).
Naturalmente mi rendo conto che l’unico criterio serio è stato quello che tu
hai seguito e cioè di fondarti sulle raccolte esistenti; tuttavia ti
consiglierei, in vista di un’altra edizione, di rivedere il coté canti di protesta e di prigionia; mi pare che potrebbe
riservare delle sorprese se non delle scoperte.[63]
Il
18 gennaio Pasolini rispondeva:
Carissimo Fortini,
faccenda musica: sappi (finalmente
scopro l’ultima carta) che ero d’accordo con Carpitella per fare un’appendice
musicale all’antologia: ma poi s’è visto che la cosa, se breve, non serviva a
nulla, se lunga, complicava troppo il lavoro, era un libro a sé[64]. Sappi,
comunque, che continuo a restare convinto che per una valutazione dei testi,
ciò non sia una lacuna: perché le correzioni di cui parli sono del tutto
casuali, e allora, in quanto tali, sono un fenomeno folcloristico o etnologico,
o quello che vuoi, ma non estetico. E se uno poi vuole completare tale
fenomeno, comprenderlo nella sua interezza, può consultare gli studi di
etnofonia già esistenti, o aspettare che Carpitella o altri (ma io sono
pessimista) si decida a metterne di nuovi sul mercato[65].
Quanto poi ai canti di prigionia, ai canti anarchici ecc., sì, hai
ragione: figurati con che gola ne avrei fatto una terza appendice: ma te lo
ripeto, non si trovano...» (Lett. II, p. 152; introduco un a capo.)
Qui, gennaio 1956, si chiuse la discussione sul Canzoniere tra Fortini e Pasolini (senza alcun seguito in quella
comparsa nel giugno sul «Contemporaneo» e più sopra esaminata). Farne l’analisi
ravvicinata che meriterebbe ci porterebbe lontano. Qui segno soltanto che i
desiderata di Fortini in materia di canti di prigionia o anarchici e simili non
potevano trovare soddisfazione altro che con nuove ricerche sul campo: quei
desiderata anticipavano, e forse in qualche misura contribuivano a promuovere,
nella Milano socialista di quegli anni, le fruttuose indagini sul canto
politico e sociale cui dettero avvio ed impulso, a partire dagli Anni sessanta,
Gianni Bosio, Roberto Leydi e tutto il gruppo del Nuovo
Canzoniere e dell’Istituto
Ernesto de Martino. Quanto poi alla
«faccenda musica», che certo è assai complessa, m’è già accaduto di considerare
corretta la distinzione che Pasolini fa tra il testo verbale e la sua esecuzione
cantata. In materia di metrica, infatti, m’è parso ci siano fondate ragioni per
ritenere che l’analisi del solo testo verbale sia non solo legittima ma
doverosa ogni volta che la separazione dei due codici cooccorrenti - parole e
musica - ci offra un testo verbale dotato di forma propria. Altrettanto credo
possa valere per la valutazione estetica [66].
***
Dopo il 1956 ci sono ancora segni dell’interesse di Pasolini per la
poesia popolare. Nell’agosto del 1957, a Calvino che gli chiede di scrivere
qualcosa per la ristampa dei Canti popolari del
Piemonte di Costantino
Nigra, Pasolini - gravato da lavori di sceneggiatura con Bolognini e per
Petrangeli - scrive: «non posso, NON POSSO. Tu non sai con che strazio e rabbia
lo dico»[67]. Nel 1960 vede la luce una edizione ridotta del Canzoniere, intitolata La poesia
popolare italiana [68]. Nello stesso
anno Pasolini include l’Introduzione (ma non la Premessa) come secondo dei «Due studi panoramici» che costituiscono
quasi i due terzi di Passione e ideologia.
Negli anni successivi trovo solo rari reincontri con il tema. Uno è di
rammarico: a Gianfranco D’Aronco che lo invita a collaborare ai suoi «Quaderni
di letteratura popolare friulana» Pasolini risponde il 2 maggio 1969:
collaborerei volentieri, se solo avessi qualche idea, ma son anni ormai
che non mi occupo più seriamente di poesia popolare (neanche un articolo) e
quindi, anche se avessi qualche ora di tempo, non saprei che cosa scrivere. Ti
dico questo con un profondo senso di vergogna: come se avessi colpevolmente
perduto qualcosa che mi era stato affidato (Lett. II p. 657).
Un secondo è un proposito di ripresa: il 26 luglio 1971, a Giulio
Einaudi che gli propone la ristampa del Canzoniere, risponde non solo accettando ma segnalando responsabilmente
che occorrerà ulteriore lavoro cui si dichiara disposto:
La proposta che mi fai mi interessa molto e anche per questo
desidererei approfondire la cosa: probabilmente ci sarà bisogno di una
introduzione e di qualche correzione da apportare all’edizione Guanda. Vorrei
fare tutto ciò libero da impegni cinematografici (Lett. II p. 706).
L’ultimo di cui so è di attenzione al
crescere degli studi: partecipò almeno alla seduta inaugurale (e qui lo vidi
l’ultima volta) del Primo Convegno sugli Studi Etnomusicologici in Italia
organizzato da Diego Carpitella alla fine del 1973.
Quanto alla «fortuna» del Canzoniere nel quarantennio che ci separa dalla sua pubblicazione mi
pare che negli studi su Pasolini - per il pochissimo che li conosco ed
ovviamente desideroso di smentite - si debba registrare una sorta di
accantonamento, come di cosa che mal si lega col resto dell’opera o che
comunque poco conta rispetto a tant’altro più importante o appariscente. Negli
studi di poesia popolare c’è stata invero qualcosa di più: il riconoscimento
(ma non universalmente condiviso) che il Canzoniere abbia titolo per figurare anche nella storia degli studi
demologici; ed inoltre taluni richiami specifici o apprezzamenti complessivi;
il tutto però in misura esigua e senza indagini approfondite.
Oltre che per le accennate ragioni
biografiche, m’è parso perciò giusto riportare all’attenzione questo
impegnativo momento del lavoro di Pasolini: perché se ne arricchisca, in sede
specialistica, la riflessione demologica (o quanto meno la sua storiografia, al
di là di quanto a suo tempo mi accadde di fare); e perché, negli studi
pasoliniani, eventualmente se ne avvalgano quegli indirizzi che stanno «in
polemica con le interpretazioni totalizzanti e monodimensionali»[69] e che
dunque possono dare anch’esse spazio al Pasolini studioso di poesia popolare.
[1] Canzoniere italiano Antologia della
poesia popolare, a c. di Pier Paolo
Pasolini, Collezione Fenice diretta da Attilio Bertolucci (edizione fuori
serie), Guanda, Parma 1955 (per un’edizione ridotta, intitolata La
poesia popolare italiana,
v. oltre). L’opera è stata ristampata in 2 voll. nel 1992 (Garzanti, Milano).
Da T. Saffioti, Enciclopedia della canzone popolare e
del nuovo canto politico,
Teti Editore, Milano 1978, p. 175 so di una ristampa del 1972 (Garzanti)
e di una del 1977 (Guanda) che però non ho visto. - Nel seguito abbrevio il
titolo in Canz.
[2] In uno scritto del 1955 (Di
alcuni problemi di circolazione culturale, in «La Lapa» a. III, 1955, pp. 110-11: v. oltre) mi
occupai del saggio Poesia popolare e poesia d’avanguardia, uscito su «Paragone», e della Introduzione al Canzoniere
italiano, anticipata su
«Nuovi Argomenti» (v. oltre), da un lato associando i due scritti di Pasolini a
quelli di studiosi quali V. Lanternari e T. Seppilli, e dall’altra rinviando un
più analitico discorso a libro pubblicato. Poi fui inadempiente, ed a scusante
posso addurre quasi soltanto il fatto che la rivista, fondata da Eugenio
Cirese, cessò le pubblicazioni (nonostante un incontro, partecipe Pasolini, in
cui si cercò di progettarne la continuazione). Tuttavia tre anni dopo (La
poesia popolare, Palumbo, Palermo
1958, pp. 163-65) antologizzai Pasolini alla pari di studiosi quali Santoli,
Vidossi, Toschi, Cocchiara ecc., con irritazione di uno di essi, tradottasi
nell’esclusione del mio lavoro da una autorevole Guida agli studi demologici. Per altri scritti con miei
riferimenti a Pasolini vedi oltre.
[3] Poesia dialettale del Novecento, con
traduzioni a pie’ di pagina,
a c. di Mario Dell’Arco e Pier Paolo Pasolini. Introduzione di Pier Paolo
Pasolini, Guanda, Parma 1952 (ristampa con prefazione di G. Tesio, Einaudi,
Torino 1995). Nel 1960 Pasolini ripubblicò l’Introduzione in Passione
e ideologia (1948-1958),
Garzanti, Milano 1960, pp. 9-138: cfr. le ristampe del 1985 (Einaudi, Torino) e
del 1994 (Garzanti, Milano), rispettivamente con prefazione di Cesare Segre e
Alberto Asor Rosa.
[4] P. P. Pasolini, Lettere, con una cronologia della vita e delle opere, a c. di Nico
Naldini, 2 voll., Einaudi, Torino 1986-88, vol. I, p. 519; cfr. p. CXXV. - Nel
seguito cito con Lett.
[5] Lett., I p. 538. La conoscenza della poesia popolare anche di
regioni per Pasolini remote veniva probabilmente dagli studi per Poesia
dialettale del Novecento:
penso ad esempio alle pagine dedicate a Vincenzo Padula. Val la pena di
aggiungere che, - come ci dice la preziosa Cronologia
di Nico Naldini (I, p.
LIV) - nel 1943 Pasolini, a Casarsa, leggeva agli scolari della sua scuola
privata i Canti del popolo greco tradotti e pubblicati da Niccolò Tommaseo nel 1842:
immagino abbia utilizzato la ristampa parziale curata proprio nel 1943, per
Einaudi, da G. Martellotti (ricordo ancora il librino che lasciava sulle dita
il verde della sua sopracoperta); e penso che in quella lettura stia l’origine
della pagina bellissima che, nel Canzoniere, Pasolini dedica a Tommaseo traduttore. Nonostante il
titolo, riguarda invece la prima edizione del «Premio Cattolica» di poesia
dialettale lo scritto Dialetto e poesia
popolare che Pasolini
pubblicò il 14.4.1951 su «Mondo Operaio»: ne ho conoscenza per la cortesia di
Francesco Ferri che qui ringrazio anche per numerose altre sue informazioni.
[6] Poesia dialettale ecc., 1952, pp. XLVI-XLVII, 105-109; 1994, pp. LXVII-LXIX, 99-102.
[7] Eugenio Cirese, Canti popolari del
Molise, vol. I, Nobili, Rieti
1953 (il secondo volume comparve postumo nel 1957). Nel 1945 l’autore aveva già
pubblicato un volume di Canti popolari della
Provincia di Rieti (Nobili, Rieti) che
Pasolini richiese in prestito (Lett., I p. 556) e utilizzò: «Gentile Cirese,
grazie tante per il suo volume dei canti di Rieti. Mi sarà utilissimo, benché
Lei si preoccupi di affermarne la mancata perfezione...» (Lett., I p. 564).
[8] Rotocalco settimanale diretto da Giancarlo Vigorelli.
[9] P. P. Pasolini, I Canti popolari del
Molise, «Il Giovedì» 9.7.1953 p.
7, poi, rielaborato, in «La Fiera Letteraria», 20.3.1955 (Poetica
popolare e colta) e di qui
ristampato in Passione e ideologia col titolo Un poeta in
molisano (1960 pp. 308-12;
1985 pp. 269-73: 1994 pp. 338-43). - Alla raccolta molisana Pasolini dedicò
anche una nota comparsa su «il Belli», a. II n. 2, maggio 1953 p. 47.
[10] Lett., I, p. 564 (20.4.53).
[11] Passione e ideologia, 1960 p. 311.
[12] Ne tratto nello scritto Italo
Calvino studioso di fiabistica,
in D. Frigessi, Inchiesta sulle fate: Italo Calvino e
la fiaba, Lubrina Editore,
Bergamo 1988, pp. 17-26.
[13] Lett., I p. 676.
[14] La prima inchiesta, Poesia
popolare e cultura di massa,
fu per la Rai («Radiocorriere», 28.12.53). Scrivendo a Leonardo Sciascia, il
30.10.53 Pasolini menziona come intervistandi Cirese, Vann’Antò, De Martino,
Santoli, Vidossi e accenna al Teatro dei Pupi e ad un poemetto sul bandito
Giuliano (Lett., I p. 619); in una lettera inedita a Eugenio Cirese (17.11.53)
le domande sono così formulate: 1) La poesia
popolare è tuttora un dato attivo nella vita popolare? 2) In che senso la
poesia popolare oggi può essere considerata «cultura di massa»? - La seconda inchiesta, Poeti
dialettali e canto popolare,
estese al tema della poesia popolare quella sulla poesia dialettale già
condotta da Pasolini per «il Belli»: la suggerì Eugenio Cirese nel primo numero
della sua rivista «La Lapa. Argomenti di storia e letteratura popolare» a. I,
n. 1, settembre 1953, p. 19 (rist. anastatica Marinelli, Isernia 1991). Le
domande, che Pasolini fece proprie, furono: 1.
Quale conoscenza hai avuto del canto popolare della tua o di altre regioni? 2.
Quali sollecitazioni o suggestioni (di contenuti, di stile, di toni ecc.)
ritieni di averne ricevuto o tratto?. Vedi Lett., I, pp. 611 e 633 (a E. Cirese e a N. Naldini) ed una
lettera inedita a A.M. Cirese del 1.10.54.
[15] Nella ballata (sulla quale v. Lett., I p. 615) sono inseriti i versi Adalbertos
komis kurtis! e Hor
atorno fratt Helya! che Pasolini trae
dagli studi di Francesco Novati sulle origini del canto popolare italiano e di
cui parla anche in Canz., p. XXXIII nt.; sono inoltre citati i canti popolari Dov’andastù
jersera e Guaglione ‘e mala vita di cui Pasolini tratta in Canz. pp. CXVIII e XCIII (per Il
canto popolare: cfr. Le
ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano
1976, pp. 16-17, 135).
[16] Lett., II p. 175 (6 3 1956). Parlando delle radici culturali e psicologiche di Le
ceneri di Gramsci (per le quali esse
sono da prendere, dice, «come un suo fatto personale, non come un fatto paradigmatico»)
Pasolini indica tre fatti: «1) una formazione letteraria forse più precoce [di
quella di Calvino] ... 2) L'eccezionalità del mio eros, che è stato un trauma
massiccio e tremendo per tutta la mia adolescenza e prima giovinezza... 3) Il
fatto che mio fratello sia stato ucciso dai comunisti, sia pure di Tito o
passati a Tito. Mio fratello è stato la piú nobile creatura che abbia mai
conosciuto: è andato coi partigiani neanche diciannovenne, per pura fede e puro
entusiasmo (non per fuggire, come hanno fatto tanti: non aveva ancora obblighi
militari cui scampare). Era partito con sentimenti comunisti, poi lassú, in
montagna, per una serie di circostanze era entrato in forza all'«Osoppo» e si
era iscritto al Partito d'Azione. Naturalmente, con l'Osoppo, si era opposto
alle mire di Tito che voleva prendersi Venezia Giulia e Friuli... Ecco perché
per me - che ho sempre votato per il Pci e che mi sento comunista - la scelta
vera e propria la scelta totale è così drammatica e difficile».
Sarà da ricordare che, iscrittosi al Partito comunista nel 1948,
Pasolini ne venne espulso nel 1949 perché denunciato per corruzione di minori e
atti osceni in luogo pubblico. Il comunicato della Federazione comunista
udinese lo accomunava ai «vari Gide, Sartre» e ad «altrettanto decadenti poeti
e letterati, che si vogliono atteggiare a progressisti, ma che in realtà
raccolgono i più deleteri aspetti della degenerazione borghese» (Lett. I p. CIX). Come si sa, questo era esattamente il pensiero
di Palmiro Togliatti.
[17] Canz., 1955, p. VII. Storicamente importante, la lunga lettera
che Guido scrisse al fratello da Malghe di Porzus il 27 11.1944, due mesi prima
della strage comunista, è pubblicata da Naldini in Lett., I, pp. XLIII-XLIX. Guido
è menzionato tra le vittime dell’eccidio di Porzus nel Dizionario
della Resistenza italiana
di M. Rendina (Ed. Riuniti, Roma 1995, p. 144) cui forse la lettera di Guido
avrebbe ridotto «la difficoltà di ricostruire il clima psicologico di
avvenimenti tanto lontani» (sic, ma la copertina dice che l’autore fu
«comandante partigiano»).
[18] Canz. 1955 p. XIV. C’è da chiedersi donde a Pasolini venisse la
conoscenza d’un così minimo episodio. La storia degli studi di Giuseppe
Cocchiara allora disponibile non ne parlava, ed il libro di Paolo Toschi che ne
discorre è del 1958. Né posso rivendicarne il merito alle indicazioni
storico-bibliografiche che a sua richiesta ebbi a fornirgli: pur essendomene in
appresso occupato, allora non ne sapevo assolutamente nulla. Fu forse un
qualche colloquio con Toschi, anche se va ricordato che, a differenza di altri
importanti studiosi di poesia popolare quali Vidossi e Santoli, Toschi dava
duro giudizio di Pasolini e del suo Canzoniere che neppure menzionò nell’edizione del 1962 della sua Guida
allo studio delle tradizioni popolari (ed altrettanto fece per un mio lavoro che ne parlava). Ma
quale che ne sia la fonte, la menzione pasoliniana di Maroncelli è sia pur
minima spia dell’impegno storico-filologico con cui conduceva il lavoro.
[19] Canz. 1955 p. CXIX sgg. Noterò anche che il titolo La
meglio gioventù (nel 1949 assegnato
a un romanzo, e poi passato alla raccolta di versi friulani del 1954) è un
verso dei canti militari Bandiera nera e Sul ponte di Perati di cui ai nn. 779 e 785 del Canzoniere.
[20] F. Fortini, Attraverso Pasolini, Einaudi, Torino 1993, p. 60 (da lettera assegnabile al
dicembre 1955).
[21] «La bibliografia è molto nutrita e rivela una preparazione
laboriosa», riconobbe allora uno specialista del ramo, pur in una recensione
non certo indulgente: G. D’Aronco in «Il Tesaur», a. VII, 1955, n. 4-6, pp.
30-31.
[22] Commentai il criterio regionale di Pasolini nello scritto
Francesco Corazzini, le antologie di poesia popolare e gli studi di
dialettologia alle pp. 543-60 di F. Corazzini, I
componimenti minori della letteratura popolare italiana nei principali dialetti, rist. anastatica dell’edizione del 1877, Ediz. del Gallo,
Milano 1968. Pasolini non incluse il lavoro di Corazzini (ordinato per generi)
nella sua ricordata rassegna delle antologie di poesia popolare, pur
registrandolo nella bibliografia generale: Canz. p. 406.
[23] Per le motivazioni di questa esclusione, e per la discussione in
merito con Fortini, vedi oltre.
[24] Una scelta tra due varianti, in «La Lapa», a. II, n. 1, marzo 1954, pp. 9-10; Un
paragrafo sulla poesia popolare,
in «Galleria», a. IV, n. 2-3, maggio 1954 pp. 111-117; La
poesia popolare côrsa,
in «il Belli», a.IV, n. 2, luglio 1955 p. 17 (cui seguì, nel n. 3, una lettera
critica di Nino Buttitta, Pasolini e la poesia
popolare). Anche per questi
stralci Pasolini lavorava coscienziosamente: si veda la nota apposta a quello
comparso su «La Lapa» - Nello stesso periodo Pasolini pubblicò anche lo scritto
Poesia popolare e poesia d’avanguardia («Paragone» n. 64, aprile 1955, pp. 98-104) che sviluppa
in forma autonoma alcuni concetti appena enunciati nell’Introduzione in parola
(Canz. p. XLVI) e che - assieme al lavoro per Ragazzi
di vita ed ai «ritocchi
noiosi e complicati» di bibliografie e traduzioni cui lo costringe il Canzoniere - non gli consente di scrivere sulle raccolte romantiche
di poesia popolare come gli chiedeva Franco Fortini (Attraverso
Pasolini cit., p. 56; cfr. Lett., II p. 36).
[25] Pagine introduttive alla poesia
popolare italiana, in «Nuovi
Argomenti», genn.- febbr. 1955, pp.55-79. - Di questa anticipazione si
felicitava Fortini, riservandosi di scriverne (l.c.); Calvino dichiarò di
apprezzarla, senza le riserve che invece aveva avuto per la prefazione
all’antologia dialettale (Lett., II p. XX); ed a me accadde di trattarne in uno scritto
su «La Lapa» che ho già ricordato). - Nel 1960 Pasolini ristampò l’Introduzione
al Canzoniere in Passione e ideologia (1960 pp. 139-263; 1994 pp. 150-288), con almeno uno
scorciamento; a prendere le cose sul serio, occorrerebbe una più attenta
collazione.
[26] «Giornale storico della letteratura italiana», vol. CXXXIV, fasc.
406, 1957, p. 156. In una cena romana di cui conservo viva la memoria, Vidossi
ebbe a parlarmi di Pasolini, al quale non ricordavo di avere scritto quel che
invece da una mia lettere del 19.11.1955 Naldini riferisce: «Sere fa, il prof.
Vidossi che lei forse conosce, mi parlava assai bene di Ragazzi
di vita: l’aveva visto per
i suoi interessi di linguistica ma poi vi ha trovato e apprezzato l’arte» (in Lett. II p. XXII).
[27] F. Fortini, Attraverso Pasolini cit., p. 56.
[28] F. Fortini, Attraverso Pasolini cit., pp. 61-62 (e vedi oltre).
[29] Mi riferisco allo scritto del 1955, Di
alcuni problemi di circolazione culturale, già ricordato.
[30] Cfr. Gli strambotti dalle origini romanze alla tradizione orale
moderna nel mio Ragioni metriche. Versificazione e
tradizioni orali, Sellerio, Palermo
1988 pp. 35-153.
[31] Sarà da ricordare, ai lettori più giovani, che allora Spitzer,
Devoto, Contini, la «critica stilistica» ecc. erano aspramente avversati dalla
critica letteraria di sinistra.
[32] Canz. p.XLV. Inizialmente (Poesia
dialettale, p. XII) Pasolini
trasse la nozione di bilinguismo dallo scritto di Gianfranco Contini sulla
lingua di Petrarca pubblicato su «Paragone» nel 1951; poi si avvalse di scritti
di Devoto. Non so se sia mai stato studiato a fondo l’uso (a me pare libero)
che Pasolini fece di queste fonti nelle due antologie del 1952-55 ed altrove;
comunque si vedano le considerazioni di Segre e di Asor Rosa premesse alle due
ristampe di Passione e ideologia.
[33] Canz. pp. XLVI-XLVII. Andrebbero forse considerate analogie e
differenze tra la «formula» di Pasolini e le concezioni di Bogatirëv e Jakobson
in materia di folklore (le innovazioni non scavalcano la norma). - Di
«invenzioni» che sono anche «innovazioni» Pasolini parla per la poesia che dice
«folclorica»: vedi oltre.
[34] «Il lettore osservi come la nostra suddivisione termini
simmetricamente i propri tre grandi paragrafi con tre isole: il Nord col
Friuli, il Centro, appunto, con la Corsica, il Sud con la Sardegna»: Canz. p. LXXXIII.
[35] V. Santoli, I canti popolari
italiani, Sansoni, Firenze
1968 p. 191.
[36] Passione e ideologia, 1960 p. 312; 1994 p. 343.
[37] In Poesia sarda e poesia popolare nella
storia degli studi (Sassari 1961;
rist. anastatica Ediz. 3T, Cagliari, p. 152) accennai appena alle pagine sarde
del Canzoniere; e studiando i mutos ben mi sarei potuto avvedere che quella «costruzione di
oggetti metrici in sé perfetti e preziosi» di cui parlai nel 1964 (poi in Ragioni
metriche cit., p.178) aveva
già trovato felice individuazione nell’immagine pasoliniana degli «umili
oggettini d’oro» con cui si chiude la pagina che cito.
[38] Canz. p. XL. Come accenno anche più oltre, in merito Pasolini
menzionò la «miseria psicologica» di cui parlava Ernesto De Martino (pp. XVI,
CXVII). Va inoltre notata l’analogia tra queste considerazioni pasoliniane e
quelle svolte da Vittorio Santoli in uno scritto («Popolare» e «primitivo») pubblicato nel 1952 sulla rivista udinese «Il Tesaur»:
vi si dice che, in materia di tradizioni, «mentre il primitivo può venir
definito ciò ch’è più intrinsecamente remoto dalla nostra civiltà occidentale,
il popolare [...] ci appare organicamente connesso con le civiltà superiori» (I
canti popolari cit. p. 246). Un
rapporto tra Santoli e Pasolini, su terreno contermine, considera anche G. R.
Cardona, Culture dell’oralità e culture della
scrittura, in A. Asor Rosa
(dir.), Letteratura italiana, II, Produzione e
consumo, Einaudi, Torino
1983, p. 31 n. 3; lo scritto è da vedere anche alle pp. 99-100 per un raffronto
tra le Fiabe italiane di Calvino e il Canzoniere
italiano (così intitolato
fin dalla prima edizione, contrariamente a quanto si dice alla nota 58 e
conseguentemente a p. 1344 dell’indice biobibliografico degli autori).
[39] Il concetto di «monadi estetiche» viene forse a Pasolini da Mutettus
cagliaritani di Raffa Garzia che
è presente nella sua bibliografia (Canz. p. 436) ed in cui quel concetto ha posto centrale, come
mostro altrove.
[40] Non posso sottrarmi all’accostamento con la Postilla che (in La
poesia) Benedetto Croce intitolò
Poesia che affiora nel comune conversare.
[41] In materia, la ricordata recensione di D’Aronco rimprovera a Pasolini
l’aver ignorato un saggio di V. Santoli pubblicato nel 1949 (Stilizzazione
e «contemporaneità» nella poesia popolare di argomento storico); in verità quel saggio è presente in bibliografia (Canz. p. 407), ed il singolare è che Santoli, ristampandolo nel
1968, vi aggiunge una informazione su Addio,
mia bella addio che dichiaramente
trae proprio dalle pagine sui canti risorgimentali di Pasolini (I
canti popolari italiani cit.,
p. 152 n. 1).
[42] Inserita, scrive Pasolini, «con somma ripugnanza, per imparzialtà
(e che valore avrebbe l’imparzialità, se non costasse fatica?)» (Canz. pp. CXXI-CXXII). Si dolse dell’inclusione una delle rare
recensioni al Canzoniere (R. Macchioni Jodi, «Il Ponte», dic. 1956, pp. 163-2164).
Ma oltre che etico-politica la riserva avrebbe dovuto essere per così dire
scientifica o se si vuole tecnica: in che senso si può parlare dei canti
fascisti come poesia popolare? Pasolini si pose la domanda, e dette risposta,
nella discussione con Vann’Antò di cui più oltre.
[43] Tra i canti della Resistenza che Pasolini antologizza e discute
non c’è Bella ciao! («Stamattina appena alzata») che negli Anni sessanta
divenne poi emblematica, ma della quale già nel 1953 avevo pubblicato il testo
(segnalandone il rapporto con la canzone edita da Nigra col titolo Fior
di tomba) su un numero di
«La Lapa» (a. I, n. 1, 1953, pp. 19-20) che Pasolini conobbe e commentò (Lett. I p. 611). Una caduta di attenzione più che spiegabile,
in tanta fatica. Di contro Pasolini pubblica un canto della Grande guerra, (Stamattina
mi sono alzata, n. 767) del quale
riconosce la parentela con Fior di tomba ma del quale mi pare non si sia tenuto conto negli studi
su Bella ciao! (Cfr. R. Leydi, La
canzone popolare, in Storia
d’Italia, V, I documenti,
Einaudi, Torino 1973 pp. 1183-97).
[44] Di un suo precedente giudizio sul testo pubblicato in «Nuovi
Argomenti» ho già fatto cenno;
[45] In effetti ci fu invece quasi il silenzio: «Contemporaneo» a parte
, ed oltre alle ricordate recensioni di G. D’Aronco e R.Macchioni Jodi ed alla
segnalazione di Vidossi che però è del ‘57, mi risultano solo - perché
menzionati da Pasolini in una lettera del 31.3.56 - «un elzeviro» di Sergio
Antonielli (che non ho reperito) e «un dibattito di ‘Studi Critici’» (leggi
‘Letture Critiche’, società fondata da U. Marvardi e presieduta da Ungaretti),
nel quale, scrive Pasolini, «un giovane, Mario Diacono [pseudonimo, credo, di
Mario D’Amico], del quale ho molta stima [...] ha detto alcune delle cose più
intelligenti ch’io abbia sentito sull’argomento» (Lett. II p. 182).
[46] Non pubblicata; ma vedi la segnalazione più sopra ricordata.
[47] Qui e più sopra cito da Naldini in
Lett. II, XIII che menziona
anche le stroncature di Adriano Seroni e Gaetano Trombatore comparse in quei
giorni su altri organi del PCI («Vie nuove» e ancora «L’Unità»). Non ci furono
comunisti, a quanto ne so, tra i critici letterari che deposero a favore di
Pasolini nel processo per oscenità che gli fu allora intentato.
[48] Attraverso Pasolini cit., p. 60. Nello stesso anno Krusciov compì per parte
sua il crimine dell’invasione dell’Ungheria, vergognosamente approvata dalla
quasi totalità dei comunisti italiani.
[49] Debbo la disponibilità dei diversi numeri di «Il Contemporaneo»
che qui utilizzo al gentile aiuto di Lucia Zannino e di Mercedes Sala della
Biblioteca della Fondazione Basso.
[50] Parlo di questi remoti episodi con un certo turbamento: li ho
saputi ora, e innanzi tutto mi sconcerta il fatto di non sapermi spiegare la
mia ignoranza di allora (ricordo solo la stupefazione di vedere «Il
Contemporaneo» convertirsi di colpo dalla polemica contro Pasolini alla sua
esaltatazione: ma non saprei dire né la data né le motivazioni del relativo
decreto del Comitato centrale del Partito comunista). Si aggiunge, amaro, il
dover dissentire oggi, quando non posso più dirglielo, da Vann’Antò che proprio
allora trasferiva a me ed ai miei l’affettuosa amicizia che l’aveva unito ad
Eugenio Cirese. Ed anche mi pesa il non poterne parlare a Carlo Salinari, come
invece feci per i molti altri dissensi che, negli Anni sessanta, animarono la
nostra ironica e scherzosa frequentazione cagliaritana. Resta che, nella
memoria e nei fatti, le loro qualità culturali ed umane scavalcano il pur
rattristante episodio del giugno ‘56.
[51] Traggo dallo scritto di Pasolini l’indicazione di alcuni degli
errori addebitati: «su piedi» anziché «con piedi», «artigli» anziché
«unghiette», «si nasconde» anziché «si rincantuccia », «fanno treppio»
(espressione popolare-gergale molto moderna) anziché «fanno capannelli» (la
rituale e antiquata espressione toscana), «rovinare» anziché «agghiacciare»
(usato metaforicamente), «la mia innamorata» anziché «la gentile mia»,
«rosicchiata» anziché «rosa», «torcia illuminata» anziché «accesa», «rama»
anziché «pianta», l'ottativo «lasciassi» anziché il condizionale «lascerei».
[52] Cfr. quanto Pasolini dice di Vann’Antò in Poesia
dialettale del Novecento
cit., 1952, p. XXXIV.
[53] A intendere meglio la questione va ricordato che nel suo scritto
Vann’Antò criticava Pitrè per aver pubblicato la Baronessa
di Carini senza intervenire
sul testo fornitogli dal suo informatore; Pasolini invece, pur avendo usato in
un primo momento il testo dato da Salomone Marino, lo aveva poi rifiutato
proprio perché frutto di interventi, ed aveva pubblicato quello edito da Pitrè.
[54] P. P. Pasolini, La poesia popolare, in «Il Contemporaneo», 23.6.1956 p. 4 (Lettere
al Direttore).
[55] Lett. II p.205. Nella lettera Pasolini distingue le concezioni di
Trombadori da quelle di Salinari.
[56] Ho tralasciato varie questioni tra cui, ad esempio, quella del
compito (estetico o puramente informativo?) delle traduzioni dai dialetti. In
materia ho di recente raggiunto conclusioni che mi porterebbero a dissentire da
Pasolini stesso, oltre che dai suoi critici; ma è questione da trattare
altrove.
[57] La «diavoleria» di cui Calvino fa parola era un concetto formulato
da Lukàcs in una intervista all’«Unità» durante il XX Congresso (quello della
denuncia dei crimini di Stalin): lo chiamò in causa Pasolini nello scritto La
posizione più avanti citato.
[58] Può darsi che Calvino si riferisca alle critiche di Fortini di cui
dico più oltre.
[59] Non so se per espediente «tattico», o invece per convincimento,
Calvino un poco esagera: non nota che si trattava di alcuni testi e di alcune traduzioni (ventidue pagine in tutto su quasi seicento,
come s’è visto), e non tiene conto delle risposte di Pasolini.
[60] A proposito di questa lettera di Calvino, Leonetti scriveva a
Pasolini: «grande auspicio, oltre che piacere per te, dà il ponte gettato da
Calvino sull’abisso tra i marxisti e noi». E Attilio Bertolucci: «Ho letto sul
Contemporaneo la lettera di Calvino [...] e quella tua e, o numi, quella di
Salinari che abituato ormai a prendere calci in faccia da Krusciov li accetta
pure da Calvino. Incredibile, e forse patetico!» (Lett., II p. XXVIII).
[61] Proprio nella stessa pagina del 23 giugno in cui compariva la
replica di Pasolini a Vann’Antò c’era una lettera di umili scuse a firma di un
un musicologo che Valentino Gerratana aveva redarguito per una frase di
dissenso dalle violente condanne della musica contemporanea emanate da Zdanov.
[62] F. Fortini, Attraverso Pasolini cit., p. 60. Fortini aggiunge: «Ma
ne parlerò sull’Avanti! e sul Contemporaneo»; il che poi non avvenne. -
Critiche alla omissione delle musiche mosse anche G. D’Aronco nella recensione
già ricordata.
[63] Attraverso Pasolini cit., pp. 61-62 (parzialmente in Lett. pp.146-47); a p. 146 Fortini parla di un «canto
sovversivo» che connette a questa lettera.
[64] Il volume di Roberto Leydi, I
canti popolari italiani
(Mondadori, Milano 1973), che pubblica parole e musica di 120 canti, quasi
raggiunge le 400 pagine: quante ne sarebbero occorse per i 791 testi del Canzoniere di Pasolini? Ma naturalmente il problema, in sé, non è
solo di mole.
[65] Il pessimismo di Pasolini era eccessivo: proprio ad opera di Diego
Carpitella, di lì a poco assumeva fisionomia disciplinare autonoma
l’etnomusicologia.
[66] Vedi le pp. 29-31 del già citato Ragioni
metriche.
[67] Lett., II p. 338.
[68] Garzanti, Milano. Mancano la dedica, il brano della lettera di
Guido e la Premessa; i testi sono ridotti a 365, e dell’Introduzione sono
riprodotte solo le osservazioni relative alle singole sezioni regionali.
L’unica eco sulle riviste specialistiche di cui sono a conoscenza è la
segnalazione fattane da Elsa Guggino in «Annali del Museo Pitrè», a. XI-XIII,
1960-62 p. 277.
[69] Così P. V. Mengaldo che leggo in Fortini, Attraverso
Pasolini cit. p. 215.
*Alberto M. Cirese, Il Canzoniere italiano: Pasolini studioso di poesia
popolare. In: Lezioni su
Pasolini, a cura di Tullio De Mauro e Francesco Ferri, Ripatransone, Edizioni
Sestante, 1997: 133-166
per gentile concessione dell'Autore