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estratti da L’opposta riva (LietoColle, 2006) |
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I E dove altro credi possibile la mia presenza se anche la mia terra è contro? Non rimane niente altro che la cancellazione ripeteva un dirsi presenti anche senza il luogo. Adesso conta diceva fai la somma dei rimasti. Sottratti gli urti i lampi i sacchi senza nome o le cataste di arti e bocche colme di vuoto avrai la misura del rimanere, l’innominata ampiezza. II Alla conta venne la misura non prima non in moltitudine ma uno ad uno sparivano lasciando il quesito al posto, il vuoto della certa destinazione. Con l’assenza a tavola continuava mamma a preparare per quattro anche dopo rimasta ultima anche ora che le fosse disimparano il contenere. III Certe dozzine non andavano contate non sapendo dove gettarne o cosa conservare: dall’unico mucchio è indistinguibile diceva la milizia con l’affetto, la sorpresa con la sorpresa la manovra o la fuga. Partita patta dicevano i credenti senza vinti e vincitori: segnato il punto sulla carta il singolare niente spianava con l’ordine, il lezzo… IV L’esodo ha meno oltraggio del sepolcro credimi, cosi l’assenza seppellisce ma solo nella memoria: agli scomparsi corpi non pesa il luogo vacante come a chi scava… V Da una riva all’altra separa solo la paura dell’inizio una mancanza di traccia: cosa lascio indietro se vado diceva che memoria trovo? VI Dislocava tra gola e palato senza dire portandosi con se solo e per la prima volta: avvicinando la calma del lavoro finito sostava all’argine della distanza col timore di tracimare. L’odore del gasolio, del sale davano la metrica certa dell’imbarco dello scambio accompagnarlo all’opposta riva. VII C’è gente appesa perfino sui pali delle navi lo sguardo che accusa e spunta o non crede: dopo la voce italiana il motore spegne e qualunque suono riassorbe fino al beccheggio, ai corpi fermi: procedure dice le tue leggi uguali sempre. Sotto scorta fino al porto e poi la fonda lo sbarco diritto fino al recinto a cumulare le presenze come merce di stoccaggio. Non più di poco ripete poi si rimpatria cosi come si arriva. Non si vede il numero non si conta nemmeno quanta legione per nave al giorno sperare la terra e nonostante le preghiere rimbalzare. VIII Lunghissima l’onda ma non abbastanza per il battello: attorno un rischio di secca la vedetta a terra o in mare. Sbarca dicono, alzati e cammina. Cosi il balzo l’affondo nell’acqua l’impresa del guado, di sopravvivere l’entroterra. Ombra ad ombra allontano oltre gli estremi della rena e il giusto verso distanzia il fiato al passo. IX Puoi capire? Sono rese le ore del guado stornate e rese solo se resti altrimenti è un percorso daccapo, un nuovo tentativo. Al terzo viaggio si sono dimenticati di me: supino aspettando ho allontanato anche lo sguardo dal corpo per non vedermi o essere visto per non essere consegnato al debito del rimpatrio. X Nella differenza di viaggiatore o migrante la diversa causale: come il primo segue le carte il secondo una a sperare ti dico, opposto il fine. Al termine vedi come o cosa la memoria mantiene ma la parola già divide: più del percorso il motivo più del transito la durata… chi del rientro aspettando chi del ritorno negato, al luogo caro la possibilità… XI Raccontava del mestiere svolto a casa, degli studi le ripetizioni e certi viaggi per concerto: è cambiata la mia vita e le mani storte adesso nascondeva per vergogna. Suonava ancora: le mani rotte dai plotoni lo ricordano il mestiere, diceva.. XII Come all’officina il materassaio, la posizione bassa era offerta una poca paga tra il baratto del nome e il dovere restare. Prendere o lasciare mi dicevano: a lungo andare il documento arriva. Cosi restavo metà invisibile e più spazio che persona. Sbagliavano il mio nome nel chiamare ma nessuno ne curava costando poco chi o cosa mastica il lavoro: carne pronta con la fame in bocca e la bocca inutile al parlare e del rimpiazzo all’entrata la fila piena, la stessa condizione questuante affollare per poco, per tutto il tempo… XIII Ho vent’anni di scintille mi diceva ma sono un corpo che stazione senza scampo: chiedo poco giusto il giusto per campare ma non basta. Altro non ricordo ripeteva per avere le parole: dammi altro che il denaro dammi un senso… XIV Lo sguardo appeso alla madia come sondava il vuoto interno i ripiani dare alloggio alle molliche solamente, all’odore chiuso dentro. Non c’è niente da mangiare ripeteva e chiudeva gli sportelli con il gesto di chi perde… XV Non so chiamare a casa per sapere, mi diceva ho paura che quanto detto s’allontani dall’immagine che credo: rimandava cosi di giorno in giorno il tempo al posto telefonico altre scuse inventando. Se poi altre morti accadono ed io non vedo, con che scusa resto per lavoro con che peso? Manca poco mi diceva per tornare con ricchezza. A quando torno l’abbraccio immenso rimandava o d’orfano l’assenza da scontare… XVI Come versano gli eroi nella storia mi chiedeva con quali veti o aperture diventano invece di sparire? Io non so di me che fare e sedeva a terra il capo nelle mani. Hai letto troppo gli diceva il padre, gli eroi spesso non negli occhi della gente il destino a compiere ma sfuggendo solitari un poco a poco con del pane e certo amore. Si ma chi ne parla insisteva il figlio alzando: io che sono? XVII Lo sbalzo sopra le teste l’intermittenza di luce interessa per la frazione minima per la mancanza improvvisa. Sovrappone alla continuità ma è solo temporale rassicuro. Il fare immutato prosegue allora nella pausa di corrente tra l’erogare e le impronte sulle cose. Noi viviamo uguale dico: cosi alternati tra costanza e sottrazione…
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Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Lugano (CH) . Ha pubblicato Verso Buda (LietoColle, 2004) e L’opposta riva (LietoColle, 2006) oltre a una moltitudine di testi in antologie. L’opposta riva è stato scritto dopo che l’autore ha vissuto per tre anni con i Clandestini, ricomponendone le vite in questa Spoon River dei vivi. Collabora con diverse riviste e per alcune case editrici. |
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© 2003/2008 SÉ-SITO webmater I diritti dei testi presenti in questa pagina sono dell'autore. pagina aggiornata il 2 gennaio 2008 |
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