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Tando su Mastru aj jòmpidu ottant'annos Mi naran tottu, amigos ed dischentes Sempre sun vinti, pro s'Homine 'e Coro 1. Ca no est solu sa mente fatta 'e oro Sinnale nèdidu 'e omine balente Pro chi gasi lu pensat meda zente “Bi cheret coro” naraiat Ziròmine Sempre sun vinti si est de coro s'homine 2. Bi nd'at chi naran: “Pero cheret chi dominet O chi lu timan a s'alciada 'e s'oju Omines gasi nde pienan unu poju Inue no bi n'dat unu in chentuvinti S'Homine 'e Coro pero nd'at sempre vinti 3. No contan chi sien chentu o chi sien vinti Solu chi si connoschen a su entinu Est comente a assadzare mèle o binu Chena bisonzu de occhiales o de lentes. Amigos tottu naran et dischentes 4. A li leare misuras no t'appentes Ca no l'addeghet judisciu 'e cantidade Pro lu connoscher bi cheret calidade De cussa chi antaìan(a) sos antigas Comente naran dischentes e amigos 5. Como pero sun tempos de castigos Pro chie cheret brincare a punta 'e muru Naran chi siet su peus de tempu iscuru, de fraschias, de treghentu e de abbolottu Amigos e dischentes naran tottu 6. Colvos et canes dae meda an fattu iscottu Oltulende su mundu pari pari Et balet solu chie contat dinari A si pienare e a sighire a fagher dannos Su Mastru tando at jompidu vint'annos 7. Chiet cheret bestat puru cussos pannos Si l'andat de girare che–i su entu Ma chie ancora sa molte no l'at tentu No benit mancu né in coro né in sentidu Tando ottant'annos su Mastru at jompìdu 8. Su chi si alet est s'homine sididu De veridade, de lughe e de gosu, Chi est sabiu, connoschente et generosu Et cun sos pes in Terra sighit s'Astru. Sos ottant’annos a jòmpidu su Mastru 9 No dat pesu perunu a s'impiastru De iscientzia falsa de arrejonos otziosos Solu li deghen sos meravizosos Annos eternos de s'Edade 'e s'Oro Sempre vint'annos at s'Homine 'e Coro Il solstizio d’estate del 2001
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Dunque il Maestro ha fatto gli ottant'anni Mi dicono tutti, amici e allievi. Sempre sono venti per l'Uomo di Cuore 1 Perché non è solo una mente fatta d'oro Segno chiaro di Uomo che vale, Per quanto così pensa molta gente “Ci vuole cuore”, diceva Ziròmine Sempre son venti se di cuore è l'uomo 2 C’è chi dice: “Sì però deve saper dominare Farsi temere al primo sguardo. Uomini così riempiono lo stagno Dove non se ne trova uno in centoventi L'uomo di cuore però ne ha sempre venti 3 Non c'entra che siano dieci o siano venti, perché lo si riconosce dal sembiante Ed è come assaggiare il miele o il vino Che non ha bisogno di occhiali o di lenti Tutti gli amici dicono e i discenti 4 Non ti azzardare a prendergli misure Perché non gli si addice giudizio di quantità Per riconoscerlo occorre qualità Come quella apprezzata dagli antichi Come dicono allievi con amici 5 Adesso però sono tempi di disgrazie Per chi vuole saltare al di là del muro Dicono che siamo al peggio del tempo oscuro Di imbrogli, di terrore e di disordine Lo dicono anche i discenti e gli amici 6 Corvi e cani da molto hanno messo sottosopra Il mondo riducendolo a un disastro Per loro conta solo avere soldi Per rimpinzarsi e continuare a fare danni Così il Maestro ha compiuto ottant'anni 7 Chi vuole vesta pure quei panni Se gli va di girare come il vento Ma chi ancora la morte non lo ha “preso” Non può venire meno al suo sentire. Dunque il Maestro ottant'anni ha compiuto 8 Chi vale è l'uomo assetato Di verità, di luce e di gioia Che è saggio, conoscitore e generoso E pur tenendo i piedi in Terra osserva l'Astro Ottant'anni ha compiuto il Maestro 9 Lui non dà certo peso all'empiastro Di falsa scienza dai discorsi oziosi Solo gli spettano i meravigliosi Eterni anni dell'Età dell'Oro Sempre vent’anni ha l'Uomo di Cuore |
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Dall'ingiuria del voglio voglio andarmene
nel cortile dei venti
con i limoni che piangono miele
elemosine di angeli.
Il santo gerundio di guardarti
apprende la lepre di perderti
cosi' d'improvviso!
In piena pena l'attesa del cipresso... |
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Sono l'ombra che splende, il cielo in vista
avvenuto dispendio mai avvento
di un qualunque rigagnolo di sassi.
Aspettando il potere dal salvadanaio
sempre vedove camminando le vie,
m'è toccato in sorte il velocipede
di dovere il canto con la cintura
di cenerentola regina. So da me che
la girandola s'inceppa ad ogni vento. |
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Pallida corte l'angelo impotente
Cupo il mondo l'origine del sole questa fattura di frattura panica gerundio del simposio della morte conclave senza nido per amore. Salute del gran buio il tuo martirio augusto quanto dito nella piaga. Pallida corte l'angelo impotente senza costrutto sodale al passato insalvato corsaro ben comunque. |
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Suona il violino davanti la casa
questo bagliore nero sa di zuppa,
attorno il cane configura in cuccia
volentieri la luna volontaria. |
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Gli oggetti delle donne sono viatici
frescure quasi a rompere sentenze.
Il greto del tuo sterno mi promette
d'interrompere la scure solitaria
oltre la dieta di comodo diabolico.
La forca intorno all'indice del vuoto
tutto computa il sarcasmo
del calendario a vuoto
il vuoto. |
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Oasi sulla fronte mi resista
questa stamberga gaia quanto un feretro
passato oltre il sangue oltre gli squarci
di ogni salsedine.
Dalla gestante d'ascia del mio passo
le voci delle lingue so a memoria
senza nessuna sutura d'amore.
In perno alla stagione che non oso
so le soglie paniche, ristrette
gerundio di prigione.
Attaccami un gerundio che io possa
finalmente impartirmi le iniziali! |
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Intimità delle lontananze
concordie addietro
era l'atrio di stanza per castello
oramai guardo il rammendo del tuono
quale febbre limitata per scherzo
so la stregua convulsa di non farcela
ho cedimento pure se la resina
ha la vocina flebile mi tiene
la pietra alleggerita con la cenere. |
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Appena sulle soglie del verdetto il sillabario lento. Il sacco della venia è sotto l'abaco condannata a non servire più. I credenti bevono il sangue delle bestiole martiri.
Questa foce sciabola di cenere le castagne d´autunno perse in estate, in bocca al candore del ghiaccio ti trovo in vestaglia di seta passione termale felicissima ragione. |
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Il treno vicinale
custodisce le spoglie
di ogni pendolare,
panici del mattinale
padroni del serale. Repente agorà la gioia voluta dalla rondine del fronte convulso atlante genio di cometa. Di nebbia le sorti del grano dirupano, in palio più nulla né ruberie di piani l'orizzonte. |
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Dal vento al vento Croci infantili i mulini a vento dove il pane delle falle scinda dal cielo intonaco e sepoltura perfino azzima la luna. Il filo dell´anfratto non dette casa alcuna né oasi da strazio né zampe con la pece di meno pena almeno di buon buio. Cencio da ciottolo il cuore si è sconfitto ammanettato in eremo vista al vizio battito in curva stazza la corsa dell´evento al vento. |
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Tra le corde di pirati ho visto l'abaco del sangue il gran brevetto del bel ruggito al rantolo. |
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Di te voglio le miniere arrese le sterpaglie nonostante l'incendio il grande incendio: non basterà una sportina qualsiasi per sistemare le stimmate, la madre nuova del sì magnifico canestro l'orizzonte. |
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Di te m'invogliano le lamiere i soqquadri alle zattere perenni le miniere. Io sono gli ultimi i fori di alamari vuoti di divise di caduti. La solitudine genetica delle bambine con le bambole si guarda allo specchio e si consacra alla viandanza inerme dello scoglio. |
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Le rondini del sacco Nel sacco delle stirpi covàcciolo e fine questo randagio intoppo remato da dèi sconfitti. La luna del moribondo è sulla sedia i raggi del sole di De Chirico scendono serpigni. In pasto alla ronda che ti giace ami del gatto il risparmiato stato quasi l'assenza. In frode all'aureola dispersa dentro la rena c'è un castello in aria badante il cerchio del lago. La barricata laconica del fulcro fu solo madre senza alcuna lode né cuna di rammendo data spalla. |
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Il minatore Il veliero del tuo vólto ha cronistorie irrigidite dall'estro delle perdite. In una malia di zeri l'agonia ti sia garbata almeno meno rude della miniera nel petto sconquassato. Cresciuto povero vissuto peggio ti fu bagliore la saliva lieve del pendolo d'amore oltre il soqquadro a disputa di fumo. Morta l'aureola dello sguardo d'iride nessuna foto ti bivacca più nemmeno tra le elemosine corse. Con l'esilio in faccia ho perso l'apice della marina appena dietro l'angolo. In petto alle consegne delle aurore nelle miniere di ghiaccio faccio braciere il fato rivoluzionario: appendice più lunga - perenne atleta perenne del moto perpetuo tuo del dì nostro - di ogni già stato compleanno. Un altro tempo senza la misura al rispetto di affresco con arcobaleno dalla lena votiva della ruggine. L'epilogo Matrigna la carabattola dell'angolo torni alle fole di unità carnali fatte di stipule con ragazzi al sogno. La giunonica fossa delle attese serva da unguento per le veglie mica non venga il sol dell'avvenire Nel sacrificio che fa la tua alba si salvi il grillo del più tenue amante quella risacca che ti vide un poco sotto una delle tante fontane di Roma o fontanelle viatiche in foggia cheta, magna. Un tale ti raccolse appena conserta composta dalla lira degli stracci, nessuna stanza avvolse il tuo scempio l'appello di non essere nel costo di un figlio. Ciclo di rena ciclo di arena il pianto le risa per gemelli. |
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Cornucopia di stenti zero a zonzo sillabario di gelo il tarlo del cielo. Ti guardo con il brevetto sulla fronte, ma non sei salvo. Gattabuia eloquente questa nascita voglia la soglia della bestia non macellata della pace la lezione in ogni zigomo. A monte non verrò per darmi penitenza né da mane a sera a lavorare il teschio che di persino ed anche nelle mani degli amati amanti frulla. Coriandoli di comete averti semmai da adesso non verrà la giungla del coma sempre ragazzino. |
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Giorni di coriandoli guardarti dal domestico assioma di perdere finestre per stralune di morte molto d'arte le sapienziali darsene. Il rifugio dal gelo dell'arsione ha mangiatoie di resine e rancore impossibili le foglie del perdono. Le tradizioni del sale le stanze zitte dove urlano soltanto le pecche delle fionde assai sismiche alle nuvole. A petto aperto le lapidi con le cantilene. |
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Di te svolò l'arsione in mille lucciole mille lucciole mille dal tuo colosso fulcro miserrimo la cenere. Appostato all'angolo per cipresso voglio la gola di baciarti ancora quasi gioia la costa di tuffarmi oltre viatico l'approdo. L'alba del penitenziario Appena nel tuo abbraccio sciolta è l'alba dal baricentro infernale all'arbitro in collina. La nuca di un bambino spicca l’Alighieri spicca (Dante delle biglie meraviglie) spicca la bussola amatissima dal mal di mare l'angelo poliglotta la biblioteca d'aria la cornucopia senza mai copia. Osi guardarla con tremito di mito quasi al naufragio autore di ieri ripa di panico bigio perdente. Aiùtati a cadere con la nuca trafitta intatta qualora ti tornassi bambina ripetta oltre il fianco del ferino intacco. Raccolto su di sé, nebbioso corpo vivo di un qualunque vivo incontro metropolitano d'ultimo stadio, trànsito accartocciato tra le mani. Finalmente occaso in riva al davanzale la stagione del disavanzo, i lunghi appelli di chi morì scarlatto ho sentito, gli angeli svanire nelle ferite del respiro: splendida arena sfiorarti la fronte, so possente il sestante della perdita. |
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L'arciere del mio teschio non vedrà il cielo il diario di un anno le ripide scommesse le doglie delle vergini le voglie delle vertigini. La morgue guardona la coda bidone della cometa entrambe in corone di super miss capitali nel tonfo del funambolo. Dacché la fionda divulgò la ronda nessun dottore della prateria arse panoramica la data infissa. |
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La madre (I)
Si ribella la gatta al continuo richiamo al dovere di madre,
retrae le mammelle, graffia la prole, con gli artigli difende il suo spazio, si regala un'intera giornata di sole, i piccoli sprona a cacciare da soli
ritemprata, riprende la corsa a fianco dei figli.
La madre (II)
L'alba si desta in un cappotto di pioggia.
Sul ciglio l'azzurro pretende lo spazio, da un uscio s'affaccia un bambino immaturo,
suo malgrado profeta, traghetta barchette di carta, risospinge le nubi con parlantina perenne,
nell'universo materno riprende corpo lo scopo che cinge il giorno di luce e il figlio di coccole.
Bianche bugie inceneriscono il buio sino a sera. |
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La madre (III)
Come ogni madre,
spia senza sosta i loro passi apre il tronco cavo ai frutti acerbi, toglie sterpi dai sentieri
e sillaba una preghiera:
che un sapore, un odore, una pallida percezione parlino di lei
quando indosserà la veste d'angelo. |
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Sandra Palombo, nata a Livorno il 26-12-55, vive all'Isola d'Elba. Si è laureata in Lettere e Filosofia all'Università di Pisa. Nel 1989, su incarico della Soprintendenza di Pisa, ha curato la scelta dei libri di Napoleone da esporre nella mostra "Lector in Insula", allestita presso il Museo di San Martino a Portoferraio, e in seguito a Fontainebleau. Ha pubblicato sulla Rivista Italiana di Studi Napoleonici ed è membro del comitato direttivo del Centro Nazionale di Studi Napoleonici e di Storia dell'Elba. Negli ultimi anni, pur non abbandonando gli studi storici, si dedica alla scrittura di racconti e poesie, in parte pubblicate sulla Rivista "Poeti e Poesie" della Casa Editrice Pagine. |
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5 preghiere e un Ramadan
Misteriose sorelle straniere, in abiti oscillanti in veli. I vostri occhi, aperti sulla mia libertà, sono affascinanti cieli o insondabili laghi. Invidio la calma delle vostre movenze lente. Sento il vostro ritmo alieno al mio libero pensiero.
Cinque preghiere e un Ramadan.
Lo stress della mia vita, ritmata da incessanti tamburi in città massacranti, allontana il tempo per l'anima, strappato senza tregua dal demone-consumo.
Forse nelle vostre prigioni volteggia il sogno, soffiano sull'afa, dentro il burka, aliti di speranza.
Più del mio il vostro pensiero vola.
(da "Lampi del Tempo", ed. Proposte Editoriali) |
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Se la poesia tace Se la poesia tace c'e il vuoto in me: suoni di piombo giacciono nei fondali, nel grigio pantano melme oscure tarpano le ali del canto. Scorie di bosco fluttuano all'onda: venti di bufera strappano foglie al caldo ramo E lentamente il sole cade - rosso declino - La notte in agguato i denti aguzza, ruba la luce nel buio silenzio. Ma se la poesia ride battendo ai miei vetri chiusi, franano resistenze di cristallo, ritmi di tamburi cantano in vibrazioni ebbre di liquori vitali. Se la poesia bussa ai battenti del mio torpore, il risveglio del sangue produce frutti dolci, s'aprono le vie degli animi, parlano tra loro le menti fervide d'attese e speranze. Lontano la morte piange nuovamente sconfitta. Tremano i palazzi aridi ai fremiti della libertà. |
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Mirella Floris ha attraversato attivamente le dinamiche della società italiana, partecipando nel '68 alle manifestazioni di piazza. Si è poi occupata di volontariato laico di vario genere ed ora di letteratura. E' proiettata verso la cultura alternativa, perché considera lo scrittore un testimone del proprio tempo. Mirella Floris scrive da sempre, esprimendosi in vari generi, dalla poesia al romanzo, all'articolo giornalistico. Si è cimentata anche nella scrittura sperimentale con racconti in ipertesto (vedi www.mirellafloris.com). E' presente in riviste cartacee e on line. La rivista www.alt-er-nativa.it pubblica settimanalmente le sue osservazioni sugli avvenimenti dell'attualità, mentre il sito di geopolitica "In presa diretta" presenta studi approfonditi sulle situazioni "calde" del pianeta. La sua attività di scrittrice edita è recente: con Lampi d'estate, Prospettiva editrice; Venuta dal mare, BESA editrice; Lampi del tempo, Proposte Editoriali. La scrittura è per lei, come per tanti, una necessità: ritiene che la cura della lingua italiana, pur nell'innovazione che sempre corre in essa, debba mantenere il rigore della correttezza. Mirella Floris ha creato la Libreria-donna (www.libreriadonna.com). La Libreria non è solo un'esposizione di autori e di opere, ma luogo d'incontro per scrittori e lettori. La nuova sezione "Scritti dal carcere", curata da Rita D'Amario, apre uno spaccato sulla condizione dei carcerati e pubblica i loro scritti. Sul territorio Mirella Floris promuove la cultura al femminile, con l'Associazione Donne Insieme, della quale è fondatrice e presidente (vedi: www.alt-er-nativa.it donne insieme). |
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Mio grembo, solo quando non più da altro grembo disperso più fredda luce infine ti raccoglie forse darà suo frutto quel tuo seme braccata preda di una guerra eterna tra cuore aspro di lava, pietra ustoria, nero che invade penetrando ogni spazio ogni crepa di mia mente- mia implacata dracena, depressione.
Non per volere di sangue di corpo e desiderio progenie di altro seme, anima, sarà tua vera vita: sia solo seme seme d'infinito a penetrare mia terra nel profondo e se a gramigna seme tu sei terra- ebbene, a voi sia infine morte, a voi, mio corpo e grembo. |
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Perché fede prestai ad aspra tua contesa, anima, di grembo con il grembo ora in eterno muori disseccata se verde desiderio che ad albero di vita ti teneva recise per l'eterno luce adirata,unica risposta di quel Padre di astri e di comete- di colpo solo stelle raggelate implacato diniego che si leva perché tu non rinasca di altre foglie altro verde intatto grembo- intatto quel grembo che non sente ospite negarsi da altro grembo. |
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Gabriella Garofalo, nata a Foggia nel 1956, vive a Milano. E' presente nelle antologie: "Il volto e la scena", Edizioni Anterem, Verona 1985; "La scrittura oltre la scrittura", Franco Cesati Editore, Firenze 1990. Ha pubblicato: la plaquette "Lo sguardo di Orfeo", Franco Cesati Editore, Firenze 1989; la raccolta di versi "L'inverno di vetro", Edizioni dell'Arco, Milano 1995. |
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© 2003/2008 SÉ-SITO webmater I diritti dei testi presenti in questa pagina sono dei rispettivi autori. pagina aggiornata il 2 gennaio 2008 |
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