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Miali Logudoresu
 
 
S'Homine 'e coro at sempre vint'annos   Pro sos ottanta annos de Mastru Alberto Mario Cirese
 
 


Tando su Mastru aj jòmpidu ottant'annos
       Mi naran tottu, amigos ed dischentes
     Sempre sun vinti, pro s'Homine 'e Coro


1.
Ca no est solu sa mente fatta 'e oro
Sinnale nèdidu 'e omine balente
Pro chi gasi lu pensat meda zente
“Bi cheret coro” naraiat Ziròmine
          Sempre sun vinti si est de coro s'homine
2.
Bi nd'at chi naran: “Pero cheret chi dominet
O chi lu timan a s'alciada 'e s'oju
Omines gasi nde pienan unu poju
Inue no bi n'dat unu in chentuvinti
             S'Homine 'e Coro pero nd'at sempre vinti
3.
No contan chi sien chentu o chi sien vinti
Solu chi si connoschen a su entinu
Est comente a assadzare mèle o binu
Chena bisonzu de occhiales o de lentes.
               Amigos tottu naran et dischentes
4.
A li leare misuras no t'appentes
Ca no l'addeghet judisciu 'e cantidade
Pro lu connoscher bi cheret calidade
De cussa chi antaìan(a) sos antigas
                Comente naran dischentes e amigos
5.
Como pero sun tempos de castigos
Pro chie cheret brincare a punta 'e muru
Naran chi siet su peus de tempu iscuru,
de fraschias, de treghentu e de abbolottu
                 Amigos e dischentes naran tottu
6.
Colvos et canes dae meda an fattu iscottu
Oltulende su mundu pari pari
Et balet solu chie contat dinari
A si pienare e a sighire a fagher dannos
                  Su Mastru tando at jompidu vint'annos
7.
Chiet cheret bestat puru cussos pannos
Si l'andat de girare che–i su entu
Ma chie ancora sa molte no l'at tentu
No benit mancu né in coro né in sentidu
                    Tando ottant'annos su Mastru at jompìdu
8.
Su chi si alet est s'homine sididu
De veridade, de lughe e de gosu,
Chi est sabiu, connoschente et generosu
Et cun sos pes in Terra sighit s'Astru.
                     Sos ottant’annos a jòmpidu su Mastru
9
No dat pesu perunu a s'impiastru
De iscientzia falsa de arrejonos otziosos
Solu li deghen sos meravizosos
Annos eternos de s'Edade 'e s'Oro
                      Sempre vint'annos at s'Homine 'e Coro


 
Il solstizio d’estate del 2001

Dunque il Maestro ha fatto gli ottant'anni
                    Mi dicono tutti, amici e allievi.
     Sempre sono venti per l'Uomo di Cuore


1
 Perché non è solo una mente fatta d'oro
Segno chiaro di Uomo che vale,
Per quanto così pensa molta gente
“Ci vuole cuore”, diceva Ziròmine
       Sempre son venti se di cuore è l'uomo
2
 C’è chi dice: “Sì però deve saper dominare
Farsi temere al primo sguardo.
Uomini così riempiono lo stagno
Dove non se ne trova uno in centoventi
         L'uomo di cuore però ne ha sempre venti
3
 Non c'entra che siano dieci o siano venti,
perché lo si riconosce dal sembiante
Ed è come assaggiare il miele o il vino
Che non ha bisogno di occhiali o di lenti
        Tutti gli amici dicono e i discenti
4
 Non ti azzardare a prendergli misure
Perché non gli si addice giudizio di quantità
Per riconoscerlo occorre qualità
Come quella apprezzata dagli antichi
         Come dicono allievi con amici
5
 Adesso però sono tempi di disgrazie
Per chi vuole saltare al di là del muro
Dicono che siamo al peggio del tempo oscuro
Di imbrogli, di terrore e di disordine
          Lo dicono anche i discenti e gli amici
6
 Corvi e cani da molto hanno messo sottosopra
Il mondo riducendolo a un disastro
Per loro conta solo avere soldi
Per rimpinzarsi e continuare a fare danni
          Così il Maestro ha compiuto ottant'anni
7
Chi vuole vesta pure quei panni
Se gli va di girare come il vento
Ma chi ancora la morte non lo ha “preso”
Non può venire meno al suo sentire.   
        Dunque il Maestro ottant'anni ha compiuto
8
Chi vale è l'uomo assetato
Di verità, di luce e di gioia
Che è saggio, conoscitore e generoso
E pur tenendo i piedi in Terra osserva l'Astro   
         Ottant'anni ha compiuto il Maestro
9
 Lui non dà certo peso all'empiastro
Di falsa scienza dai discorsi oziosi
Solo gli spettano i meravigliosi
Eterni anni dell'Età dell'Oro
         Sempre vent’anni ha l'Uomo di Cuore

 







 
Dall'ingiuria del voglio voglio andarmene

nel cortile dei venti

con i limoni che piangono miele

elemosine di angeli.

Il santo gerundio di guardarti

apprende la lepre di perderti

cosi' d'improvviso!

In piena pena l'attesa del cipresso...
 
Sono l'ombra che splende, il cielo in vista

avvenuto dispendio mai avvento

di un qualunque rigagnolo di sassi.

Aspettando il potere dal salvadanaio

sempre vedove camminando le vie,

m'è toccato in sorte il velocipede

di dovere il canto con la cintura

di cenerentola regina. So da me che

la girandola s'inceppa ad ogni vento.


Pallida corte l'angelo impotente


Cupo il mondo l'origine del sole
questa fattura di frattura panica
gerundio del simposio della morte
conclave senza nido per amore.
Salute del gran buio il tuo martirio
augusto quanto dito nella piaga.
Pallida corte l'angelo impotente
senza costrutto sodale al passato
insalvato corsaro ben comunque.


Suona il violino davanti la casa

questo bagliore nero sa di zuppa,

attorno il cane configura in cuccia

volentieri la luna volontaria.
Gli oggetti delle donne sono viatici

frescure quasi a rompere sentenze.


Il greto del tuo sterno mi promette

d'interrompere la scure solitaria

oltre la dieta di comodo diabolico.


La forca intorno all'indice del vuoto

tutto computa il sarcasmo

del calendario a vuoto

il vuoto.


Oasi sulla fronte mi resista

questa stamberga gaia quanto un feretro

passato oltre il sangue oltre gli squarci

di ogni salsedine.

Dalla gestante d'ascia del mio passo

le voci delle lingue so a memoria

senza nessuna sutura d'amore.

In perno alla stagione che non oso

so le soglie paniche, ristrette

gerundio di prigione.





Attaccami un gerundio che io possa

finalmente impartirmi le iniziali!
 
 
Intimità delle lontananze

concordie addietro

era l'atrio di stanza per castello


oramai guardo il rammendo del tuono

quale febbre limitata per scherzo

so la stregua convulsa di non farcela


ho cedimento pure se la resina

ha la vocina flebile mi tiene

la pietra alleggerita con la cenere.


Appena sulle soglie del verdetto
il sillabario lento.
Il sacco della venia è sotto l'abaco
condannata a non servire più.
I credenti bevono il sangue
delle bestiole martiri.
 
 

Questa foce sciabola di cenere

le castagne d´autunno

perse in estate,

in bocca al candore del ghiaccio

ti trovo in vestaglia di seta

passione termale

felicissima ragione.

Il treno vicinale

custodisce le spoglie

di ogni pendolare,

panici del mattinale

padroni del serale.
 
 
 
Repente agorà la gioia
voluta dalla rondine del fronte
convulso atlante
genio di cometa.

 

 

Di nebbia le sorti del grano

dirupano, in palio più nulla

né ruberie di piani l'orizzonte.

 

 



Dal vento al vento
 
Croci infantili i mulini a vento
dove il pane delle falle
scinda dal cielo
intonaco e sepoltura
perfino azzima la luna.
 
Il filo dell´anfratto
non dette casa alcuna
né oasi da strazio
né zampe con la pece
di meno pena almeno di buon buio.
 
Cencio da ciottolo
il cuore si è sconfitto
ammanettato in eremo
vista al vizio battito in curva
stazza la corsa dell´evento al vento.
 
 


Tra le corde di pirati ho visto
l'abaco del sangue
il gran brevetto
del bel ruggito al rantolo.
Di te voglio le miniere arrese
le sterpaglie nonostante l'incendio
il grande incendio:
non basterà una sportina qualsiasi
per sistemare le stimmate, la madre nuova
del sì magnifico
canestro l'orizzonte.


Di te m'invogliano le lamiere
i soqquadri alle zattere
perenni le miniere.
 
 
Io sono gli ultimi
i fori di alamari vuoti
di divise di caduti.
 
 
La solitudine genetica delle bambine con le bambole
si guarda allo specchio e si consacra
alla viandanza inerme dello scoglio.
Le rondini del sacco
 
Nel sacco delle stirpi
covàcciolo e fine
questo randagio intoppo
remato da dèi sconfitti.
 
 
La luna del moribondo è sulla sedia
i raggi del sole di De Chirico
scendono serpigni.
In pasto alla ronda che ti giace
ami del gatto il risparmiato stato
quasi l'assenza.
In frode all'aureola dispersa
dentro la rena c'è un castello in aria
badante il cerchio del lago.
La barricata laconica del fulcro
fu solo madre senza alcuna lode
né cuna di rammendo data spalla.


Il minatore
 
Il veliero del tuo vólto ha cronistorie
irrigidite dall'estro delle perdite.
In una malia di zeri l'agonia
ti sia garbata almeno meno rude
della miniera nel petto sconquassato.
Cresciuto povero vissuto peggio
ti fu bagliore la saliva lieve
del pendolo d'amore oltre il soqquadro
a disputa di fumo.
Morta l'aureola dello sguardo d'iride
nessuna foto ti bivacca più
nemmeno tra le elemosine corse.
 
 
Con l'esilio in faccia ho perso l'apice
della marina appena dietro l'angolo.
In petto alle consegne delle aurore
nelle miniere di ghiaccio faccio braciere
il fato rivoluzionario: appendice più lunga
- perenne atleta perenne del moto
perpetuo tuo del dì nostro -
di ogni già stato compleanno.
Un altro tempo senza la misura
al rispetto di affresco con arcobaleno
dalla lena votiva della ruggine.
 
 
 
L'epilogo
 

Matrigna la carabattola dell'angolo
torni alle fole di unità carnali
fatte di stipule con ragazzi al sogno.
La giunonica fossa delle attese
serva da unguento per le veglie
mica non venga il sol dell'avvenire
 

 
 
Nel sacrificio che fa la tua alba
si salvi il grillo del più tenue amante
quella risacca che ti vide un poco
sotto una delle tante fontane di Roma
o fontanelle viatiche in foggia cheta, magna.
Un tale ti raccolse appena conserta
composta dalla lira degli stracci,
nessuna stanza avvolse il tuo scempio
l'appello di non essere nel costo
di un figlio.
Ciclo di rena ciclo di arena
il pianto le risa per gemelli.
 
 


 
 
Cornucopia di stenti
 
zero a zonzo
 
sillabario di gelo il tarlo del cielo.
 
 
 
 
 
 
Ti guardo con il brevetto sulla fronte,
ma non sei salvo.
Gattabuia eloquente questa nascita
voglia la soglia della bestia non macellata
della pace la lezione in ogni zigomo.
A monte non verrò per darmi penitenza
né da mane a sera a lavorare il teschio
che di persino ed anche nelle mani
degli amati amanti frulla.
Coriandoli di comete averti
semmai da adesso non verrà la giungla
del coma sempre ragazzino.






Giorni di coriandoli guardarti
dal domestico assioma
di perdere finestre
per stralune di morte molto d'arte
le sapienziali darsene.
Il rifugio dal gelo dell'arsione
ha mangiatoie di resine e rancore
impossibili le foglie del perdono.
Le tradizioni del sale
le stanze zitte dove urlano
soltanto le pecche delle fionde
assai sismiche alle nuvole.
A petto aperto le lapidi
con le cantilene.

 
 
 
Di te svolò l'arsione in mille lucciole
mille lucciole mille dal tuo colosso
fulcro miserrimo la cenere.
Appostato all'angolo per cipresso
voglio la gola di baciarti ancora
quasi gioia la costa di tuffarmi
 
oltre viatico l'approdo.
 
 
 
 
L'alba del penitenziario
 
 
Appena nel tuo abbraccio
sciolta è l'alba
dal baricentro infernale
all'arbitro in collina.

 

 

La nuca di un bambino

spicca l’Alighieri spicca    

(Dante delle biglie meraviglie)

spicca la bussola amatissima

dal mal di mare

l'angelo poliglotta la biblioteca

d'aria

la cornucopia senza mai copia.

Osi guardarla con tremito di mito

quasi al naufragio

autore di ieri ripa di panico

bigio perdente.

Aiùtati a cadere con la nuca trafitta

intatta qualora ti tornassi

bambina ripetta oltre il fianco del ferino

intacco.

 


 
 
Raccolto su di sé, nebbioso

corpo vivo di un qualunque vivo

incontro metropolitano d'ultimo stadio,

trànsito accartocciato tra le mani.
 
 

 

Finalmente occaso in riva al davanzale

la stagione del disavanzo,

i lunghi appelli di chi morì scarlatto

ho sentito, gli angeli svanire nelle ferite del respiro:

splendida arena sfiorarti la fronte,

so possente il sestante della perdita.

 

 



 
 
L'arciere del mio teschio non vedrà il cielo
il diario di un anno
le ripide scommesse
le doglie delle vergini
le voglie delle vertigini.
La morgue guardona
la coda bidone della cometa
entrambe in corone di super miss
capitali nel tonfo del funambolo.
Dacché la fionda divulgò la ronda
nessun dottore della prateria
arse panoramica la data infissa.






La madre (I)


Si ribella la gatta al continuo richiamo
al dovere di madre,

retrae le mammelle, graffia la prole,
con gli artigli difende il suo spazio,
si regala un'intera giornata di sole,
i piccoli sprona a cacciare da soli


ritemprata,
riprende la corsa a fianco dei figli.




La madre (II)


L'alba si desta in un cappotto di pioggia.

Sul ciglio l'azzurro pretende lo spazio,
da un uscio s'affaccia un bambino immaturo,

suo malgrado profeta, traghetta barchette di carta,
risospinge le nubi con parlantina perenne,

nell'universo materno riprende corpo lo scopo
che cinge il giorno di luce e il figlio di coccole.


Bianche bugie inceneriscono il buio sino a sera.
 
 
 
 
 
 
 
La madre (III)


Come ogni madre,

spia senza sosta i loro passi
apre il tronco cavo ai frutti acerbi,
toglie sterpi dai sentieri

e sillaba una preghiera:

che un sapore, un odore,
una pallida percezione
parlino di lei

quando indosserà la veste d'angelo.


Sandra Palombo, nata a Livorno il 26-12-55, vive all'Isola d'Elba. Si è laureata in Lettere e Filosofia all'Università di Pisa. Nel 1989, su incarico della Soprintendenza di Pisa, ha curato la scelta dei libri di Napoleone da esporre nella mostra "Lector in Insula", allestita presso il Museo di San Martino a Portoferraio, e in seguito a Fontainebleau. Ha pubblicato sulla Rivista Italiana di Studi Napoleonici ed è membro del comitato direttivo del Centro Nazionale di Studi Napoleonici e di Storia dell'Elba. Negli ultimi anni, pur non abbandonando gli studi storici, si dedica alla scrittura di racconti e poesie, in parte pubblicate sulla Rivista "Poeti e Poesie" della Casa Editrice Pagine.






5 preghiere e un Ramadan


Misteriose sorelle straniere,
in abiti oscillanti
in veli.
I vostri occhi,
aperti sulla mia libertà,
sono affascinanti cieli
o insondabili laghi.
Invidio la calma
delle vostre movenze lente.
Sento
il vostro ritmo
alieno
al mio libero pensiero.

Cinque preghiere e un Ramadan.

Lo stress della mia vita,
ritmata da incessanti tamburi
in città massacranti,
allontana il tempo per l'anima,
strappato senza tregua
dal demone-consumo.

Forse nelle vostre prigioni
volteggia il sogno,
soffiano sull'afa,
dentro il burka,
aliti di speranza.

Più del mio
il vostro pensiero vola.



(da "Lampi del Tempo", ed. Proposte Editoriali)
Se la poesia tace

 
Se la poesia tace
c'e il vuoto in me:
suoni di piombo
giacciono nei fondali,
nel grigio pantano
melme oscure
tarpano le ali del canto.
 
Scorie di bosco
fluttuano all'onda:
venti di bufera
strappano foglie
al caldo ramo
 
E
lentamente
il sole cade
- rosso declino -
La notte in agguato
i denti aguzza,
ruba la luce
nel buio silenzio.
 
Ma
se la poesia ride
battendo ai miei vetri chiusi,
franano
resistenze di cristallo,
ritmi di tamburi
cantano
in vibrazioni ebbre
di liquori vitali.
 
Se la poesia bussa
ai battenti del mio torpore,
il risveglio del sangue
produce frutti dolci,
s'aprono le vie degli animi,
parlano tra loro le menti
fervide d'attese e speranze.
 
Lontano la morte piange
nuovamente sconfitta.
Tremano i palazzi aridi
ai fremiti della libertà.


Mirella Floris ha attraversato attivamente le dinamiche della società italiana, partecipando nel '68 alle manifestazioni di piazza. Si è poi occupata di volontariato laico di vario genere ed ora di letteratura. E' proiettata verso la cultura alternativa, perché considera lo scrittore un testimone del proprio tempo. Mirella Floris scrive da sempre, esprimendosi in vari generi, dalla poesia al romanzo, all'articolo giornalistico. Si è cimentata anche nella scrittura sperimentale con racconti in ipertesto (vedi www.mirellafloris.com). E' presente in riviste cartacee e on line. La rivista www.alt-er-nativa.it pubblica settimanalmente le sue osservazioni sugli avvenimenti dell'attualità, mentre il sito di geopolitica "In presa diretta" presenta studi approfonditi sulle situazioni "calde" del pianeta. La sua attività di scrittrice edita è recente: con Lampi d'estate, Prospettiva editrice; Venuta dal mare, BESA editrice; Lampi del tempo, Proposte Editoriali. La scrittura è per lei, come per tanti, una necessità: ritiene che la cura della lingua italiana, pur nell'innovazione che sempre corre in essa, debba mantenere il rigore della correttezza. Mirella Floris ha creato la Libreria-donna (www.libreriadonna.com). La Libreria non è solo un'esposizione di autori e di opere, ma luogo d'incontro per scrittori e lettori. La nuova sezione "Scritti dal carcere", curata da Rita D'Amario, apre uno spaccato sulla condizione dei carcerati e pubblica i loro scritti. Sul territorio Mirella Floris promuove la cultura al femminile, con l'Associazione Donne Insieme, della quale è fondatrice e presidente (vedi: www.alt-er-nativa.it donne insieme).






Mio grembo, solo quando
non più da altro grembo disperso
più fredda luce infine ti raccoglie
forse darà suo frutto quel tuo seme
braccata preda di una guerra eterna
tra cuore aspro di lava, pietra ustoria,
nero che invade penetrando
ogni spazio ogni crepa di mia mente-
mia implacata dracena,
depressione.




Non per volere di sangue
di corpo e desiderio progenie di altro seme,
anima, sarà tua vera vita:
sia solo seme seme d'infinito
a penetrare mia terra nel profondo
e se a gramigna seme tu sei terra-
ebbene, a voi sia infine morte,
a voi, mio corpo e grembo.
 
 
 
 
Perché fede prestai ad aspra tua contesa,
anima, di grembo con il grembo
ora in eterno muori disseccata
se verde desiderio
che ad albero di vita ti teneva
recise per l'eterno
luce adirata,unica risposta
di quel Padre di astri e di comete-
di colpo solo stelle raggelate
implacato diniego che si leva
perché tu non rinasca
di altre foglie altro verde intatto grembo-
intatto quel grembo che non sente
ospite negarsi da altro grembo.


Gabriella Garofalo, nata a Foggia nel 1956, vive a Milano. E' presente nelle antologie: "Il volto e la scena", Edizioni Anterem, Verona 1985; "La scrittura oltre la scrittura", Franco Cesati Editore, Firenze 1990. Ha pubblicato: la plaquette "Lo sguardo di Orfeo", Franco Cesati Editore, Firenze 1989; la raccolta di versi "L'inverno di vetro", Edizioni dell'Arco, Milano 1995.




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pagina aggiornata il 10 maggio 2009