L’incontro con il nuovo: angoscia,
conoscenza, resistenza*
di Nicola Lalli
«Chi non saprà comprendere; morrà;
chi capirà, vivrà...»
(Libro dei Chilam Balam)[1].
Premessa
Ogni uomo nel corso della vita, molti popoli
nel corso della loro storia, sono necessitati ad incontrarsi/scontrarsi con il
nuovo e questo avverrà con modalità diverse che saranno indicative della
successiva evoluzione.
L’articolazione individuo-popolo non è una
contrapposizione, ma una distinzione; infatti se riusciamo a comprendere ciò
che succede al singolo, comprenderemo meglio anche quanto succede al gruppo, e
viceversa.
Ma cosa è il nuovo?
Possiamo definire il nuovo come tutto ciò che
prima non era: che poteva anche essere immaginato, fantasticato, ma che
diventa tale solo dal momento che accade, e quindi si avvera solo nel suo
farsi. Si può riferire a realtà materiali prima non esistenti o che pur
esistenti non se ne conosceva l’uso (invenzioni), ma soprattutto a situazioni
interumane di cui il soggetto ed il gruppo culturale a cui appartiene non può
avere memoria.
In questo senso possiamo affermare che
l’avvenimento paradigmatico ed universale del nuovo è la nascita.
L’incontro con il nuovo evidentemente rientra
nel più vasto e complesso problema del rapporto con la realtà; ma ne
rappresenta l’aspetto più interessante perché è in questo incontro che si
determina un cambiamento che può anche non avere aspetti evolutivi. La
possibilità dello scacco e della coazione a ripetere è sempre presente.
Quando parlo di realtà, mi riferisco
prevalentemente alla realtà dei rapporti interumani, senza sottovalutare o
negare l’importanza della realtà materiale, intesa come rapporto con la natura.
Dinamiche diverse, certo, ma spesso interconnesse: la rapina sull’uomo e la
distruzione della natura vanno di pari passo.
L’incontro con il nuovo comporta dinamiche
diverse che si possono sintetizzare in tre modalità:
a) La meraviglia, ovverossia il piacere e lo
stupore che accompagnano il nuovo, il piacere della scoperta. «È attraverso la
meraviglia che gli uomini, come ancora fanno, principiarono a filosofare»
(Aristotele).
b) L’angoscia iniziale, che può portare a due
diverse modalità evolutive: l’accettazione e la conoscenza; oppure
l’annullamento e la negazione.
c) L’annullamento diretto che non nasce dalla
angoscia, ma dalla stupidità, dalla non conoscenza e che porta ad una dinamica
di totale indifferenza. Per rimanere in argomento, consideriamo l’atteggiamento
di Carlo V e degli Europei in genere, di fronte al Nuovo Mondo. Mentre Dürer, che aveva avuto modo di osservare gli
oggetti dell’artigianato azteco sosteneva: «Non credevo che gli uomini
potessero creare oggetti così meravigliosi», Carlo V e la sua corte, nel folle
progetto di ricostituzione del Sacro Romano Impero, ordinava che gli oggetti
d’oro e d’argento fossero fusi ed inviati come lingotti.
Ma prima di entrare nello specifico debbo
sottolineare un’altra problematica connessa all’incontro con il nuovo e che
apparentemente può sembrare banale. Come riconoscere e capire il nuovo come
tale.
Spesso l’uomo cerca di alleviare il trauma di
questo impatto con la previsione: ma questa previsione, che a volte aiuta ad
affrontare il nuovo, se diventa pregiudizio può paralizzarlo e renderlo cieco.
Le Colonne d’Ercole insegnano. E lo stesso Colombo che aveva, più per fede che
per scienza, affrontato e superato le Colonne d’Ercole, non riuscì a capire la
realtà del Nuovo Mondo, perché preso dalla sua presapienza: la sicurezza che
avrebbe incontrato le Indie, o il Paradiso che gli derivava rispettivamente
dalla lettura di Marco Polo e delle Sacre Scritture. Alla fine della sua vita,
e dopo ben quattro viaggi, Colombo scrive il Libro delle profezie, nel
quale cerca di dimostrare che tutto quello che aveva visto era già stato
descritto nelle Sacre Scritture: ed infatti non vide il Nuovo.
Evidentemente cogliere il nuovo implica una
capacità di vedere, capire e giudicare; ma proprio questo riconoscimento può
suscitare angoscia, perché inevitabilmente mette in discussione un proprio
ordine mentale. E l’angoscia può innescare dinamiche di annullamento o di
negazione tali che il nuovo viene fatto scomparire: si tende a girare le spalle
e tornare al vecchio, al conosciuto, a ciò che è già.
Con il che la vita si trasforma in rito, il
tempo in ciclicità, dove non c’è attesa, non c’è rimpianto, non c’è
separazione. Nulla può accadere, perché già tutto è accaduto.
Non c’è nulla da attendere, da sperare, se
non ciò che deve ritornare. Non c’è partenza e quindi non c’è nemmeno l’attesa
del ritorno: la nostalgia è sconosciuta. È il tempo sacro, ove la storia
dell’uomo è un puro accidente nell’ingranaggio di una grande Ruota. Non c’è
progettualità: il fine coincide con la fine.
Se invece si accetta e ci si rapporta con il
nuovo, cioè si guarda in avanti, bisogna allora conoscerlo, scorgendone le
somiglianze e le diversità, con il già conosciuto. Somiglianza che ne
condiziona l’approccio, e differenza che ne stimola l’interesse. Ma non basta;
bisogna avere anche la capacità di opporsi, avere la resistenza, che vuol dire
difendere il nuovo se positivo, combatterlo se è negativo.
Con questo voglio affermare che il nuovo non
si connota, sempre è necessariamente, con valenze positive. Quindi è importante
non solo riconoscere il nuovo, ma anche attivare quelle dinamiche che
comportano il superamento dell’angoscia iniziale e stimolano la conseguente
capacità di vedere, capire e
resistere.
Nello specifico caso non mi interessa tanto
la vittoria di Cortés, quanto piuttosto come egli riesce ad ottenerla. Non è
l’esito, ma il metodo che è importante: e se questo vale per gli avvenimenti
storici, vale anche per la terapia psichica, ove è fondamentale il metodo. La
guarigione ne è spesso, non il fine, ma l’implicito esito.
Ma è tempo di entrare nel racconto e cercherò
di descrivere brevemente un evento storico che credo proponga in maniera
paradigmatica e drammatica lo scontro/incontro con il nuovo: quello tra gli
Spagnoli e gli Aztechi. Avvenimento che ha dell’incredibile: la conquista di un
impero vasto e fiorente, con una popolazione di circa 7-9 milioni di abitanti,
dei quali circa 800.000 guerrieri, coraggiosi e disposti alla morte (non
certamente delle dame di compagnia), da parte di un gruppo di Spagnoli che
all’inizio non sono superiori alle 600 unità. Numerose, diverse e spesso
contrastanti sono state le analisi compiute.
Cercherò di proporre una lettura
psicoanalitica degli avvenimenti, evidenziando quelle dinamiche psichiche che
possono aver contribuito al loro andamento.
Dinamiche psichiche che possono essere
evidenziate all’interno di un campo specifico che è quello della cura
analitica; quindi, come dicevo all’inizio, la storia dei popoli può fare luce
sul funzionamento psichico del singolo e viceversa. Il che vuol dire porre
come centralità l’uomo ed il suo farsi nella storia.
Ho scelto questo episodio per due motivi. Il
primo perché nella scoperta della Mesoamerica si presentò una realtà talmente
diversa che comportò nell’uomo bianco un senso di estraneità totale. Gli
Europei non avevano mai del tutto ignorato l’esistenza dell’Africa, dell’India,
della Cina. Ma di questi popoli si ignorava tutto, tanto che gli Europei furono
costretti, e per lungo tempo, a rappresentarli e descriverli come indiani.
Il secondo punto è forse più importante:
mentre Cortés si incontrava con il nuovo, egli stesso si proponeva come uomo
nuovo; ed è con lui che si entra, come dice Las Casas, «in questo nostro tempo
così nuovo e così diverso da ogni altro». Infatti Colombo di poco più anziano,
come struttura mentale, è uomo totalmente appartenente ancora al Medioevo.
L’incontro tra gli Spagnoli e gli Aztechi è
non solo scontro tra due culture, ma anche tra due strutture mentali
completamente diverse.
Quindi è necessario descrivere queste due
strutture mentali per capire cosa succede. Non ritengo che la storia sia opera
di pochi uomini, però è anche vero che in particolari momenti certi uomini
rappresentano in maniera più netta e precisa ciò che, pur presente nel gruppo,
è in questo meno chiaro e definibile. Per questo motivo e per comodità
narrativa, descriverò lo scontro tra queste due culture riferendomi
fondamentalmente a Cortés per gli Spagnoli ed a Montezuma per gli Aztechi.
Ma per far questo è necessario delineare
alcuni dati storici e culturali. Dando per scontata la conoscenza della cultura
europea, mi soffermerò pertanto su quella azteca.
Gli antecedenti storici e culturali
degli Aztechi
La storia della popolazione della Mesoamerica
può essere divisa in 3 grandi periodi.
a) Il periodo pre-classico (dal 2000 al 100
a.C.) dominato dagli Olmechi, popolo abbastanza misterioso, che ci ha lasciato
come testimonianza quelle gigantesche statue in basalto che ancora oggi destano
meraviglia per grandiosità e realismo. Ma a parte questo, sono essi che
iniziano il culto del giaguaro e soprattutto utilizzano la religione come fattore
di coesione fra tribù diverse e spesso nomadi. Costruiscono una civiltà che si
sviluppa intorno a grandi centri culturali. Sono considerati gli inventori del
calendario (che avrà come vedremo tanta importanza nelle successive culture) e
della numerazione a base 20. Intorno al 600 a.C., questa civiltà scompare,
probabilmente per invasioni da parte di popolazioni vicine.
b) Periodo classico (100 a.C. al 900 d.C.).
Compare una ricca fioritura di arti, scienze, astronomia, artigianato. Il
cambiamento più significativo, riguarda la funzione della religione, che assume
una importanza sempre maggiore. La concezione religiosa informa la società
tutta, che può essere definita di tipo teocratico. L’uomo è solo una parte, e
non la più importante, della natura, la sua funzione è quella di contribuire al
mantenimento dell’ordine cosmico. Il centro più splendido di questo periodo è
Teotihuacàn, una delle città
più vaste, ricca di templi, con le famose piramidi del sole e della luna. È
incendiata nel 650 d.C.: parte della popolazione si sposta a sud, nello
Yucatàn, dove darà luogo alla civiltà Maya.
c) Il periodo post-classico (900 d.C. 1529
d.C.). Nuovi popoli, nomadi ed abbastanza incivili, i Chichimeca, arrivano dal
nord e conquistano gran parte del Messico attuale. Caratteristica principale di
questo periodo è il prevalere dell’organizzazione militare nella struttura
sociale, l’imporsi con la violenza e l’usanza dei sacrifici umani. Centri
fortificati si sostituiscono alle città-tempio; vengono introdotte nuove divinità
che si sommano a quelle precedenti, ma assumono sempre più caratteristiche di
esseri terribili e violenti.
Da queste numerose tribù emergono i Toltechi
che fondano la mitica città di Tula, distrutta nel 1224 da probabili popoli
invasori, e la città di Colhuacan sul lago Texcoco. Qui arrivano poco dopo gli
Aztechi o Mexichi: i Toltechi li respingono in una valle infestata dai
serpenti, con la speranza che vengano distrutti dalle avverse condizioni
ambientali. Ma al contrario essi seppero ambientarsi molto bene, usando i
serpenti come cibo. Quando furono di nuovo assaliti riuscirono a respingere i
Toltechi e, rimessisi di nuovo in cammino, ebbero ben presto un segno divino.
Videro un’aquila che, appollaiata su di
un ficus in una isoletta dell’immenso lago, divorava un serpente. Qui ebbe fine
la loro peregrinazione: il popolo, da nomade si trasformò in stanziale e nel
1300 d.C. iniziò la costruzione di Tenochtitlàn. Quasi contemporaneamente
introducono nel loro pantheon il dio Quetzalcoàtl: personaggio storico,
divinizzato, corrispondente al re Tolteca fondatore della mitica città di Tula.
Man mano che gli Aztechi si ingrandiscono, si assisterà ancora una volta ad un
fenomeno molto comune nella storia: essi si considereranno i successori dei
Toltechi (di qui l’importanza del culto di Quetzalcoatl) ma cercheranno di
riscrivere la storia a loro uso e consumo. Nell’arco di poco più di due secoli,
questo popolo nomade sottomette quasi tutte le popolazioni della Mesoamerica,
costruendo ben presto un impero enorme, ma fragile, tenuto unito, soprattutto
dal timore della rappresaglia e dalla ferocia degli Aztechi.
Intorno al 1400 la cultura azteca è ben
delineata: accennerò in questa sede brevemente solo ad alcuni elementi
fondamentali utili per la comprensione dei prossimi avvenimenti.
Ricostruzione possibile per merito di pochi
uomini che cercarono di salvare e recuperare quanto era rimasto dalla totale
distruzione degli Aztechi e della loro cultura operata dagli Europei ed in
tempi brevissimi. Tra questi va ricordato Bernardino de Sahagùn[2], francescano nato nel 1500, che non solo sarà il primo ad
imparare il nahua, ma farà un lavoro etnografico sul campo che, per
metodo ed impegno, è certamente rivoluzionario.
La civiltà azteca è senz’altro una società
teocratico- militare. Il potere è nelle mani dei sacerdoti e dei militari, ma
soprattutto dei primi, per i motivi che ora vedremo. Nella cultura azteca tutto
è stabilito e determinato: in una cupa visione pessimistica, l’uomo è preso in
una morsa formata dai cicli del tempo e dalle divinità, alle quali si devono
offrire sacrifici umani onde mantenere l’ordine cosmico. Un senso continuo di
apocalisse informa la loro cultura e ha anche un ben preciso culto: la
cerimonia del Toxiuh Molpilia. Si riteneva che ogni 52 anni il mondo potesse
fermarsi: alla fine di questo fascio di anni, spenti tutti i fuochi, i
sacerdoti aztechi, nel primo giorno di gennaio, spiavano il passaggio delle
Pleiadi sul meridiano celeste, a mezzanotte. Oltre lo spegnimento dei fuochi
c’era anche l’usanza di rompere molti oggetti di uso domestico. Questo, se da
una parte simboleggiava la fine del mondo e del tempo, dall’altra era
utilizzato anche come procedura magica: per evitare un probabile avvenimento
infausto lo si rappresentava in forma ridotta, sperando così di esorcizzarlo.
Ciò non è molto dissimile da quanto ancora avviene in alcune città europee
nella notte dell’ultimo dell’anno[3].
Scoccata la mezzanotte, se le Pleiadi
continuavano a muoversi, indizio che la fine del mondo era rimandata, veniva
sacrificato un uomo: con la tipica modalità azteca veniva squarciato il torace
con un coltello di ossidiana e all’interno del petto della vittima venivano
strofinati dei bastoncini fino allo scoccare di una scintilla. Questo fuoco
sarebbe stato poi portato ai vari santuari ed alla popolazione: l’apocalisse
era solo rimandata di altri 52 anni. Accanto a questa cerimonia, che assumeva
toni altamente drammatici, ce n’era un’altra che si ripeteva invece
annualmente. Ma per capire questa cerimonia bisogna descrivere il complicato e
complesso meccanismo del calendario azteco. Certamente un elemento importante
per definire una cultura è il senso ed il calcolo del tempo. Per gli Aztechi
questi erano ancora più significativi.
Tanto per cominciare, essi possedevano due
calendari: uno solare e un altro potremmo dire liturgico, che era chiamato
Tonalpohualli, composto di 20 periodi, ognuno formato da 13 giorni. Ogni
periodo aveva un segno corrispondente ed era dedicato ad un dio particolare (i
segni erano ad esempio alligatore, canna, fiore, pioggia, ecc.). Siccome dopo
13 giorni si ricominciava da capo la numerazione, mentre i segni proseguivano
(erano 20), prima che terminassero tutte le combinazioni dovevano trascorrere
appunto 13 x 20 = 260 giorni. Questo calendario liturgico era fondamentale
perché corrispondeva ai destini dell’uomo. Il destino di ognuno, infatti, era
rigidamente determinato dal giorno della nascita, che veniva predetto da una
serie di indovini, che dal segno, dal numero del giorno e da vari altri elementi,
traevano gli elementi di predizione. Al di là del significato rigidamente
deterministico, è singolare che il calendario liturgico corrispondesse circa a
nove lunazioni (29 x 9 = 261), cioè al tempo della gestazione. Senza voler
forzare con le interpretazioni, credo che si possa dire che questo calendario,
che è collegato con la gestazione e la nascita, proprio nella
misura in cui ritualizzava il tutto, annullava la gestazione
stessa e la nascita come fatto umano esponendole così al
completo, totale potere degli dèi.
Accanto a questo calendario liturgico,
regolato quindi da una complessa ritualità, gli Aztechi avevano anche un
calendario solare di 360 giorni (diviso in 18 unità di 20 giorni).
Questo non perché gli Aztechi non avessero
calcolato con esattezza il moto di rivoluzione della terra, anzi essi erano in
grado di correggere anche quella piccola differenza che comporta l’anno
bisestile, (cosa che in Occidente avverrà solo nel 1582, con la Riforma
gregoriana che dovrà spostare indietro il calendario di 9 giorni). Ma perché
gli ultimi 5 giorni – chiamati nemontemi – erano considerati infausti. In questi giorni
si ripeteva il cerimoniale di fermare ogni attività quale prevenzione magica di
un pericolo sempre incombente: che il tempo si fermasse, con conseguente
distruzione del mondo.
Sebbene siano stati definiti popolo del Sole,
in effetti gli Aztechi erano molto condizionati dal pianeta Venere che per loro
aveva un significato importante. Gli Aztechi sapevano che il ciclo di
rivoluzione della terra è di 365 giorni, mentre quello di Venere è di 584
giorni. Ciò comporta che, mentre la terra compie 8 cicli di rivoluzione, Venere
ne compie 5. Cioè dopo 8 anni Venere e Terra si ritrovano in una identica
posizione. I ritorni periodici dei punti stellari alla stessa regione celeste
erano considerati anche in altre civiltà come momenti estremamente importanti.
Venere presenta questo periodo ogni 8 anni (rispetto ai 71 per Giove, ai 79 per
Marte, ecc.).
«Il che significa: questi anni sono
l’intervallo più breve di tempo dopo il quale le medesime posizioni planetarie
si ripetono rispetto alle stelle fisse e contemporaneamente rispetto al sole
(in altre parole quando coincidono rivoluzione sinodica e siderale) (...)
Venere sembra esser stata una sorta di promessa, una garanzia, ai primissimi
astronomi della realtà, dell’ordine misurabile dietro all’apparente
confusione»[4].
Certamente chi non ha visto o non prova un
senso di fascinazione rispetto a Venere, sia di sera o al mattino, è difficile
che possa capire non solo lo stato d’animo, ma soprattutto quanta importanza
queste apparizioni potessero avere per i popoli antichi[5].
La regolarità di Venere era così
significativa che questo pianeta sarà incorporato nella loro mitologia.
Quetzalcoàtl, che vuol dire serpente piumato, ma anche gemello prezioso, è un
eroe-dio (dico così perché personaggio storico), figlio di Mixocoatl che è la
Via Lattea (sede dei guerrieri morti in guerra). Egli sacerdote-re della mitica
città di Tula, casto e puro, viene insidiato da Tezcatlipoca (che è il fuoco
notturno, ovverossia il cielo stellato). Sdegnato, seguirà due destini, che
corrispondono a due diverse versioni del mito.
La prima è che egli immolatosi, su di un
rogo, si reca nel regno dei morti insieme a Xolotl che è il suo doppio, ma al
negativo. Xolotl è anche il simbolo del cane che rappresenta colui che conduce
nel regno dei morti (per questo, nel sepolcro dell’atzeco, spesso veniva posto
un cane).
Nel regno dei morti, egli ruba al dio degli
Inferi le ossa e così riesce a ricostruire la razza degli uomini. Risorge dopo
8 giorni e diventa Venere come astro del mattino[6]. È evidente che Quetzalcoàtl equivalente di Venere al mattino è
considerato l’eroe positivo, una specie di Prometeo per gli Atztechi; egli deve
combattere contro Tezcatlipoca che rappresenta il cielo stellato, ma
soprattutto il fuoco notturno considerato elemento negativo e distruttivo.
(Quanto poi questo somigli alla versione occidentale di Venere come Vespro e
Lucifero, credo sia inutile sottolinearlo).
L’importanza di Quetzalcoàtl, equivalente di
Venere al mattino e quindi astro positivo, è tale nella cultura azteca che
alcuni autori hanno sostenuto che l’atteggiamento strano ed incomprensibile di
Montezuma potesse essere collegato al fatto che in quel momento Venere fosse
invisibile e quindi Montezuma temporeggiasse, nell’attesa del ritorno di
Venere-Quetzalcoàtl. Come si vede nella cultura azteca c’è un conflitto
permanente tra il fuoco umano, che nella mitologia diventa il rogo e Venere al
mattino, e quello celeste simboleggiato dalle stelle (per inciso Ocelot è il
giaguaro simbolo del cielo stellato, ma anche dell’oscurità. È infatti colui
che divora il sole durante le eclissi solari). È una lotta continua, senza
quartiere, ove le forze del male tendono sempre a prevalere se non sono
contenute dai sacrifici umani e dalle offerte continue di sangue umano alle
divinità.
L’altra versione del mito di Quetzalcoàtl è
la seguente: egli, sdegnato, si costruisce una zattera allontanandosi sul mare
verso oriente, ma con la promessa-minaccia che un giorno sarebbe tornato a
riprendersi il suo regno. Come vedremo, sarà proprio questa versione che in
qualche modo conosciuta da Cortés (tramite Malina?) lo porterà ad accentuarla,
ed a porsi lui, come l’eroe-dio che ritorna dal mare.
L’incontro con il nuovo
La dinamica di Montezuma
Ci sono due fatti significativi che precedono
l’incontro tra Montezuma e Cortés, i presagi e la profezia di Quetzalcoàtl.
I presagi. Secondo il racconto di
molti autori, sia spagnoli che aztechi, tutti però posteriori agli
avvenimenti, prima dell’arrivo degli Spagnoli, erano avvenuti fatti strani ed
incomprensibili, ritenuti comunque presagi di future sventure. Dall’ampia
letteratura risulta che i presagi erano otto. Ora bisogna fare un’attenta analisi
per comprendere la dinamica di questi presagi. Il primo dato significativo è
che essi sarebbero cominciati a comparire circa 9-10 anni prima dell’arrivo di
Cortés. Orbene la spedizione di Cortés nel Mexico è la terza da parte degli
Spagnoli e sicuramente erano avvenuti in questo lasso di tempo alcuni naufragi
con cattura e spesso uccisione degli Spagnoli. Quindi le case galleggianti e
gli uccelli dalle grandi ali erano stati avvistati già da alcuni anni.
Bisogna tener presente che il particolare
tipo di impero, fondato sulla riscossione dei tributi, comportava che gli
Aztechi avessero un sistema di informazione e di comunicazione assolutamente
preciso ed a cui nulla sfuggiva.
Alcuni dei presagi sono generici ed
abbastanza frequenti: corpi luminosi nel cielo, incendi inspiegabili, folgori
ecc.: fanno parte di un repertorio molto comune ed universale. Ma due presagi
sembrano essere assolutamente significativi e specifici.
Il settimo presagio. «(...) Quelli che lavoravano nell’acqua presero uno strano uccello
cinerognolo che sembrava un trampoliere. Subito lo portarono nella Casa del
Nero (Casa degli studi sulla magia) per mostrarlo a Montezuma (...) Ma quando
guardò per la seconda volta la fontanella dell’uccello, di nuovo vide dentro in
lontananza: come se alcune persone si avvicinassero in fretta: ben vestite,
urtandosi.
Si combattevano l’un l’altro e stavano in
groppa a una specie di cervi. Subito chiamò i suoi maghi, i suoi savi. Disse
loro: “Sapete cosa ho visto? Qualcosa come persone che stanno in piedi e si
muovono”. Ma essi volendo dargli una risposta si misero a guardare: (tutto)
scomparve, non videro nulla».
L’ottavo presagio. «Spesso comparivano alla gente uomini deformi, persone mostruose.
Con due teste, ma con un corpo solo. Li portarono alla Casa del Nero: li
mostrarono a Motecuhzoma. Quando li aveva visti di colpo sparivano»[7].
Sappiamo che presagi infausti possono
comparire in situazioni d’angoscia. Il fatto che erano stati avvistati degli
oggetti non conosciuti (le navi), e che poi queste erano sparite e di nuovo
ricomparse, senza alcun ordine, senza alcuna logica, poteva aver angosciato gli
Aztechi, abituati come erano che tutto era regolato rigidamente, come avveniva
negli avvenimenti stellari. Per il mondo precolombiano (quindi non solo per gli
Aztechi) gerarchia e ciclicità erano le categorie dominanti[8].
Ma cosa possono significare questi presagi?
Lo possiamo capire se esaminiamo contemporaneamente cosa tenta di fare
Montezuma stesso rispetto ad un avvenimento che non può più negare. Dal momento
che gli Spagnoli sbarcano sulla costa e Montezuma lo sa, egli si angoscia
profondamente. Egli non vuole assolutamente avere contatti con questi
stranieri, è disposto a dare tutto pur di non vederli e di non farsi vedere.
E qui debbo segnalare episodi che sono troppo
singolari per non essere significativi[9].
In un primo momento Montezuma vuole andare a
nascondersi in una grotta, poi, quando capirà che non è possibile rimandare
l’incontro, pur di evitarlo prometterà tutto: oro, ricchezze persino il suo
regno.
Inoltre quando i messaggeri gli rivelano
episodi che hanno a che fare con gli stranieri, e soprattutto il fatto che
questi insistono nel chiedere notizie su di lui, Montezuma li fa gettare in
prigione, o quando gli indovini fanno previsioni che prevedono l’inevitabilità
dell’incontro: «con paura e con rabbia diabolica ordina che quei vegliardi
fossero gettati in prigione per sempre»[10].
Ma come è spiegabile questo comportamento,
questo suo bisogno di non essere visto e di non vedere? Il primo atteggiamento
da alcuni autori, è spiegato con la sacralità della persona del re che non
poteva essere guardato, altrimenti sarebbe stato profanato. Montezuma I,
antenato di quello di cui parliamo, che in effetti è Montezuma II, aveva
emanato questa legge: «I re non debbono mai apparire in pubblico, se non in
circostanze di estrema gravità. Se un uomo comune osava alzare gli occhi e lo
guardava, Montezuma ordinava che fosse messo a morte»[11].
Una spiegazione interessante è quella di
Todorov
«Non desta meraviglia trovare tale legge in
testa alle norme che regolano la differenziazione gerarchica della società:
quella che in entrambi i casi viene svuotata è la pertinenza dell’individuo
rispetto all’ordinamento sociale. Il corpo del re è qualcosa di individuale,
mentre la funzione del re è, più di ogni altra cosa, un puro effetto sociale:
bisogna dunque sottrarre quel corpo agli sguardi. Lasciandosi vedere, Montezuma
avrebbe contraddetto ai propri valori, così come contraddiceva ad essi cercando
di parlare: abbandonava la sua sfera d’azione, quella dello scambio sociale, e
diventava un individuo vulnerabile»[12].
Ma è una spiegazione chiaramente parziale e
riduttiva. Infatti la condanna a morte valeva per l’uomo comune, ma gli
Spagnoli erano considerati dèi, quindi non uomini comuni. È evidente che da
questo incontro non poteva essere compromessa la sacralità della figura regale.
Ci deve essere qualcosa di più profondamente significativo. Infatti il
problema è duplice: non solo non farsi vedere, ma anche e soprattutto, non
vedere. Quando Montezuma fantastica di ritirarsi in una grotta tende a
concretizzare ambedue le dinamiche: potremmo parlare di una fantasticheria di
reinfetazione. È chiaro che Montezuma cerca di fare di tutto per evitare
l’incontro, perché intuisce la determinazione degli Spagnoli e sa che, nel
momento dell’incontro, sarà impossibile non essere visto, non potrà far valere
la legge valida per l’uomo
comune che si assoggetta a chinare lo sguardo
davanti a Montezuma. Per avere un’idea della rigidità di questa legge, basti
pensare alla impossibilità che ebbero i cronisti e storici, subito dopo la
conquista, a farsi descrivere l’aspetto fisico di Montezuma. Infatti tutti gli
Aztechi sopravvissuti riferiscono di non averlo mai guardato in viso. Ma proprio
perché gli Spagnoli sono considerati esseri superiori, egli sa che non valgono
le leggi usuali, quindi non potrà impedire loro di guardare e di vedere. In
effetti non si può impedire all’altro di guardare, deve essere l’altro in
qualche modo a non guardare. E Montezuma intuisce, più o meno oscuramente, che
se l’incontro avverrà, se gli altri lo guarderanno, tutto il suo mondo finirà.
Si è assai discusso sulla personalità di
Montezuma, spesso definito vigliacco o addirittura pazzo. Ma Montezuma non era
né l’uno né l’altro: era stato soldato valoroso ed era uomo colto ed
equilibrato. In effetti Montezuma intuisce che nello scontro tra questi due
mondi egli sarà il perdente: e questa sua previsione, che in qualche modo
contribuirà a determinare l’esito, era largamente condivisa dal popolo
azteco.
Credo utile riportare quell’incontro come
risulta dal Codice fiorentino, libro XII.
«Quando egli ebbe terminato di offrire
collane a ciascuno disse Cortés a Montecuhzoma:
“Sei forse Tu? Sei proprio tu? È vero che sei
tu Montecuhzoma?”
Gli disse Monteuchzoma: “Sì , sono io”
E subito si alza in piedi, si alza per
riceverlo, gli si avvicina e s’inchina, più che può china la testa e così gli
parla, gli disse: “Signore: ti sei affaticato, ti sei stancato: ed ora alla terra
sei giunto Sei arrivato alla tua città: Mexico. Sei venuto a sederti sul tuo
soglio, sul tuo trono».
Segue un breve colloquio «(...) Poi (gli
Spagnoli) lo presero per mano e così lo accompagnarono. Gli danno manate sulla
schiena, manifestandogli così il loro affetto».
Questo incontro segna l’inizio della fine. Il
grande, terribile Montezuma, che suscitava terrore e timore in tutto il Mexico,
che aveva alle sue dipendenze centinaia di migliaia di soldati, che mandava a
morte qualsiasi uomo comune che si permettesse di guardarlo, nell’incontro con
Cortés non solo cede su tutto il fronte, ma gli Spagnoli, che gli danno grandi
manate sulle spalle, lo trattano come se fosse uno dei loro commilitoni
all’osteria.
Per comprendere tutto questo che ha veramente
dell’incredibile, dobbiamo riprendere alcuni degli elementi già descritti ed
analizzarli, non certamente alla luce di tesi sociologiche o di altro genere
che spiegano molto poco. Sicuramente lo stato azteco è fortemente gerarchizzato
e questo spiega come il comportamento di Montezuma diventi modello per tutta la
popolazione, perlomeno per un certo periodo di tempo. Sicuramente l’impero
presenta una serie di debolezze interne costituite soprattutto dal fatto che
gli Aztechi, sottomettendo le popolazioni ad esosi tributi (tra questi la
richiesta di vittime umane per i sacrifici), suscitavano risentimenti e
rivendicazioni, e su questa situazione agirà ampiamente Cortés con la politica
del divide et impera.
Ma questo non spiega tutto. Forse era più
vicino alla verità F. Guicciardini quando affermava a proposito di queste
popolazioni
«(...) persone infelicissime, perché non
avendo gli uomini notizia di lettera, non perizia di artifici, non armi, non
arte di guerra, non scienza, non esperienza sicura delle cose, quasi altrimenti
che animali mansueti, sono facilissima preda di chiunque gli assalta»[13].
A parte l’accenno agli animali mansueti che
non è vero, e che farà poi parte di una ideologia che vedremo sempre più
ampliarsi nel Settecento, proprio in diretta concomitanza con la
distruzione-scomparsa degli uomini del Nuovo Mondo, certamente la mancanza di
scrittura, l’incapacità agli artifici, saranno due validi motivi di intrinseca
debolezza. Ma c’è una verità più globale ed è che il mondo azteco era
l’espressione più massiccia e compiuta di un mondo ove la dimensione
religioso-sacrale è assoluta e dominante.
Il mondo azteco è il mondo del sacro: dove
tutto è ordinato, codificato. Dove ciò che succede è già stato previsto: anzi
l’avvenimento esiste ed è riconoscibile solo dal momento che era già verbo. È
evidente che questa dinamica esprime il capovolgimento, l’inversione della
realtà: nella realtà infatti prima ci sono gli avvenimenti, poi le spiegazioni, prima c’è
l’esperienza-sensazione, poi la parola.
È questa dinamica che spiega perché
Montezuma, negando il presente, fa uccidere i messaggeri che gli portano reali
notizie sugli uomini strani, mentre chiede notizie ai maghi invitandoli a
trovare nei libri sacri, cioè nel passato, dove sperava di avere notizie su questi
uomini nuovi.
È necessario quindi descrivere le
caratteristiche di questa cultura in maniera più dettagliata.
a) L’uomo è una entità senza precise
dimensioni personali e di responsabilità.
Tutto è determinato: il mondo deificato è una
divinità dalla quale l’uomo dipende totalmente.
I sacrifici, che tanto indignavano gli
Europei (che pur nello stesso preciso periodo squartavano, garrotavano o
mandavano al rogo non pochi individui), vanno inquadrati nella ottica di un
assoluto disprezzo della vita umana con una dimensione quindi molto diversa da
quella europea: infatti l’individuo squartato o mandato al rogo era un nemico,
quindi un individuo pericoloso è terribile, ma un individuo, al quale veniva
riconosciuta una soggettività, anche se in negativo. Il sacrificato degli
Aztechi era invece non un essere umano, ma una pedina nell’immenso gioco delle
divinità. Era quasi un onore, e spesso le persone andavano al sacrificio, anzi
a volte lo chiedevano forse in uno stato di trance facilitato dalla somministrazione
di funghi allucinogeni.
b) È chiaro che la concezione del tempo non
può essere che ciclica. Tutto è prestabilito ed ordinato. Il massimo che può
succedere è che il tempo si fermi ed il mondo rovini in una Apocalisse senza
salvazione.
c) Il rapporto fondamentale è quindi con la
natura e soprattutto con le parti meno accessibili (la profondità della terra
regno dei morti, o il cielo stellato). La natura viene deificata, mentre l’uomo
che proietta sulla divinità parti di Sé si impoverisce, si annulla, ma soprattutto
si pietrifica, cioè diventa oggetto inanimato. Questa spaccatura non può essere
sanata: la natura è tutto, la dinamica interumana è nulla.
d) È evidente che una concezione di questo
tipo non accetta il nuovo. Può accettare l’evento naturale imprevisto e
catastrofico (terremoto, alluvioni, siccità), ma anche questo rientra
nell’ordine con la spiegazione di un qualcosa dovuto all’ira degli dei
insoddisfatti.
Quello che non si riesce a tollerare è il
nuovo, il diverso nel mondo umano. Non c’è quindi possibilità di rapporto e di
conoscenza, non solo in termini intellettivi, ma anche e soprattutto
pragmatici. Anzi di fronte ad un nuovo umano, scatta l’angoscia e tutte le
connesse dinamiche.
Questa modalità di rapporto evidentemente non
attiene solo alla cultura azteca: può manifestarsi, anche se in modo meno
evidente, in situazioni molto vicine a noi: e non riguarda solo popolazioni o
gruppi, ma può riguardare singole persone. Se non definiamo psicopatologico il
comportamento di Montezuma, è solo perché egli era integrato all’interno di una
cultura omogenea e coerente. La differenza tra tale comportamento e quello
psicopatologico si costituisce perché il primo attiene ad un intero gruppo, il
secondo a singoli individui: ma le dinamiche sono molto simili.
E sono le vere dinamiche sottostanti che
cercheremo di evidenziare da una lettura corretta degli avvenimenti
sopradescritti. Mi rifarò, in questa lettura, ai lavori di M. Fagioli, con
particolare riferimento alla dinamica della fantasia di sparizione contro
l’oggetto.
Quando compaiono le prime case galleggianti,
i primi uomini barbuti (e possiamo pensare che questo succedeva intorno al
1509-1510) insorge la dinamica della fantasia di sparizione.
Questo nuovo angoscia, non rientra
nelle categorie mentali, rompe il continuum della realtà-ritualità. Tutto viene
fatto sparire: ma evidentemente questa fantasia di sparizione è resa possibile
dalla realtà esterna, nel senso che realmente c’era una comparsa-scomparsa di
queste case galleggianti.
Ma quando gli Spagnoli sbarcano e viene
percepita la loro ferma intenzione a non farsi allontanare-scomparire, allora
emerge un fenomeno di estremo interesse: i presagi. È evidente che nel presagio
compaiono proprio quelle novità che si è tentato di far scomparire. Così nei
presagi compaiono case galleggianti, uomini sui cervi (cioè i cavalli che non
esistono nel Nuovo Mondo e non potevano essere riconosciuti se non al loro
arrivo); ma anche la dinamica del comparire-scomparire che si attua, dal
momento che è impossibile attuare quella dell’annullamento completo. Per inciso
debbo qui sottolineare l’importanza del comportamento dell’oggetto nella
dinamica della fantasia di sparizione. Quando gli Spagnoli compaiono e poi di
nuovo scompaiono, per gli Aztechi è possibile l’annullamento totale. Quando gli
Spagnoli diventano presenti, la dinamica si attenua in quella del
comparire-scomparire.
Quando la dinamica dell’annullamento non è
più possibile (e non è possibile per la resistenza degli Spagnoli decisi ad
andare avanti), insorge la negazione: quelle cose esistono, ma non appartengono
al mondo degli uomini (per quanto stranieri) né a quello della natura.
Quindi sono divinità. Per gli Aztechi, nel
loro mondo chiuso, l’alterità non può corrispondere che alla sfera del divino.
Si potrebbe definire questa una
idealizzazione: certamente, se si considera l’idealizzazione come una specifica
forma della negazione. E con questo si dimostra ulteriormente come la creazione
della divinità, nasca dalla negazione dell’umano.
L’impossibilità del non vedere, si
trasforma così nel desiderio di non essere visto: questa dinamica è più
facile perché attiene al soggetto, indipendentemente dall’oggetto: corrisponde
alla fantasticheria di Montezuma di nascondersi in una grotta.
Di qui l’insistenza così singolare a non
voler essere visto dagli Spagnoli e la messa a morte di quanti espongono a
Montezuma la realtà.
E quando tutto questo non sarà più possibile,
quando Montezuma sente che di fronte all’insistenza di Cortés non ha via
d’uscita, presagisce che è l’inizio della fine.
Ma perché Montezuma temeva tanto di essere
visto? Perché l’esporsi allo sguardo di coloro che volevano vedere, che non
volevano abbassare lo sguardo, lo pone in una situazione di scacco. Ed infatti
l’incontro di Montezuma è seguito, poco dopo, dal suo imprigionamento (se non
volontario, certamente al quale non ha opposto
resistenza). Pochi uomini sono riusciti a tenere a bada centinaia di
migliaia di persone e per giunta un enorme numero di guerrieri. Solo la morte
di Montezuma, ed il fatto che gli dèi diventano muti, perché la messa in
crisi della casta sacerdotale, renderà incomprensibili e non più interpretabili
i sacri testi, solo nel momento che questo mondo rituale e sacro cadrà,
comincerà, anche se troppo tardi, la reazione e la resistenza degli Aztechi.
La dinamica di Cortés
Dobbiamo brevemente sottolineare le radici,
antiche e recenti, dalle quali nasce quest’uomo nuovo, tenendo presente che
alcuni uomini hanno avuto maggiori capacità di altri ad elaborare e proporre
nuove dinamiche che erano già presenti nella cultura europea.
Credo che una cultura si possa definire
rispetto ad alcuni parametri essenziali quali: a) la concezione del tempo; b)
il rapporto con gli uomini; c) il significato e l’uso della religione; d) il
rapporto con la natura.
a) La concezione del tempo è fondamentalmente
quella di un tempo lineare: essa nasce dalla cultura greca e latina, ha un
momento di crisi nel Medioevo, riprende in maniera chiara e consapevole con il
Rinascimento. Lo stesso Cristianesimo, che deriva dalla cultura greco-romana,
deve accettare, anche se con delle modificazioni, questa linearità. Ma
certamente, altri avvenimenti rinforzano questa tendenza: l’invenzione
dell’orologio meccanico, definita una delle più geniali invenzioni dell’uomo,
certamente concorre a rafforzare questa idea. Nel senso che comporta
chiaramente una possibilità di sganciarsi dai ritmi scanditi dalla natura[14].
Ma probabilmente anche la consapevolezza
della terra come rotonda, e quindi finita, sposta sul tempo, il bisogno del non
finito.
Bisogna però non confondere il concetto di
tempo lineare con il progresso. Il tempo lineare indica una progressione, un non
ritorno, non necessariamente un progresso ed una evoluzione. Questi due
concetti saranno collegati strettamente nella cultura europea a partire
dall’Illuminismo fino a diventare, successivamente, con il Positivismo,
ideologia.
b) Il rapporto con gli uomini. Certamente c’è
il riconoscimento del valore della vita umana. Una delle cose che farà
inorridire gli Spagnoli, saranno proprio i sacrifici umani, che dimostravano
chiaramente quale fosse la concezione dell’uomo negli Aztechi.
Ma anche la possibilità del commercio, dello
scambio, delle invasioni (subite o fatte) avevano portato alla possibilità di
riconoscere ed accettare il diverso. Non è un caso che la conquista del Nuovo
Mondo inizia subito dopo la reconquista (ovverosia la cacciata dei Mori
dalla Spagna con la battaglia di Granada).
Il Machiavelli, contemporaneo di Cortés,
propone un concetto di politica (quindi di relazione umana) ove la funzionalità
ha la precedenza sulla morale, sempreché il progetto non sia utopico ed
anacronistico.
c) Il significato e l’uso della religione.
Certamente c’era uno spirito religioso ed anche molto forte, ma c’è sempre una
possibilità di contrattazione con la divinità, quando essa non è direttamente
usata per fini prettamente umani (le Crociate). Ma anche questa modalità ha
radici antiche; basterebbe rileggere i paragrafi XII, XIII, XIV del primo libro
dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, di Machiavelli
«Nondimeno, quando la ragione mostrava loro
una cosa doversi fare, nonostante che gli auspici fossero avversi, la facevano
in ogni modo; ma rivoltavanla con termini di modi tanto attamente, che non
paresse che la facessino con dispregio della religione»[15].
d) Il rapporto con la natura. Era molto
cambiato, rispetto al Medioevo, con la rinascita della concezione neoplatonica
dell’Umanesimo. La coincidenza tra macrocosmo e microcosmo aveva certamente,
non tanto attenuato le distanze, quanto piuttosto reso possibile e
comprensibile il rapporto con una natura non più deificata.
Credo che bisogna tener conto di queste
coordinate per meglio comprendere certi comportamenti di Cortés.
La storia inizia, ed è già molto sintomatico,
con un atto di insubordinazione che molti storici, scherzosamente, definiscono
il primo golpe dell’America Latina.
Diego Velazquez, governatore di Cuba, aveva
organizzato già alcune spedizioni (la più importante fu quella di Juan de
Grijalva) per contattare le popolazioni delle terre d’occidente avendo saputo
che c’era la possibilità di trovare oro e argento. Cortés nel momento che si
propone la possibilità di un’altra spedizione, coglie la palla al balzo. Aveva
venduto tutte le sue proprietà ed aveva contribuito all’allestimento della
flotta per poterne assumere il comando. Ma quando l’organizzazione era
abbastanza avanzata, Velazquez si rende conto che Cortés non sarebbe stato
certamente un fedele e passivo esecutore, per cui progetta di impedirne la
partenza.
Cortés subdorato il tranello fa salpare la
flotta, notte tempo. Velazquez, avvisato, corre sulla spiaggia e sembrerebbe
che si sia svolto il seguente colloquio da lontano: «È così che vi congedate da
me? – gridò il governatore – veramente in modo poco gentile», «Vi chiedo
scusa, – ribatte Cortés, – ma il tempo stringe e vi sono cose che vanno
fatte ancora prima di essere pensate. Avete ordini da
darmi?» E Velazquez capì come dice W. Prescott «(...) di aver commesso due
errori madornali: quello di aver affidato il comando a Cortés e quello di aver
tentato di toglierglielo»[16].
Dopo varie traversie, sbarcato sulla costa
dello Yucatan, Cortés si mette immediatamente alla ricerca di Spagnoli
naufragati: un po’ la fortuna, ma certamente la costanza, lo aiuteranno. Riesce
a recuperare infatti Jeronimo de Aguilar, naufragato vari anni prima e che
viveva in un villaggio indio. E questo sarà fondamentale per Cortés; perché de
Aguilar era bilingue: conosceva lo spagnolo e la lingua locale, che era la lingua
Maya.
Già questo fatto dimostra la profonda
differenza con Colombo. Questi è interessato solo al mondo della natura e si
preoccupa di dare nomi alle terre che, quando non erano nomi di santi,
derivavano dalla incomprensione e dalla deformazione della lingua dei nativi.
Yucatan deriva proprio dalla lingua Maya. Quando Colombo domandò loro come si
chiamava la loro terra, risposero in Maya “Yucatan” che significa “non ti
capiamo” e Colombo, convinto di aver capito benissimo, trasformò il non ti
capiamo nel nome della terra. Cortés invece è interessato a capire, a
conoscere: è interessato al mondo degli uomini e soprattutto al loro modo di comunicare.
Il primo problema che si pone è come contattare e parlare con gli Indios. E la
fortuna aiuta chi cerca e chi ha idee ben chiare: infatti qualche settimana
dopo, nel primo scontro vittorioso con una tribù, gli vengono consegnate venti
schiave.
Una di queste avrà una importanza
fondamentale. Il suo nome era Malina (trasformata in donna Marina dagli
Spagnoli e successivamente alla conquista, come dispregiativo, in Malinche dai
suoi compatrioti: Malinche ha tuttora il significato di traditore e di venduto
allo straniero).
Essa era stata venduta schiava da popolazioni
di lingua nahua e quindi conosceva il maya e la lingua nahua: cioè quella degli
Aztechi. In pochi giorni Cortés chiude il cerchio; ed ha tra le mani il più
potente strumento di conoscenza e di penetrazione. De Aguilar conosceva il
castigliano ed il maya, Malina il mava ed il nahua: Cortés, anche se con un poco
di fatica nei primi tempi (finche Malina non imparerà ben presto il
castigliano), può parlare con tutti e conoscere quindi la realtà umana,
politica, culturale di quelle popolazioni.
In breve tempo Cortés, riesce a sapere non
solo dell’esistenza di un ricchissimo impero, gli Aztechi, ma soprattutto che
questo era un agglomerato di popolazioni diverse tra loro tenute insieme solo
dal terrore della rappresaglia.
Da questo momento Cortés comincia ad
elaborare un progetto che sembrerebbe assolutamente assurdo: conquistare
quell’impero, pur sapendo che era formato da una popolazione che si aggirava
intorno ai 7-9 milioni di abitanti dei quali circa 700-800 mila erano guerrieri
e con una estensione di poco inferiore a quella del Mexico attuale. Da parte
sua, Cortés aveva 600 uomini, 16 cavalli, 32 balestre, 50 archibugi a pietra
focaia e l0 cannoni. Questo era tutto il potenziale tecnico-militare di Cortés:
è evidente che non può essere stato questo a permettergli di realizzare un
progetto di tale portata.
Quindi è importante capire come si è mosso
Cortés rispetto a questa realtà totalmente nuova per lui. Perché è si vero che
era stato lui a sbarcare nel Mexico (il che implicava il possesso di una serie
di conoscenze e di tecniche che avevano permesso quel viaggio), ma è
altrettanto vero che quando egli sbarca si trova su una terra assolutamente
nuova e sconosciuta, e quindi in una situazione speculare a quella degli
Aztechi.
E non basta perché egli dovrà battersi, e
abbastanza rapidamente, su ben tre fronti. Una natura impervia tra paludi e
caldo torrido (il Tabasco); popolazioni, se non sempre ostili, certamente non
sempre affidabili; ed infine le sue truppe ove molti, rimasti fedeli a
Velazquez, chiedevano di ritornare a Cuba.
In rapida successione citerò gli episodi più
significativi. Dapprima c’è l’incontro con i Totonachi, tribù tutt’altro che
marziale (erano dediti alla sodomia e passavano gran parte del tempo a mangiare
e farsi clisteri di puelchre) che non gli sono subito ostili, ma che ben presto
cambiano atteggiamento per il timore della reazione degli Aztechi. Che non
tarda ad arrivare. Dopo pochi giorni, arrivano cinque alti rappresentanti
Aztechi (che sapevano dello sbarco e seguivano tutte le mosse di Cortés) per
chiedere sdegnosamente conto ai Totonachi del loro comportamento ed esigono
immediatamente, come riparazione, 20 giovani da sacrificare.
Cortés ordina di arrestare i cinque Aztechi e
li fa mettere in prigione.
Nottetempo, egli personalmente ne libera due,
dice loro di riferire a Montezuma della sua generosità e del suo desiderio di
incontrarlo. Il giorno dopo, rimprovera i Totonachi di aver fatto scappare i
prigionieri e libera così gli altri tre. Tre giorni dopo, arrivano alcuni
messaggeri aztechi portando favolosi doni a Cortés da parte di Montezuma che lo
ringrazia per la sua generosità; ma accanto ai doni anche l’invito a desistere
dal voler vedere Montezuma. Era la mossa più sbagliata che Montezuma potesse
fare: l’invio di numerosi oggetti d’oro e d’argento non può che aumentare in
Cortés il desiderio di fare esattamente il contrario di quanto Montezuma gli
chiedeva. Ma, non contento di questa vittoria diplomatica (potremmo dire),
Cortés ordina a padre Olmedo di catechizzare i Totonachi: il frate è molto
perplesso, ritiene che sia prematuro. Ma Cortés che «doveva far le cose ancora
prima di pensarle» ordina ai soldati di distruggere tutti gli idoli. Gli Indios
sono costernati, rabbiosi: quando si accorgono però che nulla succede,
cominciano a pensare che quegli uomini siano dei teules (cioè dèi).
Comincia così una propaganda che avrà effetti estremamente deleteri per gli
Indios.
Gli unici che non crederanno a questa
leggenda sono gli abitanti di Tlaxcala: era l’unica tribù non sottomessa
completamente dagli Aztechi ed era molto diversa da tutte le altre popolazioni.
Non a caso gli storici contemporanei la definivano una repubblica, non solo per
il tipo di struttura politica, ma anche perché c’era per tutte le questioni
importanti un pubblico e serrato dibattito. Con questa popolazione Cortés riuscirà
a spuntarla, e faticosamente, solo per le sue capacità strategiche; ma, fatto
molto significativo, dopo la sconfitta, i Tlaxacalani diventarono i suoi più
fedeli ed importanti alleati. Saranno loro che lo salveranno nella noche
triste.
Ma mentre Cortés si espande e conquista,
comincia una situazione di sottile ribellione nel suo piccolo esercito. Bisogna
conoscere questi due episodi che sono sicuramente fondamentali per capire, non
tanto il carattere di Cortés, quanto il suo modo di rapportarsi con la realtà
umana.
I doni ricevuti dagli Aztechi erano già tanto
importanti che avrebbero indotto chiunque a tornare indietro. Per questo
motivo, alcuni soldati della guarnigione accusarono Cortés di non ubbidire agli
ordini e quindi di essere un ribelle. Egli disse che non era assolutamente sua
intenzione trasgredire gli ordini e pertanto l’indomani si sarebbero tutti
imbarcati per Cuba.
Il giorno dopo, in un discorso, affermò che
chi voleva partire, era libero di farlo. Per conto suo, egli, nell’interesse delle
Reali Altezze Cattoliche, avrebbe fondato una colonia che si sarebbe chiamata
Villa Rica de la Vera Cruz. Era chiaramente una città inesistente, se non nella
mente di Cortés, che però ne trovò subito una utilizzazione. Nominò il sindaco
e la giunta (ovviamente tutti uomini fidati) e rassegnò nelle loro mani le
dimissioni e le credenziali del governatore. La giunta si affrettò a
richiamarlo e seduta stante in nome delle Altezze Cattoliche a nominarlo
comandante in capo e presidente del tribunale. Al tutto era presente un notaio,
che sancì legalmente l’operazione. Con quel gesto Cortés si era liberato da una
dipendenza: legalmente non dipendeva più da Velazquez, ma direttamente da Carlo
V, il quale era troppo lontano e preso da altre questioni per potersi occupare
del comportamento di Cortés. Ma non era sufficiente: qualche giorno dopo arrivò
una nave di avventurieri cubani che gli riferirono che Velazquez aveva ricevuto
l’investitura ufficiale di fondare altre colonie nelle terre scoperte. Tutto
questo poneva di nuovo Cortés in balia del suo avversario e in qualche modo
ribadiva il rischio di un ammutinamento dell’esercito.
A questo punto egli fece trasportare su di
una nave tutto il tesoro di Montezuma (è quello che tanto stupirà Dürer), rinunciando al suo quinto, e lo spedì ,
come dono, a Carlo V. Poi chiese una relazione ai capitani sullo stato delle
navi: questa relazione, in gran parte manipolata, fu utilizzata per prendere
una decisione fondamentale. Quella di disarmare tutte le navi eccetto una, con il
che ottenne varie cose. Da una parte rinforzare il suo esercito con i 110
uomini delle navi, inoltre avere i cannoni e soprattutto rinforzare il morale
dei soldati dicendo «(...) che era rimasta una nave, e chi voleva si imbarcasse
pure per raccontare come avesse abbandonato il comandante e gli amici e
attendere colà il nostro ritorno, quando vi giungeremo carichi delle spoglie
degli Aztechi». Tutta la truppa grido all’unisono: «A Mexico. A Mexico».
Al di là di una indubbia capacità di capire e
manipolare le emozioni degli uomini, questo episodio va letto con un’ottica più
ampia. Con quel gesto Cortés rompe totalmente con il passato e con l’autorità,
senza annullarla e senza negarla. Egli opera una separazione completa e
precisa. Le autorità terrena e divina esistono (e sarà in loro nome che Cortés
conquisterà e fonderà città), ma sono ben lontane e più formali
che reali: in quella specifica situazione è
lui che deve assumersi la responsabilità e l’autorità. Cortés non si volge
indietro, ma si lascia indietro il passato, ed è questo che gli permette di
andare avanti.
Se volessimo sottolineare la profonda
diversità tra Montezuma e Cortés (e quindi tra le rispettive culture) potremmo
dire che è tutta qui.
Cortés si separa dal passato, ma non lo
annulla e non lo ritualizza: è da qualche parte, dietro o sopra di lui a volte.
Egli non si volge indietro, affronta il nuovo senza chiudere gli occhi, e per
questo conosce il nuovo e sa come affrontarlo. Montezuma invece di fronte al
nuovo si volge indietro: guarda al passato, vuole rinchiudersi nella grotta.
Annulla il suo potere reale e si annichilisce di fronte al potere
dell’inesistente: gli dèi. Non vedendo il nuovo, cerca di trovare gli elementi
della conoscenza nel passato. Ma è cieco: come gli dèi che, di fronte
all’incalzare degli avvenimenti, diventeranno muti.
Cade ogni possibilità di conoscenza, e con
essa ogni capacità di resistenza. Montezuma non sapeva quanto era pericoloso
guardare indietro e fare del passato il presente: il girarsi indietro era già
stato fatale alla moglie di Lot ed ad Euridice, ma con una differenza. In
questi casi, tra mito e leggenda, era stata punita la trasgressione al volere
del dio: nel caso reale, storico, era stata invece proprio una cieca obbedienza
alla divinità a rendere Montezuma cieco ed impotente.
Gli avvenimenti successivi dimostreranno che
il successo di Cortés è legato anche alle sue capacità di resistenza[17]. L’incontro con Montezuma era stata già una vittoria, ma a
Cortés sembrava che la situazione di un manipolo di Spagnoli e di Tlaxacalani,
circondati da centinaia di migliaia di Aztechi, era instabile e precaria.
D’altra parte Montezuma tramava contro gli Spagnoli. E Cortés ne ebbe la
certezza quando la guarnigione di Vera Cruz fu assalita da un gruppo di Indios.
Ci furono numerosi feriti e morti tra gli Spagnoli: ma alcuni Indios, presi
prigionieri, confessarono che erano stati sobillati dagli Aztechi. Questo
episodio fece prendere a Cortés una decisione che ancora una volta ha
dell’incredibile: fare prigioniero l’imperatore. Montezuma tergiversò, ma alla
fine di fronte alla decisione degli Spagnoli capitolò. Divenne un ostaggio,
trattato con tutti gli onori, con la possibilità di poter contattare gli alti
dignitari, ma era pur sempre un ostaggio. Questa situazione in qualche modo
dava un attimo di respiro a Cortés, ma era pur sempre precaria. Dall’altro
canto Cortés riteneva che tutto questo non bastava per raggiungere il suo
progetto.
Qualche settimana dopo, mentre fa visita a
Montezuma da questi apprende che era approdata una flotta di ben 18 navi con
circa 900 soldati. Tutti gli Spagnoli credettero che fossero navi inviate
dall’imperatore Carlo V a dar loro man forte. Cortés intuì che invece si
trattava di ben altro: messaggeri inviati confermarono il sospetto in certezza.
Si trattava di Panfilo de Narváez, luogotenente di Velazquez, che veniva per
arrestare o comunque combattere Cortés. Il pericolo era mortale, non solo per
la preponderanza delle forze di Narváez, non solo perché Montezuma ne era al
corrente, e quindi in qualsiasi momento poteva ordinare una rivolta, ma
soprattutto perché l’arrivo di altre case galleggianti e di altri teules che
avrebbero combattuto contro di lui avrebbe fatto cadere il mito già vacillante
che fosse lui l’inviato divino.
Ancora una volta bisognava decidere in
fretta, ma soprattutto non lasciarsi sopraffare dall’avversa fortuna. Affidata
la guarnigione a Pedro de Alverado, a marce forzate raggiunse Cempoala, dove si
era accampato l’avversario, e nella notte, durante un furioso temporale, ordina
l’assalto. L’effetto sorpresa, supplì alla disparità di forze. Non solo Narváez
fu fatto prigioniero, ma quasi tutti i suoi soldati passarono dalla parte di
Cortés che non dormì sugli allori: di nuovo a marce forzate ritornò a
Technotitlan dove l’aspettava una notizia terribile. De Alverado, durante una
festività azteca, aveva attaccati gli Aztechi (sicuramente per cupidigia) e ne
aveva uccisi centinaia barbaramente e senza alcun motivo. Ciò scatenò la
reazione, che già serpeggiava: la guarnigione fu presa d’assalto. Quando Cortés
arrivò, riuscì a malapena a difendere i suoi uomini.
L’intera città era ormai in lotta. Montezuma,
forse spinto, forse di sua volontà, affacciandosi dal palazzo reale, cercò di
placare la folla. Ma dopo un po’ di silenzio, dovuto all’enorme rispetto che
ancora incuteva la figura dell’imperatore, fu fatto oggetto di lancio di
pietre. Colpito alla fronte, Montezuma si ritirò, e dopo qualche giorno
misteriosamente morì . Ormai Cortés era agli stremi, e perciò ordinò la ritirata
che doveva avvenire durante la notte, sperando ancora una volta nella sorpresa.
Ma appena usciti dal palazzo con i cavalli che trasportavano il favoloso tesoro
di Montezuma, furono assaliti in massa. Fu un massacro di uomini, cavalli e
oggetti: la maggior parte del tesoro affondò e scomparve nella melma del lago.
Riuscirono a salvarsi un centinaio di soldati soltanto. Questa fu la famosa noche
triste, la prima vera, grave sconfitta di Cortés, che per la seconda volta
fu visto piangere pubblicamente: la prima volta era avvenuta pochi giorni
prima, in occasione della morte di Montezuma, al quale era, nonostante tutto,
affettivamente legato.
Scampato miracolosamente, Cortés radunerà nei
mesi successivi quanti più uomini possibili per tentare la conquista di Technotitlàn
dove alla morte di Montezuma, era stato eletto un giovane di 19 anni di nome
Guatemozin, che aveva incitato il popolo alla ribellione. Ribellione che era
iniziata proprio dal momento che gli Aztechi si erano resi conto della falsità
degli Spagnoli. Questa sarà, come vedremo, l’accusa più grave ed infamante che
continuerà a gravare sugli Europei da allora in poi.
Il piano di Cortés questa volta sarà molto
articolato: convincere tutti gli antichi vassalli degli Aztechi ad unirsi a
lui, e poi costruire 18 brigantini che furono trasportati a pezzi fino al lago
Texcoco. Fu la mossa vincente, infatti i brigantini permisero di porre un
assedio implacabile, contro cui nulla poterono le piroghe. In pochi giorni
Technotitlàn fu rasa al suolo:
dopo due anni dall’arrivo di Cortés, l’impero del Mexico cessava di esistere.
(l’8 novembre del 1519 Cortés arriva a Technotitlan che cade il 13 agosto
1521).
Nel giro di pochi decenni, e non certo per
colpa di Cortés, ma di quelli che lo seguirono, coloni, avventurieri e preti,
la cultura azteca fu completamente distrutta. Un secolo dopo, in Europa si
combatteva la più assurda delle guerre (quella dei Trent’anni) che, insieme a
tutte le precedenti, brucerà nell’arco di circa un secolo, le più grandi
ricchezze (in oro e argento) che l’Europa avesse mai posseduto in tutta la sua
storia. Ma chi “semina vento, raccoglie tempesta”. Secondo A. Toynbee[18], questa massiccia immissione di valuta, senza la contemporanea
produzione di beni, creerà una tale inflazione da devastare tutta l’economia
europea. E secondo Toynbee tutte le guerre, dalla meta del Cinquecento alla
meta del Seicento, camuffate da guerre religiose o nazionali, in effetti
saranno dovute alle rabbie ed alle ostilità che si erano create per i rapidi
cambiamenti di fortune che avevano alterato profondamente le varie classi
sociali.
Ma contemporaneamente si consumava un’altra
tragedia: la popolazione del Nuovo Mondo calcolata, intorno al 1520-30, in
circa 70-80 milioni di abitanti, era ridotta nel 1630, a 3 milioni. Il
genocidio si era consumato con la guerra, le fatiche aberranti, la distruzione
culturale e, non ultima, una inconsapevole guerra batteriologica. Le malattie
importate dagli Europei (in primo luogo il vaiolo) faranno strage di
popolazioni mai esposte al contagio e quindi non immunizzate. In cambio gli
Indios regaleranno agli Europei il treponema pallidum.
E mentre la popolazione locale veniva
decimata, si intensificava sempre più la tratta dei Negri. Ad un oggetto
distrutto, se ne sostituiva un altro, magari più resistente.
Conclusioni
Ritengo che l’esito dello scontro tra le due
culture sia stato determinato da varie cause, ma tra queste certamente hanno
avuto enorme importanza le dinamiche psichiche. Per cultura deve intendersi un
insieme, più o meno omogeneo, di dinamiche psichiche, che trovano nella
situazione istituzionale un loro consolidamento. Ho sostenuto inoltre che lo
scontro tra queste due culture può essere letto alla luce della dinamica del
rapporto con il nuovo. Da una parte l’angoscia, quindi l’annullamento e la
negazione, con la conseguente mancanza di conoscenza e resistenza. Dall’altra,
invece, la scelta di conoscere, vedere, andare avanti e saper resistere: il
conoscere-vedere non basta, se non è sostenuto da una capacità di resistenza.
Ma questo positivo è legato anche ad un negativo: saccheggio, omicidi,
distruzione di una cultura.
Certamente tutto questo non è da imputare a
Cortés, ma a quelli che lo seguirono. Comunque questi comportamenti sono il
prodotto di quella stessa cultura che era stata vincente sul piano psicologico
militare e di rapporto con la realtà. Come è possibile? È inevitabile che la
tendenza alla conquista, e alla conoscenza, sia strettamente legata alla
tendenza a distruggere?
Credo necessario a questo punto aprire un
problema che, proprio per la sua ampiezza, pongo alla fine. E non come
conclusione, ma al contrario come apertura.
Ho detto che lo scontro è avvenuto tra un
mondo monolitico, religioso, cieco, ed un mondo che invece era mobile, laico,
disposto a vedere.
Ma c’è un altro dato estremamente
significativo: la tendenza dei Bianchi a mentire, a dire una cosa per fare
subito il contrario. Questo comportamento, quando fu capito, segnò in maniera
indelebile e massiccia l’animo degli Indios. Rapidamente nella mente degli
Indios, si stabilì una equazione ben precisa: essere cristiani, voleva dire
essere subdoli, bugiardi.
Cito un episodio tratto da Las Casas:
«Quando gli Spagnoli chiedevano agli Indiani
(il che non è avvenuto una sola volta, ma sovente) se erano cristiani quelli
rispondevano: sì , signore, sono già un po’ cristiano, perché so già mentire un
poco; un giorno saprò mentire molto, ed allora sarò un buon cristiano»[19].
Questo episodio è riportato da un frate,
quindi credo sia difficile smentirlo. Bisogna tener presente che nella cultura
azteca, la bugia era punita severamente.
Secondo Zurita
«Nessuno osava spergiurare, temendo che gli
dèi, nel nome dei quali giurava, lo punissero con una grave infermità.
Montezuma fece promulgare una legge secondo la quale chiunque diceva una
menzogna, per quanto lieve fosse, dovesse essere trascinato per la strada dai
giovani del colleggio di Tepochalco, finche avesse esalato l’ultimo respiro»[20].
Quindi anche una bugia lieve veniva punita
con la morte.
Questo vuol dire che gli Aztechi erano
sinceri, coerenti e leali? No certamente: per esempio si sa sicuramente che
Montezuma aveva teso vari tranelli a Cortés ed agli Spagnoli e che molto spesso
gli Aztechi mentivano non dicendo cose importanti. Diciamo che significa da una
parte una incapacità-paura a dire bugie, dall’altra una certa corrispondenza
tra quello che dicevano e quanto facevano. Gli Aztechi predicavano una
religione violenta e la mettevano in atto, proprio al contrario dei cristiani
che predicavano pace, amore, fratellanza, ma subito dopo uccidevano,
depredavano.
«Il pacifico discorso del capitano (Cortés),
era appena terminato, che i soldati si misero subito a saccheggiare i palazzi
reali e le dimore dei maggiorenti, dove pensavano di trovare delle ricchezze,
così gli Indios cominciarono a considerare con molto sospetto l’atteggiamento
degli Spagnoli»[21].
Gli Spagnoli dicevano agli Indios, che la
loro richiesta d’oro era dovuta al fatto che avevano una malattia al cuore che
poteva essere curata solo con quel metallo.
Quindi mentre i Bianchi dissimulavano,
ingannavano, gli Aztechi erano incapaci di tutto ciò. Diciamo che questi, a
differenza dei Bianchi, facevano quello che dicevano e pensavano, e se c’era un
motivo valido non dicevano quello che sapevano.
Ma in effetti gli Indios non solo non
sapevano dire bugie, ma non erano capaci nemmeno di mascherare o coprire
una loro realtà anche quando il riconoscimento di questa realtà, poteva essere
mortale per loro. Cortés riuscì a salvarsi nella noche triste perché
riconosciuto il capo, dagli ornamenti particolari che portava, lo colpì a
morte: con il che, tutti i guerrieri rinunciarono a combattere. L’erede di
Montezuma fu catturato perché aveva adornato la sua canoa di tutti i simboli
regali, rendendosi quindi facile e riconoscibile bersaglio. Pizarro con 700
uomini, sconfisse un esercito di 20.000 guerrieri perché, riconosciuto dagli
ornamenti l’Inca Atahualpa, fa fare cuneo al proprio esercito, punta sull’Inca
e lo cattura. Da quel momento, 20.000 uomini sono in fuga. Quindi il
comportamento degli Indios non corrispondeva solo ad una incapacità a mentire,
ma anche ad una incapacità a coprirsi, a mascherarsi, anche lì dove era
necessario e vitale.
Possiamo dire che gli Indios non avevano
avuto un loro Ulisse. Ma diciamo anche che questa
possibilità di poter avere una maschera (Ulisse che dice di essere Nessuno per
salvarsi) nei conquistatori derivava da una scissione interna. Gli Indios
collegarono la bugia, e la conseguente impossibilità di fidarsi, non tanto all’essere
Bianchi, quanto all’essere cristiani. E perché? Perché intuivano che il massimo
di scissione tra il dire ed il fare era proprio dei missionari.
A parte le rare eccezioni (come Las Casas)
che non confermano la regola – come si asserisce
stupidamente – ma rimangono
purtroppo solo eccezioni, i missionari erano quelli più ambigui e bugiardi.
Essi erano i più violenti perché distruggevano – senza nessun tentativo di capire – la cultura degli Aztechi, ovvero la loro identità; negavano ogni
umanità agli Indios in nome di una astratta fratellanza; uccidevano in nome di
una astratta salvezza dell’anima[22].
Ma bisogna fare una distinzione fondamentale
tra la bugia, come espressione di una scissione interna e quindi
comportamentale (dire una cosa e fare il contrario) e la possibilità di
nascondere, mettersi la maschera. Nel primo caso c’è una scissione, nel secondo
c’è la possibilità di una separazione interna che permette di coprire, non di
negare. Si sa che il bambino (se non è deformato dalla cultura), nella sua
crescita psichica accede alla bugia: il bambino che non riuscisse a dire bugie,
sarebbe uno che si sente scoperto ed accessibile a tutti. Cioè, come lo
schizofrenico, si sentirebbe guardato, letto dentro, influenzato. Perché poter
dire bugie, vuol dire non essersi espropriato delle proprie dimensioni umane. È
chiaro che la bugia, rappresenta una possibilità, non una necessità: il
passaggio dalla possibilità alla necessità è collegato, in maniera
proporzionale, alla intrusività degli adulti. Cioè quanto più l’adulto è
intrusivo tanto più il bambino è necessitato a coprirsi con la bugia.
Quando Pizarro e Atahualpa si incontrano,
quest’ultimo mette in dubbio che Pizarro sia ambasciatore d’un grande signore
di oltremare.
Fra’ Vincente dice che lui è messaggero di un
Dio che l’Inca deve adorare
«Perché tutto il resto era cosa da niente.
Risponde Atahualpa Inca e dice che non deve adorare nessuno se non il sole che
non muore mai e le sue guaca (tutto ciò che era sacro) e gli altri dei che ha
nella sua legge: che a quello si manteneva fedele. E dice, il detto Inca a Fra’
Vincente, chi glielo aveva detto. Fra’ Vincente risponde che glielo aveva detto
l’evangelo, il libro. E disse Atahualpa: dallo a me il libro, perché me lo
dica. E così glielo diede ed egli lo prese tra le mani: e incominciò a
sfogliare le pagine di detto libro. E dice il detto Inca: a me non lo dice, né
mi parla, detto libro; e parlando con grande maestà seduto sul suo trono, si
lasciò cadere detto libro di mano, il detto Inca Atahualpa. Allora
Fra’ Vincente si mise a gridare e disse: “A
me, condottieri, contro questi Indios, gentili che sono contro la nostra
fede”»[23].
E fu la fine dell’Inca. Se empaticamente
comprendiamo e condividiamo la dignità di Atahualpa, non possiamo disconoscere
che quel gesto maestoso, era anche segno della sua incapacità di accedere alla
lettura.
Plutarco dice che niente suscita più
meraviglia del fatto che da piccoli segni sulla carta (scrittura) vengono
fuori, come per incantesimo, eroi, cavalieri, battaglie[24]. Se Atahualpa con il suo gesto esprime una incapacità, Fra’
Vincente e Pizarro esprimono la scissione più completa. Da una parte «tutto il
resto era cosa da niente» dall’altra Atahualpa inutilmente cercherà un
riscatto, per salvare la vita sua e della moglie, riempendo la stanza della sua
prigione di oro, «fino all’altezza di un uomo». Qualche giorno dopo fu
giustiziato, però, fu prima battezzato.
Quindi nello scontro fra il mondo sacro e il
mondo della scissione, quest’ultimo ha sempre vinto, e questo dato non può
essere negato o esorcizzato da un giudizio moralistico. Anche perché questo
vale non solo per la cultura azteca o peruviana, ma per tutte quelle culture
basate sul sacro e sul magico.
Ma allora dovremmo concludere che queste
dinamiche vincenti, per essere tali comportano inevitabilmente la rapina nei
confronti della natura, la scissione interna, la negazione dell’uomo. E quindi
dovremmo chiuderci nella morsa o della sconfitta, o della vittoria a prezzo di
distruzione ed uccisioni?
No di certo! Perché quella stessa cultura,
che aveva prodotto Fra’ Vincente e Pizarro, aveva generato anche un Cortés o un
Las Casas.
L’articolazione uomo-uomo ed uomo-natura può
essere varia e complessa: da una parte il mondo del magico e del sacro,
dall’altra il mondo del rapporto interumano. Mondo magico[25]
che si costituisce quando l’uomo, diventato consapevole della distanza
che lo separa dalla natura, cerca di colmare questo iato attraverso o il
predominio delle intenzioni umane sugli oggetti, o di questi ultimi sull’uomo[26].
II che rende la distanza incolmabile: è una
dinamica squilibrata, instabile, ove i limiti tra Io e non Io non sono definiti.
È un mondo senza limiti, dominato dall’onnipotenza del pensiero o degli
oggetti. Comunque questa situazione lascia un certo margine di mobilita e di
capacità, anche se limitata, di vedere ed affrontare il nuovo.
Il mondo del sacro nasce dalla
ipostatizzazione della negazione delle dimensioni umane e dalla proiezione di
esse sulla natura, che diventa così onnipotente. Il tentativo di controllo
sulla realtà porta ad una situazione di totale immobilità. L’uomo pietrificato
si costruisce un mondo immobile, fermo, ove il nuovo non è ammesso; è un mondo
che si pietrifica. Ma se l’uomo riesce a recuperare questa distanza come
dimensione interna, come possibilità di rapporto, si costituisce il mondo
del rapporto umano: il mondo del limite e della possibilità.
Questa capacità può seguire però due strade:
a) Quella della scissione, che comporta la
formazione di una propria parte non conosciuta: è l’inconscio rimosso. La
distanza è interna, ma le dimensioni sono inconsce. E questo comporta che
l’uomo può fare una cosa e dirne un’altra, senza consapevolezza. È la spinta
alla rapina dell’Europeo, che lo porta però a predicare l’amore e la fratellanza.
Non è una maschera: è una dimensione sadica agita direttamente, mentre la
parola può esprimere il contrario.
b) Quella della separazione interna. È la
capacità di formare una situazione di separazione interna senza negazioni o
annullamenti. Essa nasce dalla capacità di attuare una separazione dal passato,
senza negazioni o annullamenti, e mantenere una propria identità che può anche,
se necessario, coprirsi con la maschera. Ma questa capacità interna di
separazione permette anche sempre più l’accesso al simbolico. Ed il simbolico è
la possibilità di articolare il mondo degli oggetti con il mondo psichico;
articolazione che impedisce sia l’onnipotenza del pensiero che lo strapotere
degli oggetti. E permette così il rapporto con il nuovo, in una modalità di
conoscenza, di resistenza e di conquista. Conquista nel senso più profondo ed
etimologico, cioè cercare con. La vera conquista sarebbe avvenuta se gli
Europei avessero, non rapinato, ma cercato nell’incontro con la diversità
dell’Azteco di capire meglio anche se stessi.
Ed è quanto, quotidianamente, noi possiamo
osservare nel lavoro analitico: questa esperienza, sul singolo o sul piccolo
gruppo, potrebbe costituire un insegnamento estensibile alle culture in toto.
Nella terapia analitica, si pone per
l’analizzando il problema dell’incontro-scontro con il nuovo: sia come
conoscenza del suo rimosso, sia come emergenza di nuove dinamiche di rapporto.
Il terapeuta deve conoscere e saper affrontare queste dinamiche: far superare
l’angoscia, lavorare sulla base della conoscenza e della resistenza.
Ma non basta, il terapeuta è tale anche nella
misura in cui accetta i tempi dell’altro affinché il cambiamento possa
avvenire: o che propone, nella impossibilità della trasformazione, la
separazione.
Queste due modalità dovrebbero costituire un
punto di riferimento estensibile anche nell’incontro di culture diverse. Per
evitare che ogni incontro esiti, come da sempre, nella distruzione della
cultura che ha minori possibilità di affrontare il cambiamento e le trasformazioni.
Proporre un modello di rapporto interumano
che, a differenza dell’onnipotenza del mondo magico e della immobilità del
mondo sacro, si proponga come mondo della possibilità e del limite.
Questo per evitare che ancora una volta si possa levare il dolore dei
sopravvissuti, come nell’elegia di questo oscuro poeta peruviano per la morte
dell’Inca Athahualpa, vinto, battezzato e decapitato subito dopo.
«Sotto estraneo dominio, cumulati i tormenti
e distrutti,
perplessi, sperduti, negata la memoria
soli;
morta l’ombra protettrice,
piangiamo
e non sappiamo a chi o dove rivolgerci.
Stiamo delirando»[27].
Sono trascorsi 450 anni e certamente molte
cose sono cambiate.
Il nuovo, nel mondo della natura, ha confini
sempre più ampi. A distanza di quattro secoli, le colonne d’Ercole si sono
spostate ai confini del nostro sistema solare. E se, come per l’Azteco, il
Caldeo, il Greco o i primi uomini, Venere può suscitare ancora meraviglia e
fascinazione, meraviglia e fascinazione ora nascono anche di fronte al sapere
che l’universo si espande, che esiste un brusio di fondo (o radiazione cosmica
di fondo a microonde), residuo di una grande esplosione, avvenuta miliardi di
anni fa.
Ma le colonne d’Ercole dell’uomo non si sono
spostate a così vertiginosa velocità. Il sottile confine tra scissione e
separazione, tra mondo sacro e mondo umano, è un confine che non si stabilisce naturalmente
ed una volta per sempre, ma che va continuamente difeso, perché
continuamente può essere rimesso in discussione[28].
1 In diciotto libri
rappresenta la produzione letteraria maya: essi furono scritti, dopo la
Conquista, presumibilmente intorno al 1540-1550. Libros de los libros de Chilam Balam, Gallimard, Paris 1976.
2 Shahagùn (de) B., Il
libro dei destini (da Historia general de las casas de la Nueva España,
Libro IV, scritto intorno al 1570-90, fu pubblicato solo nel 1830), prefazione
di P. Pisarri, Sellerio, Palermo 1985.
3 Pisarri P. op.
cit.
4 Santillana (de) G.,
Fato antico e fato moderno, Adelphi, Milano 1985.
5 Però bisogna sottolineare
che civiltà diverse hanno dato risopste diverse a questo avvenimento. Infatti
sicuramente queste osservazioni erano state fatte dai Caldei e dai Babilonesi e
di qui passarono alla cultura greca. Per i Pitagorici i numeri sono punti
aventi posizioni, il che implica un chiaro riferimento al numero come
corrispettivo di un ritmo astronomico. Se teniamo presente l’influenza dei
Pitagorici sulla filosofia platonica, possiamo capire quale complessa
elaborazione, e possiamo dire simbolizzazione, abbia avuto l’osservazione
astronomica. Ma tutto questo ha sviluppato il senso dell’ordine e del ritmo,
più che quello del ciclo e della immutabilità.
6 Devo ricordare che
il ciclo di Venere è molto singolare: per cinque mesi Venere compare al
tramonto, poi scompare per un periodo di qualche settimana, per ricomparire
come astro del mattino per altri cinque mesi e poi scomparire di nuovo per
altri nove mesi.
7 Codice fiorentino, Libro XII.
8 Todorov T., La
conquista dell’America, Einaudi, Torino 1984, p. 81.
9 Leon-Portillas M., Il
rovescio della conquista. Testimonianze azteche, maya, inca, Adeplhi,
Milano 1974, p. 38.
10 Todorov T., op.
cit., p. 88.
11 Duràn, citato in
Todorov T., op. cit.
12 Todorov T., op.
cit., p. 87.
13 Romeo R., Le
scoperte americane nella coscienza italiana nel Cinquecento, Laterza,
Roma-Bari 1989, p. 26.
14 Landes D.S., Storia
del tempo. L’orologio e la nascita del mondo moderno, Mondadori, Milano
1984.
15 «Il quale termine
fu usato da Papirio consolo in una zuffa che ei fece importantissima coi
Sanniti, dopo la quale restarono in tutto deboli e afflitti. Perché, sendo
Paporio in su’ campi rincontro ai Sanniti, e parendogli avere nella zuffa la
vittoria certa e volendo per questo fare la giornata, comandò ai pullarii che
facessono i loro auspici; ma non beccando i polli, e veggendo il principe de’
pullarii la gran disposizione dello esercito di combattere e la opinione che
era nel capitano ed in tutti i soldati di vincere, per non torre occasione di
bene operare a quello esercito, riferì al consolo come gli ausipici procedevano
bene. Talché Papirio ordinando le squadre, ed essendo da alcuni de’ pullarii
detto a certi soldati i polli non avere beccato, quelli lo dissono a Spurio
Papirio nepote del consolo; e quello riferendolo al consolo, rispose subito
ch’egli attendessi a fare l’uffiicio suo bene: che quanto a lui ed allo
esercito gli auspici erano buoni, e se il pullario aveva detto le bugie, le
tornerebbono in pregiudizio suo. E perché lo effetto corrispondesse al
prognostico, comandò ai legati che costituissono i pullarii nella prima fronte
della zuffa. Onde nacque che andarono contro a’ nimici, sendo da un soldato
romano tratto un dardo, a caso ammazzò il principe de’ pullarii; la quale cosa
udita il consolo disse come ogni cosa procedeva bene e col favore degli Dèi,
perché lo esercito con la morte di quel bugiardo s’era purgato da ogni colpa e
da ogni ira che quelli avessono preso contro a di lui. E così , col sapere bene
accomodare i disegni suoi agli auspici, prese partito di azzuffarsi, sanza che
quello esercito si avvedesse che in alcuna parte quello avesse negletti gli
ordini della loro religione.
Al contrario fece Appio Pulcro in Sicilia
nella prima guerra Punica, che volendo azzuffarsi con l’esercito cartaginese,
fecer fare gli auspici a’ pollarii, e riferendogli quelli come i polli non
beccavano, disse “Veggiamo se volessero bere!” e gli fece gittare in mare.
Donde che, azzuffandosi, perdé la giornata: di che egli fu a Roma condannato, e
Papirio onorato: non tanto per avere l’uno vinto e l’altro perduto, quanto per
avere l’uno fatto contro agli ausipici prudentemente, e l’altro temerariamente»
(Macchiavelli N., Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, I, 14).
16 Prescott W.H., La
conquista del Messico, Einaudi, Torino 1982.
17 Uso questo termine
nel senso molto preciso di capacità di affrontare e non desistere rispetto a
difficoltà. Implica quindi una forza, capacità dell’Io. Coincide con il
concetto di opposizione-resistenza usato da M.Fagioli soprattutto in La
marionetta e il burattino, cit.
18 Toynbee A., Il
racconto dell’uomo, Garzanti, Firenze 1977.
19 Las Casas (de) B., Historia III, p.
145.
20 Todorov T., op. cit., p. 110.
21 Op. cit.
22 «Essi insegnarono
la paura / vennero a far sfiorire i fiori: Perché il loro fiore vivesse /
sciuparono e succhiarono il nostro fiore (...) ci hanno cristianizzato, / ma ci
fanno passare di mano in mano come animali. E Dio è offeso dai Succhiatori» (Chilam
Balam, cit.)
23 Leon-Portillas M., op.
cit., p. 145.
24 «D’altra parte un
analfabeta, vedendo che le lettere sono poche e piccole di forma potrebbe non
credere che uno che le conosce vi possa leggere grandi guerre accadute nel
passato, fondazioni di città, imprese e patimenti di re: costui potrebbe quindi
dire che un demone vive e racconta a quello studioso della storia, ciascuno dei
fatti». (Plutarco, Il demone di Socrate, Adelphi, Milano 1982, p. 81):
25 «(...) quel salto
di qualità tra le interazioni umane e la loro efficacia sul piano fisico, che è
regno dell’operare magico» (Bartocci G., Il mondo delle intenzioni, il mondo
degli oggetti, manoscritto per la relazione del Congresso di Terni, 1989).
26 Questa stessa
dinamica, della separazione incolmabile, esiterà poi, all’inizio dell’800,
nella dimensione del tragico (Hölderlin) o del pessimismo assoluto (Leopardi).
«Siamo venuti in dissidio con la natura e ciò che una volta, come è da credere,
era uno, ora contrasta e alterna signoria e servitù da entrambe le parti.
Spesso è per noi come se il mondo fosse tutto e noi nulla, spesso però anche
come se noi fossimo tutto e il mondo nulla» (Hölderlin F., Iperione).
27 Apu Inca
Atahualpaman (1540-1550 circa).
28 Nel redigere questo
lavoro ho tenuto presentii seguenti testi:
Arborio-Mella F., Il Mexico, Storia,
civiltà cultura dell’America Centrale, Mursia Editore, Milano 1989.
Armando L.A., Storia della psicoanalisi in
Italia dal 1971 al 1988, Nuove Edizione Romane, Roma 1989.
Bartocci G., Il mondo delle intenzioni, il
mondo degli oggetti, potere, magia e sacro in antropologia e psicoanalisi,
Congresso di Terni, 1989.
Bourge J. – Lacroix P., Il cielo a occhio
nudo, Zanichelli, Bologna 1985.
Burland A., Montezuma.
Signore degli Aztechi, Einaudi, Torino 1976.
Cabeza de Vaca A., Naufragi, Einaudi,
Milano 1989.
Caso A., Il popolo del sole,
Feltrinelli, Milano 1982.
Cattabiani A., Calendario. le feste, i
miti, le leggende ed i riti, Rusconi, Milano 1988.
de Martino E., Magia e civiltà,
Garzanti, Firenze 1962.
Eliade M., Il mito dell’eterno ritorno,
Il Mulino, Bologna 1985.
Elias N., Saggio sul tempio, Il Mulino,
Bologna 1986.
Fagioli M., Istinto di morte e conoscenza,
Nuove Edizioni Romane, Roma 1996.
Fagioli M., La marionetta e il burattino,
Nuove Edizioni Romane, Roma 1991.
Galimberti U., Il terribile è già accaduto,
in “Il Sole 24 Ore” del 4 Giugno 1989.
Haas A. – Rivas R.A., Mexico, Edizioni
T.C.I., Milano 1982.
Harrir M., Cannibali e re. Le origini
della cultura, Feltrinelli, Torino 1979.
Hölderlin F., Sul tragico,
Feltrinelli, Milano 1980.
Lalli N., Psicoanalisi o freudismo:
considerazioni sulla teoria di Massimo Fagioli.
Lalli N., Le separazioni nel corso del
lavoro analitico.
Machiavelli N., Discorsi sopra la prima
deca di Tito Livio, Garzanti, Firenze 1976.
Modell A.H., Amore oggettuale e realtà,
Boringhieri, Torino 1975.
Plutarco, Il demone di Socrate,
Adelphi, Milano 1982.
Scarduelli P., Gli Aztechi e il sacrificio
umano, Loescher, Torino 1980.
Hagen (von) V.W., Antichi imperi del sole,
Mondadori, Milano 1972.
Weinberg S., I primi tre minuti,
Mondadori, Milano 1977.
Zerubavel E., Ritmi
nascosti, Il Mulino, Bologna 1985.
*In: Bartocci G. (a cura di), Psicopatologia,
cultura e pensiero magico, Liguori, Napoli 1990.
Credenza, fede e paranoia: dall’individuo al
gruppo. Psicopatologia delle sette*
Nicola Lalli © 2006 su web
La follia è molto rara negli individui, ma
nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle
epoche, è la regola.
Friedrich Nietzsche Al di là del bene e
del male (1885)
Come si vede ancora una volta il filosofo ha
avuto uno sguardo sulla realtà psichica, più ampio di quello degli addetti ai
lavori. Invece la psichiatria da sempre, interessata quasi esclusivamente alla
patologia del singolo individuo, ha trascurato l’importanza delle dinamiche
gruppali, limitandosi al massimo a studiarle nell’ambito del gruppo familiare,
lasciando così lo studio di fenomeni importanti – quali la fede, il fanatismo,
la paranoia di un intero gruppo – agli storici, alla sociologia e alla
psicologia sociale che hanno certamente fornito contributi importanti, ma non
sempre esaurienti.
Ritengo invece che la psichiatria,
soprattutto come psichiatria culturale-dinamica, possa apportare contributi
interessanti per la comprensione di fenomeni così complessi.
Il quesito che cercherò di affrontare, le cui
prime risultanze propongo in questa sede, è il seguente. Come mai individui che
sono chiaramente paranoici possono trasformarsi in trascinatori di folle o di
ampi gruppi, e soprattutto se il pensiero di un paranoico viene accettato e
condiviso da un gruppo più o meno ampio, ciò significa che tale pensiero, in
quanto condiviso, non è più paranoico? E soprattutto, in cosa si diversifica questo paranoico – magari
carismatico, ma pur sempre paranoico – da quello che invece vive isolatamente
la sua onnipotenza e la sua persecutorietà ed è etichettato come malato
mentale? E quali sono le dinamiche agite dal paranoicotrascinatore, per
riuscire in questo intento?
Domande non banali dal momento che situazioni
simili possono avere valenze storiche e sociali di notevole impatto, spesso
disastrose: cosa ha reso possibili situazioni come quelle create da un Hitler o
da un Pol Pot che hanno avuto influenze così disastrose su milioni di persone?
Per cercare di dare una possibile, iniziale
risposta, è necessario soffermarsi brevemente su due tematiche, che sono alla
base di queste domande.
1- La differenza tra credenza, fede e
paranoia.
2- Quali sono le dinamiche fondamentali dei
gruppi disfunzionali.
I gruppi disfunzionali corrispondono alle
sette che, essendo un problema più circoscritto, sono anche più semplici da
studiare.
1. Credenza, fede e paranoia
La credenza è uno stato mentale che
implica una conoscenza socialmente e culturalmente condivisa, quindi
storicamente datata e funzionale alla convivenza ed ad un corretto rapporto con
la realtà. La credenza deriva da osservazioni empiriche o da dati derivanti
dalle scienze può essere sempre oggetto di critica, di discussione ed
eventualmente di correzione. A volte certe credenze hanno richiesto decenni o
secoli per essere messe in discussione, a volte lo possono essere nel corso di
un tempo molto breve.
La credenza, acquisita empiricamente, viene
confermata, nel tempo, dall’esperienza. Più stabile dell’opinione è comunque
sempre passibile di modificazione in seguito ad una esperienza che ne mette in
dubbio l’autenticità o sulla base di un discorso metodologicamente corretto e
supportato da dati concreti.
Nell’ambito della credenza dobbiamo far
rientrare anche le certezze che la scienza ha acquisito nel tempo sulla base di
dati riscontrabili e dimostrabili, che sono sempre soggetti a verifica,
critica, cambiamenti: la teoria dell’evoluzione insegna.
Ma anche molte aspettative o desideri che la
gente mediamente nutre e che trovano una facile soluzione nelle religioni,
rientrano nell’ambito delle credenza se sono accettate come possibilità e non
conformano complessivamente e totalmente la vita dei soggetti, che in questi
casi sono appunto definiti credenti, in opposizione a fedeli, che spesso
rischiano di diventare fanatici.
La fede è uno stato mentale diverso:
non tanto per una maggiore implicazione emotiva che è presente anche nella
credenza, ma perché è una conoscenza pregiudiziale che fonda la sua veridicità
su una fonte trascendente o comunque non verificabile empiricamente. Essa è
costitutiva di numerose forme di religione, fondamentalmente di quelle
monoteistiche, che si rifanno sempre a testi sacri o entità trascendenti. Ma
anche quando essa promana da uomini del presente, questi fondono l’assolutezza
della loro verità rifacendosi ad entità trascendenti o comunque a teorie mai
verificabili empiricamente.
Nella fede il dubbio non è ammesso: anche
quando le loro verità non corrispondono ai dati di realtà o dell’esperienza, il
dubbio non è ammesso.
Il dubbio che è sempre alla base di ogni
ricerca e di ogni nuova scoperta (insieme alla critica che permette a questa
ricerca di radicarsi nella realtà), nella fede viene considerato come il nemico
per eccellenza. Nella religione è prova di infedeltà o di compromissione con il
maligno. In politica è considerato come atto di insubordinazione che va punito:
il dubbioso viene escluso, rieducato o eliminato (vedi le dittature di Stalin e
di Mao).
La fede non permette incertezze o correzioni
dei principi basilari, altrimenti il dubbio si trasforma immediatamente in
infedeltà, eresia, tradimento.
La paranoia, secondo la psicopatologia
classica, è la certezza assoluta in una o più idee, certezza che non può essere
scalfita né dall’esperienza né dalla critica. Io ritengo che, per una
definizione corretta, sia necessario sottolineare una peculiarità distintiva:
per il paranoico tutte le obiezioni, le contraddizioni, la non congruenza con i
fatti osservati, servono ad alimentare la sicurezza nelle sue idee. Cioè
singolarmente se la certezza viene messa in dubbio da osservatori esterni, il
dubbio, fondamento di ogni ricerca degna di questo nome, diventa invece prova
ulteriore per rinsaldare la propria certezza: il pensiero del paranoico è
quindi inattaccabile.
2. Gruppo e individuo
Per gruppo bisogna intendere un
insieme, più o meno vasto, di persone, insieme che ha una struttura, una
funzione, una rappresentazione. Ovviamente esiste una varietà di gruppi, dovuta
alla struttura (gerarchica, democratica, carismatica etc.), alle finalità (di
lavoro, di ricerca, di terapia o strumentali), alla possibilità di accesso e di
uscita (gruppo chiuso o aperto) etc.
Ma credo che per le finalità del presente
lavoro ci interessa il rapporto individuogruppo: rapporto che può essere
funzionale o disfunzionale. Perché un gruppo sia funzionale è necessario che si
crei un equilibrio che permette sia al gruppo che all’individuo di svilupparsi
ed evolvere e non ci sia una situazione di solo sostegno o peggio ancora di
parassitismo. Il gruppo è funzionale dal momento che presenta un valido e
realistico ideale dell’Io (valori) che permette lo strutturarsi e l’evolvere
dell’Io dell’individuo. Inoltre il gruppo deve mantenere un equilibrio dinamico
tra tradizione e innovazione.
Se invece il gruppo è finalizzato a
controllare, sottomettere, sfruttare l’individuo, si crea squilibrio tra
individuo e gruppo, in una ottica di sfruttamento dell’individuo, il gruppo può
definirsi disfunzionale: è quanto succede nei gruppi definiti sette.
Le sette. Nel vasto mercato
dell’angoscia ove sono sempre più numerosi i clienti, tali perché hanno
situazioni disastrose alle spalle (disgregazione familiare, sociale etc.),
numerose sono le risposte: alcune valide, altre invece delle vere e proprie
trappole ben camuffate, come accade nelle varie sette.
Ma perché hanno tanto successo le sette?
Perché rispondono, anche se impropriamente, ad alcuni bisogni fondamentali
dell’uomo che se diventano molto intensi sono fonte di una intensa angoscia che
lo mette a rischio di psicopatologie più o meno gravi.
Per dare un quadro più completo, ed una
classificazione funzionale, cercherò di definire quali sono gli obiettivi e le
possibilità che le sette offrono e che sono complementari ai bisogni di quanti
diventeranno futuri adepti.
3. Offerte delle sette
Mi sembra necessario sottolineare che quasi
sempre le sette, come risulta dalla ampia bibliografia consultata, nascono per
l’impulso di un singolo individuo (capo, guru, profeta, etc.) che sicuramente
presenta una struttura mentale di tipo paranoicale. Spesso quando questi
comincia a propagare la sua “verità” si costituisce un certo numero di seguaci,
che diventa il nucleo della setta: nucleo che spesso diventa punto di
aggregazione per ulteriori futuri adepti.
In genere le proposte, le finalità che le
sette promettono di esaudire sono numerose, anche se alla fine possono ridursi
a pochi elementi essenziali e comuni tra di loro. Elencherò brevemente quali
sono i punti essenziali e costitutivi delle sette che costituiscono le risposte
ai bisogni dei futuri adepti.
1. Immortalità. Questa viene proposta sia con
teorie riguardanti la reincarnazione, la trasmigrazione delle anime, la
certezza in una vita ultraterrena; è connotata di ogni possibile qualità e
esaudisce, senza alcuno sforzo, tutti i possibili desideri, difficilmente
raggiungibili in questa vita. In tal modo le sette rispondono al bisogno di
quanti sentono la necessità di liberarsi dall’angoscia della morte.
2. Onnipotenza. In alcune sette,
l’onnipotenza viene proposta con l’acquisizione di tecniche particolari utili
per il controllo della mente degli altri (Dianetics, Scientology),
oppure attraverso l’appartenenza ad un gruppo elitario e superiore. Questa
possibilità satura l’angoscia dell’impotenza, dell’incertezza circa il futuro,
del timore di affrontare la vita.
3. Rinascita. È una delle motivazioni
basilari delle sette che in maniera, più o meno esplicita, è sempre presente.
Viene proposta mediante rituali che implicano il distacco completo dal gruppo
familiare, sociale e spesso culturale, vissuto dagli adepti, come profondamente
insoddisfacente. Una caratteristica, non usuale, ma significativa, è spesso
l’assunzione di un nuovo nome. La rinascita trasforma, ed in tempi molto brevi,
l’insoddisfazione o la grave conflittualità con un ambiente familiare e/o
sociale vissuto come disgregato e persecutorio.
4. Elargizione di una identità elitaria. Dare
la possibilità, a persone spesso isolate e disgregate rispetto al contesto
relazionale, di far parte di un gruppo che si propone sempre come sano,
superiore e diverso dalla realtà circostante è ovviamente un’attrazione a cui
non ci si sottrae facilmente. Questo fornisce un’identità, anche se fittizia, a
persone che ne sono completamente prive. In alcuni casi la diversità viene
accentuata con modalità trasgressivepseudorivoluzionarie che a volte esitano in
attività di tipo criminale.
5. Verità Assoluta. Le sette propongono
sempre il loro “credo”, più o meno articolato o banale, come assolutamente non
solo nuovo, ma anche come la Verità Assoluta che spiega e risolve le enormi
complessità della vita. Questa Verità Assoluta, a volte proposta come rivelata
(nelle sette a carattere più religioso), a volte come”scoperta” del capo,
comporta ovviamente, oltre che un senso di onnipotenza, la possibilità di
salvarsi dalle angosce delle incertezze e degli imprevisti della vita.
6. Autorità carismatica. In genere il capo, o
altrimenti detto guru, profeta, etc., assolve la funzione di essere depositario
e dispensatore di verità assolute e di sicurezza totale, chiedendo in cambio
solo una totale dipendenza. Ovviamente questo atteggiamento soddisfa, insieme
ai bisogni di dipendenza assoluta, anche il bisogno di estinguere ogni
responsabilità personale.
7. Setta come contenitore sociale. Questa
funzione, che consiste nella possibilità di poter conoscere ed intrattenere
relazioni, in genere formali e superficiali, con un gran numero di persone, è
una modalità presente in numerose organizzazioni gruppali, ma ovviamente con
finalità ben diversa dalle sette, che coinvolgono soprattutto coloro che si
sentono emarginati, solitari, incapaci di stabilire relazioni sociali.
Molto sinteticamente ho esposto quali sono le
“pretese sicurezze” che le sette offrono e che sono tutte finalizzate a
rassicurare e tamponare gravi angosce che potrebbero comportare il rischio di
rotture psicopatologiche.
È fondamentale tener presente che le sette,
con le rare eccezioni di quelle che fondano la propria ragione di essere sulla
povertà, in genere prima o poi diventano dei veri e propri centri di raccolta
di denaro, con un giro economico che può diventare a volte la principale
finalità. Comunque ogni gruppo che diventa setta, sempre e comunque, come
naturale conseguenza crea un giro d’affari, quasi sempre poco pulito, che serve
sia ad aumentare l’influenza sia a entrare in contatto e condizionare le forze
politiche che ovviamente sono disposte a condividere l’ideologia della setta. A
questo proposito la Chiesa di Moon con i suoi rapporti ampiamente documentati
con i servizi segreti sia coreani che americani è un caso paradigmatico.
Comunque bisogna tener presente che nel
nostro quotidiano ipermercato dell’angoscia, ove numerosi sono i pesci da
prendere nella rete, questi ultimi non sono sempre facilmente catturabili:
infatti la persona con situazioni psicopatologiche più o meno gravi è
fondamentalmente insicura ed anche diffidente.
Bisogna quindi attuare delle tecniche ben
precise per poter piegare questa iniziale, per quanto debole, resistenza ad
entrare in un gruppo che ancor presenta tratti poco definiti.
Per superare queste resistenze esistono delle
vere e proprie tecniche di “reclutamento”: in genere rassicuranti,
relativamente poco invasive, ma convincenti. Comunque, come poi vedremo, una
volta presi nella rete, e dopo una fase più o meno lunga di apprendimento che a
volte può essere paragonabile ad un vero e proprio “lavaggio del cervello”, la
possibilità di uscire dalla setta diventa sempre più difficile, molto spesso
praticamente impossibile. Sicuramente questa problematica è una delle più
importanti per distinguere le sette da altri gruppi aggreganti ed organizzati
(come la Chiesa, i partiti politici, etc.) ove questa possibilità può a volte
essere resa difficile, ma non è mai impossibile, cosa che invece accade, come
dicevo, nelle sette.
4. Reclutamento
Pertanto bisogna ora spiegare in che modo
questo pensiero paranoicale originario, possa essere trasmesso ad altre persone
fino a trasformarsi in una paranoia indotta e generalizzata. Questo processo
avviene attraverso l’indottrinamento, che come vedremo, costituisce un vero e
proprio controllo della mente. Comunque prima di passare a questo argomento è
necessario descrivere come avviene il reclutamento dei futuri adepti.
Numerose sono le descrizioni degli autori che
hanno approfondito il problema del reclutamento ed è interessante che esse
siano quasi sempre sovrapponibili, quasi a dimostrare la standardizzazione
delle tecniche.
Mi servirò della descrizione di F. Barresi
(2000) che in maniera molto sintetica rappresenta la visione generale di quanti
si sono occupati dell’argomento: “I membri dei gruppi che fanno proselitismo
perseguono fin dall’inizio la chiara strategia di destare desideri nelle
persone oggetto della loro attenzione…
…Con un’overdose di fiducia e di solidarietà
di gruppo vengono immersi in un euforico bagno di sensazioni, mai sperimentato
prima; la loro fiducia in se stessi viene artificialmente costruita. Gli
appartenenti alla setta procurano loro, esperienze di felicità che sono mirate.
L’euforico sentimento di salvezza viene integrato dalle eccessive ed irreali
promesse. Il cooptato si sente liberato dalle paure e dalle sensazioni di
solitudine è convinto di aver trovato finalmente il reale senso della vita…
I gruppi con tendenze al proselitismo nella
prima fase dell’indottrinamento hanno un effetto seducente grazie alla loro
artificiosa felicità interiore collettiva. Essi destano nei novizi o nei
neo-adepti l’impressione di una forte e beata coesione, che promette di poter
appagare il primitivo bisogno di sicurezza perduta. I gruppi mostrano di
incarnare la società ideale. Gli estranei sono spesso incantati da questa
armonia gruppale apparentemente perfetta. Tutti i membri operano animati
dall’idea dominante di realizzare la salvezza per il bene dell’umanità e per
incarico di un’autorità più alta…
I seguaci delle sette trascinano le loro
vittime in un mondo fittizio ed artificiale, nel quale a domande complesse
corrispondono risposte semplici e in cui gli ignari neo-adepti si perdono nel
giro di poco tempo…
Gli adepti raccontano alle persone da
reclutare, con una formula quasi stereotipata ma tuttavia sempre efficace, il
messaggio: se così tante persone degne di fede hanno potuto vivere lo stesso
prodigio, deve indubbiamente esserci qualcosa. Ed ha un effetto allettante
anche il fatto che l’esperienza della salvezza è molto facile da avere: è
necessario solo spalancare la porta del cuore e pregare insistentemente il dio
di turno di entrarvi per sempre…
Con ciò, i gruppi che fanno proselitismo
perseguono lo scopo di condurre delicatamente i novizi nel labirinto
dell’ideologia e di farli aderire mentalmente al culto. Essi devono occuparsi
intensivamente dei contenuti dottrinari e immergersi nelle categorie di
pensiero del gruppo.
I neo-adepti spesso divorano i primi scritti
in una febbrile aspettativa e spinti dalla speranza di giungere al nocciolo
della verità promessa, con l’occuparsi spiritualmente della rivelazione,
diventano euforici e si predispongono inconsapevolmente alla metamorfosi
religiosa o spirituale. Le loro aspettative si concretizzano e
contemporaneamente si elevano. L’introduzione alla dottrina avviene in primo
luogo attraverso corsi, seminari, studio di particolari libri, cassette audio e
video. I neofiti devono sperimentare la “pura” dottrina mediante le parole del
leader, del messia o del fondatore, oppure dei più capaci membri-quadro…
I neo-adepti devono sperimentare subito
un’euforica esperienza emozionale di salvezza, ma la pretesa liberazione dai
mali o l’illuminazione divina devono conquistarsela a caro prezzo e lavorare
duramente per essa. Qualora una rivelazione parziale, presumibilmente mistica,
dona loro una nuova spinta euforica, il limite che conduce alla salvezza
assoluta viene spostato sempre più in alto. Il supremo imperativo di
indottrinamento è che le vittime non raggiungono mai l’obbiettivo dei loro
desideri. Se gli adepti guadagnassero realmente la salvezza, i culti verrebbero
a perdere la loro importanza di intermediari tra questa e la realtà e con essa
tutti i suoi guadagni.
Tutti i culti con tendenza al proselitismo
fissano sempre più in alto le aspettative di salvezza o di verità, in modo tale
che gli adepti alla ricerca della gioia assoluta siano sempre vincolati e
quindi per questo sperimentino delusioni che li reintegrino nel complesso e
malato sistema settario. Viene così introdotta la “strategia del controllo
delle delusioni”, che si contrappone in modo contraddittorio al sistema
affettivo iniziale…
Questa prima parte costituisce in nuce quello
che invece verrà sviluppato successivamente e che è la fase
dell’indottrinamento.
5. Indottrinamento. Controllo della mente
Ovviamente le persone irretite possono
presentare dubbi e perplessità: è quindi possibile la defezione. Bisogna pertanto
impedirla e prevenirla: a questo serve la tecnica dell’indottrinamento.
La tecnica dell’indottrinamento, da non
confondere con il lavaggio del cervello (brain wash) processo
tipicamente coercitivo e possibile solo con nemici catturati, consiste in tecniche
psicologiche le cui caratteristiche sono state evidenziate da J. Ash e
soprattutto S. Milgram già negli anni ’50. Di questo autore famoso è il saggio
“Obbedienza all’autorità” che in chiave sociologica e soprattutto sperimentale
riprende e conferma gli studi sulla personalità autoritaria della Scuola di
Francoforte.
Ma è soprattutto L. Festinger che in numerose
pubblicazioni evidenzia le dinamiche del controllo mentale proponendo la teoria
della dissonanza cognitiva.
Al libro del 1956 (When Prophecy Fails),
seguirà nel 1957 il più celebre e conosciuto Teorie della dissonanza
cognitiva ove l’autore riporta un episodio estremamente significativo che
diede origine alla sua successiva ricerca.
Nel Wisconsin esisteva una setta numerosa di
tipo cultuale, il cui leader profetizzava la fine del mondo come imminente, ma,
essendo egli in contatto con esseri superiori abitanti di altri pianeti, che
avrebbero salvati gli adepti nel giorno del Giudizio.
Il giorno stabilito di questo evento epocale
gli adepti, dopo essersi liberati di ogni avere, si radunarono in cima ad una
montagna, aspettando tutta la notte sia l’Apocalisse che l’arrivo salvifico
delle astronavi. Ovviamente l’evento attrasse numerosi giornalisti e operatori
delle TV, e di questi forse non tutti erano completamente scettici.
Trascorse un intero giorno ed una intera
notte senza che nulla accadesse; i giornalisti e gli estranei si aspettavano
una reazione di rabbia o di disappunto da parte dei fedeli. Invece il gruppo si
compattò ancora di più allorché il capo proclamò non solo che gli alieni
avevano voluto metterli alla prova, ma che avevano deciso momentaneamente di
risparmiare la Terra, perché aumentassero gli adepti e quindi più persone
fossero salvate. Questo esempio di giustificazione, tipica, secondo il mio
parere, della mentalità paranoica, fu utilizzato da Festinger per evidenziare
il fenomeno della dissonanza cognitiva e delle sue conseguenze. Gli individui,
secondo l’Autore, hanno bisogno di credere, ma se tali credenze sono molto
intense, nel caso non siano confermate dall’evidenza e dalla realtà, essi
continuano a crederci perché in questo modo riescono a mantenere intatta la
loro visione del mondo. In questo caso accettare che nulla era avvenuto di
quanto profetizzato, e dal momento che quella profezia era la base di tutto il
loro indottrinamento, questo avrebbe comportato una rottura troppo brusca del
loro equilibrio mentale. La “trovata” geniale del leader non solo permise loro
di non mettere nulla in discussione, ma addirittura finì con aumentare la loro
fede.
Se cerchiamo di analizzare la dinamica di
questo evento, ci rendiamo conto di come la fede non possa essere messa in
discussione, pena la perdita di un fragile equilibrio mentale sorretto dalla
fede stessa.
Ovviamente, questo comportamento collettivo
era stato reso possibile da un lungo indottrinamento: pertanto mi sembra utile
comprendere quali siano le metodiche dell’indottrinamento stesso.
L’indottrinamento è finalizzato ad un
controllo della mente e gli strumenti fondamentali sono:
a. controllo del comportamento;
b. controllo del pensiero;
c. controllo delle emozioni;
d. controllo delle informazioni;
e. linguaggio e comunicazione.
A. Controllo del comportamento
Il controllo del comportamento riguarda tutto
ciò che l’individuo fa: dall’abbigliamento al tipo di lavoro, dalle abitudini
quotidiane al modo di muoversi o di esprimersi. Afferma Festinger: “Se cambiate
il comportamento di una persona, cambieranno di conseguenza anche i suoi
pensieri, i suoi sentimenti e ciò al fine di minimizzare la dissonanza
cognitiva che si è venuta a creare” (Hassan, p. 94).
Questa modalità può essere esercitata in modo
coercitivo imponendo rigidi e ripetitivi programmi di vita o dei clichè
comportamentali che diventano il segno distintivo del gruppo: come il tipo di
abito (gli Arancioni), modalità particolari di saluto, di sedersi, di
gesticolare e così via.
I leader di questi gruppi sanno benissimo che
non è possibile, per lo meno all’inizio, controllare il pensiero degli
individui, ma dal momento che il comportamento è visibile, rimane ovviamente
l’oggetto più controllabile.
In molti gruppi è presente una serie di
comportamenti stereotipati, ripetitivi, quasi manierati che finiscono per
costituire una seconda-falsa-identità.
B. Controllo del pensiero
… “Nei culti totalitari, l’ideologia
interiorizzata come la “verità”, è l’unica e autentica “mappa” della realtà. La
dottrina serve non solo a filtrare le osservazioni in entrata, ma indica anche
il modo in cui elaborarle. Generalmente si tratta di dottrine assolutistiche
che dividono ogni cosa in “bianco o nero”, “noi o loro”.
Tutto ciò che è buono si incarna nel leader e
nel suo gruppo. Tutto ciò che è cattivo è nel mondo esterno.
I gruppi più totalitari dichiarano che la
loro dottrina è stata scientificamente dimostrata. La dottrina sostiene di
poter esaudire tutte le domande, di rispondere a tutti i problemi e a tutte le
situazioni. Un affiliato non ha bisogno di pensare con la sua testa, dal
momento che la dottrina pensa per lui. Molti gruppi condensano situazioni
complesse, danno loro una etichetta e le trasformano in clichè di gruppo.
Questa etichetta che altro non è che
l’espressione verbale del gergo interno, governa il modo di pensare di ogni
singolo individuo quale che sia il contesto in cui si trova.
Nei Mounisti, ad esempio, ogniqualvolta hai
difficoltà ad entrare in rapporto con qualcuno si dice che hai un “problema
Caino-Abele” non importa chi ne sia coinvolto e quale possa essere il problema;
esso è semplicemente il “problema Caino-Abele”.
Il termine stesso indica la soluzione del
problema. Caino deve ubbidire ad Abele, e seguirlo piuttosto che ucciderlo come
è scritto nell’Antico Testamento. Caso chiuso.
Pensarla in modo diverso significherebbe
sottostare al volere di Satana, che vuole vedere Caino, il cattivo, prevalere
su Abele, il giusto.
Nella testa di un bravo affiliato,
l’eventuale giudizio critico sul comportamento sbagliato di un leader, non può
oltrepassare questa barriera…” (S. Hassen).
Ho voluto citare a lungo questo autore, S.
Hassan, non solo perché è stato a suo tempo un adepto, e quindi ben conosce le
metodiche delle sette, non solo perché oggi è un affermato terapeuta per l’Exit
Counseling, ma soprattutto perché ho preferito delegare alle sue parole
quello che è il mio pensiero.
In altri gruppi si usano termini e teorie che
pretendono di avere connotazioni più scientifiche, ma che finiscono sempre per
sortire lo stesso effetto. Spiegare la complessità con poche parole: semplicità
che i seguaci scambiano per profondità.
Il linguaggio può essere esoterico o
misterioso, e serve non solo a coprire la mancanza di un valido pensiero, ma
anche a mantenere la coesione del gruppo nell’ossequio di un gergo
incomprensibile, ma anche a confondere i nuovi arrivati che inutilmente si
sforzeranno di comprendere e che considerano questa incomprensione come prova
della profondità del pensiero, e come necessità per loro di studiare e approfondire i “testi sacri”.
Una ulteriore tecnica di controllo del
pensiero riguarda le critiche degli esterni al gruppo, critiche che verranno
bollate come falsità, negazione (invidia) o distruttività.
Anzi le critiche, che spesso sono
artificialmente e deliberatamente provocate, vengono utilizzate per far sì che
il gruppo si senta perseguitato, ma questa “perseguitazione” supporta
ulteriormente la verità e l’importanza della loro teoria (Mussolini soleva
dire, molto più semplicemente, “molti nemici, molto onore”).
C. Controllo delle emozioni
Il controllo delle emozioni avviene
prevalentemente suscitando sensi di colpa e paura, ma anche proponendo che la
felicità e il benessere sono raggiungibili solo all’interno del gruppo.
…. “Le persone sono sempre tenute in
tensione: dapprima lodate e subito dopo insultate… Si tratta in sostanza di
indurre una vera e propria reazione di panico alla sola idea di abbandonare il
gruppo. Ai seguaci viene detto che allorquando dovessero lasciare il gruppo si
ritroveranno soli e sperduti, indifesi e incapaci a fronteggiare una realtà da
incubo: impazziranno, finiranno per drogarsi o si suicideranno. Quando i leader
di un culto dichiarano che “i seguaci sono liberi di andarsene quando
desiderano: la porta è sempre aperta”, danno l’impressione che i loro affiliati
siano completamente liberi e che se restano lo fanno per loro libera scelta. In
realtà essi non hanno alcuna reale possibilità di scegliere, dal momento che
sono stati condizionati ad avere una paura fobica del mondo esterno. Le fobie
indotte eliminano a livello psicologico la libera scelta di abbandonare il
gruppo per il solo fatto di essere infelici o perché si ha il desiderio di fare
qualche altra cosa. Se un gruppo riesce ad avere pieno controllo sulle emozioni
di una persona, riuscirà a controllarne anche pensieri e azioni” (S. Hassan).
D. Controllo dell’informazione
Una informazione aperta e corretta è l’unico
modo per avere una visione più completa e valida della realtà: pertanto il
controllo dell’informazione è una parte importante del controllo della mente.
Il controllo dell’informazione può avvenire
con 3 modalità diverse. La prima, presente nei culti più chiusi e totalitari, è
una carenza totale di informazione che si attua spesso con metodi brutali. Una
seconda modalità è la squalifica sempre e comunque di qualsiasi informazione
esterna che entri in collisione con la teoria e la Verità del gruppo. Una
terza, più subdola, è quella di inondare, inflazionare gli adepti con
informazioni, tutte provenienti dal capo o dalla cerchia ristretta dei
consiglieri, mediante la produzione di video, libri, riviste o materiale di
altro genere. Informazione che finisce per occupare tutto il tempo degli
adepti, rendendo impossibile qualsiasi altra informazione. Infatti essendo
queste informazioni spesso argomento di discussione, nessuno vuole farsi
trovare…disinformato.
E. Linguaggio e comunicazione
Il linguaggio usato sia nella comunicazione
che negli scritti, a volte può essere oscuro ed incomprensibile, molto più
spesso invece è di una semplicità disarmante simile a quella degli sport
pubblicitari, che ripetuti all’infinito, hanno un potere ipnotico oltre che un
impatto psicologico rilevante dal momento che utilizzano il principio “del
minimo sforzo mentale” da parte delle persone: rendere accessibili e semplici
tematiche complesse che spesso non hanno univoche risposte.
Definito “linguaggio del non pensiero”, è
quello che possiamo vedere utilizzato da tanti predicatori televisivi, che
sembrano riscuotere anche un buon successo.
Tutte queste modalità possono essere usate in
vario modo: parzialmente, tutte insieme, molto più spesso sono usate in maniera
progressiva.
Comunque anche quando le tematiche centrali
delle sette diversificano, le tecniche utilizzate invece sono sempre uguali: il
che ci porta ad affermare che se un gruppo utilizza queste dinamiche, questo
gruppo può definirsi una setta.
Esempi di sette.
La setta non è un fenomeno moderno, come
molti ritengono; basti pensare che una delle più antiche – detta “Setta degli
Assassini”- risale al XIII secolo. Essa comparve in Siria ed in Persia ed ebbe
soprattutto una funzione politico-religiosa rappresentando anche una
opposizione alla invasione dei crociati.
Di carattere radicalmente religioso, in nome
di questi ideali religiosi di derivazione prevalentemente islamica, proponeva
l’omicidio rituale del nemico (ovviamente tutti quelli che non erano iniziati)
mediante un pugnale consacrato.
I crociati, spaventati, anche perché spesso
erano le vittime preferite, ritenevano che a capo di questa setta ci fosse un
“Vecchio della montagna”, sconosciuto ed imprendibile (come si può vedere i Bin
Laden non sono una invenzione recente).
Ora brevemente cercherò di esaminare esempi
più attuali.
Jim Jones e il Tempio del Popolo
Divenuto – dopo un periodo burrascoso –
pastore in una chiesa metodista, cominciò a fare proseliti predicando la
possibilità della guarigione da ogni male, tramite la fede. La fede che
predicava, ibrido miscuglio di elementi cristiani e di riti tribali, imponeva
in primo luogo una sudditanza assoluta ai suoi voleri. Egli, nuovo profeta,
predicava un cambiamento sociale totale e radicale, sfruttando in gran parte le
aspettative di una larga fascia di emarginati e poveri.
Asseriva di poter leggere il pensiero delle
persone, di avere poteri soprannaturali, e trascorreva intere giornate a fare
prediche deliranti, alle quali tutti dovevano partecipare, proclamandosi
reincarnazione di Cristo o di Lenin.
Dal momento che il numero degli adepti
cominciò ad aumentare, iniziò anche il tipico sfruttamento economico: gli
adepti erano costretti a “donare” tutti i loro averi che il guru utilizzava sia
per ottenere coperture locali, ma anche per ottenere approvazioni politiche ad
alto livello. Si ritiene che la moglie di un presidente americano non solo
conoscesse, ma tifasse apertamente per lui. Comunque a causa dei numerosi
contrasti che egli aveva con le autorità, ma anche con le popolazioni delle
città dove soggiornava, a causa di comportamenti evidentemente e palesemente
scorretti da parte dei seguaci di questa setta, egli preferì ritirarsi nella
Gujana dove fondò una città, dal modesto nome di Jonestown. Comunque la
situazione di schiavitù e di sfruttamento, era ormai di dominio pubblico, tanto
da indurre un membro del Congresso americano a recarsi sul luogo insieme ad
alcuni giornalisti, per aprire un’inchiesta, dal momento che molti degli adepti
erano di cittadinanza americana.
Due furono trucidati poco dopo il loro
arrivo: a questo punto Jones, per quanto paranoico, dovette rendersi conto che
i giochi erano chiusi. Riunì i circa 1500 fedeli presenti e tra preghiere ed
invocazioni alle divinità, fece loro ingurgitare un veleno mortale, promettendo
che dopo la morte avrebbero trovato quel mondo migliore che si aspettavano su
questa terra. Furono trovati i 911 cadaveri, in gran parte di donne e bambini.
Shoko Asahara
Guru giapponese, assemblando anche lui pezzi
di varie dottrine orientali, si definiva la “Verità Assoluta” e sosteneva che
per salvarsi e liberarsi dalle fatiche della vita quotidiana e dal tormento del
Karma, era necessario commettere degli omicidi. L’omicidio definito poa (parola
tibetana che significa reincarnazione) era necessario per raggiungere una vita
eterna e beata. Ovviamente più omicidi si commettevano, tanto più grande ed
estesa era la salvezza. Su questa base che è chiaramente molto semplicistica e
rudimentale, egli radunò un certo numero di adepti, costretti a fabbricare armi
letali, soprattutto gas nervino. Uno di questi – il sarin (tristemente famoso
perché era lo stesso usato dai nazisti nelle camere a gas) – fu liberato nel
marzo ’95 nella metropolitana di Tokio, uccidendo 15 persone e intossicandone
gravemente un migliaio. Anche in questo caso il gesto estremo costò caro al
guru giapponese che sconta in carcere i reati commessi.
Moon e la Chiesa dell’Unificazione
Sun M. Moon, di origine coreana, si considera
come il Messia che porterà un nuovo regno sulla terra. Inizia a predicare
intorno agli anni ’50 ed in breve crea un vasto impero che gli servirà per
impegnarsi nel compito fondamentale di instaurare il nuovo ordine: la lotta
senza quartiere contro le forze sataniche del comunismo. Programma che gli
procurerà appoggi economici e politici soprattutto da parte dei servizi
segreti: sia coreani che americani. Fonda un giornale, il “Washington Time”,
con 100.000 copie e Reagan che dichiara essere il suo quotidiano preferito. Afferma
Moon: “È necessario che si fondi una teocrazia che governerà il mondo, è
necessario non separare il potere politico da quello religioso: questa è la
separazione che Satana vuole maggiormente”. L’opera di reclutamento era ed è
estremamente capillare ed invasiva: sembra che gli adepti si aggirino intorno
agli 8.000.000, mentre il fatturato si aggira su un centinaio di miliardi.
Da questi tre casi si potrebbe evincere che
la matrice ideologica delle sette sia sempre di tipo religioso: esistono invece
sette che sono totalmente esenti da questa matrice.
Considerazioni preliminari
Le sette sono gruppi più o meno ampi, a
struttura rigidamente verticistica-autoritaria, quasi sempre fondate da un capo
(o guru, o profeta etc.), che sulla base di una supposta scoperta, proposta
come VERITÀ ASSOLUTA, o sulla base di una rivelazione extra-terrena, fonda
un’ideologia che tende a dare risposte ultime e definitive a domande
fondamentali per l’uomo.
Il fondatore, come si evince dalla storia
delle migliaia di sette esistenti, ha sicuramente una struttura paranoicale,
unita alla tendenza irrefrenabile reclutare il maggior numero di adepti sui
quali esercita un potere assoluto. La coesione del gruppo viene forzatamente
mantenuta con la minaccia, il ricatto e con vere e proprie persecuzioni.
Ritengo che la estrema difficoltà, anzi a volte l’impossibilità, di uscire una
volta cooptati, sia una caratteristica delle sette: l’uscita dal gruppo è
vissuta dal capo e dal gruppo stesso come un’offesa imperdonabile e quindi viene
implacabilmente punita.
Comunque credo sia necessario soffermarsi su
quanto ho posto come ipotesi iniziale: cioè che il fondatore di una setta abbia
una struttura mentale di tipo paranoicale e in grado anche di produrre una
“paranoia indotta” negli adepti.
Se varie sono le forme delle sette e vari gli
obiettivi, c’è comunque una dinamica basilare: la proposizione, sulla base di
verità assolute scientifiche o rivelate, di una rinascita, di un cambiamento
totale e radicale dell’uomo e della società, in tempi molto brevi. Il tempo
della conversione che equivale al tempo dell’indottrinamento.
Questo delirio, che come dicevo è alla base
della costituzione di ogni setta, è un delirio che potremmo definire
palingenetico. Un tale delirio propone in maniera esplicita la possibilità di
rinascita o di cambiamento radicale non solo di un singolo individuo, ma anche
di un gruppo sociale o addirittura di una nazione. Dalle sette possiamo passare
ad esaminare situazioni come quelle create da Hitler o da Pol Pot, che possono
essere spiegabili proprio alla luce di quanto detto a proposito delle sette. In
questo tipo di delirio si evidenzia che una tipica qualità umana, la tendenza a
cambiare il mondo circostante, che ha reso possibile l’evoluzione stessa
dell’uomo, si trasforma in una dinamica perversa che pretende di applicare
questa rapida trasformabilità agli uomini che hanno invece tempi molto più
lunghi rispetto a quei cambiamenti che l’uomo, con la tecnica, può ottenere
sulla realtà materiale. Si nega ogni specificità alla natura umana e si
identifica la realtà umana con quella materiale: l’uomo-oggetto può essere
manipolato e trasformato a piacimento, senza tenere in alcun conto che l’uomo
può essere sì trasformabile, ma ha bisogno di tempi “umani” ed ogni
trasformazione indotta in tempi “troppo brevi” e quindi disumani, ha sempre
prodotto gravi disastri sia sui singoli che su intere nazioni.
Ma perché parlo di delirio? Ritengo che si
possa parlare di delirio dal momento che si scambia la fantasticheria con la
realtà, la fantasticheria di trasformazioni rapide dell’uomo o dei gruppi
sociali in contrasto con ogni evidenza dell’esperienza. Ma non solo, in questa
fantasticheria è determinante l’incapacità di compiere quel übersteig,
incapacità che K. Konrad ritiene essere la causa del delirio schizofrenico.
L’incapacità di compiere questa “inversione” non permette all’individuo di
uscire dalla posizione “tolemaica”, totalmente autoreferenziale, e ritornare a
quella posizione “copernicana” che rende possibile non solo la condivisione
empatica, ma anche di fare un corretto esame della realtà.
E questi due elementi sono completamente
assenti nei capi delle sette: manca qualsiasi disponibilità, dedizione o
umanità. Il capo di una setta in effetti è dotato di una grande carica distruttiva
nei confronti degli uomini, che sono visti come oggetti manipolabili e
sfruttabili. E che il paranoico sia un individuo profondamente distruttivo era
già stato evidenziato da E. Canetti nel libro “Massa e potere” del 1960: “…non
si potrà quindi respingere il sospetto che dietro ad ogni paranoia cosi come ad
ogni potere si annidi la medesima profonda tendenza: il desiderio di sopprimere
gli altri per essere l’unico, oppure, nella forma più mitigata e frequente, il
desiderio di servirsi degli altri per divenire l’unico con il loro aiuto”.
La setta può non raramente ammantarsi sotto
il manto della psicoterapia: ovviamente alcuni parametri sono diversi, ma è
solo apparenza.
La VERITÀ ASSOLUTA deriva da una scoperta
“scientifica” del capo, dovuta a sue specifiche peculiari qualità; l’operazione
“verità assoluta” si fonda sulla negazione di tutta la storia precedente che
abilmente manipolata e stravolta viene proposta agli adepti come banale ed
insignificante rispetto alla scoperta della verità assoluta.
La fede di salvezza – rinascita (fondamentale
in ogni setta) prende il nome di guarigione, anche se questa possibilità viene
spostata sempre più in avanti, fino a coincidere spesso con la vita stessa
dell’adepto.
Tutto ciò che è estraneo al gruppo viene
stigmatizzato come ostile, ostilità che viene spesso surrettiziamente ampliata
dal momento che è la tecnica utilizzata da sempre per mantenere la coesione del
gruppo.
Inoltre si evita ogni contatto-confronto con
il diverso.
Inoltre più o meno rapidamente, all’interno
del gruppo sorgono attività finalizzate al guadagno. Il profitto economico è a
sua volta finalizzato ad un aumento del potere e può essere gestito con varie
modalità.
L’uscita dal gruppo è sempre molto difficile
e il fuoriuscito viene squalificato. Colui che esce viene definito pazzo o
invidioso perché non è stato in grado di sopportare la potenza
dell’illuminazione.
Potrebbe sembrare che in questi casi i metodi
siano più blandi rispetto a quelli di altre sette: in effetti è solo un metodo
più subdolo e più criptico. Ad un occhio attento non sfugge la presenza di
tutte quelle dinamiche di controllo della mente che, come dicevo prima,
costituiscono l’essenza della setta.
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*Relazione tenuta al XLIV Convegno Nazionale della Società
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