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Francesco Marano 
Il film etnografico in Italia 
Bari, Edizioni di Pagina 2007


Nel solco di una rinascita dell’interesse verso il film etnografico e l’antropologia visuale, il volume presenta una ricostruzione dei rapporti fra etnografia e film in Italia, così come si sono sviluppati nel corso del tempo dentro e fuori l’accademia. Dopo aver segnalato quelli che di volta in volta sono stati considerati antecedenti o tentativi pionieristici, l’autore descrive la stagione “demartiniana”, le iniziative legate alla figura di Diego Carpitella e quelle promosse dalla televisione, da istituzioni e centri di ricerca, per arrivare fino ai giorni nostri. Percorrendo la storia del film etnografico in Italia, l’autore presenta i maggiori contributi teorici prodotti all’interno della riflessione sull’antropologia visuale e il film etnografico, segnala autori e opere, e individua gli elementi che hanno determinato la retorica visiva e l’approccio etnografico nel corso delle diverse fasi storiche.




 
 
Antonello Ricci 
I suoni e lo sguardo. Etnografia visiva e musica popolare nell'Italia centrale e meridionale
Milano, Franco Angeli 2007


Dal 1952, per più di venti anni, vaste aree dell'Italia centrale, meridionale e insulare sono state percorse da ricercatori e studiosi, da soli o in équipe, intenti a rilevare modi e forme della musica di tradizione orale. Questa attività di esplorazione ha prodotto, accanto alla documentazione sonora, un'ampia documentazione fotografica, a volte realizzata da professionisti di notevole spessore, quali Franco Pinna e Ando Gilardi. Il materiale iconografico e musicale a cui si fa riferimento è custodito presso gli Archivi di etnomusicologia dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia. Attraverso le attività promosse da tale istituzione sono state effettuate alcune fra le più importanti campagne etnografiche relative al mondo contadino italiano a opera di studiosi come Diego Carpitella, Alberto M. Cirese, Ernesto de Martino, Alan Lomax, Tullio Seppilli. Anche attraverso un ampio apparato fotografico, il volume, che raccoglie gli esiti di un'indagine quindicennale, tenta di ricostruire il percorso euristico degli Archivi di etnomusicologia, con particolare riferimento all'etnografia visiva, nel tentativo di individuare le relazioni che accomunano lo sguardo e l'ascolto orientati verso il mondo popolare, in anni tra i più fertili degli studi etnologici italiani.




 
Le forme della festa.
La Settimana Santa in Calabria: studi e materiali
a cura di Francesco Faeta e Antonello Ricci
Roma, Squilibri 2007


Nel Mezzogiorno italiano, e in particolare in Calabria, il sistema festivo della Settimana Santa costituisce parte essenziale del dispositivo con cui le diverse comunità procedono alla formazione dei loro orizzonti identitari, alla produzione delle loro fisionomie sociali, alla gestione del loro potere politico. Le feste e i riti della Pasqua muovono l'umanità che si aggrega e riconosce su base locale - paesana o cittadina, di vicinato, rione o quartiere - inducendola a compiere scelte, a elaborare strategie, a progettare, materialmente e simbolicamente, i suoi confini, i suoi ordini interni, i suoi rapporti di egemonia e subalternità, le sue gerarchie, spingendola ad associarsi, dividersi, entrare in conflitto, a soffrire e gioire. Esito di una ricerca estesa capillarmente a tutto il territorio regionale e realizzata da un'équipe di specialisti con competenze diverse -antropologi, etnografi, etnomusicologi, fotografi, videoperatori, informatici -, il volume presenta la morfologia di dieci eventi rituali particolarmente significativi e un'inchiesta più "leggera" sulle forme della festa quaresimale in decine e decine di altri paesi e frazioni. Con oltre 200 fotografie in b/n e a colori, un cd allegato con 27 brani musicali che restituiscono all'ascolto l'atmosfera sonora della festa, una densa raccolta di saggi e un articolato insieme di apparati critici, si delinea così uno spaccato etnografico, senza precedenti nel panorama europeo, attorno alle forme della festa della Settimana Santa in una regione che, più di ogni altra, ha conservato riti e cerimonie legate alla passione, morte e resurrezione di Cristo.




 
 
Gente di San Giovanni in Fiore. Sessanta ritratti di Saverio Marra 
a cura di Francesco Faeta
Fratelli Alinari, Firenze 2007
edizione italiana e inglese


Il volume illustra, con una selezione di sessanta ritratti, una parte della intensa attività fotografica di Saverio Marra, svolta nella prima metà del Novecento e dedicata prevalentemente al paese in cui condusse parte preponderante della sua vita: San Giovanni in Fiore. Saverio Marra, artista dalla forte personalità, per oltre un trentennio, ha saputo raccontare la realtà socio-culturale del popolo sangiovannese, producendo un patrimonio di inestimabile valore, custodito presso il Museo demologico dell'economia, del lavoro e della storia sociale silana di San Giovanni in Fiore. Con il ritratto, il fotografo, si è cimentato a lungo, sperimentandolo in tutte le sue forme e varianti stilistiche e dedicandogli rigorosa cura psicologica e forte attenzione formale. Il volume ripercorre questo micro-inventario paesano, con l'organizzazione delle immagini in due grandi serie ideali, una dedicata alla raffigurazione della condizione sociale locale e l'altra alla più ristretta realtà familiare: una ripartizione, in qualche modo, fra dimensione pubblica e privata che consente al lettore di avvicinarsi al mistero di una fotografia legata a ristretti contesti locali che si ripete con singolare continuità in luoghi diversi e spesse volte posti in angoli opposti del mondo.




 
 
 
 
 
Alberto Mario Cirese
Beni volatili, stili, musei. Diciotto altri scritti su oggetti e segni
Gli Ori, Pistoia 2007


La prefazione dell'Autore
 
In limine
 
Alberto M. Cirese
 
Dopo il volumetto del 1977, Oggetti segni musei, ripresi ad occuparmi del tema solo nel 1986, per la mostra sulla lavorazione del lino ad Atessa. Nei venti anni appresso, coinvolgendomi in mostre o convegni, il frequente fiorire di iniziative museografiche in vari luoghi d’Italia mi ha portato invece a tornare sul tema quasi annualmente. Agli amici senesi, memori di quanto insieme ci accadde di fare in anni lontani ma non infruttuosi, è parso che giovasse agli studi mettere insieme quegli interventi (1); ed io, ovviamente immodesto, ho acconsentito.
 
Trattandosi di scritti prevalentemente d’occasione, mi è sembrato opportuno disporli non per temi, come fu nella prima raccolta, ma invece per date: quelle di composizione o di presentazione, però, e non quelle di stampa, giacché tra le due ci sono stati scarti perfino di oltre un decennio. Anche se talora un poco troppo prossimi alla oralità di varie loro occasioni – convegni, lezioni, interviste – i testi sono ristampati senza modificazioni di rilievo, salvi taluni scorciamenti volti a eliminare almeno qualcuna delle ripetizioni che sono inevitabilmente presenti (e fastidiose) in questo tipo di raccolte (ma quante purtroppo ne sono rimaste!). Comunque degli interventi (e delle non infrequenti aggiunte in nota) è data notizia per ciascuno scritto. Si sono anche unificate le indicazioni bibliografiche, per le quali vedi la chiave in fondo al volume.
 
A conclusione del mio lungo parlare di musei, un quarantennio o quasi, forse avrei dovuto tentare qualche pagina alata, magari volta anche a cercar di sceverare, in quanto ho detto e fatto, ciò che mi pare vivo da ciò che invece è morto, o sembra. Invece nulla: non basta allo studiare solo una vita.
 
 
Note
1
Per varie ragioni, di alcuni non posso fornire testi in questa raccolta, ma qui mi sembra doveroso darne una sia pur sommaria indicazione: Nuoro 1987, Presentazione del volume sul Museo Etnografico dell’Isre (Giovanni Lilliu); Canepina 1989, Convegno sul tema “Organizzazione e gestione di un Museo delle Tradizioni popolari (Valeria Petrucci, Quirino Galli); Roma 1994, Convegno sul tema “L’informazione nel museo: dalla didascalia al computer” (Valeria Petrucci); Milano 1996, Convegno sul tema “Attualità dei musei agricoli in Italia e nel mondo” (Roberto Togni); Siddi 2000, Presentazione del Museo delle tradizioni agroalimentari della Sardegna (Anna Maria Steri, Giannetta Murru Corriga).
E rileggendo queste righe, in bozze, mi vien fatto di pensare che quei luoghi e nomi e date sono come tappe di un’autobiografia museale; ed è giusto allora che qui annoti anche due altri per me fruttuosi incontri (pur se solo da lontano): quello col museo I luoghi del lavoro contadino realizzato a Buscemi da Rosario Acquaviva, e quello col Museo etnografico dell’Alta Brianza curato da Massimo Pirovano.






 
 
 
Paola de Sanctis Ricciardone 
Ultracorpi. Figure di cultura materiale e antropologia
Liguori, Napoli 2007


Il film di fantascienza L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel ha compiuto 50 anni. Narrava di strani baccelli spaziali programmati a invadere la terra impossessandosi dei corpi degli uomini e assumendone le sembianze. Anche se raffigurava le paure della Guerra Fredda, la pellicola è forse una metafora di timori meno contingenti e più profondi. Nel Novecento, la rivoluzione tecnologica avviata nel secolo precedente consentì la riproduzione seriale e la trasfigurazione di corpi, artistici o naturali, attraverso immagini, oggetti industriali e materie artificiali, generando lo spettro di un luciferino processo di perdita dell’autentico. Il volume segue le tracce di alcune trasfigurazioni di corpi storici operate nel mondo del collezionismo sugli oggetti, della cultura materiale con le materie plastiche, dell’urbanistica a Las Vegas, dell’imprenditoria sul culto e le reliquie di Elvis Presley, del marketing commerciale e museale. Infine la stessa festa popolare, spesso coniugata in una sorta di perenne imperfetto folklorico, ricrea molteplici usi sociali dell’autenticità locale.
 
Paola de Sanctis Ricciardone, antropologa, è professore di Storia della Cultura Materiale all’Università della Calabria, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti. Tra i suoi volumi e saggi, Antropologia e Gioco (1994), sempre per i tipi della Liguori; Il Tipografo Celeste (1987, Dedalo); Nemici Immaginari, Esercizi di Etnografia (1996, Meltemi). È membro del Consiglio Direttivo dell’AISEA (Associazione Italiana per le Scienze Etno-Antropologiche), responsabile per la Regione Calabria della SIMBDEA (Società Italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici), e fa parte dell’Executive Board della statunitense TASP (The Association for the Study of Play).
 



 
 
 
 
Francesco Faeta
Fotografi e fotografie. Uno sguardo antropologico
Franco Angeli, Milano 2007


Otto saggi dedicati a fotografi e fotografie d'ambito etnografico del secondo Novecento, accompagnati da una nitida e rigorosa iconografia, Francesco Faeta, proseguendo nel suo lavoro di scavo intorno agli ambiti visuali della disciplina, svolge una raffinata lettura antropologica degli usi e delle funzioni culturali, sociali e scientifiche di un'arte media.  Il volume rappresenta un contributo alla conoscenza del sistema di rappresentazioni che sostengono il discorso scientifico della demologia e dell'antropologia e che sostanziano la vita sociale italiana nel secolo appena trascorso, ma rappresenta anche, per la fotografia, un approccio disciplinare radicalmente nuovo. Attraverso l'analisi antropologica, infatti, appare chiaro che la fotografia è ben più di una tecnica o un'arte (o una tecnica d'arte), e che essa può essere letta come descrizione densa degli ambiti che rappresenta, schiudendo alla comprensione dei sistemi di relazione e di senso che una determinata società affida all'immaginario e alle immagini.
 
Indice:
Nota introduttiva
Parte I. Uno sguardo antropologico
Nelle Indie di quaggiù. Nove note per leggere la mia ricerca fotografica nel Mezzogiorno italiano
Ancora sulle Indie di quaggiù (e su altre questioni marginali). Un'intervista
L'immagine e il senso. Appunti sull'uso della fotografia in etnografia e antropologia
Lontano da dove? Lontano da tutto. Breve resoconto di un'indagine di etnografia visiva
Il ritratto fotografico e il documento biografico in etnografia. Riflessioni a partire dall'opera di Nuto Revelli
Parte II. Fotografi e fotografie
Lo sguardo di Melissa. Una nota sul realismo etnografico di Ernesto Treccani
Il sonno sotto le stelle. Arturo Zavattini, Ernesto de Martino, un paese lontano
"Vivere la realtà è già scienza". Per una critica dell'etnografia visiva di Annabella Rossi
Bibliografia dei testi adoperati
Le immagini
Indice dei nomi.
 
Francesco Faeta è professore ordinario di Antropologia culturale presso l'Università degli Studi di Messina, dove insegna, da alcuni anni, anche Etnografia visiva e Antropologia visuale. Tra le sue opere recenti si vedano: C. Gallini, F. Faeta (a cura di), I viaggi nel sud di Ernesto de Martino, Torino, Bollati-Boringhieri, 1999; Il santo e l'aquilone. Per un'antropologia dell'immaginario popolare nel secolo XX, Palermo, Sellerio, 2000; F. Faeta (a cura di), Arturo Zavattini fotografo in Lucania, Milano, Federico Motta Editore, 2003; Strategie dell'occhio. Saggi di etnografia visiva, Milano, FrancoAngeli, 2003; Questioni italiane. Demologia, antropologia, critica culturale, Torino, Bollati-Boringhieri, 2005.
 



 
 
 
con due CD contenenti 46 brani
saggi di Donato Arcano, Giulio Costanzo e Fernanda Pugliese


Il progetto “Passaggi Sonori” è frutto di un’accurata ricerca sul campo che ha coinvolto 18 Comuni: Acquaviva Collecroce, Bonefro, Casacalenda, Civitacampomarano, Colletorto, Guglionesi, Larino, Lupara, Mafalda, Montecilfone, Montelongo, Montorio nei Frentani, Palata, Ripabottoni, Rotello, San Giuliano di Puglia, Santa Croce di Magliano e Tavenna. La pubblicazione ha l’obiettivo di salvare la tradizione musicale orale del Medio Molise Fortore, un territorio in larga parte ancora inesplorato sotto il punto di vista delle tradizioni musicali. Sono stati verificati non solo i contenuti culturali della musica popolare ma anche l’aspetto sociologico che gira intorno all’area del Medio Molise Fortore. La ricerca imponeva una certa urgenza scientifica nella raccolta dei dati, in quanto i depositari della tradizione avevano 80-90 anni. A partire dagli anni Sessanta, vi è stata una perdita dei contenuti popolari arcaici. Quello che rimane, le poche testimonianze autentiche, sono i riti che seguono la tradizione religiosa, come le tavolate di San Giuseppe a Casacalenda, i carri di Sant’Antonio a Santa Croce di Magliano e i carri di San Pardo a Larino. “Emblematico è il canto della Carregna che accompagna i carri di Sant’Antonio, conserva infatti elementi del canto bizantino, portato in quest’area dalla comunità albanese agli inizi del XVI secolo". Matteo Patavino sottolinea come il canto bizantino sia stato largamente praticato in quest’area fino a metà del XVIII secolo.“A Santa Croce di Magliano il culto greco-ortodosso è stato celebrato fino al 1727 nella chiesa Greca, detta anche del S.S. Rosario, ancora esistente, oggi inagibile. Per questo il canto bizantino è stato assimilato nelle pratiche musicali popolari". Assieme alle espressioni musicali dinamiche, essenzialmente quelle legate ai riti del ciclo dell’anno, la ricerca sul campo ha focalizzato la sua attenzione anche su quelle forme di canto popolare arcaico, conosciuto direttamente o per sentito dire, che in qualche modo ha resistito nella memoria dei più anziani. Questi cantori ottantenni e novantenni, depositari di una identità culturale incontaminata, sono stati il contributo vivente al progetto di recupero e valorizzazione della tradizione musicale.




 
 
 
 
Antonello Ricci, Roberta Tucci
Musica arbëreshe in Calabria.
Le registrazioni di Diego Carpitella ed Ernesto de Martino (1954)
Squilibri, Roma 2006


Dal 15 al 23 aprile del 1954 Diego Carpitella ed Ernesto de Martino condussero, per conto del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare, una campagna di rilevamenti sonori presso alcune comunità di origine albanese della Calabria e della Basilicata, dando luogo alla Raccolta 22 del CNSMP, oggi Archivi di Etnomusicologia. In Calabria la ricerca interessò i comuni di Pallagorio, Carfizzi, San Nicola dell'Alto, San Demetrio Corone, Macchia Albanese, Frascineto, Lungro e Castroregio, documentando, attraverso interpreti dotati di una piena padronanza dei materiali musicali e di una cifra stilistica di particolare pregio, un insieme di repertori connessi al ciclo della vita e alla ritualità dell'anno in cui si ritrovano motivi epici originari dell'Albania: fra gli altri, un nucleo di canti di nozze accompagnati da una danza circolare o a serpentina (vallja), assente nel resto dell'Italia continentale, e un pregevole corpus di canti lirici basati su meccanismi di improvvisazione e abbinati a una poetica del tutto originale (vjershet). Una documentazione, in larghissima parte inedita e imprescindibile per la conoscenza del patrimonio musicale arberesh della Calabria, offerta in due CD con un'ampia introduzione critica, la trascrizione dei testi poetici, due scritti di Carpitella e de Martino immediatamente successivi alla ricerca e un significativo corredo fotografico.
 
Cd 1: registrazioni eseguite a: Pallogorio, Carfizzi, San Nicola dell'Alto, San Demetrio Corone, Macchia Albanese. Durata 49.30
Cd 2: registrazioni eseguite a: Frascineto, Lungro, Castroregio. Durata 48.55
 



 
 
 
 
 
Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia
So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio
Raffaello Cortina, 2006


Come riusciamo ad afferrare immediatamente il significato delle azioni degli altri? Come ne comprendiamo intenzioni ed emozioni? Per secoli fìlosofi e medici dell'anima hanno cercato la risposta. Ma nell'ultimo decennio è la neurofisiologia a offrire la via più promettente. Sono stati individuati dei neuroni ('neuroni specchio') dotati di una sorprendente proprietà: si attivano sia quando compiamo una data azione in prima persona sia quando vediamo che altri la fanno. Questa straordinaria scoperta, i presupposti teorici e le ricerche sperimentali che l'hanno resa possibile vengono per la prima volta affrontati in questo libro. Non si tratta solo di un'originale esplorazione dei meccanismi neurali che sottendono molti dei nostri comportamenti individuali e sociali, ma di un'innovativa indagine sull'evoluzione di intelligenza ed emozione, di pensiero e linguaggio. Un'indagine destinata a trasformare il nostro modo di concepire le funzioni della mente e a influenzare psicologia, antropologia, etica ed estetica.


Giacomo Rizzolatti è nato a Kiev nel 1937. Compiuti gli studi in medicina e chirurgia presso l'Università di Padova e ottenuta la specializzazione in neurologia, ha lavorato dapprima presso la Clinica Neurologica dell'ateneo, poi presso l'Istituto di Fisiologia dell'Università di Pisa. Già libero docente di fisiologia umana, ha completato la sua preparazione scientifica presso il Dipartimento di Psicologia della McMaster University di Hamilton, Canada. Dal 1975 è professore di fisiologia umana presso la facoltà di medicina e chirurgia dell'Università degli Studi di Parma; nel 1980-81 è stato inoltre visiting professor alla University of Pennsylvania di Filadelfia. I suoi studi lo hanno portato a elaborare una nuova e originale concezione del sistema motorio corticale, secondo la quale - in contrasto con il punto di vista tradizionale - la corteccia motoria non è una struttura unitaria, ma un mosaico di aree anatomicamente e funzionalmente distinte. La scoperta che più di tutte ha dato notorietà a Rizzolatti e ai suoi collaboratori è stata quella dei neuroni mirror (alla lettera, neuroni specchio). Tale sistema si attiva in riferimento ad azioni eseguite da soggetti diversi, il che significa che, a livello neurobiologico, tanto l'azione eseguita quanto quella osservata condividono lo stesso formato multimodale e intersoggettivo. Tutto ciò consente di comprendere un gran numero di aspetti della mente in precedenza considerati enigmatici (gesti e azioni, imitazione, empatia, linguaggio e comunicazione), mettendo in luce meccanismi neuronali essenziali per la vita sociale.

Corrado Sinigaglia si è laureato in Filosofia il 25 febbraio 1991 presso l’Università degli Studi di Milano con votazione 110 su 110 e lode. Ha vinto quindi un concorso, bandito dall’ Università degli Studi di Milano, per borsa di studio annuale, rinnovabile, per attività di perfezionamento all’estero (scienze storiche, filosofiche - pedagogiche) che ha svolto, a partire dal 1 maggio 1992, presso l’Archivio Husserl dell’Università Cattolica di Lovanio. Nell’anno accademico 1995-1996 ha vinto il concorso pubblico per esami per l’ammissione al corso di Dottorato di Filosofia (Filosofia della Scienza) presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ Università degli Studi di Genova. Nel febbraio 2000 ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in Filosofia (Filosofia della scienza). Attualmente insegna filosofia della scienza presso l'Università degli Studi di Milano, in qualità di ricercatore. Molte le pubblicazioni che ha curato e tradotto. Tra le principali ricordiamo l'introduzione all’edizione italiana di H.-G. Gadamer, Il movimento fenomenologico (Laterza, Roma-Bari 1994), la traduzione e curatela di E. Husserl, Glosse a Heidegger (Jaca Book, Milano 1997), La seduzione dello spazio (Unicopli, Milano 2000)  e Pierre de Fermat (con G. Giorello, Milano 2001).

http://www.bol.it/libri/scheda/ea978886030002.html;jsessionid=1EB65F79DE0F3BF1643A598A223DD0D0




 
Zygmunt Bauman
Vita liquida
Laterza, 2006


La nostra è una vita 'liquida', costituzionalmente incapace di mantenere invariata la propria forma e seguire per lunghi tratti la stessa rotta. La vita 'liquida' è una successione ininterrotta di nuovi inizi ed è proprio per questo che le fini rapide e indolori - senza cui quei nuovi inizi sarebbero impensabili - tendono a rappresentare i momenti di massima sfida, i più insopportabili. Uno scotto da pagare in una società che non può mai star ferma e che, sospinta dall'orrore della scadenza, deve modernizzarsi. O soccombere. Ciò che occorre fare è correre con tutte le proprie forze per restare nella stessa posizione. La vera posta in gioco è la salvezza (temporanea) dall'esclusione. Con il suo timbro inconfondibile, l'acuta analisi sociologica di Bauman apre una nuova finestra sull'oggi per scandagliarne minacce e opportunità.La vita 'liquida' è precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza, con la paura di essere colti alla sprovvista, rimanere indietro, dimenticare le 'date di scadenza', perdere il momento della svolta e superare il punto di non ritorno. Ciò che conta è la velocità. Non la durata. Dopo le analisi folgoranti di "Modernità liquida" e "Amore liquido" Bauman torna a esplorare i paesaggi surreali del mondo in cui viviamo."Un attimo. In una società liquido-moderna gli individui non riescono a consolidare i loro risultati in proprietà durature: basta un attimo perché le attività si trasformino in passività, e le abilità in disabilità. Le situazioni in cui si opera e le strategie formulate per operare in tali situazioni invecchiano rapidamente e diventano obsolete prima che gli attori abbiano avuto una qualche possibilità di apprenderle correttamente.Spezzare i legami. Gli atti di consumo hanno finalità chiare e durata definita. Lo stesso non si può dire delle interazioni umane, dal momento che ogni incontro lascia dietro di sé un sedimento di legame: un sedimento che si ispessisce nel tempo. L'interazione non ha una 'fine naturale'. La fine può essere ottenuta solo artificialmente, ed è tutt'altro che ovvio chi debba decidere quando, dal momento che entrambe le parti sono al tempo stesso consumatori e oggetti di consumo, e la 'sovranità del consumatore' può essere rivendicata da tutte e due. E' possibile spezzare il legame, rifiutare ulteriori interazioni, ma non senza un retrogusto amaro e un senso di colpa.Esorcizzare la paura. Incapaci di rallentare il ritmo sbalorditivo del cambiamento, nonché di prevederne e controllarne la direzione, ci concentriamo su cose che possiamo, o che pensiamo di potere influenzare: cerchiamo di calcolare e minimizzare il rischio di cadere vittime dei pericoli indefinibili che questo mondo così opaco e il suo incerto futuro tengono in serbo. Siamo intenti a scoprire 'i cinque sintomi della depressione', o ad esorcizzare lo spettro della pressione alta, dello stress o dell'obesità. In altre parole, cerchiamo bersagli sostitutivi su cui scaricare l'eccesso di paura cui sono state tolte le vie naturali di sfogo, e ripieghiamo sulle elaborate precauzioni contro il fumo, l'obesità, il fast food, il sesso senza protezione o l'esposizione al sole.Sindrome consumista. La sindrome consumista cui la cultura contemporanea si è arresa è incentrata su un netto ripudio del valore del procrastinare, del precetto del 'rinvio della soddisfazione'. Nella gerarchia ereditata dei valori riconosciuti la sindrome consumista ha detronizzato la durata. Ha collocato il valore della novità al posto di quello della permanenza. La cultura liquido-moderna non avverte più di essere una cultura dell'apprendimento e dell'accumulazione. Essa appare piuttosto come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza.Velocità. Nel mondo che ormai non esiste più, in cui il tempo si muoveva molto più lentamente, le persone cercavano di superare il penoso divario tra la pochezza di una vita breve e mortale e la ricchezza infinita dell'universo eterno attraverso le speranze di reincarnazione o di resurrezione. Nel nostro mondo, che non conosce né ammette limiti all'accelerazione, non è difficile rinunciare a quelle speranze. Se ci si sposta a sufficiente velocità, senza fermarsi a guardare indietro e a contare vincite e perdite, è possibile comprimere nella durata di una vita mortale un numero sempre maggiore di esistenze, forse tutte quelle che l'eternità potrebbe offrire.Estraneità urbana. Fin dall'inizio le città sono state luoghi nei quali degli estranei vivono in stretta vicinanza pur rimanendo estranei. La loro compagnia è sempre inquietante perché le loro intenzioni, i loro modi di pensare e le loro reazioni alle situazioni condivise non sono noti, o comunque non abbastanza. Un luogo dove si radunano estranei è un luogo di cronica e irriducibile imprevedibilità. In altri termini, gli estranei incarnano il rischio.Figli. Avere figli è molto costoso. Nella nostra società dominata dal mercato ogni esigenza, desiderio o bisogno ha una targhetta con l'indicazione del prezzo. I figli non fanno eccezione. Avere un figlio è come farsi prendere in ostaggio dal destino o ipotecare il proprio futuro senza avere la minima idea di quanto tempo ci vorrà per riscattarlo. Il prezzo totale non è definito, gli obblighi non vengono spiegati, e non c'è alcuna garanzia 'soddisfatti o rimborsati' se il prodotto non ci piace. E' in questo mondo che nascono e crescono i figli, è in questo mondo che essi dovranno farsi largo una volta cresciuti. I bambini osservano. E apprendono." (Zygmunt Bauman)
 
 
Indice
Introduzione Vivere in un mondo liquido-moderno - 1. L’individuo sotto assedio - 2. Da martire a eroe, da eroe a celebrità - 3. La cultura: ribelle, ingestibile - 4. Rifugiarsi nel vaso di Pandora. Ovvero: paura, sicurezza «and the city» - 5. Il consumatore nella società liquido-moderna - 6. Imparare a camminare sulle sabbie mobili - 7. Pensare in tempi oscuri (rileggendo Arendt e Adorno) - Note - Indice analitico
 
* * *
 
Ho fatto un sogno Vivere nel socialismo dell'armonia
di Zygmunt Bauman
 
Guardo il mondo globalizzato. È pieno di uomini costantemente in cerca di qualcosa d'altro. Sembra che corrano e invece sono fermi, in una condizione di angosciante staticità. Credono di intercettare, di interpretare il cambiamento. Stanno bene solo quando arrivano prima degli altri, e questo indipendentemente da quale sia la meta. Ma pensiamoci un attimo: in realtà non progrediscono mai. Inseguono qualcosa che è fuori da sé, un modello che non esiste e che non possono raggiungere, perché non ha radici nella propria identità: un nuovo taglio o un nuovo colore di capelli, una nuova macchina, un nuovo lavoro, un nuovo corpo, una casa nuova. Una volta conquistati, sono già vecchi. E la corsa non finisce mai. È un movimento circolare, un falso progresso che non produce nulla, perché non poggia su nulla. Il risultato è il trionfo dell'individualismo, che ha generato relazioni interpersonali in frantumi, rituali religiosi ridotti a parate carnascialesche. Un polverone di contraddizioni. Crescono l'ansia, la paura, l'inquietudine, e nascono dalla consapevolezza dell'impermanenza. Il disagio è capillare, diffuso. Le ragioni di questa crisi sono varie. Troppo lungo e difficile enumerarle tutte insieme. Certamente, la fisionomia effimera che ha assunto il mondo ha spiazzato tutti quanti. La velocità di cambiamento che investe l'economia e informa di sé ogni aspetto della realtà ha creato nella gente una condizione di continua incertezza, il terrore di essere sempre colti alla sprovvista e di rimanere indietro. È il trionfo della società liquida. "Una società - ho scritto nel mio ultimo libro (Zygmunt Bauman, La vita liquida, Laterza, 2006, ndr) - può essere definita liquido-moderna se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma, o di tenersi in rotta a lungo". Mi accorgo che siamo di fronte al declino dell'Occidente, del suo senso di competitività esasperato, del suo liberismo selvaggio, del suo progressivo ridimensionamento delle strutture sociali. E penso che il mito del cambiamento e della velocità, che pure ha causato una crisi di valori senza precedenti, porta con sé gli anticorpi che serviranno a ricomporre il mondo. Sono un ottimista e credo che proprio adesso ci sia spazio per una rivoluzione in cui la sociologia si riapproprierà di un ruolo centrale: guidare chi sta cercando una nuova morale. L'individualismo, il culto di se stessi, la ricerca esasperata della felicità sono le ragioni della crisi, ma insieme offrono opportunità straordinarie. L'idea che l'altro è solo un oggetto funzionale alla nostra auto-realizzazione andrà in frantumi. Tutto questo inseguire la realizzazione dell'io ci ha alienati ma anche responsabilizzati. E a questa nuova consapevolezza della responsabilità individuale, che pian piano stiamo introiettando, potrà nascere una nuova morale, adatta ai nostri tempi. Il mio collega britannico Anthony Giddens ha cercato di tratteggiare un possibile percorso di rinnovamento etico e spirituale. E per primo ha parlato di relazioni pure, non più cioè contraddistinte da rapporti gerarchici e da patti di convenienza, ma basate sul rispetto reciproco e su una comunicazione emozionale. È un ragionamento che lui ha applicato alla famiglia, ma che vale anche per la società nel suo complesso. Una comunità che insegue il culto dell'io è decadente, ma è anche capace di valorizzare una consapevolezza nuova, e di notevole portata etica. Se io sono il fine, sono anche il mezzo, lo strumento del cambiamento. Ecco, il mio sogno è che tutto ciò pian piano si strutturi nella mente. Nelle aspirazioni di ognuno di noi. Siamo chiamati in causa tutti quanti. Oggi più che mai è importante capire che la frammentarietà della realtà ha una potenza creativa di notevole portata. Fin qui è accaduto che, abbattuti dogmi e valori, piuttosto che liberarci ci siamo conformati a modelli culturali da spot. L'individualismo è stata una falsa liberazione: ha solo alimentato il conformismo. Ma, partendo da questo individualismo, potremo abbattere il conformismo. Bisogna solo agganciare e sviluppare in senso positivo il culto della responsabilità individuale. Ecco perché credo che ancora oggi si debba lavorare per dar vita a un nuovo socialismo. Non quello delle dittature, certamente, ma quello che traccia le linee guida di una società eticamente sana. Contro il consumismo ossessivo, i legami fragili e mutevoli, lo stress e la paura che tutto ciò genera, c'è l'antidoto. Proviamo a riflettere su un concetto semplice: la globalizzazione ci ha alienati ma ci ha fornito anche conoscenze fino a qualche anno fa insospettabili. E la conoscenza è di per se stessa libertà. Le nostre possibilità di scelta sono cresciute a dismi- sura. Adesso tocca capitalizzare questa libertà: invece di uniformarci a comportamenti sociali stereotipati abbiamo tutte le carte in regola per trovare una morale fatta di solidarietà e capacità di comprendere che ciascuno gioca un ruolo insostituibile. Il meccanismo della delega a autorità sociali e religiose altre, da noi è crollato? Bene, fatta tabula rasa di tutto ciò, possiamo dare alla modernità una valenza positiva. Non sta nei diktat eterodiretti la nostra possibilità di riscatto, né in una religiosità da hooligans, capaci di dichiararsi cristiani e devoti di Giovanni Paolo II e anche di uccidere, ma in un nuovo socialismo. Abbiamo inseguito il mito dell'io. Non dimentichiamo che la portata etica di una società si misura nella sua capacità di offrire a tutti pari opportunità di scelta e pari libertà, di proteggere i deboli, gli e- marginati. Io ce l'ho un sogno, è quello di perseguire l'ideale rinascimentale di armonia. Per Leon Battista Alberti la bellezza era strettamente connessa all'equilibrio fra le parti. La centralità dell'individuo è una risorsa. Felicità non è correre e poi fermarsi di botto. Ma saper star fermi, progredire, lentamente, consapevolmente. È una felicità solo all'apparenza più difficile da perseguire. In realtà sta lì, alla nostra portata. E riguarda tutti. (Testo raccolto da Chiara Dino)
 
 
Zygmunt Bauman è nato in Polonia nel 1925. Fuggito nel 1939 con la famiglia in URSS in seguito all’invasione del suo Paese per sfuggire alla persecuzione contro gli ebrei, si arruola in un corpo di volontari polacchi per combattere contro i nazisti. Finalmente rientrato a Varsavia, cerca di realizzare il suo sogno di studiare fisica. Ma davanti alla distruzione della sua terra, Bauman decide di dedicarsi ai “buchi neri” del Paese e “del big bang della sua resurrezione” e sceglie così di occuparsi di sociologia. Oggi, Zygmunt Bauman, considerato il teorico della postmodernità, insegna Sociologia nelle Università di Leeds e di Varsavia. Nelle sue opere si occupa di una serie di temi rilevanti per la società e la cultura contemporanea: dall’analisi della modernità e postmodernità, al ruolo degli intellettuali, fino ai più recenti studi sulle trasformazioni della sfera politica e sociale indotti dalla globalizzazione.
 
Bibliografia
Memorie di classe. Preistoria e sopravvivenza di un concetto, Einaudi, 1987
La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti, Bollati Boringhieri, 1992
Il teatro dell'immortalità. Mortalità, immortalità e altre strategie di vita, Il Mulino, 1995
Le sfide dell'etica, Feltrinelli, 1996
Modernità e olocausto, Il Mulino, 1999
La società dell'incertezza, Il Mulino, 1999
Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, 2000
Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, 2000
La Libertà, Città Aperta, 2002
La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli, 2000
Voglia di comunità, Laterza, 2001
Modernità liquida, Laterza, 2002
La società individualizzata. Come cambia la nostra esperienza, il Mulino, 2002
Società, etica, politica. Conversazione con Zygmunt Bauman, Raffaello Cortina, 2002
Intervista sull'identità, Laterza, 2003
Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città Aperta, 2004
Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza, 2004



 
Alfredo Lombardozzi
Figure del dialogo. Tra antropologia e psicoanalisi
Presentazione di Vittorio Lanternari
Postfazione di Claudio Neri
Borla, Roma 2006


Nel definire alcune fondamentali figure del sapere, l'autore traccia il percorso di un dialogo tra la psicoanalisi e l'antropologia. Un incontro iniziato con Freud e poi sviluppatosi in modi molteplici e spesso proficui. In un'ampia rassegna di temi affrontati nell'ottica delle due discipline, per alcuni versi differenti, per altri convergenti, l'autore intende proporre una dimensione teorica e di ricerca nella tradizione di studi dell'antropologia psicoanalitica.La trama della riflessione di Lombardozzi si dipana così da problemi epistemologici come quelli di spazio, di tempo, d'interpretazione, a quelli attuali di carattere socioantropologico come l'identità, l'alterità, la condizione dell'immigrazione, fino a quelli afferenti alla dimensione simbolica nei temi del sacro, del mito, e del rito. In un procedere "a mosaico", tra le idee e le teorie di autori significativi che si sono occupati in vari modi di quest'area di confine, nel testo vengono individuati punti di connessione nel confronto tra le teorie e le pratiche della psicoanalisi e l'antropologia, che consentano di ampliare le possibilità di comprensione dell'uomo, senza, però, dissolvere, in modo riduttivo, la specificità e, allo stesso tempo, la ricchezza delle molteplici prospettive della conoscenza.
 
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Introduzione
di Alfredo Lombardozzi  
                              
Antropologia e psicoanalisi
A partire da alcune riflessioni sul ‘sacro’
 
Il dialogo tra la psicoanalisi e l’antropologia è iniziato, com’è noto, con le fondamentali opere di Freud a partire da Totem e tabù  e, successivamente, con le altre sue importanti analisi sulla società e la religione. Rileggerle oggi è sempre motivo per nuovi approfondimenti. L’opera freudiana ci pone di fronte alla complessità del problema del rapporto dell’uomo con il ‘sacro’ nelle diverse società e nei diversi contesti storici. Questa introduzione, è anche una premessa al libro e intende tracciare un percorso del dialogo tra le due discipline che si è realizzato soprattutto nello studio delle formazioni sociali religiose, mitiche o, più generalmente, simboliche. Ritengo anche che i processi simbolici, legati alla realtà sacra e religiosa, siano strettamente connessi al rapporto con l’alterità e la relativa formazione delle identità culturali, temi trattati in capitoli specifici. La mia riflessione su questi temi è stata di centrale importanza sin dagli anni settanta, quando da giovane preparavo la tesi di laurea, una ricerca su Geza Roheim, nata dalla collaborazione con Tonia Cancrini, psicoanalista, filosofa e amica personale che ha suscitato in me l’interesse per questi temi. Nel corso del tempo poi ho sviluppato questa mia impostazione sia nell’attività di antropologo  che nel lavoro di psicoanalista individuale e di gruppo.Fin dal mio primo incontro con il pensiero di Freud ho colto l’ampio respiro del suo modello interpretativo, che va anche collocato  in uno specifico periodo storico caratterizzato da una prevalenza del paradigma evoluzionistico in antropologia. Freud aderisce a questo paradigma sviluppando la concezione della ‘ricapitolazione’ filogenetica, che gli consente di proporre l’idea di un’analogia tra il pensiero ‘primitivo’ e il pensiero ‘infantile’ e tra nevrosi ossessiva e formazioni rituali  con riferimento all’organizzazione totemica ed ai relativi tabù o sistemi di divieto e regolamentazione sociale che ne derivano. Freud ci tiene molto a sottolineare, però, che non c’è identità tra fenomeni come nevrosi e tabù, ma una ‘concordanza’, che permette di sondare sul piano sociale sentimenti ed emozioni osservabili nella clinica sul piano individuale.Sostiene lo stesso Freud:
 
“Finora ci siamo lasciati guidare, nella considerazione analitica dei fenomeni tabù, dalle concordanze dimostrabili con la nevrosi ossessiva; tuttavia il tabù non è affatto una nevrosi, è una formazione sociale” (Freud S., 1912, p. 77)
 
Nella sua riflessione Freud evidenzia la funzione nel mondo ‘primitivo’ e nella psiche ‘infantile’  dell’ ambivalenza emotiva e dell’onnipotenza dei pensieri, tuttavia ciò che distingue i comportamenti rituali collegati al totemismo dalla condizione del nevrotico è la recessione di quest’ultimo dalla socialità:
 
“Concluderemo che l’elemento caratteristico della nevrosi è la preponderanza delle componenti pulsionali e sessuali su quelle sociali” (Freud S., 1912, p. 79)
 
Il comportamento dei ‘primitivi’ o dei membri di una cultura nativa, come si direbbe oggi, è, invece, finalizzato al raggiungimento di scopi sociali attraverso adeguate azioni improntate alla solidarietà ed alla condivisione del contesto materiale e del sistema di comunicazione simbolica. Di conseguenza la posizione di Freud nei riguardi dei processi religiosi  e del ‘sacro’ nelle varie manifestazioni deve essere molto differenziata e si può considerare da diverse prospettive. Ne L’avvenire di un’illusione  Freud, infatti, sembra indulgere in un’idea che può sembrare riduttiva nell’attribuire alla religione una funzione sostanzialmente illusoria per l’uomo, ma bisogna anche sottolineare la posizione ‘illuministica’ di rivalutazione della conoscenza e della ricerca della ‘verità’ secondo principi di rigore e di tolleranza (Bordi S., 2005, Cancrini T., 2002). Freud  teneva molto a sostenere questi principi in un momento storico in cui erano e sarebbero stati gravemente e tragicamente compromessi.In una delle sue ultime opere L’uomo Mosè e la religione monoteistica, egli ritorna sui temi classici del rapporto dell’uomo con la religione, riferendosi anche ai suoi precedenti contributi, ma allargando la prospettiva in modo tale da accordarsi maggiormente agli importanti approfondimenti della ricerca antropologica sulla formazione delle identità culturali e religiose. Nella sua analisi sulla figura di Mosè Freud fa un’analisi storica e psicologica raffinata ed esemplare dei fenomeni religiosi, che a lui particolarmente interessano. Ciò permette di orientare lo sguardo ad aspetti de