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1. Premessa
 
Il caso Hölderlin, nella irrisolta disputa sul rapporto tra psicopatologia e creatività, ha una sua peculiarità: a differenza di altri casi, ricordo fra questi van Gogh e Nietzsche che hanno posto dubbi diagnostici (il primo oscillante tra una forma di epilessia o di intossicazione, il secondo tra una paralisi progressiva o una demenza presenile), ha invece una psicopatologia sicuramente diagnosticabile come schizofrenia catatonica.
Questa evidenza clinica apre ad una serie di quesiti: l’eventuale rapporto tra psicopatologia e creatività, può essere inserito all’interno della biografia di Hölderlin? Ed in caso affermativo cosa è stato determinante? La precoce e reiterata scomparsa di una figura paterna, la invasività di una madre che ostinatamente cercava di inchiodarlo ad un ruolo, quello del pastore, che era l’antitesi della sua natura? L’intenso, ma traumatico rapporto con Diotima? Oppure segreti inconfessati, come una probabile paternità disconosciuta?
Tutte domande che tendono in fondo, a trovare una risposta ad un quesito ancora più importante: che rapporto intercorre tra la psicopatologia e la creatività in Hölderlin?
Non credo sia facile dare una risposta esauriente: in questa sede cercherò solamente di evidenziare alcuni sintomi del “paziente” Hölderlin che sono sicuramente ascrivibili al manierismo schizofrenico e di rispondere ad una prima domanda: il comportamento “manierato” di Hölderlin può essere compreso alla luce di eventi significativi della sua vita?
Ritengo possibile dare una risposta, ma per fare questo dovrò prima soffermarmi sul concetto di manierismo in generale, sugli eventi significativi della vita di Hölderlin e sul significato del manierismo schizofrenico, per evidenziare infine le possibili connessioni tra sintomi ed eventi significativi della vita di Hölderlin.
 
 
2. Maniera e manierismo
 
Il manierismo attiene alle due categorie fondamentali dell’essere umano: l’essere e l’apparire. L’essere inteso come realtà, coerenza ed identità; l’apparire come fallimento dell’essere. È evidente che questa lettura comporta la possibilità di considerare il manierismo non solo come sintomo psicopatologico, ma anche come espressione di particolari momenti della storia dell’uomo, quando il conflitto tra l’essere e l’apparire può riguardare un’intera generazione, più che un singolo individuo.
Secondo Evelyne Sznyeer il Manierismo, nel Rinascimento nasce come tentativo di risolvere il contrasto evidente tra individualismo e gusto delle forme perfette e la realtà brutale dell’epoca.
 
«Les manieristes ont vècu dans la tourmente et la médiocrité attachés à un idéal d’harmonie et de grandeur»1.
 
È chiaro quindi che si può evidenziare un nesso tra manierismo e crisi, sia essa individuale o generazionale.
Comunque è necessario ed utile sottolineare che il concetto di “maniera”  precede di almeno due secoli quello di “manierismo” e ne presenta una connotazione diversa. Il termine “maniera” compare per la prima volta a proposito del petrarchismo, ed è attribuito a quei poeti che scrivono rime alla  “maniera” del Petrarca o nella pittura agli artisti che dipingono alla “maniera” di Giotto. Ma in questo contesto, “maniera” non assume alcuna connotazione negativa: segnala solo una modalità espressiva ripetuta o copiata dai predecessori. Conseguenza quindi o di grande ammirazione per i predecessori o di mancanza di creatività dei successori. È da sottolineare che, soprattutto nella storia dell’arte, esistono numerosi periodi caratterizzati dalla ripetizione di modelli espressivi del passato. Un esempio, fra i tanti, è l’Ellenismo ove la ripetizione di modelli classici precedenti, non comportava alcuna connotazione negativa.
Dato interessante, perchè fa ritenere che l’assunzione di un significato negativo per la “maniera” cioè per la ripetizione, nel manierismo debba avere una diversa valenza. È nella seconda metà del Cinquecento che si comincia a parlare di Manierismo soprattutto per le arti figurative. Hauser, in una analisi di tipo prettamente marxiano, collega il Manierismo con la nascita dell’alienazione. È in questo periodo che emerge una nuova struttura economica ed una modalità di produzione di tipo capitalistico che genera una crisi profonda e globale.
Il prodotto, artigianale o artistico, non è più un manufatto, ma un prodotto anonimo: nasce l’alienazione del lavoro e dell’uomo. Il Manierismo, per Hauser, ne è una delle manifestazioni.
 
 
Il “caso” Hölderlin
 
Un primo quesito è se la psicopatologia di Hölderlin può essere considerata, come hanno fatto sia Jaspers2 che Lange3, una schizofrenia catatonica. E se è così, i comportamenti del poeta – descritti dai numerosi visitatori che lo andarono a trovare nella torre di Tubinga – possono essere ascritti al manierismo? Ed infine è possibile comprendere le cause di quel particolare comportamento? In altre parole è possibile ritrovare nella storia del paziente i motivi per comprendere quel particolare comportamento?
Infine un quesito di tipo metodologico: è possibile fare una analisi clinica di un poeta morto 150 anni fa? Io credo che sia possibile considerare Hölderlin come un caso clinico, almeno per tre motivi.
Un primo è che possediamo numerose e circostanziate notizie che riguardano la sua biografia, sia prima dell’evento patologico sia nel lungo periodo della sua malattia.
Il secondo è che possediamo una vastissima produzione letteraria ed epistolare di Hölderlin: questo materiale può essere letto alla stregua di un diario clinico. Ovviamente in questo caso facciamo l’analisi della persona tramite l’analisi di un testo.
Un terzo motivo potrebbe essere considerata un’obiezione: chi ha osservato e descritto il comportamento di Hölderlin? A parte un medico che nel 1790 gli diagnostica uno stato ipocondriaco, salvo a meravigliarsi 10 anni dopodel suo grave deterioramento psichico, le osservazioni sono dovute a poeti o a scrittori. Quindi non certamente a clinici: ma gli artisti spesso hanno una capacità di osservazione psicologica più raffinata degli stessi clinici.
Nel 1807, dopo un breve ricovero in clinica, Hölderlin viene ospitato nella casa del falegname Zimmer a Tubinga, in quella stessa città dove appena diciottenne era arrivato pieno di speranze e di illusioni che cominceranno lentamente a sfiorire nello Stift. In quello Stift dove conosce Hegel, Schelling, dove impara a conoscere ed amare i poeti greci, ma anche dove l’estremo rigore, l’inflessibilità, spesso l’ottusità degli insegnanti, finiranno per distruggere un giovane sicuramente già fragile e sensibile. Ma l’arrivo allo Stift è dovuto, come una sorta di maledizione, all’inflessibile volere di una madre che Hölderlin riuscirà a rispettare sempre, ad amare mai. Questa donna bigotta e devota, durante la gravidanza, forse perchè si erano già manifestati i disturbi che porteranno alla morte il marito pochi mesi dopo, aveva fatto voto che il figlio, se maschio, sarebbe diventato pastore. Questo voto peserà su Hölderlin come una condanna a vita e costituirà uno dei suoi più drammatici conflitti.
A due anni muore il padre di Hölderlin. La madre poco dopo si risposa.
All’età di nove anni muore anche il patrigno a cui il giovane Hölderlin era estremamente affezionato. Questi eventi avranno un’influenza decisiva sul poeta. Non compreso e forse non amato dalla madre che lo seguirà e lo perseguirà per tutta la vita, Hölderlin nel tentativo di evitare questo abbraccio simbiotico, sarà sempre in fuga e sempre alla ricerca di un padre non conosciuto, o di un sostituto, troppo precocemente scomparso. Questa dinamica di una eccessiva intimità vissuta come angosciosa ed il desiderio inesaudito di una possibile presenza benevola, costituisce il motivo centrale della lotta e della sconfitta di Hölderlin.
Dunque, come dicevo, nel 1807, a 37 anni, Hölderlin vive presso il falegname Zimmer nel famoso torrione di Tubinga. Torre è un termine un po’ eccessivo: in effetti è una stanza circolare dove egli vive e trascorre la maggior parte della sua vita. Questa stanza circolare, che ha una splendida vista sulle vallate del Neckar, può fare pensare a una sorta di proscenio sul quale Hölderlin però non recita un ruolo, seppur drammatico, ma vive la sua tragedia.
La tragedia di una mente, che dopo aver creato un nuovo linguaggio e nuove immagini, si trova a vagare in un abisso e in un buio profondo ove ogni tanto riesce a raccogliere schegge del suo passato. Come quando recita l’Iperione o piange perchè i bambini che lui vorrebbe accarezzare fuggono alla vista di un uomo visibilmente sconvolto; ma che al falegname Zimmer, una notte che accorre perchè Hölderlin è in preda a una grave crisi di agitazione psicomotoria, con molta calma dice: «Non ti preoccupare non sono pericoloso  (...) ancora un po’ e poi mi passa». Non solo per questo, ma anche per tanti altri motivi, Zimmer dirà che Hölderlin è «un uomo che ha perduto il cervello per seguire il cuore». Ma questi momenti sono molto rari, purtroppo estremamente rari; in genere domina in Hölderlin la verbigerazione fino alla schizofasia, una continua agitazione psicomotoria, che in una sorta di dromomania, lo porta a percorrere per ore e ore i sentieri isolati della campagna sveva. Nella sua stanza parla da solo, ad alta voce, non sembra avere allucinazione uditive, solamente recita alcuni passi del suo Iperione o brani di autori greci. A volte è preso da crisi di grave agitazione furiosa, ma la presenza di Zimmer, personaggio molto singolare – è un falegname che ha letto Kant, che conosce la filosofia, che dopo aver letto l’Iperione si è talmente innamorato di questa figura che si reca nella clinica di Tubinga e dice «me lo porto a casa è inutile rinchiuderlo qui» – insieme a quella della figlia Loth,  appena dodicenne, riesce a calmare le crisi furiose di Hölderlin.
L’abbigliamento è bizzarro, trasandato, capelli incolti, unghie lunghissime che non vuole assolutamente che gli vengano tagliate; in queste condizioni suona ripetutamente, monotamente, ossessivamente, sempre gli stessi brani, su di una spinetta. Questo suono ossessivo ed iterativo ed una altrettanta iterative verbigerazione senza senso e con voce tonante, sono i primi segni della presenza del poeta, per quei tanti visitatori che, da varie parti della Germania, vengono a visitarlo. Alcuni per amore, altri per pietà, altri per semplice curiosità. Il successo di Iperione, e la traduzione delle tragedie di Sofocle hanno reso famoso il poeta. Aperta la porta, lo spettacolo che compare ai visitatori è tra l’inquietante e il patetico fino a scivolare a volte in situazioni al limite del ridicolo, per la bizzarria del suo comportamento manierato.
A questo punto, molto brevemente, vorrei riportare alcuni brani di persone che hanno visto Hölderlin in queste condizioni. Il primo è Waiblinger, un ragazzo appena diciottenne che morirà trentenne a Roma; è un poeta non molto famoso, ma è una persona di grande umanità che praticamente dedica due anni della sua vita a fare compagnia a Hölderlin. Credo che sia la persona che più di ogni altro ci possa dare indicazioni sullo stato mentale di Hölderlin.
Cito alcuni passi essenziali del suo diario su Hölderlin.
 
«Si esita dubbiosi prima di bussare a quella porta, dominati da un interiore inquietidudine; infine si bussa e una voce forte e veemente invita ad entrare.
Si entra e al centro della stanza appare una magra figura che si inchina profondamente e si produce in complimenti eccessivi, con gesti che sarebbero pieni di grazia se non esprimessero un che di spasmodico. Le poche espressioni di circostanza vengono accolte con le più cortesi riverenze e con discorsi del tutto privi di senso e che sconcertano l’estraneo.
L’estraneo si sente apostrofare con “Sua Maestà, Sua Santità, Gentile Signor Padre...”.
Le visite inquietano Hölderlin grandemente, le riceve sempre di malavoglia. Una volta ebbi modo di ripetergli, dopo infinite volte, che il suo Iperione era stato ristampato e che Uhland e Schwab stavano curando l’edizione delle sue poesie. Come unica risposta Holderlin si produceva in un profondo inchino, accompagnato da queste parole: “Voi siete molto benevolo signor Von Waiblinger, vi sono molto grato Vostra Santità”. E troncava il discorso in questo modo»4.
 
Waiblinger aveva preso una casetta sulle colline della vallata del Neckar:
 
«Salivamo lassù ed entrando nella stanza, Holderlin si inchinava ogni volta raccomandandosi in maniera assolutamente pressante alla mia benevolenza e al mio affetto. Si produceva costantemente in vuote frasi di cortesia come se in questo modo volesse tenere a grande distanza gli altri. Se si desidera individuare un senso nel suo comportamento non può essere che questo»5.
 
Questo giovane poeta riesce a cogliere acutamente questa peculiare modalità del manierismo: tenere a distanza gli altri, allontanarli, non permettere che possano avvicinarsi troppo. Ma Waiblinger coglie un’altra cosa che a me sembra rilevante, quando afferma:
 
«A volte Hölderlin si sedeva di fronte alla finestra aperta e magnificava il panorama con parole comprensibili. Notai anche che quando era immerso nella natura, aveva un rapporto sereno con se stesso».
 
Spesso persone che hanno subito gravi delusioni nei rapporti interpersonali, riescono ad avere come unico referente la natura e nella contemplazione della natura in qualche modo ritrovano un minimo di calma e di tranquillità.
 
«In un modo o nell’altro, a meno che non si trovasse in uno stato di completa apatia egli era perennemente occupato con se stesso, ma se un visitatore andava a trovarlo, le circostanze più fortuite potevano renderlo chiuso e inaccessibile. Quando è stimolato da ricordi dolorosi, cerca con amarezza di ridurre la sua stanzetta, che per lui è l’intero mondo, a uno spazio ancora più limitato. Come se così si sentisse più sicuro, meno inquieto, e potesse sopportare meglio il dolore. Allora si mette a letto»7.
 
Questa è la descrizione di Waiblinger: ho citato solo alcune frasi significative del suo diario. Siamo nel 1820. Nel 1841 Schwab, che è un poeta anche lui e sarà poi il curatore delle poesie di Hölderlin, lo va a trovare e così si esprime:
 
«Al fine osai pregarlo di condurmi nella sua stanza e lui acconsentì immediatamente. Aprì la sua porta dicendo: “Entri Sua Maestà Reale”. Io entrai e lodai il panorama; sulla qual cosa si mostrò d’accordo. Poi mi squadrò da capo a piedi e disse tra sè: “Questo mi sembra un Generale”. Quando mi congedai da lui, con i più grandi inchini mi accompagnò fino alla porta e continuava ad augurarmi una buona giornata, chiamandomi “Generale, Altezza” o appellativi simili»8.
 
Un altro visitatore:
 
«Ma ecco che appena arrivavano gli ospiti egli s’inchinava esageratamente, servile, con innumerevoli riverenze ed ossequi davanti al visitatore. Dalle sue labbra sgorga eccitato un flusso di titoli... “Vostra Altezza, Vostra Santità,  Vostra Eminenza, Vostra Maestà”. Nel frattempo accompagna l’ospite con la cortesia più soffocante verso la sedia rispettosamente offerta. A fatica capisce ancora qualche domanda. Nella sua mente offuscata si ridesta ancora un bagliore di luce non appena si nominano Schiller o si evocano figure del passato. Ma se qualcuno, imprudente, fa il nome di Hölderlin,, Scardanelli diventa furioso ed aggressivo. Se poi il colloquio si prolunga troppo il malato diventa a poco a poco nervoso ed inquieto e praticamente mette alla porta il visitatore»9.
 
Da questi sintetici elementi è evidente che la psicopatologia di Hölderlin è costituita a parte rari momenti di lucidità, da verbigerazioni, schizofasia, neologismi, manierismo, agitazione psicomotoria e pressochè totale incapacità di ricordare gli avvenimenti del passato e del presente.
Io vorrei soffermarmi brevemente su due aspetti.
Il primo è la perdita totale del Sé; egli rinnega se stesso in una serie di nomi e di comportamenti che non sono maschere, ma semplicemente tentativi di copertura di un mondo interno distrutto e frammentato; la seconda è la totale, o pressoché totale, rottura dei rapporti interumani, che si esprime con il comportamento manierato.
Prima di proseguire credo sia necessario soffermarsi sulla dinamica del manierismo, cioè sulla possibilità di comprenderne il significato.
 
 
Il manierismo come sintomo schizofrenico
 
In verità, a parte l’accurata descrizione di Binswanger, nella letteratura psichiatrica il manierismo è poco considerato o comunque è posto insieme ai tanti sintomi della catatonia.
Dei vari autori ne citerò solo due: C. G. Jung nel 1907 nell’opera Psicologia della dementia praecox10 propone “l’affettazione” (un insieme di manierismi, leziosità e ricerca di originalità) come una modalità che può essere presente anche nell’isteria, ove è dovuta all’ambizione del soggetto, in genere in classi sociali inferiori, di darsi un’apparenza di superiorità; ma che è presente soprattutto nella dementia praecox con due modalità: i neologismi e la scomposizione fonetica di un nome tale da renderlo incomprensibile. Egli definisce queste parole, secondo l’espressione di una paziente, “parole di potenza”.
Jung sottolinea che, questo atteggiamento è fondamentalmente volto ad allontanare o comunque rendere impossibile il dialogo con l’altro,
 
«Invece di rispondere scompongono la domanda ed eventualmente aggiungono associazioni puramente fonetiche, perchè non vogliono rispondere alla domanda».
 
Oltre che da questa dinamica di allontanare l’altro, il manierismo è generato da un qualche complesso e quindi il suo significato è rintracciabile.
Questa spiegazione del manierismo trova un’ulteriore conferma in un autore molto lontano da Jung per formazione culturale: H.S. Sullivan. Nel 1940, nel testo La moderna concezione della psichiatria, questi così si esprime.
 
«Ma ora vorrei parlare dei manierismi dell’ebefrenico. I manierismi, ebefrenici e non, nascono dalla stereotipizzazione di un gesto, o di qualche altra forma di movimento che abbia un significato interpersonale (...). I pazienti ebefrenici hanno spesso un linguaggio molto manierato: sono enfatici e parlano a volte in modo che dà inevitabilmente l’impressione di un profondo disprezzo per l’interlocutore.
Nei reparti dei grandi ospedali psichiatrici si può qualche volta stare a sentire una “conversazione” fra due di questi pazienti disintegrati che stanno insieme perché si considerano reciprocamente inoffensivi. Il colloquio procede con il debito riguardo per la regola che si deve parlare uno alla volta. Vi possono essere anche intonazioni diverse, come se per esempio ci fossero domande e risposte, oppure come se un’osservazione di uno provocasse la sorpresa dell’altro.
Ma le osservazioni dell’uno hanno soltanto una remotissima relazione, seppure l’hanno, con le osservazioni dell’altro.
Ciascuno dei due parla a se stesso, solo che lo fa come una specie di doppio solitario, giocato secondo le regole del linguaggio convenzionale. Il caso è ben diverso se si intromette qualcuno con il quale il paziente non abbia una lunga abitudine, o peggio che mostri di avere interesse per lui e ascolti quello che dice. I manierismi che durante la “conversazione” erano poco usati, ora sono di scena. Si può anche avere un’esibizione di cattivo umore o di collera, e il paziente può andarsene tutto risentito. Altrimenti scoppierà a ridere in modo “sciocco” di tanto in tanto, scoraggiando l’intruso con l’incoerenza e la futilità dei suoi discorsi. Il riso sciocco, le smorfie insensate e il resto sembrano provocati da qualche pensiero osceno o di disprezzo per l’interlocutore (...) Una delle sue preoccupazioni principali sembra sia quella di conservare lo status quo per quanto forte sia la pressione
esercitata dagli altri»11.
 
Questa lunga citazione di H. S. Sullivan ha il solo fine di sottolineare, come già aveva intuito il giovane Waiblinger, che il comportamento manierato è finalizzato ad evitare, più o meno totalmente, il rapporto con l’altro. Se questa è la motivazione del sintomo, dobbiamo cercare di comprenderne il significato.
E per quanto riguarda Hölderlin, credo che possiamo trovarne una risposta nella sua biografia e nella storia della sua malattia. Espongo solo a grandi linee avvenimenti, vissuti e comportamenti significativi per la comprensione della genesi della sua psicopatologia.
 
 
Breve biografia di Hölderlin
 
Certamente un dato biografico importante è la morte del padre quando egli ha appena due anni, quindi un padre sconosciuto, e successivamente la morte del patrigno, a cui egli si era grandemente affezionato, avvenuta quando egli aveva appena nove anni. In una lettera giovanile il poeta fa risalire «la invincibile inclinazione alla tristezza» proprio alla morte del patrigno, anche se questo dolore gli resta «chiuso, opaco, incomprensibile».
A questo vissuto di perdita mai elaborato, J. Laplanche attribuisce la genesi della psicosi del poeta. Ma accanto alla perdita bisogna tener presente che c’è una presenza, al femminile, che sarà per Hölderlin una vera persecuzione. La madre e la nonna che nulla comprendono della natura del giovane, vogliono assolutamente che egli acquisisca uno status borghese, che vuol dire diventare pastore, avere una parrocchia ed infine sposarsi. Tre cose che Hölderlin aborre profondamente perché sono sinonimo di schiavitù e per lui invece essere poeta vuole dire essere totalmente e completamente libero.
In questo conflitto, la madre avrà buon gioco sia per la giovane età (è inviato alla Stift di Tubinga appena diciottenne), sia perché, come amministratrice dei beni ereditati dal padre, lesinerà sempre i soldi al figlio, che per essere poeta dovrà esercitare un mestiere appena meno aborrito di quello di pastore: quello di precettore. Per circa dieci anni dovrà passare da una famiglia all’altra, nell’umile veste di precettore.
Afferma giustamente S. Zweig:
 
«A trent’anni è ancora il povero diavolo che mangia alla mensa altrui, il maestro che fa lezione nel suo consunto abito nero e che dipende ancora dalla borsa della madre»12.
 
Sotto il frusto abito del precettore egli nasconde i suoi ideali e le sue ambizioni, ma anche una rabbia sorda, un cupo risentimento sempre ricoperti da un comportamento improntato a una grande “gentilezza”. Quella  “gentilezza” che aveva profondamente colpito Schiller nel 1793 è in effetti già indizio di una patologia, anche se sufficientemente compensata, caratterizzata da: estrema suscettibilità, difficoltà a rapportarsi con gli altri, angoscia di non riuscire a preservare la propria libertà e la propria identità. La lotta con la madre che egli profondamente odia, ma per la quale ha sempre parole di devozione e di rispetto, è una lotta perduta. Paradigmatica è questa lettera inviata alla madre il 28 novembre 1798, mentre attende a terminare la tragedia La morte di Empedocle:
 
«(...) il mio ultimo tentativo di ascquistare valore coi miei propri mezzi, come voi dite; se esso fallirà, cercherò in tutta tranquillità e modestia di rendermi utile agli uomini nella funzione più semplice che potrò trovare; considererò le aspirazioni della mia giovinezza per quelle che esse sono così frequentemente, una fortuita esuberanza, un mezzo esagerato per evadere dalla sfera che mi assegnano le mie disposizioni naturali e le condizioni in cui sono cresciuto».
 
È una lettera piena di disperata rassegnazione coperta da rispettoso ossequio; ma sappiamo bene che dietro questo “rispetto” per la madre e questo suo presentarsi “modesto”, ci sono ben altre aspettative. Ma tra l’apparire e l’essere, sarà quest’ultimo a disintegrarsi: è l’inizio di un suicidio psichico, altrettanto tragico, ma forse meno olimpico, di quello che attribuisce ad Empedocle nella tragedia che sta terminando di scrivere. Da questa lettera possiamo intravedere quello che anni dopo diventerà un comportamento chiaramente manierato: apparire ossequioso e modesto. Gli altri, apparentemente, hanno sempre ragione: importante è che siano il più lontano possibile.
Ma per meglio comprendere la dinamica di Hölderlin dobbiamo riprendere il filo dal 1793 quando egli è angosciato per un grave problema di cui non potrà e non vorrà parlare con nessuno.
L’anno precedente, precettore in casa di Charlotte von Kalb, egli fallisce per ben due volte: come precettore e come possibile padre. In casa Von Kalb gli viene affidato un ragazzo affetto da una grave forma di onanismo. Infastidito perchè non riesce ad impedire questo comportamento finirà con l’usare, lui sempre così mite, metodi molto duri, tanto da essere invitato, anche se gentilmente, a trovarsi un altro lavoro. Contemporaneamente egli ha una relazione (forse l’unica relazione sessuale che abbia avuto) con la governante che rimane incinta e partorisce una bambina che morirà pochi mesi dopo. Anche se non ci sono notizie precise, sembra che, di fronte all’evento gravidanza, egli si sia rifiutato di assumersi qualsiasi responsabilità.
E con questo senso di fallimento che giunge a Jena per incontrare Schiller, in quel momento il più acclamato drammaturgo, e con Goethe, la massima autorità nel campo letterario.
Schiller intuisce le possibilità del giovane poeta e, anche se con un atteggiamento paternalistico, cerca di aiutarlo. Ma la situazione psicologica di Hölderlin è già molto compromessa. Lange ritiene che dal 1793 al 1795, egli presentasse un’accentuata depressione. Ha pochissimi rapporti, è un solitario che fugge la gente e vive in una situazione di drammatico isolamento. Anche il rapporto con Schiller «l’unico uomo – dice Hölderlin – per il quale io abbia perduto la libertà» si incrinerà. Incapace di stabilire una giusta distanza con Schiller, egli scappa via. Poco dopo, nella lettera del 23 luglio del ’95 così si esprime:
 
«Sapevo bene che non avrei potuto allontanarmi dalla vostra vicinanza senza portare un notevole pregiudizio al mio essere intimo (...) tutte le ragioni che avevo di partire mi ci avrebbero difficilmente indotto se appunto questa vicinanza non mi avesse per altro verso così frequentemente inquietato. Ero costantemente tentato di vedervi e vi vedevo solo per sentire che non potevo essere nulla per voi. Vedo bene che il dolore che portavo così spesso con me era la necessaria espiazione delle mie fiere pretese; poichè volevo essere tutto per voi, ho dovuto dirmi che per voi non ero niente»14.
 
È un conflitto drammatico e senza soluzioni. L’allontanamento rischia di provocare un cataclisma interiore, ma la vicinanza è altrettanto pericolosa perchè lo porta a un totale annientamento di sè. L’impossibilità di un’identificazione con Schiller, l’artista affermato e che egli sentiva più congeniale alla propria sensibilità, lo fa piombare in uno stato di angoscia paralizzante e svuotante che egli esprime in una lettera del settembre del 1795:
«Io gelo e mi solidifico nell’inverno che mi circonda. Tanto il mio cielo è di ferro, tanto io sono di pietra».
La dinamica del rapporto con Schiller è molto complessa. Da una parte probabilmente è deluso da Schiller perchè avverte che il drammaturgo sta rinunciando agli ideali giovanili per appiattirsi nella comodità della vita borghese. Ma è altrettanto evidente che Hölderlin è incapace di stabilire un qualsiasi rapporto che non gli susciti l’angoscia di essere annientato dall’altro. Non gli rimane altra possibilità che la fuga: una fuga psicologica che nel periodo della malattia conclamata si stereotipizza nella incoercibile necessità di spossanti vangabondaggi lungo la valle del Neckar.
Ancora una volta riprende il cammino ed ancora una volta come precettore. Questa volta a Francoforte presso il banchiere Gontard: saranno i due anni più felici della sua vita. Ama, riamato, Susette (la Diotima delle liriche) moglie del banchiere: è un amore platonico, tra due spiriti accomunati da interessi culturali e da una sensibilità che nasce anche dal disprezzo per il mondo borghese in cui vivono. Ma a questa ultima illusione seguirà la più grave delle delusioni: I pettegolezzi dei servitori inducono il banchiere Gontard, a metterlo bruscamente alla porta. È certamente l’umiliazione più grave ed il dolore più insopportabile, soprattutto per la fine del rapporto con Susette che, unico vero rapporto affettivo, aveva restituito al poeta calma e serenità.
Dal settembre 1798 al giugno 1800 vive a Homburg: in povertà e solitudine.
Gli basta poter vedere “da lontano” ogni tanto la sua amata:
 
Poco ho vissuto. Ma spira fredda
già la mia sera. E cheto, come le ombre,
sono già qui e, senza ormai più canto,
mi dorme in petto il cuor rabbrividito15.
 
Poi, privo di soldi e dopo aver cercato altre sistemazioni sempre come precettore, deve tornare dalla madre: ma è una vicinanza terribile e di nuovo dovrà mettersi in cammino.
Nel gennaio 1802 egli giunge a Bordeaux, ancora una volta nel ruolo di precettore. Di questo periodo si conoscono pochi dati. Allorché a giugno ritorna in patria, presenta uno stato di grave agitazione psicomotoria e di confusione: la follia ormai è evidente per tutti. C’è stato un avvenimento precipitante? Secondo alcuni studiosi la notizia della morte di Susette l’avrebbe sconvolto: ma da una attenta analisi delle date questo evento sembra improbabile. Diotima muore il 22 giugno, l’amico Sinclair glielo comunica per lettera il 30 giugno, ma Hölderlin, in preda a cupa follia è già sulla strada del ritorno. È più probabile invece che l’ultimo evento traumatico sia il vissuto del viaggio nella Vandea, dove egli scopre gli orrori della rivoluzione francese, di quella rivoluzione che aveva alimentato per anni i suoi sogni ed i suoi ideali. È forse l’ultima delusione: anche gli dei e gli ideali sono tramontati ed egli è totalmente solo. Nella lirica Ricordo (1802-1803)16 così si esprime:
 
Ma ora quegli uomini
sono salpati per le Indie,
nel promontorio arioso
presso le erte vigne
da cui la Dordogna scende
e insieme alla Garonna sfarzosa
esce fiume ampio come mare.
Il mare dona e toglie il ricordo;
l’amore fissa i suoi occhi fedeli.
Ma il poeta fonda ciò che resta.
 
In pochi versi è espresso tutto il dramma del poeta: egli è totalmente solo, unica compagnia la poesia. Non a caso il periodo tra il 1798 e il 1803 è il più fecondo per Holderlin: La morte di Empedocle, i Poemi, le traduzioni di Pindaro e di Sofocle. Ma si esprime anche la tendenza ad un oblio totale, quasi un suicidio, come quello di Empedocle. «E per altri quarant’anni sulle torbide acque del tempo galleggia senza coscienza, soltanto il suo cadavere spirituale, quel profilo deformato e spettrale che lui ignaro di se stesso, chiama a volte “il Signor bibliotecario” a volte “Scardanelli”»17.
Ma ritorniamo al tema del manierismo. Certamente il comportamento di Hölderlin si presenta come manierato: l’estrema ossequiosità, i titoli altisonanti attribuiti agli ospiti, gli inchini ecc., anche se dietro questo si avverte, ed a volte emerge chiaramente, una profonda rabbia. Ed il comportamento manierato è l’espressione di un conflitto profondo ed irrisolto. Egli, persona colta e sensibile, consapevole della sua genialità, è costretto per una intera vita a mendicare ospitalità e cibo pur di conservare la propria autonomia, la propria individualità:
 
«(...) nel frusto abito del precettore, l’ultimo a tavola è già vicino alla livrea dal servitore, deve imparare il gesto servile dell’uomo oppresso; ombroso, angosciato, tormentato, consapevole della forza del suo spirito, solo per soffrirne impotente, perde presto il passo libero e risonante con cui il suo ritmo procede come sulle nuvole ed anche dentro di lui si spezza l’equilibrio. Hölderlin diventa diffidente e sucettibile, una parola, anche fuggevole poteva difenderlo. Sempre più impara a nascondere la sua faccia interiore di fronte alla brutalità della gente che era costretto a servire»18.
 
Ma nel momento in cui cadono tutte le difese, emerge quanto fosse stato umiliante per lui essere ossequioso nei confronti di persone che non stimava affatto. E con il suo comportamento manierato, se da una parte mima una traumatica esperienza, dall’altra esprime anche una ribellione e una vendetta. Questa volta è lui a decidere come ed a chi attribuire i titoli di “Vostra Maestà” “Vostra Eccellenza” ecc., ed è lui a decidere, se i visitatori diventano inopportuni, quando metterli alla porta. Lui che per tutta la vita si era sentito inopportuno, di peso o era stato brutalmente cacciato via.
Il comportamento manierato è quindi una rappresentazione di quel conflitto fondamentale che aveva finito per distruggere la personalità di Hölderlin. È una recita? Non credo che possa paragonarsi ad una recita, come potrebbe essere quella di un isterico. Hölderlin non c’è più, al suo posto c’è “Scardanelli” o il “Signor bibliotecario”. Questa era stata l’ultima carica ricoperta a Homburg, che gli aveva permesso di vivere adeguatamente sul piano materiale, ma che, soprattutto, lo riconosceva indirettamente, se non come poeta, perlomeno come letterato. E qui vive gli ultimi mesi, prima della totale disgregazione, che sono anche quelli che meglio ricorda; perché tutto il resto sembra essersi dissolto completamente. Egli scriverà ancora poesie, che non hanno più forma, ma sono soltanto un suono: solo il ritmo continua a sopravvivere.
Quali sono le caratteristiche del comportamento manierato? Io penso che si possano evincere da questo caso clinico alcune ipotesi. Il comportamento manierato è sicuramente reattivo a situazioni interumane e Hölderlin è manierato nel momento in cui entra in scena una persona, soprattutto quanto più questa è inopportuna.
È quindi una modalità espressiva chiaramente finalizzata ad allontanare, a porre una grande distanza, senza però annullare o distruggere completamente l’oggetto. Quindi una comunicazione espressiva che, seppur ostile ed aggressiva, tende ancora a mantenere un minimo di legame. Diversa quindi da una situazione di totale rottura del rapporto, come accade per l’autismo.
È evidente che in questo caso ho proposto il manierismo non come modo di essere, bensì come sintomo importante e patognomonico del disturbo schizofrenico. Un sintomo che diventa, alla luce di quanto detto, comprensibile nella motivazione e nel significato, al di là della apparente bizzarria.
 
 
Note
1 E. Szyeer, in A. Hauser, Storia sociale dell'arte, Einaudi, Milano 1987.
2 K. Jaspers, Strindberg, van Gogh, Hölderlin in Uno studio psichiatrico, Colportage, Firenze 1977.
3 W. Lange, Hölderlin Eine Pathografie, Stuttgart 1909.
4 W. Waiblinger, Hölderlin, vita, poesìa,follia, SE, Milano 1986, p. 26.
5 Op. cit., p. 34.
6
Ibid.
7 Op. cit., p.50
8 Op. cit., p. 84-85
9 Ibid
10 C. G. Jung, Psicogenesi delle malattie mentali, Boringhieri, Torino 1978.
11 H. S. Sullivan, La moderna concezione della psichiatria, Feltrinelli, Milano 1970.
12 S. Zweig, La lotta con il demone, Feltrinelli, Milano 1992.
13 F. Hölderlin, La morte di Empedocle, Guanda, Parma1983.
14 J. Laplanche, Hölderlin e la questione del padre, Borla, Roma 1992, p.84.
15 F. Hölderlin, Le liriche, Adelphi, Milano 1993.
16
Op. cit.
17 S. Zweig,
Op. cit.
18 Op. cit.

 

(1997) 2005©sul Web - FONTE: http://www.nicolalalli.it/

(per gentile concessione dell'Autore)





Il carattere depressivo

La crescente medicalizzazione del malessere psichico e la tendenza imperante a basare la diagnosi sui sintomi e sul comportamento e non sulle motivazioni e sull’assetto interno del paziente, hanno portato a confondere due situazioni umane profondamente diverse: la crisi di disperazione e la crisi depressiva. Confusione pericolosa, sia sul piano scientifico, perché si omologa una crisi come possibilità di crescita con una patologia, sia sul piano strettamente operativo, perché un eventuale intervento psicofarmacologico, oltre che inutile è pericoloso soprattutto perché potrebbe ulteriormente convincere il soggetto, che già di per sé è portato a negare l’origine psicogena del proprio malessere, che si tratti di un evento biologico. Per meglio esplicitare questa differenza può essere utile riproporre un particolare periodo della vita ed una crisi di un grande poeta e pensatore: Giacomo Leopardi.
Crisi che sul piano fenomenologico potrebbe sembrare una crisi depressiva, mentre sul piano psicodinamico risulta evidente che si è trattata di una crisi di disperazione.
Per dimostrare questa affermazione è necessario tratteggiare brevemente quale è la psicodinamica della depressione.

Il carattere depressivo è tipico di quel soggetto che, a causa di situazioni interumane precedenti, presenta scarsa capacità di autosufficienza e di autostima e pertanto ha bisogno di persone o situazioni per mantenere, ad un livello non critico, la propria autostima. È evidente che viene a crearsi una situazione di dipendenza molto pericolosa: l’integrità del fragile Io del carattere depressivo dipende dall’altro.
Questa dipendenza fa emergere nei confronti dell’oggetto ostilità e rabbia inconscia. Da qui nasce una caratteristica fondamentale: la profonda ambivalenza del depressivo, nei confronti dell’oggetto di cui ha bisogno. Nec tecum, nec sine te, vivere possum.
L’amore-rabbia diventa una delle caratteristiche fondamentali del carattere depressivo; ma è chiaro che i sentimenti ostili debbono essere repressi, pena la perdita dell’oggetto di cui si ha bisogno. Questa dinamica spiega uno degli aspetti di più frequente osservazione nel carattere depressivo: l’oscillazione tra la noia (che rappresenta una inibizione e quindi una difesa rispetto ad impulsi ostili ed emozioni sgradevoli) e l’ira di tipo disforico. Se infatti il depresso non reprimesse la propria rabbia, tenderebbe a distruggere proprio quell’oggetto che gli garantisce in qualche modo la sopravvivenza psichica. Quindi è chiaro che il carattere depressivo, al di là delle sue affermazioni, è incapace di amare proprio nella misura in cui non è libero, ed ha bisogno dell’altro non come rapporto, ma come legame e presenza fisica. Per evitare che i sentimenti ostili emergano e quindi distruggano l’oggetto, il carattere depressivo deve spesso idealizzare l’oggetto. Questo rappresenta già una spirale pericolosa: infatti quanto più forti sono i sentimenti di ostilità, tanto più l’oggetto viene idealizzato e tanto più diventa distante e persecutorio. Si instaura una dinamica sadomasochistica e il carattere depressivo tende sempre più ad una dinamica di controllo. Egli deve controllare tutto, altrimenti è sopraffatto dall’angoscia che l’altro, di cui ha bisogno, possa andare via.

Questa situazione chiaramente patologica può mantenersi in equilibrio instabile ed evidenziarsi solo attraverso manifestazioni in genere ritenute “normali”.
La sensazione più frequente è quella di non poter uscire da questa dinamica: il soggetto vive una situazione di immobilità e di paralisi. Sensazione molto spiacevole e dalla quale tenta di uscire con una modalità di distanziamento dal problema come l’iperattività o il rifugio nell’alcool o negli psicofarmaci. Oppure può vivere una continua situazione di astenia, di stanchezza: testimonianza di un conflitto che implica un notevole dispendio di energia.
Una situazione tipica è la cosiddetta nevrosi della domenica.
Il giorno festivo, anziché essere vissuto con piacere come momento di libertà, è vissuto con angoscia per la sensazione di vuoto e l’incapacità di fare altro che non sia la routine. E questa sensazione di vuoto è un’altra caratteristica fondamentale del carattere depressivo.
Vuoto, che il paziente tende a colmare con una specifica dinamica, quella della bramosia, cioè con la tendenza ad introiettare, mettere dentro di sé l’altro che pertanto non viene vissuto come possibilità di scambio e di rapporto, ma esclusivamente come situazione materiale, evidente negazione delle possibilità interne dell’altro.
Questa introiezione-bramosia si può esplicitare spesso, sul piano comportamentale, con crisi bulimiche.

Dal carattere depressivo alla crisi

Questa, molto sommariamente, è la situazione del carattere depressivo. Questa situazione precipita verso una crisi ogniqualvolta questo equilibrio instabile viene turbato, o per una diminuzione delle capacità libidiche, come ad esempio nelle malattie, nella menopausa, nel pensionamento ecc. o per un aumento di cariche aggressive conseguenti a situazioni di frustrazione, più o meno reali.
Comunque sia, la situazione precipita; il carattere depressivo si sente sempre più solo, diminuisce l’autostima, mentre aumentano le valenze ostili. Siamo agli esordi della crisi depressiva che per vari motivi può essere gestita con tre modalità diverse.

a) La prima è di cercare di riottenere con la debolezza quello che non si è potuto ottenere con la forza. È la depressione nevrotica. Si tenta di recuperare il rapporto (o le modalità precedenti del rapporto se questo è cambiato) mediante illamento, proponendo la propria infelicità, i propri disturbi, ma soprattutto il rimprovero velato che tende a creare nell’altro i sensi di colpa. “(...) ho speso una vita per te... nessuno è riconoscente... gli uomini, sono ingrati”, sono i lamenti più comuni.
Queste dinamiche tendono facilmente a coinvolgere l’altro (anche perché l’altro è stato scelto in base a precise caratteristiche) ed è per questo che le situazioni sopradescritte tendono a sfociare, più che in una unica crisi, in una situazione cronica che costituisce la specifica dinamica del rapporto sadomasochistico e della depressione, clinicamente riconosciuta, come nevrotica.

b) La seconda modalità si avvicina a questa, ma se ne differenzia per un maggior ripiegamento sul proprio corpo: è una tendenza ipocondriaca. Non si chiede molto all’altro, ma ci si espone con i propri disturbi: è “il proprio essere ridotto così” che viene mostrato. È un tentativo di richiamo, è un lamento corporeo.

c) La terza modalità è diversa, perché si crea uno specifico meccanismo.
L’aumento delle cariche ostili ed il terrore della perdita dell’altro fanno sì che il soggetto tenda sempre più a vivere come realtà la fanstasticata introiezione dell’altro che, per essere-stato divorato, scompare; quindi il carattere depressivo vive non solo i sensi di colpa per la propria distruttività, ma anche una identificazione allucinatoria con l’oggetto distrutto. Egli è diventato come l’oggetto aggredito e distrutto: di qui i deliri di rovina o ipocondriaci che spesso accompagnano l’altro delirio, quello di colpa, che invece è sempre presente.
È la depressione definita clinicamente come psicotica o endogena.
Ma quali sono le cause che comportano una diminuzione della libido e quindi innescano una crisi depressiva?
La libido può diminuire in quei casi ove c’è un disturbo dei fattori biologici che condizionano il tono dell’umore (espressione che attiene al piano fenomenologico) o ove c’è un disturbo della libido propriamente detta (che attiene al piano psicodinamico).
Per capire meglio cosa succede quando c’è una diminuzione della libido, possiamo tener presente la dinamica della gelosia. Si conosce bene il rapporto tra gelosia e depressione.  Bisogna tener presente che la gelosia, il timore-rabbia che l’altro vada via, è legata sempre ad una diminuzione delle capacità libidiche del soggetto geloso. Il geloso è tale perché, avendo meno carica libidica, non riesce a mantenere il rapporto con l’altro e si angoscia (diventando spesso rabbioso) perché teme che l’altro si allontani fino a sparire. Questa è la migliore delle ipotesi; spesso invece il depresso ritiene che il partner possa godere nel dare e ricevere piaceri che lui non prova più: è in genere la forma di gelosia più pericolosa, che mostra spesso connotazioni deliranti. Se teniamo presente questa dinamica, possiamo capire meglio cosa succede al carattere depressivo allorché le valenze libidiche tendono a diminuire.
L’oggetto idealizzato (che serve a mentenere un sufficiente livello di autostima) diviene fantasticamente vissuto come tendente ad allontanarsi e sparire. Questo comporta immediatamente la caduta totale dell’autostima: il soggetto si senteinsignificante, privo di valore, praticamente annullato dall’altro.
A questo punto succede quello che H. Ey definisce la catastrofe psichica: ovverosia il crollo psicotico.
Quindi non c’è ritiro della libido (come avviene invece nel lutto) ma una diminuzione-scomparsa della libido. In questo senso ha ragione S. Freud quando sostiene che nel lutto è il mondo ad essere vuoto, nella melanconia è vuoto l’Io del soggetto. Ma siccome la libido è l’energia che sostiene l’Io libidico questo tende ad un impoverimento che comporta la caduta dell’autostima, della speranza, del tendere in avanti, del progettarsi.
Poiché la libido serve anche come energia che rende possibile all’Io contenere le cariche distruttive dell’inconscio rimosso, ci sarà un ritorno degli oggetti rimossi che sono, come dicevo, sempre ostili. Quindi non si tratta di un Super-Io sadico che maltratta l’Io del depresso, ma solo di un ritorno di quegli oggetti introiettati e rimossi a causa di una specifica dinamica pulsionale del paziente.
A questo punto il paziente mentre si sentirà colpevole per aver distrutto l’oggetto idealizzato, non potrà rivivere che in un passato riempito dal ritorno degli oggetti rimossi.
Contemporaneamente c’è una caduta pressoché totale dell’Io libidico: scompare pertanto la possibilità della progettazione nel futuro, il corso del tempo si ferma ed è invaso dagli oggetti introiettati, che ora, non bloccati più dalla presenza della libido, tendono ad emergere dall’inconscio rimosso. A questo punto il mondo del depresso si popola di oggetti (e non di ricordi) che sono fondamentalmente persecutori.
Questa, molto sinteticamente, è la dinamica della depressione, dinamica che è stata ampiamente trattata in altri lavori [1].
Una volta superata la crisi il paziente in genere riacquista un apparente benessere attraverso una massiccia rimozione che lo porta a “dimenticare” il malessere e le sue eventuali cause: caratteristica fondamentale è la mancanza di elaborazione della crisi, a differenza di quella che definisco crisi di disperazione che comporta invece una elaborazione più o meno creativa e comunque rende il soggetto diverso.
Mentre il paziente affetto da depressione (ciclica) tende ad iterare la sua patologia con una ripetitività tale da indurre vari studiosi a ritenere la depressione ciclica una malattia organica (endogena), la crisi di disperazione è un momento di grande malessere che viene elaborato e quindi superato.
Dopo questa sintetica esposizione, passerei a descrivere la famosa crisi di Leopardi del 1819.

La crisi di Leopardi

Il poeta nasce a Recanati nel giugno del 1798.
Molto si è scritto sulla sua famiglia: madre fredda ed anaffettiva, padre bigotto ed estremamente autoritario. Ma, posto così, è un falso problema, perché bisogna tener presente che in una famiglia allargata, come era peculiare di quella società e di quel momento storico, il bambino aveva possibilità di scambi emotivi con molte altre persone che non fossero strettamente i genitori.
Una frase tratta da Le ricordanze «(...) e sotto il patrio tetto sonavan voci alterne, e le tranquille opre dei servi» fa pensare che il  Leopardi potesse godere di un clima di “tranquilla” affettività, maggiore di quanto  risulti dai suoi scritti e dalle numerose analisi più o meno psicologiche o psicopatologiche compiute da vari studiosi.
Il futuro poeta, favorito da una ricca, anche se selettiva, biblioteca paterna e spinto da una grande curiosità riuscì in breve tempo a farsi una  cultura enciclopedica. Ma egli non si limiterà solo a leggere: ben presto comincerà a produrre e riflettere diventando intorno ai 15 anni già un  affermato filologo.
Nel 1817 inizia una fitta corrispondenza con Pietro Giordani, uomo colto e sensibile. Questa amicizia sarà un punto di riferimento importante  e direi, in certi momenti, fondamentale: una sorta di ancora di salvezza «Mio caro amico, sola persona che io veda in questo formidabile deserto del mondo» (Lettera del 17 dicembre 1819).
Nel 1818 Giordani trascorre alcuni giorni con il Leopardi a Recanati. Questo incontro rinsalda una amicizia che fino ad allora era stata  esclusivamente epistolare, anche se non continuativa, perché spesso il padre Monaldo sequestrava la posta in partenza o in arrivo, nel timore che il figlio fosse traviato «da idee troppo liberali».
Ma il momento più importante, quello che segnerà in maniera indelebile la vita del poeta è il 1819: anno di una grave crisi di disperazione che porterà spesso il giovane a meditare il suicidio come unica possibilità.
Per comprendere questa crisi bisogna tener presente l’importanza di questo anno: nel giugno del 1819 Leopardi avrebbe compiuto ventuno anni. Ovvero sarebbe diventato maggiorenne, il che significava la fine della patria potestà e la completa autonomia. Questo arco di tempo può essere diviso in due parti: prima del compleanno (aspettativa della partenza) e dopo il compleanno (fallimento del progetto).
Durante la prima metà del 1819, Leopardi comincia a costruire un progetto che è per lui fondamentale e vitale: allontanarsi dal «natio borgo selvaggio» e godere quella vita di libertà che fino ad allora gli era stata negata.
È ovvio che questa aspettativa è accompagnata da timori, dubbi, angosce soprattutto dal timore di non farcela, anche a causa di una costituzione fisica molto gracile. Inoltre nel marzo egli è colpito da una misteriosa affezione [2] agli occhi che gli impedisce la sua principale attività e fonte di piacere: studiare e leggere. Questo evento ovviamente aumenta le incertezze e le angosce del poeta.
Molto probabilmente è di questo periodo una delle sue composizioni più conosciute L’infinito.
L’ansia, i timori, le angosce sono comunque bilanciati da una dinamica di speranza e di attesa. La siepe che limita l’ermo colle «... è che da tanta parte il guardo esclude», anche se è un limite ed un ostacolo, rappresenta pur sempre una possibilità. Al di là della siepe c’è il mondo, un mondo che non è solo natura, ma anche il mondo degli uomini, degli spiriti eletti che Leopardi vorrebbe incontrare per proseguire il dialogo già aperto con lo studio dei classici.
L’infinito richiama sicuramente la dinamica della nascita: l’attesa, la paura, ma anche l’attrazione per il nuovo, la speranza che si possa esaudire il desiderio. E credo che questo sia il motivo più profondo del fascino di questo componimento.
Di pari passo il progetto di fuga diventa sempre più preciso e deciso: il poeta sa che dovrà sfidare la famiglia, il perbenismo bigotto, dovrà mettersi contro tutti. Ma egli è ben deciso. Nello Zibaldone [3] scriverà:

 «il vero coraggio non consiste nelle manifestazioni esteriori o nel cercare volontariamente i pericoli ma nella piena consapevolezza del rischio e nel rimanere – ciò nonostante – in perfetta calma interiore... E questi che spesso passano per coraggiosi, sono i più vigliacchi che mai. Giacché non sanno sostenere non solo la realtà, ma neppure l’idea dell’avversità» (Zibaldone 44 p. 29).

Non solo: il mite Leopardi nella sua lettera al padre (tanto diversa da quella di Kafka) dirà «voglio piuttosto essere infelice che piccolo». Ed aggiungerà «sono capace anche della colpa».
In cosa consisteva questa colpa? Il poeta era consapevole che il suo allontanamento da casa, e soprattutto le modalità con le quali sarebbe avvenuto, avrebbe costituito un duro colpo all’orgoglio ed al perbenismo del padre e della famiglia tutta.
Egli era ben consapevole che l’acquisire quella libertà che gli era stata negata avrebbe sicuramente offeso e colpito i suoi familiari. Ma era altrettanto consapevole di doversi assumere la colpa, ovverosia la responsabilità di questo suo comportamento.
Affermazione fondamentale perché qui colpa, non sta per sensi di colpa (Leopardi sapeva di stare nel giusto), ma per assunzione di responsabilità e capacità di opposizione. Questi due elementi sono già sufficienti a dimostrare chiaramente che la crisi del Leopardi è ben diversa da una crisi depressiva.
Nel giugno del 1819 Leopardi compie ventuno anni: è maggiorenne, si è affrancato dalla patria potestà e può andare via perché «il mio intelletto è stanco delle catene domestiche ed estranee».
È probabile che in questo periodo componga Alla luna.
Questo componimento in endecasillabi sciolti ha un preciso riferimento al giorno del suo compleanno (29 giugno) come risulta dal verso:

«io mi rammento che,
or volge l’anno, sopra questo colle
io venia pien d’angoscia a rimirarti...»

È lo stesso monte Tabor de L’infinito, anche se il vissuto è ben diverso.
L’andare verso la siepe e superarla, ora gli rende la vista confusa e tremolante

(...) ma nebuloso e tremulo dal pianto
che mi sorgea sul ciglio,
alle mie luci
il tuo volto apparria, che travagliosa
era mia vita (...)

La capacità di vedere si appanna, il volto della luna diventa nebuloso: il rapporto con l’oggetto idealizzato, la luna (che viene rappresentata come un viso) tende a regredire ad una fase molto primitiva. Quella del bambino che non riesce ancora a distinguere e definire il volto della madre: regressione legata non solo alle frustrazioni subite, ma soprattutto alla sensazione del fallimento attuale.
La luna, immagine onnipresente nella lirica leopardiana, è l’oggetto idealizzato: fredda, sfuggente, che si fa solo rimirare, simile alle figure femminili idealizzate per le quali egli ha vissuto intense passioni, raramente esternate, comunque sempre frustrate.

Di fronte alla frustrazione inizia la trasformazione di una accettazione dolorosa, ma comunque vitale della vita e soprattutto di un periodo fondamentale della vita, la giovinezza, periodo bellissimo, ma comunque ormai finito e che egli può rivivere solo nella nostalgia del ricordo.
Intanto la partenza da Recanati, che il poeta vive come possibilità di una sua nascita-liberazione, fallisce per vari motivi in parte legati agli intrighi del padre Monaldo, in parte anche alle incertezze del poeta.
L’inesperienza della vita, la sua gracile costituzione erano motivi che facevano presentire al poeta la difficoltà di questo progetto.
Molto probabilmente in questo periodo, che potremmo definire della caduta delle speranze e quindi di inizio di una crisi di disperazione, egli compone sempre in endecasillabi sciolti, una lirica poco conosciuta dal titolo Spavento notturno [4].
È un dialogo tra due pastori Melisso ed Alceta (Alceta rappresenta il poeta):

ALCETA  Odi, Melisso: io vo’ contarti un sogno
di questa notte, che mi torna a mente
in riveder la luna. Io me ne stava
alla finestra che risponde al prato,
guardando in alto: ed ecco all’improvviso
distaccasi la luna; e mi parea
che quanto nel cader s’approssimava,
tanto crescesse al guardo; infin che venne
a darti colpo in mezzo al prato; ed era
grande quanto una secchia, e di scintille
vomitava una nebbia, che stridea
sì forte come quando un carbon vivo
nell’acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo
la luna, come ho detto, in mezzo al prato
si spegneva annerando a poco a poco,
e ne fumavan l’erbe intorno intorno.
Allor mirando in ciel, vidi rimaso
come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia,
ond’ella fosse svelta; in cotal guisa,
ch’io n’agghiacciava; e ancor non m’assicuro.

MELISSO  E ben hai che temer, che agevol cosa
fora caderla luna in sul tuo campo.

ALCETA  Chi sa? non veggiam noi spesso di state
cader le stelle?

MELISSO  Egli ci ha tante stelle,
che picciol danno è cader l’una o l’altra
di loro, e mille rimaner. Ma sola
ha questa luna in ciel, che da nessuno
cader fu vista mai se non in sogno

La traumatica caduta delle aspettative e delle speranze è ben espressa dall’immagine della luna che precipitando dal cielo si autodistrugge. Sul piano dinamico questa rappresentazione esprime la rottura del legame con l’oggetto idealizzato: ovviamente la rottura con l’oggetto idealizzato è più traumatica di una semplice perdita.
Comunque è importante notare un particolare: nel cielo, al posto della luna precipitata, rimane un alone; quindi non c’è la scomparsa totale, non c’è un annullamento completo [5].
Per comprendere la differenza psicopatologica tra questa situazione ed una profondamente depressiva possiamo ricordare il sonetto di Gerard Nerval che così si esprimeva nel Il Desdichado (Lo Sradicato):

(...) È morta la mia stella ed
il liuto ornato d’astri sorregge
il sole nero della malinconia

Circa un anno dopo aver scritto questo sonetto il Nerval si impiccava in una strada di Parigi.
Anche il Leopardi nel 1819 medita il suicidio: si sente profondamente disperato, ma il suo percorso sarà completamente diverso: egli supererà questa crisi di disperazione e non cadrà in uno stato di depressione.
Ma prima di esaminare e comprendere questa svolta dobbiamo vedere quale era lo stato d’animo del Leopardi in quella seconda metà dell’anno 1819, come possiamo dedurlo dal suo epistolario e da alcuni brani dello Zibaldone:

«(...) Domandi notizia dei miei studi, ma sono due mesi ch’io non istudio, né leggo più niente, per malattia d’occhi, e la mia vita si consuma sedendo colle
braccia in croce, o passeggiando per le stanze» (Lettera a P. Giordani del 4 giugno 1819).
«(...) io vo’ scemando ogni giorno di vigore, e le facoltà corporali mi abbandonano a una a una. Questo mi consola, perché m’ha fatto disperare di me stesso, e conoscere che la mia vita non valendo più nulla, posso gittarla, come farò in breve, perché non potendo vivere se non in questa condizione e con questa salute, non voglio vivere (...) ora che le antiche illusioni sul mio valore, e sulle speranze della vita futura, e sul bene ch’io potea fare, e le imprese da togliere, e la gloria da conseguire, mi sono sparite dagli occhi, e non mi stimo più nulla, e mi conosco assai da meno di tanti miei cittadini, ch’io disprezzava così profondamente» (Lettera a P. Giordani del 26 luglio 1819).
«(...) non v’ha forse cosa tanto conducente al suicidio quanto il disprezzo di se medesimo» (Zibaldone,70, 71, p. 42).
«(...) Quando l’uomo veramente sventurato si accorge e sente profondamente l’impossibilità d’essere felice (...) comincia dal divenire indifferente attorno a se stesso, come persona che non può sperar nulla, né perdere e soffrire più di quello ch’ella già preveda e sappia. Ma se la sventura arriva al colmo, l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di sé, (...) egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, (...) e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, e l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza» (Zibaldone, 87, p. 52).
«(...) Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere (...). Non ho più lena di concepire nessun desiderio, né anche della morte, non perch’io la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo (...)»
(Lettera a P. Giordani del 19 novembre 1819).


Da questi brevi accenni risalta chiaramente che il poeta attraversa una crisi di disperazione che superficialmente potrebbe essere vista come una depressione.
I progetti, il futuro, le passioni: tutto momentaneamente scompare per lasciare posto ad uno stato di dolore totale tale da fargli meditare il suicidio. Ma da questa crisi il poeta comincerà lentamente ad emergere, e già ai primi mesi del 1820 questa metamorfosi è compiuta.
Nella lettera del 6 marzo 1820 a Pietro Giordani, così egli si esprime:

«Sto anch’io sospirando caldamente la bella primavera come l’unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell’animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un’aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcuneimmagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo».

In questo stesso periodo il Leopardi compone La sera del dì di festa.
È il recupero delle immagini e del ricordo: è il recupero di un passato che non viene annullato, ma elaborato.
È il recupero della vista.

(...) e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna di
lontan rivela
serena ogni montanga.

Ma anche dei suoni

(...) ed alla tarda notte un canto che s’udia per li sentieri lontanando morire a
poco a poco, già similmente mi stringeva il core.

Questa fusione di suono e di immagine come il recupero di un volto anche “se nubuloso” costituirà la base, ma segnalerà anche la cicatrice, su cui il Leopardi costruirà il suo mondo poetico.
La tristezza diventa il marchio di una vita dolorosa e tragica, ma non certamente disperata e vuota.
Cosa ha reso possibile al Leopardi il superamento di questa crisi e la non trasformazione in una situazione depressiva?
Alcuni elementi fondamentali che cercherò di sintetizzare per mostrare sia la differenza con una situazione depressiva, sia la modalità più appropriata di un intervento psicoterapico nella depressione.
a) Nel Leopardi non viene mai meno l’autostima. Possono crollare le illusioni, le speranze, nella una frase come «io preferisco essere triste piuttosto che piccolo» è indice di una sana ed elevata autostima;
b) Leopardi riesce ad affrontare la colpa: si badi bene che la colpa è ben diversa dai sensi di colpa. La colpa è l’assunzione di responsabilità per ciò che uno chiede di fare: è l’uomo tragico che si assume la colpa, a differenza dell’uomo depressivo che vive nei sensi di colpa che nascono proprio dalla incapacità di essere presenti, ai opporsi e quindi di assumersi la dovuta responsabilità.
c) Capacità di elaborare la rabbia e la ribellione in una sana protesta [6] che nasce contro il piccolo mondo bigotto familiare, ma con il tempo si estenderà a situazioni sempre più ampie ed universali.
d) Il poeta, pur nel crollo delle illusioni, mantiene un rapporto umano: quello con Pietro Giordani, amico sensibile e colto che rappresenta un punto di riferimento fondamentale.
e) Ed infine dopo il crollo c’è il recupero delle immagini, del ricordo, del desiderio di continuare a vivere per testimoniare il suo vissuto (liriche), ma anche le sue riflessioni sull’uomo e la necessità di una solidarietà tra gli uomini.
In una delle sue ultime liriche, una sorta di testamento spirituale, La ginestra, egli così si esprime:

(...) Or tutto intorno
una ruina involve
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al
cielo di dolcissimo odor mandi
un profumo
che il deserto consola.

Come la ginestra che, pur nascendo dalla nera lava dello «sterminator Vesevo», manda il suo profumo dolcissimo che «consola il deserto», così il Leopardi dal 1820 in poi farà crescere sulla nera lava della crisi del 1819 la sua lirica che ancora oggi si spande come il dolcissimo profumo della ginestra.

***

A distanza di anni dalla pubblicazione di questo lavoro e nonostante alcune critiche di lettori, che hanno contestato la mia tesi, ritenendo Leopardi affetto da depressione, io sono più che mai convinto della mia proposizione.
In primo luogo non si sono ripetuti, anche se la vita del poeta è stata piuttosto breve, altri episodi: comunque sono trascorsi ben diciotto anni dalla crisi descritta. Ma soprattutto la sua poetica e la sua filosofia dimostrano chiaramente come egli abbia superato ed elaborato questa crisi: rifiutando sia l’ingenuo ottimismo illuministico sia il “cupio dissolvi” di un certo romanticismo, egli ha sempre proposto un atteggiamento estremamente costruttivo basato sul valore della fratellanza. Dei tre principi della Rivoluzione Francese, e quindi dell&