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(A stella spenta) Dovrò pensare ai tempi del trasloco, al mese, al giorno, stretta nella gabbia dove alloggia amore, senso del centro da pelle ad osso ad articolazione. Cadranno i sensi, il sole con le cose immobili, pesanti. Spersa, vagando, la meta dileguata, la nera mente sotto il cosmo, schizzata la laringe. Quello che dovrà bastare, la stella che si spegne, la sua voce estrema inadempiente all’ordine divino: partire, alzare vele, ad altra spera. Nel bel mezzo della città ogni pezzo si confonde ed io non so dove il piede affondi; la qualità del manto, dell’asfalto spento, si deteriora. Non riconosco la città, non so il nome, le vie disabitate, il portico, il canale… agli occhi d’erba agli occhi di mattone, agli occhi d’acqua…. Solo esiste distesa galleggiante di alberi di pietra, di calce e fiume. E più mi addentro, lontanissima dal centro, vivo dell’inesistente. Luoghi, spazi vuoti, la città nera. Fuori è come dentro e non saprò d’essere entrata nella città più mia e un dolore sarà per non esserci. Persi i punti d’acqua, il corpo, parlerò con il cielo, aprirò una via pensile in ciò che rimane di tetti e nuvola: calcinacci di liane verso le stelle. (18 luglio in bicicletta sul canale) Rallenti il passo, rallenta la cicala, passaggio obbligato la via stretta. Lì sei già stato, ti muovi all’infinito. Si apre la città alla tua seconda vita. A quel punto non riconosci strada, dici, era una via sul ponte, viaggia su balconi che quasi baciano l’acqua. Tutte trasparenti, strade slontanate. Strade con nomi e cuore travestito, parola che non nomina davvero, tu ombra che si spacca, apri la cifra dentro te, sopra, rinasci, rimani. Ti è dato ora di provare ancora, di vivere, farti leggero ancora, prima per la città con altri nomi, poi con questi che affollano la via. Ti è dato, rifai la storia, vai e scrivi- ti giù tra i significati, col passo deciso del cieco nudo sul lastricato.Tracce di pianto scarta. |
Trasloco Dovrò pensare ai tempi del trasloco, al mese, al giorno, stretta nella gabbia dove alloggia amore, senso del centro da pelle ad osso ad articolazione. Cadranno i sensi, il sole con le cose immobili, pesanti. Spersa, vagando, la meta dileguata, la nera mente sotto il cosmo, schizzata la laringe. Quello che dovrà bastare, la stella che si spegne, la sua voce estrema inadempiente all’ordine divino: partire, alzare vele, ad altra spera. |
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(La città) Nel bianco non c’è sostanza, nel bianco l’assoluto vagito e il sole in danza. E piano una mano segna incroci, case e persiane che non vedi a distanza. Sei nella città ma forse altri vedono e si confondono. Lasci entrare i palazzi attraverso gli occhi di sonno. Lasci entrare il mare, le navi al porto. Presto, presto, a frotte si accalca gente, il mondo ricreato. Dove vuoi essere? Se prendi diagonali sveltisci il passo. Le prime stelle felici. Le voci della rana via dallo stagno. Non sa di umido né luna la natura, non sente la rovina, il lavoro per la casa bianca, l’ombra nella luce. Le stelle non allontanano, sei tu che torni alla città, alle trasgressioni, al tuo giuramento, incoerente incidi già in prima fila la gente. T’impasti; la terra ha buche, tranelli. Si gonfia d’acqua, la terra, crepe ebbre in agguato imbevono la mano; tumide la corda, la laringe. Ogni volta rivedo la città nativa. Il ritorno è da viaggi d’Europa, e ai bei giardini di un unico fuso d’ora, mi riprometto acque di fontana. Quelle e non altre. E quelle sono altre. Prima della partenza e al ritorno il filo di memoria si tende le dispiega in zampilli ancora vivi. Eppure i ritorni cambiano in forme che pensavi eterne, le pietre sane in inferme, gli spazi, il selciato. E il mio corpo non fa spergiuri. Perfino i sogni si piegano in litigi, tutto non è lo stesso, tutto sgrana. Le parti nell’unica cosa incerta, le parti sconnesse entrano dagli occhi. La città vista da dentro, la città non è la stessa, inghiottita, ingoiata è un’ameba che s’accomoda a pezzi; non è lei, tu frughi, sei il parassita. Se anche la rivisito giorno a giorno, dentro la stagione, o via dentro via piedi e gambe e ruote spazio ed angolo annodando strette, desideri…diseguale. Potrebbe essere una città di Hokkaido con traverse prive di nome, e porte senza civico, con gente che non sa l’idioma della nascita e non vede. Ma sono nata, ho camminato, cammino e rifaccio le strade, sempre con il dubbio di non essere io, tornata da un esilio di trent’anni. Io, i sogni, l’inquieto desiderio, sicché dormo camminando, vago sognando, sento parole, sento il vento lontani o invento d’essere dentro. Con gli occhi estranei a cose note in piedi. L’anima dislocata affitta stanze altrove e le case non sono più quelle, né più questo nel via vai il mio cuore. Dove sono è dove vado, e arrivata aggiungo nuovo tracciato alla carta che non orienta i tanti me veri o stranieri da qui agli altri punti cardinali. |
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