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Il Colosso Tre quartetti gennaio 2007 |
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(Prima stanza) Di là c’è un colosso che inorgoglisce e nei malumori sbuffa con i treni dei film antichi. Pietrifica bocche che si aprono senza pronunciare. E così non sai quale condanna per te né quale dei tuoi misfatti si aprono in questi giorni a chinare il capo. Da quanto non confessi le tue colpe? Di sera la luna che impreziosisce il mondo inchina. Opachi gli occhi come un cieco che va col bastone al cielo; sente bianca e giusta la via. Devi sottrarre i minuti al mattino e delle lune che umiliano spavalde tenere il conto. Si dice in giro che sei un pipistrello, che fuggi il giorno. Troppo bianca la nuvola sulla mensa della tua cucina, a colazione. Dai vetri la sua ironica orbita cresce nelle tazze. Accusa con spergiuri. La tua voce è coltre che gonfia Le vele nere, mute sottovento. Parola che salva, fa il tragitto pieno. Senza peccato, procede in mare aperto. Chi si accorge del tuo star male? Finché non rompi la tua parola in sillabe e batti col martello l’O che resiste, fai tornio al vetro sottile. .......................... (seconda stanza) C’era un tempo un uomo onnipotente; le tue danze di bambina tardi a cena. Bambina dai bei graffiti sulla testa del colosso. Tessi trecce sul suo capo. Un filo, due fili, con tua sorella, il gioco nascosto da qualche parte. Buono il colosso, nel piatto caldo, nel fumo soffiava eternità a sera. La notte vegliava che il sonno fosse pieno, nelle lenzuola per tre letti. Nel terzo bambole di pezza, blu gli occhi, sbarrati per il cane che annusava. Il cucciolo di lupo non obbediva, obbediente all’intenzione che inclina amore verso la stanza. Ancora salve la sera di un altro giorno, nella fiaba. Né la catena a cui lui lo legava ingannava il lupo. La porta scudo tra sé e il padrone. Esile sbarramento. Nell’unico pozzo fluisce l fiume. ..................... (terza stanza) Terrai nel cuore il melograno, fiorisce. Di pomeriggio s’alza primavera. Sopra la tua mano non senti un soffio? Subito ti sposti. Da te muovi a un alone. Tieni le stagioni, corri sul carro da luna a luna e questa buca ancora lo scudo d’oro a squame rotte d’aria. Sei talpa cieca, felice della tana. Ti guida un richiamo di parola, sotto la terra adagiata al peso della foglia. Ancora speri intatta la membrana. L’umido non ha il sole. Mese e mese cresce, uno star ritto l’intero giorno sull’asse portante della tua ossatura. Altro colosso ti nutre, cura. Alzi lo sguardo al mondo. Sai della rosa, recuperi il profumo. La pietra della casa se resiste al tempo. Si apre la città diversa. Giardini misurati dietro a portoni. Cammini con la bussola tra strade, il nord sicuro ti orienta. E’ suono, tu sei l’acqua, il sasso che s’intraspare, sei la bella loggia del cortile. |
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(A stella spenta) Dovrò pensare ai tempi del trasloco, al mese, al giorno, stretta nella gabbia dove alloggia amore, senso del centro da pelle ad osso ad articolazione. Cadranno i sensi, il sole con le cose immobili, pesanti. Spersa, vagando, la meta dileguata, la nera mente sotto il cosmo, schizzata la laringe. Quello che dovrà bastare, la stella che si spegne, la sua voce estrema inadempiente all’ordine divino: partire, alzare vele, ad altra spera. Nel bel mezzo della città ogni pezzo si confonde ed io non so dove il piede affondi; la qualità del manto, dell’asfalto spento, si deteriora. Non riconosco la città, non so il nome, le vie disabitate, il portico, il canale… agli occhi d’erba agli occhi di mattone, agli occhi d’acqua…. Solo esiste distesa galleggiante di alberi di pietra, di calce e fiume. E più mi addentro, lontanissima dal centro, vivo dell’inesistente. Luoghi, spazi vuoti, la città nera. Fuori è come dentro e non saprò d’essere entrata nella città più mia e un dolore sarà per non esserci. Persi i punti d’acqua, il corpo, parlerò con il cielo, aprirò una via pensile in ciò che rimane di tetti e nuvola: calcinacci di liane verso le stelle. (18 luglio in bicicletta sul canale) Rallenti il passo, rallenta la cicala, passaggio obbligato la via stretta. Lì sei già stato, ti muovi all’infinito. Si apre la città alla tua seconda vita. A quel punto non riconosci strada, dici, era una via sul ponte, viaggia su balconi che quasi baciano l’acqua. Tutte trasparenti, strade slontanate. Strade con nomi e cuore travestito, parola che non nomina davvero, tu ombra che si spacca, apri la cifra dentro te, sopra, rinasci, rimani. Ti è dato ora di provare ancora, di vivere, farti leggero ancora, prima per la città con altri nomi, poi con questi che affollano la via. Ti è dato, rifai la storia, vai e scrivi- ti giù tra i significati, col passo deciso del cieco nudo sul lastricato.Tracce di pianto scarta. |
Trasloco Dovrò pensare ai tempi del trasloco, al mese, al giorno, stretta nella gabbia dove alloggia amore, senso del centro da pelle ad osso ad articolazione. Cadranno i sensi, il sole con le cose immobili, pesanti. Spersa, vagando, la meta dileguata, la nera mente sotto il cosmo, schizzata la laringe. Quello che dovrà bastare, la stella che si spegne, la sua voce estrema inadempiente all’ordine divino: partire, alzare vele, ad altra spera. |
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(La città) Nel bianco non c’è sostanza, nel bianco l’assoluto vagito e il sole in danza. E piano una mano segna incroci, case e persiane che non vedi a distanza. Sei nella città ma forse altri vedono e si confondono. Lasci entrare i palazzi attraverso gli occhi di sonno. Lasci entrare il mare, le navi al porto. Presto, presto, a frotte si accalca gente, il mondo ricreato. Dove vuoi essere? Se prendi diagonali sveltisci il passo. Le prime stelle felici. Le voci della rana via dallo stagno. Non sa di umido né luna la natura, non sente la rovina, il lavoro per la casa bianca, l’ombra nella luce. Le stelle non allontanano, sei tu che torni alla città, alle trasgressioni, al tuo giuramento, incoerente incidi già in prima fila la gente. T’impasti; la terra ha buche, tranelli. Si gonfia d’acqua, la terra, crepe ebbre in agguato imbevono la mano; tumide la corda, la laringe. Ogni volta rivedo la città nativa. Il ritorno è da viaggi d’Europa, e ai bei giardini di un unico fuso d’ora, mi riprometto acque di fontana. Quelle e non altre. E quelle sono altre. Prima della partenza e al ritorno il filo di memoria si tende le dispiega in zampilli ancora vivi. Eppure i ritorni cambiano in forme che pensavi eterne, le pietre sane in inferme, gli spazi, il selciato. E il mio corpo non fa spergiuri. Perfino i sogni si piegano in litigi, tutto non è lo stesso, tutto sgrana. Le parti nell’unica cosa incerta, le parti sconnesse entrano dagli occhi. La città vista da dentro, la città non è la stessa, inghiottita, ingoiata è un’ameba che s’accomoda a pezzi; non è lei, tu frughi, sei il parassita. Se anche la rivisito giorno a giorno, dentro la stagione, o via dentro via piedi e gambe e ruote spazio ed angolo annodando strette, desideri…diseguale. Potrebbe essere una città di Hokkaido con traverse prive di nome, e porte senza civico, con gente che non sa l’idioma della nascita e non vede. Ma sono nata, ho camminato, cammino e rifaccio le strade, sempre con il dubbio di non essere io, tornata da un esilio di trent’anni. Io, i sogni, l’inquieto desiderio, sicché dormo camminando, vago sognando, sento parole, sento il vento lontani o invento d’essere dentro. Con gli occhi estranei a cose note in piedi. L’anima dislocata affitta stanze altrove e le case non sono più quelle, né più questo nel via vai il mio cuore. Dove sono è dove vado, e arrivata aggiungo nuovo tracciato alla carta che non orienta i tanti me veri o stranieri da qui agli altri punti cardinali. |
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Marina Agostinacchio (Padova 1957) è laureata in lettere ed insegna dal 1983. Nel 1998 è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”, nel 2002 ha vinto il Premio Montale per l’inedito, nel 2003 pubblica sulla rivista Poesia di Crocetti il poemetto “Elegia” dedicato al padre. Nel marzo 2006 pubblica il volume di poesia “Porticati” edito Book- collezione Tabula. |
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